L’uccisione di Ipazia da parte di fanatici cristiani.
Il ricordo dell’uccisione di Ipazia è qualcosa che ancora oggi pesa sulla coscienza dei cristiani.

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La poesia di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) ricolloca la realtà in una dimensione in cui il rapporto fra oggetto e nome è destabilizzato. Nel momento in cui la lingua “viva” dei contemporanei appare morta, solo una lingua effettivamente “morta” può essere riattivata come organismo poetico

La posizione di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) all’interno della poesia italiana del secondo Novecento appare oggi come una linea di rottura, una faglia linguistica non assimilabile a nessuna delle linee dominanti della lirica del suo tempo: né allo sperimentalismo d’ascendenza neoavanguardistica, né al post-minimalismo diaristico, né alla linea elegiaca che ha continuato a egemonizzare la percezione della poesia italiana del dopoguerra. Ciò che immediatamente sorprende è che la sua opera, pur costruita sulla consapevolezza di un’alterità linguistica radicale, non assume mai l’auto compiacimento del gesto manieristico, ma tende invece a porre il linguaggio poetico davanti al proprio limite ontologico: non semplicemente la ricerca di una nuova lingua, ma l’accettazione dell’idea che la lingua sia ormai un corpo esanime, una lingua morta, e che solo come tale possa ritrovare nel capovolgimento operato dalla poetessa siciliana una forma di verità. Le parole, nella sua poesia, non vivono nella naturalità di un parlato riconoscibile, ma nella densità di un’epidermide consunta, simile a quel «merletto di vetro di Murano» con cui viene descritta una città nella lettura critica di Linguaglossa, immagine che rende con precisione la fragilità del mondo poetico di Madonna.

Uno dei punti in cui la poetessa dichiara più esplicitamente la sua distanza dalla normologia poetica contemporanea è il rifiuto del «favellare» e del «balbo balbutire» dei «famuli»; un rifiuto che risuona come condanna dell’idiolettismo poetico postmoderno: «Tutto questo favellare, tutto questo balbo / balbutire, mi è ostico – lo capisci? / La lingua dei famuli – lo capisci? / La detesto.». Qui Madonna disvela la propria insofferenza per un linguaggio ridotto a superficie comunicativa, incapace di sostenere un pathos o una tensione metafisica. L’io poetico, lungi dal porsi come centro organizzatore di un’esperienza autobiografica, appare decentrato, quasi un residuo linguistico tra altri residui. Nelle fasi più mature della sua produzione, il soggetto non è che una funzione dell’enunciazione, «un mero accadimento del linguaggio», come rileva Linguaglossa, costretto a muoversi in un ordine proposizionale che non ammette più l’illusione di un referente stabile.

L’ermeneutica proposta da Linguaglossa insiste molto sulla categoria del «significante fluttuante», mutuata da Lévi-Strauss. In effetti, alcune immagini di Madonna mostrano una deliberata sospensione semantica. Il verso: «Il buio chiede udienza alla notte daltonica», opera una torsione metaforica che mantiene le parole in uno stato di reciproca eccedenza: né “buio” né “notte” aderiscono a un referente riconoscibile, ma entrano in una relazione di sovrapposizione che produce un eccesso di senso. L’immagine si struttura come un campo di tensioni: da un lato, la personificazione del buio, dall’altro, il cromatismo paradossale della “notte daltonica”, che nega il fondamento percettivo della notte stessa. In ciò si manifesta l’elemento più caratteristico della poetica di Madonna: lo spaesamento semantico non come gioco retorico, ma come condizione antropologica.

Quando Madonna afferma che «il mare è un aquilone che un bambino / tiene per una cordicella» – immagine discussa da un lettore e difesa da Linguaglossa – non produce semplicemente un effetto surrealistico, ma ricolloca la realtà in una dimensione in cui il rapporto fra oggetto e nome è destabilizzato. La sua poetica sembra prendere le mosse da ciò che la filosofia del Novecento ha chiamato la crisi del referente: non la rappresentazione del reale, ma la sua collocazione in un sistema simbolico che non garantisce più alcuna presa sulla realtà stessa.

