La Tomba François di Vulci è dello Stato: 170 anni dopo la scoperta, un capolavoro della pittura etrusca ora è di tutti

S&A

Le pitture della Tomba François di Vulci sono entrate ufficialmente nel patrimonio dello Stato italiano. L’acquisizione si è perfezionata il 29 maggio con la firma dell’atto di compravendita avvenuta al Ministero della Cultura alla presenza del ministro Alessandro Giuli. Un’acquisizione da 15 milioni di euro — una delle più rilevanti degli ultimi decenni nel campo dei beni culturali — che chiude una vicenda lunga quasi due secoli e restituisce alla collettività uno dei massimi capolavori della pittura etrusca e, più in generale, dell’arte antica del Mediterraneo. Dal 25 giugno 2026 il ciclo pittorico sarà visibile in modo permanente al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Una scoperta che lasciò senza parole

L’ipogeo dei Saties — universalmente noto come Tomba François — venne scoperto nella primavera del 1857 dall’archeologo fiorentino Alessandro François che, in società con Noël des Vergers, conduceva una serie di campagne di scavo nella necropoli di Vulci. La data precisa è il 1° maggio 1857, e la location è la necropoli di Ponte Rotto, nei terreni che appartenevano al principe Alessandro Torlonia, nell’area dell’odierna provincia di Viterbo.

Nestore foto: (C) MiC

François annotò che le pareti “erano coperte di eccellenti pitture” che gli ricordavano “i bei tempi del Botticelli e del Perugino”. Soltanto i nomi in etrusco apposti presso le figure gli chiarirono che ci si trovava di fronte a un’opera antica e non del Rinascimento. Una confessione che dice tutto sulla straordinaria qualità di quella pittura: capace di ingannare, almeno per un attimo, uno studioso esperto.

La tomba apparteneva alla potente famiglia etrusca dei Saties di Vulci, una ricchissima famiglia gentilizia che commissionò un grandioso sepolcro monumentale: il dromos di accesso è imponente, con i suoi 31,5 metri di lunghezza, lungo i quali si aprono tre camere secondarie e un’edicola funeraria.

Vel Saties e Arnza foto: (C) MiC

L’architettura: un ipogeo dalla pianta complessa, scavato nel tufo

La tomba è un ipogeo dalla pianta articolata e complessa, con sette camere funerarie che si sviluppano attorno a un grande vano centrale. La struttura segue uno schema a T rovesciata: dall’atrio centrale si diramano i vani laterali, ciascuno con funzioni e decorazioni proprie.

Stupende anche le strutture: alcune camere presentano soffitti a spiovente con columen in rilievo, mentre la stanza III ha un soffitto a cassettoni con al centro il volto di Charun (il Caronte etrusco). Una scelta non casuale: il dio psicopompo sorveglia dall’alto proprio il vano in cui si svolge la scena più drammatica dell’intero ciclo.

Ricostruzione della posizione originaria degli affreschi nella sala centrale della tomba – Di Arch. S. Bruba ? – Friedhelm Prayon: Die Etrusker. Jenseitsvorstellungen und Ahnenkult. Philipp von Zabern, Mainz 2006, ISBN 3-8053-3619-5, S. 91., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65601207

Gli affreschi, disposti su uno strato di cocciopesto, erano interrotti soltanto dalle cornici delle porte. La tecnica del cocciopesto — un intonaco a base di calce mescolata con frammenti di cotto finemente macinati — garantiva una superficie compatta, leggermente porosa, ideale per accogliere i pigmenti. Il livello artistico delle pitture sul tablino e sulle storie omeriche è molto elevato, con l’uso di velature e prospettive, frutto probabilmente della mano di un pittore di scuola ellenistica.

