Penélope

Se sienta en un banco en la terminal

Los ve llegando, se sube mal

Y el verde no aparece...

(Se nos ocurrió mientras esperábamos el ómnibus con mi madre)

#Uruguay #Montevideo #STM #TransportePublico #JoanManuelSerrat #Serrat #Penelope #Música #Music

Discorso di Giuseppe Talia circa la fine della Metafisica e la finalità della nuova poesia, Scambio di Missive fra Tallia (Giuseppe Talìa) e Germanico (Giorgio Linguaglossa). Il Surrealismo in Italia non ha avuto il seguito e la risonanza che altrove. Nella Nuova Ontologia Estetica se ne rinviene più di un barbaglio, anzi, la sovversione dell’ordine pubblico investe anche il privato, nel privato sono custodite le chiavi di ciò che siamo, e se siamo ciò che comunichiamo, nel profondo del nostro luogo (ontologico), “dove non si è e non si dice”, in quel vuoto si situa la nuova poesia

scena di un banchetto

Quando parlo della Poetry Kitchen mi vengono in mente due movimenti principali dello scorso Novecento: il Futurismo e il Surrealismo comparati con l’attuale situazione mondiale, dalla lotta al Covid19, alla lotta (?) alle disuguaglianze, alla guerra in Ucraina, alla crisi energetica e alla minaccia nucleare. Le assonanze con i due movimenti sono parecchie ma con i dovuti distinguo e con la dovuta consapevolezza che lo spazio aperto dalla« nuova poesia» riconosce la base della propria epitrope.

La domanda di Giorgio Linguaglossa sulla «fine della Metafisica», forse a mio avviso andrebbe chiarita, penso che Giorgio non intenda la fine tout court della Metafisica, piuttosto un ricambio metafisico, così come è stato da sempre, essendo la metafisica connaturata all’uomo, ed è la metafisica che ci fa comprendere ciò che altrimenti non comprenderemmo. Non si prescinde dalla metafisica, quale che essa sia. Mi sembra che la definizione di «metafisica disillusa» di Roberto Bertoldo calzi bene nel contesto; in effetti, la poetry kitchen ha il merito di porre alcune domande fondamentali che non sono quelle maggioritarie che si attestano su posizioni personalistiche e che hanno esaurito la loro accidia nichilista.

La velocità, che era un caposaldo del movimento Futurista, è rinvenibile nei componimenti Kitchen: l’oggettuale rapporto con i media attraverso i dispositivi tattili, l’esautorarsi della diffusione e condivisione di miriadi di dati privi apparentemente di un senso globale, la nascita e la morte subitanea di ogni notizia a cui si sommano le fake news e le notizie non notizie, sono tutti sintomi, diremmo conclamazioni della «riduzione del Reale da trauma a spettro» (Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Progetto Cultura, 2022, pag 45).

A differenza del Futurismo, i poeti Kitchen non sono interventisti e, al pari dei Surrealisti, ripudiano la guerra come anche l’idea stessa di conflitto per il potere. Le immagini in movimento, il tono canzonatorio, la disillusione, le onomatopee, la personificazione, sono la più moderna dislocazione in luogo della semplice velocità; il traslato nella Poetry Kitchen è sostanzialmente ubiquo, la catena degli eventi si mescola agli oggetti e alle emozioni con differenti combinazioni di immagini pescate alla rinfusa tra la miriade di immagini e discorsi a cui siamo costantemente sottoposti.

La Poetry Kitchen non è una corrente mi si dice, piuttosto un ricambio d’aria, di quelli che si rendono necessari di questi tempi per la prevenzione della propagazione del virus. La nuova aria si sintetizza in questa affermazione: la poetry kitchen adotta la fantasy dell’immaginario come supporto dell’ordine pubblico; ma questo è solo una finzione, un capovolgimento, in realtà la prassi kitchen agisce in vista del disordine pubblico. (Ibidem, Pag. 47).

In che termini però si parla di disordine pubblico? Lungi dall’essere rivoluzionaria e anarchica, nella più aderenza dei termini, la Poetry Kitchen non sembra avere nessun impegno politico, nessun motore pulsionale verso l’identificazione in uno schieramento politico piuttosto che in un altro, semmai si limita a registrare con critica totale ed integrale, questo sì, la fine, la chiusura dell’impegno, come lo si conosceva nel recente passato, per il suo fallimento su tutta la linea. La conseguenza di ciò è che le categorie dell’illusione e dell’abbaglio prendono il posto della certezza e della verità.

La particolarità rivoluzionaria della Poetry Kitchen, se proprio vogliamo rilevarla, risiede piuttosto nell’età media dei poeti che la compongono nella compagine attuale. È rilevante come la svolta, il turn over non sia partito dai giovani poeti ma da un nucleo fondativo che va oltre i settant’anni di età.