Anche la prima fase della sua opera, quella di Stige, conferma questa vocazione alla dislocazione linguistica. La scelta di un «neolatino» (dizione di Amelia Rosselli) o «tardo latino ingobbito» (dizione di Giorgio Linguaglossa), non è un mero esercizio di stile filologico, ma una strategia ontologica: nel momento in cui la lingua “viva” dei contemporanei appare morta, solo una lingua effettivamente “morta” può essere riattivata come organismo poetico. Ne derivano formule come «invetrare e invetriare una lingua tutta nostra / che sia monda dagli stilemi del peccato / e dall’usura delle stelle», che esprimono un programma di purificazione semiotica: togliere al linguaggio la patina dell’uso, fargli riacquistare la scintillante fragilità del vetro.

La poetessa affronta spesso, nelle composizioni più tarde, figure emblematiche della tradizione occidentale – Penelope, Ipazia, Teodora, il Console dell’impero tardo – che sembrano emergere come proiezioni di un io plurale, intertemporale. Nel testo su Penelope si legge: «La storia di Omero non ci convince / Omero è un bugiardo, ha mentito». Tale giudizio, apparentemente sacrilego, è in realtà un’operazione critica: rifiutare l’ambiguità originaria della narrazione omerica, che fonda l’epos sulla menzogna, equivale per Madonna a sottrarre il linguaggio all’ideologia del racconto. Qui l’interpretazione di Linguaglossa coglie un punto essenziale nel rapporto tra mito, inganno e linguaggio, anche se forse tende a teleologizzare troppo il gesto della poetessa, leggendo in esso un rifiuto integrale della narrativa occidentale. In realtà, Madonna non abolisce il mito, ma lo reinventa sottraendolo alla struttura lineare del racconto per collocarlo in un tempo circolare, ellittico, quasi una «curvatura dello spazio-tempo», come Linguaglossa stesso osserva altrove.

La sua scrittura poetica procede infatti per scarti, ellissi, orbite linguistiche, come se la continuità del discorso fosse corrosa da una forza gravitazionale interna al linguaggio stesso. L’io che parla dalla clausura di Stige – «Non erubesco meae miseria / plango non esse quod fuerim» – non descrive una condizione psicologica, ma afferma la propria esistenza come residuo linguistico, come frammento di una lingua che rimpiange ciò che non può più essere.

Il rifiuto della salvezza, inoltre, è posto come un atto quasi teologico: «Io invece penso che il mondo non sarà / salvato affatto. / Non ci sarà nessuno a salvare il mondo. / E questa sarà la sua salvezza.». È una formula che richiama certe intuizioni gnostiche: il male non può essere redento perché la redenzione stessa è parte del dispositivo che lo perpetua. In questo contesto, la scelta di una lingua «in frigorifero» (per usare l’immagine efficace di Linguaglossa) assume un valore etico prima ancora che estetico: l’unica forma di resistenza possibile alla degradazione del linguaggio è la reinvenzione di un linguaggio che, paradossalmente, cessa di volersi vivo. Madonna costruisce un linguaggio morto come antidoto speculare al linguaggio dei suoi contemporanei.

Quanto alla domanda se l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa sia “azzeccata”, la risposta non può essere univoca. Linguaglossa coglie con lucidità il tratto fondamentale della poesia di Madonna: la sua appartenenza a una condizione post-storica in cui la lingua diventa il luogo dell’interrogazione radicale, mai consolatoria, mai auto referenziale. La lettura linguaglossiana sui «significanti eccedenti», sulla «sospensione semantica», sulla «lingua morta» resuscitata come gesto di libertà, sono pertinenti e spesso illuminanti. Tuttavia, il critico romano tende talvolta a inscrivere Madonna in un paradigma teorico – quello di precursore della “Nuova Ontologia Estetica” – che rischia di sovradeterminare la lettura dei testi, trasformando la poesia di Madonna in un tassello coerente di un sistema ermeneutico. Madonna, invece, è meno sistematica, più ellittica, più irregolare, più sfuggente di quanto l’ermeneutica linguaglossiana, pur brillantissima, lasci intendere. La sua opera non si lascia mai del tutto afferrare da un modello poetico; è e resta un corpo linguistico anacronistico, irriducibile, di cui la critica può intuirne le orbite ma non stabilire completamente l’equazione.