Il ciclo pittorico: mito greco, storia etrusca e identità aristocratica

foto: (C) MiC

La decorazione della Tomba François è datata con precisione tra il 340 e il 320 a.C., in piena età tardo-classica, ed è composta da trentasette pannelli dipinti oltre a due cippi litici rinvenuti nel corridoio di access: un vero manifesto visivo dell’identità politica e culturale di Vulci, la grande città etrusca che in quel momento viveva una stagione di fermento e di confronto con Roma.

Le scene documentano il livello raggiunto dalla pittura etrusca; inoltre mettono in relazione mito greco, memoria aristocratica di Vulci e tradizioni legate alle origini di Roma. Le iscrizioni in lingua etrusca che accompagnano ciascun personaggio a mo’ di didascalia consentono di identificarne nome, ruolo e appartenenza.

Achille, Charun e il sacrificio dei Troiani

Sulla sinistra era raffigurato il sacrificio di prigionieri troiani da parte di Achille in onore di Patroclo, scena dominata al centro dall’inquietante immagine del demone Caronte, e conclusa dalla maestosa figura frontale di Agamennone; ancora, Aiace Telamonio che assieme ad Aiace d’Oileo trascina altri prigionieri troiani.

Il pannello con Achille al centro è considerato il fulcro dell’intero ciclo. La versione etrusca del mito non si limita a ricalcare l’Iliade: la reinterpreta attraverso la lente della propria cosmologia funeraria. Accanto ad Achille compariono infatti il demone etrusco Charun, dalla pelle bluastra e armato di martello, e la figura alata di Vanth. Charun, nell’immaginario etrusco, non è il barcaiolo greco dell’Ade ma un essere oscuro e violento, che presiede al passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti con una fisicità brutale. Vanth, al contrario, è una figura femminile e alata, quasi protettiva, che accompagna i defunti nell’oltretomba.

Macstarna, i Vibenna e il legame con Roma

La parete opposta custodisce la scena forse più importante dal punto di vista storico-politico. Di particolare rilievo appare la liberazione di Celio Vibenna da parte del fratello Aulo Vibenna e di Macstarna, figura identificata dalla tradizione con Servio Tullio, futuro re di Roma.

Il con testo è quello del VI-V secolo a.C., quando i duces etruschi compirono spedizioni di conquista in Etruria e nel Lazio. La scena, con i nomi degli eroi scritti in etrusco accanto alle figure, è di un’importanza capitale: nella stanza III troviamo Celio Vibenna (Caile Vipinas) che a sinistra viene liberato dalle corde da Macstrna; a seguire, Larth Ulthes uccide Laris Papathnas Velznach, Pesna Aremsnas Sveamach viene ucciso da Rasce, Plsachs è ucciso da Aule Vipienas. Infine Marce Camitlnas minaccia Cnaeve Tarchunies Rumach.

Questi nomi — reali, storici, non mitologici — attestano che la committenza della tomba intendeva affermare un preciso legame con le vicende politiche dell’Etruria arcaica, rivendicando la centralità di Vulci nelle dinamiche di potere che avevano plasmato anche le origini di Roma.

Il fregio animalistico: il più lungo dell’antichità

A completare il programma decorativo corre lungo le pareti il fregio animalistico più lungo finora noto nel mondo antico. È popolato da grifoni, leoni, pantere, cervi, cinghiali e altre creature reali e fantastiche. Un bestiario che non è puramente ornamentale perché nella tradizione etrusca le creature al confine tra il reale e il soprannaturale — come ad esempio il grifone — marcano lo spazio sacro della morte e della trasformazione.

Lo stacco del 1863

Poco dopo la scoperta, nel 1863, la maggior parte delle pitture furono distaccate dalla sede originaria dai principi Torlonia, allora proprietari del fondo in cui fu trovato il monumento.

Prigioniero troiano foto: (C) MiC

Fortunatamente nel 1862 l’artista-archeologo Carlo Ruspi — pioniere del disegno dal vero delle tombe dipinte etrusche — aveva eseguito per il Museo Gregoriano Etrusco i lucidi a grandezza naturale delle pitture parietali. Queste copie, anch’esse preziose, sono la testimonianza di come la comunità scientifica del tempo avesse già compreso il valore di ciò che stava per essere smembrato.