Il Surrealismo in Italia non ha avuto il seguito e la risonanza che altrove. Nella Nuova Ontologia Estetica se ne rinviene più di un barbaglio, anzi la sovversione dell’ordine pubblico investe anche il privato, nel privato sono custodite le chiavi di ciò che siamo, e se siamo ciò che comunichiamo, nel profondo del nostro luogo, “dove non si è e non si dice”, in quel vuoto si situa il rimedio della poetry kitchen.

Penso che siano tanti i punti di denuncia e i rilievi che la poetry kitchen rivela e pone nel quadro della “zona -catastrofe” che sta investendo l’Occidente. L’angoscia che ne deriva annichilisce i presupposti una volta caduti i prefissi, post-moderno, post-contemporaneo, post-human, che non facevano altro che rimandare nel tempo, spostare il punto un’asticella più in là piuttosto che dibatterlo. Dopo la posteriorità non rimane che la negazione, l’annullamento: “il non-desiderio che produce la non-angoscia.”

La non-poesia produce l’effetto catarifrangente della dispersione dell’io poetico in un non-io poetico, mascherato, ovviamente, falso e consapevole dell’irreparabilità dell’Ente che non ha più una casa certa nel non-luogo.

Il peso relativo del vuoto e dell’insignificanza vanno di pari passo con il risultato della loro somma la quale dipende dall’abbondanza isotopica, vale a dire dalla differenza di massa. Ogni autore dell’Antologia Poetry Kitchen (Ed. Progetto Cultura, 2022) ha un proprio peso specifico nella ricerca dell’isotopo con cui provare a riempire lo spazio vuoto, affinché si creino i movimenti, gli scambi, le collusioni, l’entanglement, i cortocircuiti narrativi e i droni dell’ubiquità. Alla luce di quanto detto, «prendere una carota e renderla poetica cucinandola» (dizione di Roberto Bertoldo), mi sembra un impegno da non sottovalutare se si guarda alla poesia italiana contemporanea maggioritaria dove si prende un cetriolo e si cerca di renderlo poetico facendolo passare per un crumble alle mele.

Penso di capire l’affermazione sul minimalismo impegnato sul sociale e fondato sulla quotidianità che Roberto Bertoldo rileva nella poetry kitchen, in effetti mancano nel kitchen tutte le categorie estetiche “alte” preferendo alle note alte altre note, i discorsi si muovono su piani bassi, la cloche della barra di comando è posizionata sul sorvolare invece che sull’impennarsi, non tanto per soprassedere quanto per fotografare reale e irreale, ne viene che le immagini catturate non combaciano del tutto, perché la velocità con cui il Reale-reale e quello supposto cambiano, rende quasi impossibile far combaciano i tasselli, l’immagine risulta sgranata e dai contorni non ben definiti. L’uso del distico, in questo caso, agevola la parallasse e incita l’epitrope a tendere continui agguati, a superare l’accidia nichilista. Spostare i foni del bel canto in una scacchiera sostanzialmente a-metrica, produce il disallineamento degli accenti che si posizionano non più in una funzione suasoria ma distopica.

(Giuseppe Talìa)

Poesia di Giuseppe Talìa

Tallìa
19 dicembre 2019 alle 20:24

Caro Germanico,

sono molto preoccupato. Giorgio Linguaglossa
non è più quello di prima, È diventato un buono

perdona tutti, perdona anche le mie intemperanze
invece di ributtarmi nel vuoto da cui vengo.

Dice che anche il vuoto è una “cosa”, una cosa che
Contiene il vuoto stesso come un vaso che contiene

La presentificazione e il paradosso del pieno e del vuoto.
Tu lo capisci? Farnetica che la verità è più potente

Della verità stessa. Non ti pare, Germanico, delirante
Il pensiero per cui la verità che di per sé non esiste

Possa esistere in un fondo veritativo? E poi frequenta
Piazze dell’Urbe colme di sardine inneggiando

Ad un rinnovamento che dal profondo dei mari terrestri
Possa riportare questa nostra società malata di memoria

A lungo termine dal Nulla al Tutto e che il Tutto possa comunicare
Con il Tutto. Non ti pare la metonimia un sintomo grave?

Lo tengo d’occhio e ti dirò nella mia prossima.

scena erotica

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Germanico 

caro Tallia,

Aggiungi un posto a tavola.
A capo tavola.
C’è la Signora Morte in libera uscita.

Giuseppe Talìa

Tallia
26 dicembre 2022 alle 16:58

Caro Germanico,

Linguaglossa è definitivamente impazzito.
Tiene in frigo i libri che dovrà buttare

– Tra i tanti che ne riceve – e il fagiolino,
Uno dei due fagiolini presenti nella stanza,

È colmo di copertine classificate secondo
I dolci tradizionali: primo fra tutti il libum,
e a seguire i luncunculus, i globus,
la cheescake di Catone.