In definitiva, la grandezza di Maria Rosaria Madonna consiste nel fatto che la sua poesia, attraversando lingue morte, lingue resuscitate dalla decomposizione, Lingue inventate e invetriate ci parla da una lontananza abissale: della morte del linguaggio dei suoi contemporanei, riuscendo così, paradossalmente, a restituire alla parola poetica un nucleo di verità: contrapponendo la sua estrema fragilità alla forza poderosa dei linguaggi del contemporaneo. Ed è proprio questa fragilità, questo stare “tra” (metaxy), tra Atene e Gerusalemme (dizione di Zagajevsky), che la rende la voce forse più originale e ancora da comprendere appieno del secondo Novecento italiano. Propongo qui la lettura delle poesie successive a Stige (1992) e scritte, verosimilmente, attorno agli anni 2000.

(Gino Rago)

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A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (1942-2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse con la sigla editoriale «Scettro del Re» l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige. A quel tempo avevo pensato di tentare l’impresa editoriale, e infatti decisi di pubblicare senza indugio il libro di Madonna con la quale intrattenni poi dei rapporti epistolari anche per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai lo scartafaccio di Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Madonna era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, la poetessa sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con sedici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento. Sempre scontenta di sé, Madonna rottama un bel mannello di poesie di Stige (quelle a pagina 52, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60 e 61) e sottopone a riscrittura molte altre composizioni. Per la presente edizione (del 2018) ho adottato il criterio di inserire nelle «Poesie inedite» (1992-2000) le composizioni sottoposte a riscrittura in quanto devono essere considerate a tutti gli effetti poesie «nuove»; il gruppo “Poesie inedite” (2000-2002), raccoglie invece le rare composizioni degli ultimi anni della sua vita dove si nota l’abbandono della caratteristica effrazione semantica delle poesie in «neolingua» di Stige, l’utilizzo di un linguaggio  più snodato, una sintassi più elastica, un avvicinamento al piano del «quotidiano», l’inserimento del «parlato» e del «dialogo», una poesia più colloquiata,  un maggiore innesto di metafore, tutti elementi che contrassegnano l’avvenuta mutazione dello stile che si muove adesso in direzione della assimilazione di un linguaggio quasi prosastico e il frequente ricorso ad immagini, un avvicinamento agli «oggetti» posti nello spazio, anzi, strutturati dentro lo spazio, un coglimento degli «oggetti» che rispetta loro irriducibile alterità rispetto all’espressione linguistica. (Giorgio Linguaglossa)

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Parlano la nostra stessa lingua i Galli?

Si sono riuniti in Senato il Console
con i Tribuni della plebe
e i Legati del Senato… c’è un via vai di toghe
scarlatte, di faccendieri
e di bianche tuniche di lino dalle dande dorate
per le vie del Foro…
Qualcuno ha riaperto il tempio di Giano,
il tempio di Vesta è stato distrutto da un incendio
alimentato dalle candide vestali,
corre voce che gli aruspici abbiano vaticinato infausti presagi
che il volo degli uccelli è volubile e instabile
e un’aquila si sia posata sulla cupola del Pantheon
che sette corvi gracchiano sul frontone del Foro…
corrono voci discordi sulle bighe del vento
trainate da bizzosi cavalli al galoppo…
che il nostro esercito sia stato distrutto.

Caro Kavafis… ma tu li hai visti in faccia i barbari?
Che aspetto hanno? Hanno lunghe barbe?
Parlano una lingua incomprensibile?

E adesso che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?
Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?

Requisitoria del vescovo di Alessandria Cirillo “adversus Ipazia”(*)

Parla Ipazia dell’ordine delle stelle!?
(Dell’ordine delle stelle!?)
Ci dica Ipazia: per chi brilla la stella del vespero!?
E quella del mattino!?
Per chi brilla la stella del mattino!?
Per me? Per voi? Per noi tutti?
(Per noi tutti!?)
O forse per nessuno!?