Gli affreschi originali furono conservati a Roma: prima nel Museo Torlonia di via della Lungara, poi trasferiti a Villa Albani. Per decenni soltanto gli studiosi hanno potuto accedere con facilità alle opere. La tomba scavata nel tufo, a Vulci, è rimasta visitabile attraverso il Parco Naturalistico e Archeologico, ma i dipinti, che ne costituiscono la parte più straordinaria, erano praticamente inaccessibili al pubblico.

L’acquisizione: 15 milioni di euro per chiudere un cerchio aperto nel 1921

Lo Stato italiano aveva già manifestato il proprio interesse per l’acquisto nel 1921: ci sono voluti oltre cento anni per trasformare quella intenzione in realtà. L’operazione, del valore complessivo di 15 milioni di euro, è stata resa possibile grazie alla collaborazione degli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani, proprietari dell’opera, e al lavoro della Direzione generale Musei diretta da Massimo Osanna e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Luana Toniolo.

Si tratta di uno degli investimenti più significativi realizzati in anni recenti dal Ministero della Cultura nel campo delle acquisizioni patrimoniali — un segnale, si spera, di una nuova stagione.

Villa Giulia, 25 giugno: la grande mostra per il ritorno pubblico

Per celebrare l’acquisizione, il 25 giugno 2026 al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia si inaugurerà una grande esposizione dedicata alla Tomba François. L’allestimento punta a ricostruire idealmente il contesto originario del monumento, radunando materiali che per decenni sono stati dispersi in istituzioni di mezzo mondo.

Foro: MiC

Hanno concesso prestiti eccezionali il Musée du Louvre, il British Museum, il Royal Museum of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma. Reperti, documenti, copie storiche e oggetti provenienti dal corredo funerario della tomba saranno riuniti per la prima volta in un allestimento pensato anche secondo criteri avanzati di accessibilità fisica e cognitiva, con tavoli tattili e contenuti in Lingua dei Segni Italiana.

Tutte le foto: (C) MiC

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: comunicato stampa MiC ✅

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Il Fatto Quotidiano: “Il TSO di mio figlio Achille è stato il momento più brutto della mia vita. Sembrava indiavolato, dovevano fargli la puntura per calmarlo”: parla Billy Costacurta

Prima Martina Colombari a “Ballando con le stelle“, poi lo stesso figlio Achille al podcast “One More Time” di Luca Casadei, poi Billy Costacurta notoriamente restio a parlare dei fatti intimi di famiglia proprio a Casadei ha raccontato il suo punto di vista su uno degli episodi più dolorosi della sua vita: i problemi di salute mentale di Achille.
“Chi ha fatto il TSO sa di che cosa parlo, è un momento pazzesco. – ha detto Costacurta al podcast -. È uno dei momenti più brutti per un genitore. Io lo ricordo come il momento più brutto della mia vita, quello in cui io lascio Achille all’ospedale per un TSO, quando gli devono fare una puntura per calmarlo perché lui sembrava indiavolato. Sono stati momenti che poi ci hanno costretto veramente a tirar fuori delle energie pazzesche”.
E ancora: “Ogni tanto lo dicevo a Martina, ‘Marti io non ce la faccio, perdonami, non riesco ad entrare in ospedale e vederlo là’. Lei ogni giorno entrava. Io nei momenti più difficili, ogni tanto non riuscivo a vederlo”.
Lo stesso Achille aveva raccontato, sempre a Casadei: “Ho iniziato a fumare a 13 anni. Al compleanno dei miei 18 anni ho provato la mescalina. Una volta ho avuto una colluttazione con la polizia. Ero sotto effetto e ho fatto il matto su un taxi. Il poliziotto arriva, mi tira un pugno in faccia, io ero allucinato quindi l’ho spaccato di legnate. Lì dopo poco mi fanno il primo Tso, me ne hanno fatti sette. Il problema era che, quando me l’hanno fatto a Padova, perfetti, gentilissimi, a Milano mi hanno legato al letto per tre giorni perché gli ho dato un colpo sulla spalla. Urlavo che mi serviva il pappagallo, io ero legato, mani e piedi, tutto, e mi dovevo fare la pipì addosso”.
L'articolo “Il TSO di mio figlio Achille è stato il momento più brutto della mia vita. Sembrava indiavolato, dovevano fargli la puntura per calmarlo”: parla Billy Costacurta proviene da Il Fatto Quotidiano.