I libri sulla consolle invece li fotografa,
dice che bisogna tenerne memoria.

Per la prossima Sigillaria, ha pensato bene
Di comprarsi un assistente vocale, un DOT.

– Patrizi, plebei, liberti, persino gli schiavi
hanno degli altoparlanti intelligenti.

– Alexa o Google Assistant?
– Non è una decisione da poco.

Mi disse, mentre eravamo sul ciglio
Di un burrone sull’Aventino.

– Lei (si può dire lei?) è una palla.
– Lui (si può dire lui?) è un mattone.

– Lei chiacchiera tanto.
– È come avere un supermercato
In casa.

– Lui è più conciso. Gli chiedi la temperatura
Esterna e ti dà un numero.

– Lei, invece aggiunge la media e la massima,
E per domani…

– A casa di Servius Gaulenti ho chiesto,
– Alexa hai fame?
– Mi ha risposto che purtroppo
Non mangia e non beve, ma
Che è contenta se io mangio
E bevo.

-Ho fatto la stessa domanda a lui.
-Mi ha risposto no.”

-Capirai Tallia, è l’evento linguistico
Che ti dà la misura del sublime tecnologico.”

Nel frattempo, si aiuta con gli antiociani:

-Prevengono ictus, combattono la ritenzione,
Rafforzano le difese, come per l’Augusta.

Va dicendo a spron battuto.

Come dargli torto.

Il dio Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, giunge in forma umana a Tebe, patria della madre

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Germanico

caro Tallia,

Lunedì arriva Odisseo
L’Eroe dei due mondi ha mal di denti
Ha fatto un podcast al ministro Piantedosi sul reddito di cittadinanza
Un telegramma da palazzo Chigi
È il ministro Salvini che diffida l’eroe ad intraprendere un altro viaggio per l’Egeo, ha già fatto tanti guai in quel di Troia
Gli ha chiesto:
«Come sta la prostata?»
«Diomede?, i tuoi accalappiacani?»
«Tutti salvi i tuoi manigoldi?»
«Quel soldato fannullone, come si chiamava, ah sì, Omero?»

La regina Penelope gli scrive un telegramma:
«caro Odisseo,
mi dicono che Circe ti ha piantato
s’è invaghita del Segretario di Stato Antony Blinken…
continua pure il viaggio per mare
ad Itaca c’è l’inflazione
i prezzi dei generi alimentari sono alle stelle, il Nord Stream 1 non pompa più gas e anche ad Ogigia – mi dicono – c’è carenza di liocorni e di limoni!»
«Se Ogigia piange, Itaca non ride!», gli risponde Diomede un altro eroe dell’Egeo dalla nave ammiraglia

Il pappagallo Proust dall’attaccapanni di casa Linguaglossa, il 31 dicembre del 2022, ha così commentato le vicende post-troiane:
«Off shore Opt out»

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.; con il medesimo editore nel 2017 esce la raccolta poetica La Musa Last Minute. È uno degli autori presenti nella Antologia Poetry kitchen e nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022.

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Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma (via Pietro Giordani, 18 – 00145). Per la poesia esordisce nel 1992 con Uccelli (Scettro del Re), nel 2000 pubblica Paradiso (Libreria Croce). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura “Poiesis” che dal 1997 dirigerà fino al 2006. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di “Poiesis”. È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle). Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: “È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo”», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, per le edizioni EdiLet pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italia-no/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 escono la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma), nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019. Nel 2002 esce  l’antologia Poetry kitchen che comprende sedici poeti contemporanei e il saggio L’elefante sta bene in salotto (la Catastrofe, l’Angoscia, la Guerra, il Fantasma, il kitsch, il Covid, la Moda, la Poetry kitchen). È il curatore della Antologia Poetry kitchen e del volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. Nel 2014 ha fondato e dirige tuttora la rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com  con la quale, insieme ad altri poeti, prosegue la ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia meta stabile dove viene esplorato  un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia delle società signorili di massa, e che prenda atto della implosione dell’io e delle sue pertinenze retoriche. La poetry kitchen, poesia buffet o kitsch poetry perseguita dalla rivista rappresenta l’esito di uno sconvolgimento totale della «forma-poesia» che abbiamo conosciuto nel novecento, con essa non si vuole esperire alcuna metafisica né alcun condominio personale delle parole, concetti ormai defenestrati dal capitalismo cognitivo.