Come può la pagana Ipazia parlarci delle stelle fisse!?
Tiene forse Ipazia l’inventario delle stelle!?
Cammina forse Ipazia con una stella sulla sua testa!?
Come può la sua bocca parlare con le stelle!?
Osa la sua bocca parlare con le stelle!?
Con le stelle!?
Afferma Ipazia che l’algida luna è nient’altro
che polvere di stelle!?
Che la luna è un ammasso di polvere!?
Che brilla di luce riflessa!?
Che essa è vera e non vera!?
Che essa è fatta di polvere e di acqua
Come il nostro mondo sublunare!?
Che non c’è resurrezione della carne!?
Che un mortale non può diventare immortale!?
Davvero, Ipazia afferma questo!?
Che un immortale non può indossare panni mortali!?
Davvero, Ipazia afferma questo!?

Che cosa ci dice la sua matematica?
E sul movimento degli astri?
Che gli astri si muovono intorno al sole?
Di grazia, parla Ipazia con le sfere celesti?
Osa asserire questo Ipazia?
Come può la sua bocca parlare?
Come può la sua bocca bestemmiare?
Si ricreda (Ipazia!), resti nel gineceo o prenda marito
E abbracci la fede di Cristo!
Rinneghi Ipazia la sua matematica!
Si ricreda Ipazia!
Prima che sia
Troppo
Tardi

(*) 415 dopo Cristo. La filosofa Ipazia cammina per le vie di Alessandria d’Egitto tra due ali di folla festante che rende onore alla scienziata. È avvolta in una tunica bianchissima che le avvolge il bellissimo corpo. Dietro l’angolo, in un vicolo, il vescovo Cirillo aizza all’assassinio della filosofa una torma di parabolani, i fanatici aguzzini della nuova fede che la uccideranno smembrandole il corpo.

Autodifesa dell’imperatrice Teodora

Procopio? Chi è costui? Un menagramo, un bugiardo,
un calunniatore, un furfante.
Non date retta alle calunnie di Procopio.
È un bugiardo, ama gettare fango sull’imperatrice,
schizza bile su chiunque lo disdegni; è la bile
dell’impotente, del pervertito.

Ma è grazie a lui che passerò alla storia.
Sono la bieca, crudele, dissoluta, astuta Teodora,
moglie dell’imperatore Giustiniano, la padrona
del mondo orientale.
E se anche fosse vero tutto il fango che Procopio
mi ha gettato sul volto?
Se anche tutto ciò corrispondesse al vero? Cambierebbe qualcosa?

È stata mia l’idea di inviare Belisario in Italia!
È stata mia l’idea di un codice delle leggi universali!
E di mettere a ferro e a fuoco l’Africa intera.
Soltanto i morti sono eterni, ma devono essere
morti veramente, e per l’eternità affinché siano tramandati.
Un tradimento deve essere vero e intero perché ci se ne ricordi!
Voi mi chiedete:

«Che cosa penseranno di Teodora nei secoli futuri?».
Ed io rispondo: «Credete veramente che i posteri abbiano
tempo da perdere con le calunnie e le infamie di Procopio?
Che costui ha raccolto nei retrobottega di Costantinopoli
tra i reietti e i delatori della città bassa?».

Ebbene, sì, ho calcato i postriboli di Costantinopoli,
lo confesso. E ciò cambia qualcosa nell’ordito del mondo?
Cambia qualcosa?
Il potere delle parole? Ve lo dico io: esso è
debole e friabile dinanzi al potere delle immagini.
Per questo ho ordinato di raffigurare l’imperatrice Teodora
nel mosaico di San Vitale a Ravenna, nell’abside,
con tutta la corte al seguito…
E per mezzo dell’arte la mia immagine travalicherà l’immortalità.
Per l’eternità.

«Valuta instabile», direte voi.
«Che dura quanto lo consente la memoria», replico.
«A dispetto delle calunnie e dell’invidia di Procopio».

La reggia che fu di Odisseo

Che cosa vogliono i proci che frequentano
la reggia che fu di Odisseo?
E che ci fa sua moglie Penelope
che di giorno tesse la tela con le sue ancelle
e di notte tradisce il suo sposo
nel letto dei giovani proci?

Sono passati dieci anni dalla guerra di Troia
e poi altri dieci.
I proci dicono che Odisseo non tornerà.
Nel frattempo si godono a turno Penelope,
la loro sgualdrina.