“My son Achilles’ TSO was the worst moment of my life. He seemed wild, they had to give him an injection to calm him down”: says Billy Costacurta.

Prima Martina Colombari on “Ballando con le stelle”, then her son Achille on Luca Casadei’s podcast “One More Time”, then Billy Costacurta notoriously reluctant to talk about family intimate matters, especially to Casadei, recounted his perspective on one of the most painful episodes of his life: Achille’s mental health problems.

“Anyone who’s done a TSO (therapeutic sedation order) knows what I’m talking about; it’s a crazy moment. – Costacurta said on the podcast -. It’s one of the worst moments for a parent. I remember it as the worst moment of my life, the moment I left Achille in the hospital for a TSO, when they were going to inject him to calm him down because he seemed enraged. There were moments that then really forced us to pull out crazy amounts of energy.”

And still: “I used to tell Martina all the time, ‘Marti, I can’t do this, forgive me, I couldn’t get to the hospital and see him there.’ She would come in every day. In the most difficult moments, I sometimes couldn’t see him.”

Achille himself had also recounted, always to Casadei: “I started smoking at 13 years old. At the birthday of my 18th birthday, I tried mescaline. Once, I had a fight with the police. I was under the influence and went crazy on a taxi. The police officer came, hit me in the face, I was hallucinated so I beat him with a series of punches. Shortly after, they gave me the first TSO, they did seven of them. The problem was that when they did it in Padua, they were perfect, very kind, but in Milan they tied me to the bed for three days because I hit him on the shoulder. I kept yelling that I needed to go to the bathroom, I was tied up, hands and feet, everything, and I had to pee on myself.”

The article “The TSO of my son Achille was the worst moment of my life. He seemed enraged, they had to give him the injection to calm him down” comes from Il Fatto Quotidiano.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/20/il-tso-di-mio-figlio-achille-e-stato-il-momento-piu-brutto-della-mia-vita-sembrava-indiavolato-dovevano-fargli-la-puntura-per-calmarlo-parla-billy-costacurta/8360977/

“Il TSO di mio figlio Achille è stato il momento più brutto della mia vita

L'ex calciatore restio a parlare dei fatti intimi di famiglia proprio a Casadei ha raccontato il suo punto di vista su uno degli episodi più dolorosi della sua vita

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ἐὰν μὴ ἔλπηθαι ἀνέλπιστον οὐκ ἐξευρήσει, ἀνεξερεύνητον ἐὸν καὶ ἄπορον. Se non speri l’insperato, non lo troverai, perché è inaccessibile e impraticabile.(Eraclito, B 18) A proposito del vaso di Pandora di Dino Villatico, di Marie Laure Colasson, présence, acrilico 30×30, 2024 – Poesie distopiche di Francesco Paolo Intini e Giorgio Linguaglossa.

Una discussione con un amico sul vaso di Pandora mi ha indotto ad alcune riflessioni.
Siamo partiti da questo frammento di Eraclito:
ἐὰν μὴ ἔλπηθαι ἀνέλπιστον οὐκ ἐξευρήσει, ἀνεξερεύνητον ἐὸν καὶ ἄπορον.
Se non speri l’insperato, non lo troverai, perché è inaccessibile e impraticabile.