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Il Fatto Quotidiano: “Mi sono sposato con Veronica solo per vincere Amici ed ereditare i soldi? Parlate ma non sapete un ca**o”: lo sfogo di Andres Muller contro gli haters

Andreas Muller, ballerino e coreografo, vincitore di Amici 16, ha affidato ai social un video-sfogo per rispondere ai numerosi haters che ogni giorno affollano con commenti non proprio carini i suoi profili. “Sono dichiaratamente omosessuale ma mi sono sposato con Veronica Peparini per vincere Amici, aprire il mio negozio, comprarci l’attico ed ereditare tutti i suoi soldi – esordisce Muller, ripetendo alcuni dei commenti odiosi ricevuti – Parlate ma non sapete un ca**o“.
Il ballerino quindi dice che “è arrivato il momento di dare spiegazioni”: “Ho vinto Amici grazie a Veronica? Penso non abbia questo potere, la mia vittoria è accaduta sotto gli occhi di tutti, se oggi mi si vuole accreditare il titolo di raccomandato, me lo accollo”.
“Io di Veronica mi sono innamorato perché mi piace, ci amiamo – dice ancora – Poi io capisco che siete abituati a coppie che nascono e scoppiano, ma se io mi sono innamorato della “vecchia” è una colpa? Con lei ho avuto le mie due figlie, Ginevra e Penelope che a detta vostra sono oscene”. Muller quindi difende le due piccole: “Io capisco criticare il personaggio, il talento, ma arrivare a parlar male di due bambine…siete rovinati“.
Quindi risponde a un’altra delle accuse: “Mi sono fatto aprire il negozio? Non è andata così, l’ho aperto con i miei soldi, di questo sono fiero e di certo non devo rendere conto a nessuno. Ho iniziato a lavorare a 15 anni e mi sono fatto il culo da solo. Il mio lavoro da ballerino mi ha portato a guadagnare soldi”.
“Avete una vita talmente vuota che dovete per forza screditare gli altri”, conclude Andreas rispondendo direttamente agli haters, augurando invece tutto il bene “a chi c’è sempre stato”.
L'articolo “Mi sono sposato con Veronica solo per vincere Amici ed ereditare i soldi? Parlate ma non sapete un ca**o”: lo sfogo di Andres Muller contro gli haters proviene da Il Fatto Quotidiano.

“I got married to Veronica just to win Friends and inherit the money? You guys talk but you don’t know a damn thing”: Andres Muller’s rant against the haters.

Andreas Muller, dancer and choreographer, winner of Amici 16, has given a video-confession to social media to respond to the numerous haters who daily flood his profiles with not-so-nice comments. “I am openly gay, but I married Veronica Peparini to win Amici, open my shop, buy the penthouse, and inherit all her money – Muller begins, repeating some of the hateful comments received – You talk, but you don't know a damn thing.”

The dancer then says that “it’s time to give explanations”: “Did I win Amici thanks to Veronica? I don’t think she has that power; my victory happened before everyone’s eyes. If today you want to credit me with the title of ‘recommended,’ you can take it.”

“I fell in love with Veronica because I like her, we love each other – he says again – Then I understand that you’re used to couples that are born and break up, but if I fell in love with the ‘old’ one, is that a fault? With her, I had my two daughters, Ginevra and Penelope, whom you apparently find obscene.” Muller then defends the two little ones: “I understand criticizing the character, the talent, but to speak badly of two children…you’re ruined.”

He then responds to another accusation: “Did she open the shop for me? It didn't go that way; I opened it with my own money, and I’m proud of it, and I certainly don’t have to account to anyone. I started working at 15 and I’ve made it myself. My work as a dancer has brought me to earn money.”

“You have such a empty life that you have to discredit others,” concludes Andreas, responding directly to the haters, wishing all the best “to those who have always been there.”

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/10/mi-sono-sposato-con-veronica-solo-per-vincere-amici-ed-ereditare-i-soldi-parlate-ma-non-sapete-un-cao-lo-sfogo-di-andres-muller-contro-gli-haters/8251765/

“Mi sono sposato con Veronica solo per vincere Amici ed ereditare i soldi? Parlate ma non sapete un…

Il ballerino risponde agli haters: "Avete una vita talmente vuota che dovete per forza screditare gli altri"

Il Fatto Quotidiano

La poesia di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) ricolloca la realtà in una dimensione in cui il rapporto fra oggetto e nome è destabilizzato. Nel momento in cui la lingua “viva” dei contemporanei appare morta, solo una lingua effettivamente “morta” può essere riattivata come organismo poetico