Si godono la reggia e la donna del loro re
sapendo che mai più tornerà.
Forse, Odisseo è morto in battaglia
o è naufragato in qualche isola deserta
ed è stato accoppato in un agguato.

La storia di Omero non ci convince
non è verosimile che un uomo solo
– e per di più vecchio –
abbia ucciso tutti i proci, giovani e forti.

La storia di Omero non ci convince.
Omero è un bugiardo, ha mentito,
e per la sua menzogna sarà scacciato dalla città
e migrerà in eterno in esilio
e andrà di gente in gente a raccontare
le sue fole…

Il tribuno della plebe Gabirio

C’è sempre un senatore, un impostore, un Gabirio
al quale puoi rivolgere doleances, istanze, protocolli, anfibologie…
Di notte, il tribuno Gabirio si lima le unghie smaltate
e si umetta le guance di cinabro,
con l’ausilio di una spugna del mar Morto
assiso scosceso sulla lettiga dalle bianche tende
portata a spalle da quattro poderosi schiavi mori
scorrazza per l’Urbe alla ricerca di efebi virili.

Deambula, il tribuno, a fatica con il ventre prominente
e le pachidermiche natiche…
dicono gli iettatori a causa di una sciatalgia…
ma è una bugia buona per gli oziosi.

Di giorno, evita Gabirio di mostrarsi in pubblico
con il purpurisso strofinato sulle labbra
e imbrattato di cerusso il faccione torbido,
e la culotte di trine indossa sotto la candida tunica
raccolta con un nodo sulla spalla.
Ma noi suoi commensali e compagni di prebende
che sappiamo il suo sordido vizio
ai posteri volentieri ne consegniamo notizia
per sua imperitura nequizia.

Dicono gli iloti che il tribuno Gabirio ami il suo delirio
più delle ostriche d’Egitto e del pasticcio di anguille della Giudea.
Dicono le male lingue che nel bel mezzo del convito,
Gabirio con la bocca infarcita di fagiani
al miele e di conigli in umido,
trovi la sua migliore e più imponderabile ispirazione,
una sordida ispirazione per le sue miserabili vanterie,
dice Gabirio di essere il più grande dei poeti dell’Urbe
e che i suoi versi lo scorteranno verso l’eternità.
Al di là del peristilio della sua villa
postulanti in fila attendono il proprio turno:
tanti, troppi questuanti, troppi contenziosi
che il tribuno deve sbrogliare…

Una folla maleodorante di questuanti illirici,
faccendieri greci e banausici etruschi
che parla lingue incomprensibili
e si accalca e sgomita sulla pubblica via…
(nutro dei dubbi sulla solidità della loro spina dorsale)

Una schiera variegata e interminabile…
che chiede udienza, presenta memorie
ed istanze, reclama mercedi…
che scalpita come il cavallo Incitatus e offre
i propri innominabili servigi.
Venere li conduce, Mercurio li divide, e Marte,
non ne dubito, farà il resto.

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ἐὰν μὴ ἔλπηθαι ἀνέλπιστον οὐκ ἐξευρήσει, ἀνεξερεύνητον ἐὸν καὶ ἄπορον. Se non speri l’insperato, non lo troverai, perché è inaccessibile e impraticabile.(Eraclito, B 18) A proposito del vaso di Pandora di Dino Villatico, di Marie Laure Colasson, présence, acrilico 30×30, 2024 – Poesie distopiche di Francesco Paolo Intini e Giorgio Linguaglossa.

Una discussione con un amico sul vaso di Pandora mi ha indotto ad alcune riflessioni.
Siamo partiti da questo frammento di Eraclito:
ἐὰν μὴ ἔλπηθαι ἀνέλπιστον οὐκ ἐξευρήσει, ἀνεξερεύνητον ἐὸν καὶ ἄπορον.
Se non speri l’insperato, non lo troverai, perché è inaccessibile e impraticabile.

(Eraclito, B 18)

(Marie Laure Colasson, présence, acrilico 30×30, 2024 – Il male si presenta come la figura di un passeggero con la valigetta 24 ore in mano che cammina nello spazio-tempo).