(Eraclito, B 18)

(Marie Laure Colasson, présence, acrilico 30×30, 2024 – Il male si presenta come la figura di un passeggero con la valigetta 24 ore in mano che cammina nello spazio-tempo).

Ma come mai, si chiede qualcuno, nel mito raccontato da Esiodo, la speranza resta in fondo al vaso dei mali? è dunque anche la speranza un male?
Facciamo un passo indietro. Leggiamo Omero, che anche lui accenna a questo mito, ma senza fare intervenire Pandora. Achille, nell’Iliade, dice a Priamo, che è venuto nella sua tenda a chiedere il cadavere del figlio Ettore: “Nella dimora di Zeus vi sono due grandi orci che ci dispensano l’uno i mali, l’altro i beni; li mescola il dio delle folgori, e colui a cui ne fa dono riceve ora un male ora un bene; e chi riceve dolori diventa un miserabile”. Omero dunque attesta qui l’esistenza di un mito sull’origine del male nella storia, e il problema del male è centrale in tutto il pensiero greco: si badi, del male, non della colpa o del peccato, idee che sono invece di un’altra cultura, quella ebraico-cristiana. Esiodo allarga, oppure lo riferisce in modo più completo, il mito, e fa aprire il vaso dei mali che affliggono l’uomo da Pandora. La speranza resta in fondo perché Pandora, accortasi della fuga dei mali, cerca di tamponare il disastro e chiude il vaso. Omero guarda la vita con distacco, constata l’esistenza del male. Esiodo è più pessimista, ne denuncia l’origine a un’azione dell’uomo, anzi di una donna – c’è qualcosa di misogino nel racconto di Esiodo, per esempio l’accusa di un’eccessiva curiosità, che sarebbe difetto tipico delle donne. Comunque sia la storia umana è un seguito di sciagure. Anzi lo è, in fondo, tutta la storia dell’universo già da prima di Pandora. Già nell’origine degli dei (Teogonia), che non sono il bene, ma solo i dominatori del mondo, c’è lo stigma del male che affligge i viventi, quasi come che l’infelicità fosse il destino degli uomini, perché mortali, solo l’immortalità rende beati. Anche se il dolore tocca perfino anche gli dei, sia pure come un’ombra passeggera: la morte di Giacinto per Apollo, di Adone per Afrodite.

Questa visione pessimistica della storia, questo quadro amaro della vita, tocca perfino un filosofo che mira a escludere dal pensiero la soggettività come Aristotele, il quale tuttavia definisce la speranza – con grande distacco, però, senza concedere niente ai desideri umani – soltanto un’illusione – dunque non una realtà – un’illusione che invece di riferirsi al presente è rivolta al futuro. Eraclito, prima di Aristotele, sembra non pronunciarsi. Ma di lui abbiamo solo frammenti. E la sua idea di un perpetuo mutamento delle cose riguarda, sembra, solo le cose che appaiono. La sostanza, invece, del suo pensiero sembrerebbe parmenidea: di un essere immutabile, o, più precisamene, che nonostante le perpetue mutazioni dell’apparire, resta nell’essenza sempre lo stesso. Non possediamo tutta una parte del poema di Parmenide e non abbiamo di Eraclito, l’oscuro, come dicevano gli antichi, che frammenti, citazioni da altri scrittori e filosofi. Fino all’età bizantina probabilmente tali opere esistevano ancora. I bizantini, sembra, possedevano ancora l’opera di Eraclito, che è andata perduta dunque può darsi con il sacco di Costantinopoli compiuto dai crociati nel 1204. I crociati, catalani, franchi e veneziani non conoscevano il greco e bruciarono tutti i libri della biblioteca del palazzo imperiale o, meglio, bruciarono il palazzo, e con esso anche la biblioteca. I cristiani egiziani (e non Giulio Cesare, dunque – lo spiega bene Luciano Canfora – come vuole una leggenda anticesariana, Ipazia, per esempio, nel IV-V sec. a. C., ancora poteva consultare testi dei filosofi, storici, scienziati e poeti greci) i cristiani, e non gli arabi, come pure si è scritto, avevano già provveduto a distruggere quei monumenti di paganesimo che costituivano i libri della biblioteca di Alessandria, così come gli iconoclasti avevano grattato gli occhi degli dei e degli uomini nei bassorilievi dei templi.