La posizione di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) all’interno della poesia italiana del secondo Novecento appare oggi come una linea di rottura, una faglia linguistica non assimilabile a nessuna delle linee dominanti della lirica del suo tempo: né allo sperimentalismo d’ascendenza neoavanguardistica, né al post-minimalismo diaristico, né alla linea elegiaca che ha continuato a egemonizzare la percezione della poesia italiana del dopoguerra. Ciò che immediatamente sorprende è che la sua opera, pur costruita sulla consapevolezza di un’alterità linguistica radicale, non assume mai l’auto compiacimento del gesto manieristico, ma tende invece a porre il linguaggio poetico davanti al proprio limite ontologico: non semplicemente la ricerca di una nuova lingua, ma l’accettazione dell’idea che la lingua sia ormai un corpo esanime, una lingua morta, e che solo come tale possa ritrovare nel capovolgimento operato dalla poetessa siciliana una forma di verità. Le parole, nella sua poesia, non vivono nella naturalità di un parlato riconoscibile, ma nella densità di un’epidermide consunta, simile a quel «merletto di vetro di Murano» con cui viene descritta una città nella lettura critica di Linguaglossa, immagine che rende con precisione la fragilità del mondo poetico di Madonna.

Uno dei punti in cui la poetessa dichiara più esplicitamente la sua distanza dalla normologia poetica contemporanea è il rifiuto del «favellare» e del «balbo balbutire» dei «famuli»; un rifiuto che risuona come condanna dell’idiolettismo poetico postmoderno: «Tutto questo favellare, tutto questo balbo / balbutire, mi è ostico – lo capisci? / La lingua dei famuli – lo capisci? / La detesto.». Qui Madonna disvela la propria insofferenza per un linguaggio ridotto a superficie comunicativa, incapace di sostenere un pathos o una tensione metafisica. L’io poetico, lungi dal porsi come centro organizzatore di un’esperienza autobiografica, appare decentrato, quasi un residuo linguistico tra altri residui. Nelle fasi più mature della sua produzione, il soggetto non è che una funzione dell’enunciazione, «un mero accadimento del linguaggio», come rileva Linguaglossa, costretto a muoversi in un ordine proposizionale che non ammette più l’illusione di un referente stabile.

L’ermeneutica proposta da Linguaglossa insiste molto sulla categoria del «significante fluttuante», mutuata da Lévi-Strauss. In effetti, alcune immagini di Madonna mostrano una deliberata sospensione semantica. Il verso: «Il buio chiede udienza alla notte daltonica», opera una torsione metaforica che mantiene le parole in uno stato di reciproca eccedenza: né “buio” né “notte” aderiscono a un referente riconoscibile, ma entrano in una relazione di sovrapposizione che produce un eccesso di senso. L’immagine si struttura come un campo di tensioni: da un lato, la personificazione del buio, dall’altro, il cromatismo paradossale della “notte daltonica”, che nega il fondamento percettivo della notte stessa. In ciò si manifesta l’elemento più caratteristico della poetica di Madonna: lo spaesamento semantico non come gioco retorico, ma come condizione antropologica.

Quando Madonna afferma che «il mare è un aquilone che un bambino / tiene per una cordicella» – immagine discussa da un lettore e difesa da Linguaglossa – non produce semplicemente un effetto surrealistico, ma ricolloca la realtà in una dimensione in cui il rapporto fra oggetto e nome è destabilizzato. La sua poetica sembra prendere le mosse da ciò che la filosofia del Novecento ha chiamato la crisi del referente: non la rappresentazione del reale, ma la sua collocazione in un sistema simbolico che non garantisce più alcuna presa sulla realtà stessa.

Anche la prima fase della sua opera, quella di Stige, conferma questa vocazione alla dislocazione linguistica. La scelta di un «neolatino» (dizione di Amelia Rosselli) o «tardo latino ingobbito» (dizione di Giorgio Linguaglossa), non è un mero esercizio di stile filologico, ma una strategia ontologica: nel momento in cui la lingua “viva” dei contemporanei appare morta, solo una lingua effettivamente “morta” può essere riattivata come organismo poetico. Ne derivano formule come «invetrare e invetriare una lingua tutta nostra / che sia monda dagli stilemi del peccato / e dall’usura delle stelle», che esprimono un programma di purificazione semiotica: togliere al linguaggio la patina dell’uso, fargli riacquistare la scintillante fragilità del vetro.

La poetessa affronta spesso, nelle composizioni più tarde, figure emblematiche della tradizione occidentale – Penelope, Ipazia, Teodora, il Console dell’impero tardo – che sembrano emergere come proiezioni di un io plurale, intertemporale. Nel testo su Penelope si legge: «La storia di Omero non ci convince / Omero è un bugiardo, ha mentito». Tale giudizio, apparentemente sacrilego, è in realtà un’operazione critica: rifiutare l’ambiguità originaria della narrazione omerica, che fonda l’epos sulla menzogna, equivale per Madonna a sottrarre il linguaggio all’ideologia del racconto. Qui l’interpretazione di Linguaglossa coglie un punto essenziale nel rapporto tra mito, inganno e linguaggio, anche se forse tende a teleologizzare troppo il gesto della poetessa, leggendo in esso un rifiuto integrale della narrativa occidentale. In realtà, Madonna non abolisce il mito, ma lo reinventa sottraendolo alla struttura lineare del racconto per collocarlo in un tempo circolare, ellittico, quasi una «curvatura dello spazio-tempo», come Linguaglossa stesso osserva altrove.