Ma come mai, si chiede qualcuno, nel mito raccontato da Esiodo, la speranza resta in fondo al vaso dei mali? è dunque anche la speranza un male?
Facciamo un passo indietro. Leggiamo Omero, che anche lui accenna a questo mito, ma senza fare intervenire Pandora. Achille, nell’Iliade, dice a Priamo, che è venuto nella sua tenda a chiedere il cadavere del figlio Ettore: “Nella dimora di Zeus vi sono due grandi orci che ci dispensano l’uno i mali, l’altro i beni; li mescola il dio delle folgori, e colui a cui ne fa dono riceve ora un male ora un bene; e chi riceve dolori diventa un miserabile”. Omero dunque attesta qui l’esistenza di un mito sull’origine del male nella storia, e il problema del male è centrale in tutto il pensiero greco: si badi, del male, non della colpa o del peccato, idee che sono invece di un’altra cultura, quella ebraico-cristiana. Esiodo allarga, oppure lo riferisce in modo più completo, il mito, e fa aprire il vaso dei mali che affliggono l’uomo da Pandora. La speranza resta in fondo perché Pandora, accortasi della fuga dei mali, cerca di tamponare il disastro e chiude il vaso. Omero guarda la vita con distacco, constata l’esistenza del male. Esiodo è più pessimista, ne denuncia l’origine a un’azione dell’uomo, anzi di una donna – c’è qualcosa di misogino nel racconto di Esiodo, per esempio l’accusa di un’eccessiva curiosità, che sarebbe difetto tipico delle donne. Comunque sia la storia umana è un seguito di sciagure. Anzi lo è, in fondo, tutta la storia dell’universo già da prima di Pandora. Già nell’origine degli dei (Teogonia), che non sono il bene, ma solo i dominatori del mondo, c’è lo stigma del male che affligge i viventi, quasi come che l’infelicità fosse il destino degli uomini, perché mortali, solo l’immortalità rende beati. Anche se il dolore tocca perfino anche gli dei, sia pure come un’ombra passeggera: la morte di Giacinto per Apollo, di Adone per Afrodite.

Questa visione pessimistica della storia, questo quadro amaro della vita, tocca perfino un filosofo che mira a escludere dal pensiero la soggettività come Aristotele, il quale tuttavia definisce la speranza – con grande distacco, però, senza concedere niente ai desideri umani – soltanto un’illusione – dunque non una realtà – un’illusione che invece di riferirsi al presente è rivolta al futuro. Eraclito, prima di Aristotele, sembra non pronunciarsi. Ma di lui abbiamo solo frammenti. E la sua idea di un perpetuo mutamento delle cose riguarda, sembra, solo le cose che appaiono. La sostanza, invece, del suo pensiero sembrerebbe parmenidea: di un essere immutabile, o, più precisamene, che nonostante le perpetue mutazioni dell’apparire, resta nell’essenza sempre lo stesso. Non possediamo tutta una parte del poema di Parmenide e non abbiamo di Eraclito, l’oscuro, come dicevano gli antichi, che frammenti, citazioni da altri scrittori e filosofi. Fino all’età bizantina probabilmente tali opere esistevano ancora. I bizantini, sembra, possedevano ancora l’opera di Eraclito, che è andata perduta dunque può darsi con il sacco di Costantinopoli compiuto dai crociati nel 1204. I crociati, catalani, franchi e veneziani non conoscevano il greco e bruciarono tutti i libri della biblioteca del palazzo imperiale o, meglio, bruciarono il palazzo, e con esso anche la biblioteca. I cristiani egiziani (e non Giulio Cesare, dunque – lo spiega bene Luciano Canfora – come vuole una leggenda anticesariana, Ipazia, per esempio, nel IV-V sec. a. C., ancora poteva consultare testi dei filosofi, storici, scienziati e poeti greci) i cristiani, e non gli arabi, come pure si è scritto, avevano già provveduto a distruggere quei monumenti di paganesimo che costituivano i libri della biblioteca di Alessandria, così come gli iconoclasti avevano grattato gli occhi degli dei e degli uomini nei bassorilievi dei templi.