La sua scrittura poetica procede infatti per scarti, ellissi, orbite linguistiche, come se la continuità del discorso fosse corrosa da una forza gravitazionale interna al linguaggio stesso. L’io che parla dalla clausura di Stige – «Non erubesco meae miseria / plango non esse quod fuerim» – non descrive una condizione psicologica, ma afferma la propria esistenza come residuo linguistico, come frammento di una lingua che rimpiange ciò che non può più essere.

Il rifiuto della salvezza, inoltre, è posto come un atto quasi teologico: «Io invece penso che il mondo non sarà / salvato affatto. / Non ci sarà nessuno a salvare il mondo. / E questa sarà la sua salvezza.». È una formula che richiama certe intuizioni gnostiche: il male non può essere redento perché la redenzione stessa è parte del dispositivo che lo perpetua. In questo contesto, la scelta di una lingua «in frigorifero» (per usare l’immagine efficace di Linguaglossa) assume un valore etico prima ancora che estetico: l’unica forma di resistenza possibile alla degradazione del linguaggio è la reinvenzione di un linguaggio che, paradossalmente, cessa di volersi vivo. Madonna costruisce un linguaggio morto come antidoto speculare al linguaggio dei suoi contemporanei.

Quanto alla domanda se l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa sia “azzeccata”, la risposta non può essere univoca. Linguaglossa coglie con lucidità il tratto fondamentale della poesia di Madonna: la sua appartenenza a una condizione post-storica in cui la lingua diventa il luogo dell’interrogazione radicale, mai consolatoria, mai auto referenziale. La lettura linguaglossiana sui «significanti eccedenti», sulla «sospensione semantica», sulla «lingua morta» resuscitata come gesto di libertà, sono pertinenti e spesso illuminanti. Tuttavia, il critico romano tende talvolta a inscrivere Madonna in un paradigma teorico – quello di precursore della “Nuova Ontologia Estetica” – che rischia di sovradeterminare la lettura dei testi, trasformando la poesia di Madonna in un tassello coerente di un sistema ermeneutico. Madonna, invece, è meno sistematica, più ellittica, più irregolare, più sfuggente di quanto l’ermeneutica linguaglossiana, pur brillantissima, lasci intendere. La sua opera non si lascia mai del tutto afferrare da un modello poetico; è e resta un corpo linguistico anacronistico, irriducibile, di cui la critica può intuirne le orbite ma non stabilire completamente l’equazione.

In definitiva, la grandezza di Maria Rosaria Madonna consiste nel fatto che la sua poesia, attraversando lingue morte, lingue resuscitate dalla decomposizione, Lingue inventate e invetriate ci parla da una lontananza abissale: della morte del linguaggio dei suoi contemporanei, riuscendo così, paradossalmente, a restituire alla parola poetica un nucleo di verità: contrapponendo la sua estrema fragilità alla forza poderosa dei linguaggi del contemporaneo. Ed è proprio questa fragilità, questo stare “tra” (metaxy), tra Atene e Gerusalemme (dizione di Zagajevsky), che la rende la voce forse più originale e ancora da comprendere appieno del secondo Novecento italiano. Propongo qui la lettura delle poesie successive a Stige (1992) e scritte, verosimilmente, attorno agli anni 2000.

(Gino Rago)

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A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (1942-2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse con la sigla editoriale «Scettro del Re» l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige. A quel tempo avevo pensato di tentare l’impresa editoriale, e infatti decisi di pubblicare senza indugio il libro di Madonna con la quale intrattenni poi dei rapporti epistolari anche per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai lo scartafaccio di Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Madonna era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, la poetessa sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con sedici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento. Sempre scontenta di sé, Madonna rottama un bel mannello di poesie di Stige (quelle a pagina 52, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60 e 61) e sottopone a riscrittura molte altre composizioni. Per la presente edizione (del 2018) ho adottato il criterio di inserire nelle «Poesie inedite» (1992-2000) le composizioni sottoposte a riscrittura in quanto devono essere considerate a tutti gli effetti poesie «nuove»; il gruppo “Poesie inedite” (2000-2002), raccoglie invece le rare composizioni degli ultimi anni della sua vita dove si nota l’abbandono della caratteristica effrazione semantica delle poesie in «neolingua» di Stige, l’utilizzo di un linguaggio  più snodato, una sintassi più elastica, un avvicinamento al piano del «quotidiano», l’inserimento del «parlato» e del «dialogo», una poesia più colloquiata,  un maggiore innesto di metafore, tutti elementi che contrassegnano l’avvenuta mutazione dello stile che si muove adesso in direzione della assimilazione di un linguaggio quasi prosastico e il frequente ricorso ad immagini, un avvicinamento agli «oggetti» posti nello spazio, anzi, strutturati dentro lo spazio, un coglimento degli «oggetti» che rispetta loro irriducibile alterità rispetto all’espressione linguistica. (Giorgio Linguaglossa)