Che cosa possiamo ricavare da queste notizie? Intanto che i più degli uomini sono sempre stati stupidamente avversi alla cultura che non fosse la propria. Poi che fondamentalmente la visione che della vita avevano i greci era totalmente pessimistica, fin dalle origini, si pensi all’incontro di Ulisse con l’anima di Achille nell’undicesimo canto dell’Odissea: della gloria non so che farmene, dice Achille, vorrei piuttosto essere ora l’ultimo dei contadini, ma vivo, invece che il glorioso Achille, ch’è un morto. La speranza, forse, per Esiodo, non serve a nessuno. Come dimostra la sua vita, la causa con il fratello, pur avendo Esiodo ragione, la perse, probabilmente perché il fratello riuscì a corrompere i giudici. E Zeus, nella Teogonia, non riesce a imporre la giustizia al mondo, lui stesso sale al trono con un crimine: nel Prometeo incatenato, tragedia attribuita a Eschilo, ma non di Eschilo, Prometeo accusa Zeus di tirannia: detta ad Atene era un’accusa compromettente. Non sappiamo come si svolgesse e si concludesse la trilogia – Shelley ha scritto un Prometeo liberato, poema drammatico bellissimo, ma assai lontano dalla concezione greca del bene e del male – la conciliazione del titano con Zeus probabilmente avveniva con un patto, come accade nelle Eumenidi per il conflitto intorno al matricidio di Oreste tra Apollo e le Furie vendicatrici di Clitennestra, Shelley immagina invece un universo panteistico. I greci erano un popolo religiosissimo, ma i loro dei erano una realtà del mondo, non una trascendenza. La stessa trascendenza delle idee di Platone è qualcosa di assai diverso dalla trascendenza impostata per la prima volta nel senso che oggi intendiamo dai teologi cristiani, anche se poi proprio i teologi cristiani finirono con l’adattere la trascendenza platonica alla trascendenza del dio cristiano. Platone – ma semplifico qualcosa di assai più complesso – immagina le idee coma la vera realtà di ciò che ci appare, e resta in questo fedele al pensiero del suo amato Parmenide.

Eraclito parla del’insperato – e non dell’insperabile, come qualcuno, sbagliando, traduce – non per dire che non possa realizzarsi ma perché riguarda qualcosa d’inconoscibile (alla lettera: d’inaccessibile), è un desiderio, che come ogni desiderio, non ha realtà, è l’irrealizzato – per questo dunque in Esiodo resta in fondo al vaso, l’irreale non può uscire alla luce – ora l’irrealizzato, che è ciò che noi speriamo si realizzi, può realizzarsi oppure no, nessuno può saperlo: è appunto inaccessibile, impraticabile, irreale. Euripide riprende l’idea del rapporto irrealtà realtà, speranza adempimento, nel coro finale dell’Alcesti e delle Baccanti (è lo stesso testo!): il divino – ed è divino tutto ciò che non si conosce – è imperscrutabile, la cosa attesa può non realizzarsi e l’insperato invece prendere forma. È un modo per dire: tu, uomo, conosci te stesso, come dice l’oracolo di Delfi, cioè conosci quali sono i tuoi limiti di vivente che muore, non puoi sapere ciò che non sei in grado di sapere, sei appunto solo uno che muore, uno dalla vita limitata, non sei un immortale: ed è per questo che la conoscenza del tutto t’è negata.

(Dino Villatico)

(Marie laure Colasson, macchia, acrilico 70×70, 2024)

Una poesia di Francesco Paolo Intini kitchen e distopica
2 giugno 2025 alle 10:55 

CHIP1 A CHIP2, FORSE

Mi vengono a trovare due chip in carne e ossa
Uno dei due rilascia bombe,-penso non sappia che farsene-
La spoletta però è spassosa e per giunta più espansiva

L’altro mi racconta della lotta nel cellulare per Gaza City:
-Nessuno che la trovi, ci sono morti dappertutto.
Gli emoji prevalgono sul ferro.
Non penso sia vero ma aiuta la memoria
A tirar fuori Dresda da Guernica

Tra otturatori e cineprese si racconta l’ottica del piombo
muoiono vecchi, donne, bambini perdono budelle
la moda di saltare sopra una mina
pellicole che si danno fuoco dinnanzi ai carrarmati
figli d’Ecuba senza dubbio
tutto che si riaggiusta con mezzo trump

Ad un raduno di baionette, mi dice il primo-, contro missili terra aria
il dna è messo a dura prova per certe escandescenze
del cloro contro opliti.
Da bullo planetario è prevalso tra primati e adesso
Che è sul ring di certi chip dorso d’argento
Il dio che ruota intorno al mondo, vede e pensa.
Coglie una formica, le dà dell’acqua
un emoji di pianto.