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Parlano la nostra stessa lingua i Galli?

Si sono riuniti in Senato il Console
con i Tribuni della plebe
e i Legati del Senato… c’è un via vai di toghe
scarlatte, di faccendieri
e di bianche tuniche di lino dalle dande dorate
per le vie del Foro…
Qualcuno ha riaperto il tempio di Giano,
il tempio di Vesta è stato distrutto da un incendio
alimentato dalle candide vestali,
corre voce che gli aruspici abbiano vaticinato infausti presagi
che il volo degli uccelli è volubile e instabile
e un’aquila si sia posata sulla cupola del Pantheon
che sette corvi gracchiano sul frontone del Foro…
corrono voci discordi sulle bighe del vento
trainate da bizzosi cavalli al galoppo…
che il nostro esercito sia stato distrutto.

Caro Kavafis… ma tu li hai visti in faccia i barbari?
Che aspetto hanno? Hanno lunghe barbe?
Parlano una lingua incomprensibile?

E adesso che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?
Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?

Requisitoria del vescovo di Alessandria Cirillo “adversus Ipazia”(*)

Parla Ipazia dell’ordine delle stelle!?
(Dell’ordine delle stelle!?)
Ci dica Ipazia: per chi brilla la stella del vespero!?
E quella del mattino!?
Per chi brilla la stella del mattino!?
Per me? Per voi? Per noi tutti?
(Per noi tutti!?)
O forse per nessuno!?

Come può la pagana Ipazia parlarci delle stelle fisse!?
Tiene forse Ipazia l’inventario delle stelle!?
Cammina forse Ipazia con una stella sulla sua testa!?
Come può la sua bocca parlare con le stelle!?
Osa la sua bocca parlare con le stelle!?
Con le stelle!?
Afferma Ipazia che l’algida luna è nient’altro
che polvere di stelle!?
Che la luna è un ammasso di polvere!?
Che brilla di luce riflessa!?
Che essa è vera e non vera!?
Che essa è fatta di polvere e di acqua
Come il nostro mondo sublunare!?
Che non c’è resurrezione della carne!?
Che un mortale non può diventare immortale!?
Davvero, Ipazia afferma questo!?
Che un immortale non può indossare panni mortali!?
Davvero, Ipazia afferma questo!?

Che cosa ci dice la sua matematica?
E sul movimento degli astri?
Che gli astri si muovono intorno al sole?
Di grazia, parla Ipazia con le sfere celesti?
Osa asserire questo Ipazia?
Come può la sua bocca parlare?
Come può la sua bocca bestemmiare?
Si ricreda (Ipazia!), resti nel gineceo o prenda marito
E abbracci la fede di Cristo!
Rinneghi Ipazia la sua matematica!
Si ricreda Ipazia!
Prima che sia
Troppo
Tardi

(*) 415 dopo Cristo. La filosofa Ipazia cammina per le vie di Alessandria d’Egitto tra due ali di folla festante che rende onore alla scienziata. È avvolta in una tunica bianchissima che le avvolge il bellissimo corpo. Dietro l’angolo, in un vicolo, il vescovo Cirillo aizza all’assassinio della filosofa una torma di parabolani, i fanatici aguzzini della nuova fede che la uccideranno smembrandole il corpo.

Autodifesa dell’imperatrice Teodora

Procopio? Chi è costui? Un menagramo, un bugiardo,
un calunniatore, un furfante.
Non date retta alle calunnie di Procopio.
È un bugiardo, ama gettare fango sull’imperatrice,
schizza bile su chiunque lo disdegni; è la bile
dell’impotente, del pervertito.

Ma è grazie a lui che passerò alla storia.
Sono la bieca, crudele, dissoluta, astuta Teodora,
moglie dell’imperatore Giustiniano, la padrona
del mondo orientale.
E se anche fosse vero tutto il fango che Procopio
mi ha gettato sul volto?
Se anche tutto ciò corrispondesse al vero? Cambierebbe qualcosa?