Intorno al Tir di Dresda City c’è una ressa di pellicole e microfoni
Un gran numero di cloni per lo stesso bit.

Fatti che non collimano-penso
-So ben altro sul genoma
Se nella mischia tra due spolette
Un baby fungo si fa beffa dei raggi gamma.

Poesia kitchen e distopica di Giorgio Linguaglossa che risponde alla poesia di Francesco Paolo Intini

caro Francesco Paolo Intini

al bowling di viale Margherita, qui ai Parioli, ho incontrato il misuratore delle ombre che si faceva un selfie. C’erano due frati, uno tirava bombe a mano sui birilli, l’altro si faceva lo shampo con gli elettorodi, però maneggiava gli otturatori con abilità.

Che vuoi?, c’è la moda di saltare sopra una mina (Hic Rodhus hic salta!), ma è perché ci sono gli ombrelloni e gli attaccapanni, tutta colpa loro.

Sai, trecento tir con scatole di carne di cavallo e confezioni di spaghetti in fila a Gaza City, fanno un bell’effetto cinematografico, per via degli zoom e delle panoramiche.

Anche oggi la lampada dell’ignoto ha il suo salvagente. Sai, devi stare attento a non umiliare l’assassino, potrebbe inalberarsi.

Anche oggi la struttura dissipativa di Marie Laure Colasson ha dissipato un quantum di energia in eccesso.

Sai, oggi è di moda mandare i soldati al fronte su degli scooter. «Io non cerco trovo» diceva Pablo Picasso cento anni fa. Il Reale è già distopico, che problema c’è?

Ho un ricordo, nel 2015 io Antonio Sagredo e Steven Grieco-Rathgeb, in Puglia abbiamo mangiato un capitone di mare lungo due metri che ci aveva regalato il pescatore, l’abbiamo farcito con del limone; davvero, è stato un pasto prelibato.

#Achille #Aristotele #DinoVillatico #Eraclito #Esiodo #Euripide #FrancescoPaoloIntini #giorgioLinguaglossa #Ipazia #LucianoCanfora #MarieLaureColasson #Pandora #Parmenide #PercyBShelley #vasoDiPandora #Zeus

Nel capolavoro storico #agora #AlejandroAmenábar ci regala il ritratto di una donna straordinaria. #RachelWeisz interpreta magistralmente #Ipazia matematica e filosofa dell'antica Alessandria, simbolo della cultura e del pensiero razionale in un'epoca di crescente #fanatismo #unofilm #cinema #unocinema #recensioni

https://www.valeriotagliaferri.it/agora-di-alejandro-amenabar/

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“Agorà” di Alejandro Amenàbar | Valerio Tagliaferri

Vite da raccontare

https://edu.inaf.it/rubriche/astrografiche/vite-da-raccontare/

Anche in questo 2025 proponiamo una nuova infografica per raccontare altre quattro donne che hanno contribuito allo sviluppo e alla condivisione della scienza.

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Vite da raccontare – EduINAF

Anche in questo 2025 proponiamo una nuova infografica per raccontare altre quattro donne che hanno contribuito allo sviluppo e alla condivisione della scienza.

EduINAF
Notiziario Anticlericale del 22 Ottobre 2023 – Radio Wombat

Un nuovo #santino autunnale,
laico, riottoso e color delle viole.

Oh divina, sacra e nobile #Ipazia,
con la tua mente che spazia
nell'universo profondo, sazia
le nostre vite con la tua grazia!

https://interstizi.xyz/scrivere/i-santini/ipazia/

Ipazia

Preghiera senzadio, laica e commossa che se Ipazia sapesse si rivolterebbe nella fossa

Notiziario Anticlericale del 6 Agosto 2023 – Radio Wombat

Notiziario Anticlericale del 25 Giugno 2023 – Radio Wombat

Notiziario Anticlericale del 23 Aprile 2023 – Radio Wombat