È stata mia l’idea di inviare Belisario in Italia!
È stata mia l’idea di un codice delle leggi universali!
E di mettere a ferro e a fuoco l’Africa intera.
Soltanto i morti sono eterni, ma devono essere
morti veramente, e per l’eternità affinché siano tramandati.
Un tradimento deve essere vero e intero perché ci se ne ricordi!
Voi mi chiedete:

«Che cosa penseranno di Teodora nei secoli futuri?».
Ed io rispondo: «Credete veramente che i posteri abbiano
tempo da perdere con le calunnie e le infamie di Procopio?
Che costui ha raccolto nei retrobottega di Costantinopoli
tra i reietti e i delatori della città bassa?».

Ebbene, sì, ho calcato i postriboli di Costantinopoli,
lo confesso. E ciò cambia qualcosa nell’ordito del mondo?
Cambia qualcosa?
Il potere delle parole? Ve lo dico io: esso è
debole e friabile dinanzi al potere delle immagini.
Per questo ho ordinato di raffigurare l’imperatrice Teodora
nel mosaico di San Vitale a Ravenna, nell’abside,
con tutta la corte al seguito…
E per mezzo dell’arte la mia immagine travalicherà l’immortalità.
Per l’eternità.

«Valuta instabile», direte voi.
«Che dura quanto lo consente la memoria», replico.
«A dispetto delle calunnie e dell’invidia di Procopio».

La reggia che fu di Odisseo

Che cosa vogliono i proci che frequentano
la reggia che fu di Odisseo?
E che ci fa sua moglie Penelope
che di giorno tesse la tela con le sue ancelle
e di notte tradisce il suo sposo
nel letto dei giovani proci?

Sono passati dieci anni dalla guerra di Troia
e poi altri dieci.
I proci dicono che Odisseo non tornerà.
Nel frattempo si godono a turno Penelope,
la loro sgualdrina.

Si godono la reggia e la donna del loro re
sapendo che mai più tornerà.
Forse, Odisseo è morto in battaglia
o è naufragato in qualche isola deserta
ed è stato accoppato in un agguato.

La storia di Omero non ci convince
non è verosimile che un uomo solo
– e per di più vecchio –
abbia ucciso tutti i proci, giovani e forti.

La storia di Omero non ci convince.
Omero è un bugiardo, ha mentito,
e per la sua menzogna sarà scacciato dalla città
e migrerà in eterno in esilio
e andrà di gente in gente a raccontare
le sue fole…

Il tribuno della plebe Gabirio

C’è sempre un senatore, un impostore, un Gabirio
al quale puoi rivolgere doleances, istanze, protocolli, anfibologie…
Di notte, il tribuno Gabirio si lima le unghie smaltate
e si umetta le guance di cinabro,
con l’ausilio di una spugna del mar Morto
assiso scosceso sulla lettiga dalle bianche tende
portata a spalle da quattro poderosi schiavi mori
scorrazza per l’Urbe alla ricerca di efebi virili.

Deambula, il tribuno, a fatica con il ventre prominente
e le pachidermiche natiche…
dicono gli iettatori a causa di una sciatalgia…
ma è una bugia buona per gli oziosi.

Di giorno, evita Gabirio di mostrarsi in pubblico
con il purpurisso strofinato sulle labbra
e imbrattato di cerusso il faccione torbido,
e la culotte di trine indossa sotto la candida tunica
raccolta con un nodo sulla spalla.
Ma noi suoi commensali e compagni di prebende
che sappiamo il suo sordido vizio
ai posteri volentieri ne consegniamo notizia
per sua imperitura nequizia.

Dicono gli iloti che il tribuno Gabirio ami il suo delirio
più delle ostriche d’Egitto e del pasticcio di anguille della Giudea.
Dicono le male lingue che nel bel mezzo del convito,
Gabirio con la bocca infarcita di fagiani
al miele e di conigli in umido,
trovi la sua migliore e più imponderabile ispirazione,
una sordida ispirazione per le sue miserabili vanterie,
dice Gabirio di essere il più grande dei poeti dell’Urbe
e che i suoi versi lo scorteranno verso l’eternità.
Al di là del peristilio della sua villa
postulanti in fila attendono il proprio turno:
tanti, troppi questuanti, troppi contenziosi
che il tribuno deve sbrogliare…

Una folla maleodorante di questuanti illirici,
faccendieri greci e banausici etruschi
che parla lingue incomprensibili
e si accalca e sgomita sulla pubblica via…
(nutro dei dubbi sulla solidità della loro spina dorsale)

Una schiera variegata e interminabile…
che chiede udienza, presenta memorie
ed istanze, reclama mercedi…
che scalpita come il cavallo Incitatus e offre
i propri innominabili servigi.
Venere li conduce, Mercurio li divide, e Marte,
non ne dubito, farà il resto.

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