Che cosa possiamo ricavare da queste notizie? Intanto che i più degli uomini sono sempre stati stupidamente avversi alla cultura che non fosse la propria. Poi che fondamentalmente la visione che della vita avevano i greci era totalmente pessimistica, fin dalle origini, si pensi all’incontro di Ulisse con l’anima di Achille nell’undicesimo canto dell’Odissea: della gloria non so che farmene, dice Achille, vorrei piuttosto essere ora l’ultimo dei contadini, ma vivo, invece che il glorioso Achille, ch’è un morto. La speranza, forse, per Esiodo, non serve a nessuno. Come dimostra la sua vita, la causa con il fratello, pur avendo Esiodo ragione, la perse, probabilmente perché il fratello riuscì a corrompere i giudici. E Zeus, nella Teogonia, non riesce a imporre la giustizia al mondo, lui stesso sale al trono con un crimine: nel Prometeo incatenato, tragedia attribuita a Eschilo, ma non di Eschilo, Prometeo accusa Zeus di tirannia: detta ad Atene era un’accusa compromettente. Non sappiamo come si svolgesse e si concludesse la trilogia – Shelley ha scritto un Prometeo liberato, poema drammatico bellissimo, ma assai lontano dalla concezione greca del bene e del male – la conciliazione del titano con Zeus probabilmente avveniva con un patto, come accade nelle Eumenidi per il conflitto intorno al matricidio di Oreste tra Apollo e le Furie vendicatrici di Clitennestra, Shelley immagina invece un universo panteistico. I greci erano un popolo religiosissimo, ma i loro dei erano una realtà del mondo, non una trascendenza. La stessa trascendenza delle idee di Platone è qualcosa di assai diverso dalla trascendenza impostata per la prima volta nel senso che oggi intendiamo dai teologi cristiani, anche se poi proprio i teologi cristiani finirono con l’adattere la trascendenza platonica alla trascendenza del dio cristiano. Platone – ma semplifico qualcosa di assai più complesso – immagina le idee coma la vera realtà di ciò che ci appare, e resta in questo fedele al pensiero del suo amato Parmenide.

Eraclito parla del’insperato – e non dell’insperabile, come qualcuno, sbagliando, traduce – non per dire che non possa realizzarsi ma perché riguarda qualcosa d’inconoscibile (alla lettera: d’inaccessibile), è un desiderio, che come ogni desiderio, non ha realtà, è l’irrealizzato – per questo dunque in Esiodo resta in fondo al vaso, l’irreale non può uscire alla luce – ora l’irrealizzato, che è ciò che noi speriamo si realizzi, può realizzarsi oppure no, nessuno può saperlo: è appunto inaccessibile, impraticabile, irreale. Euripide riprende l’idea del rapporto irrealtà realtà, speranza adempimento, nel coro finale dell’Alcesti e delle Baccanti (è lo stesso testo!): il divino – ed è divino tutto ciò che non si conosce – è imperscrutabile, la cosa attesa può non realizzarsi e l’insperato invece prendere forma. È un modo per dire: tu, uomo, conosci te stesso, come dice l’oracolo di Delfi, cioè conosci quali sono i tuoi limiti di vivente che muore, non puoi sapere ciò che non sei in grado di sapere, sei appunto solo uno che muore, uno dalla vita limitata, non sei un immortale: ed è per questo che la conoscenza del tutto t’è negata.

(Dino Villatico)

(Marie laure Colasson, macchia, acrilico 70×70, 2024)

Una poesia di Francesco Paolo Intini kitchen e distopica
2 giugno 2025 alle 10:55 

CHIP1 A CHIP2, FORSE

Mi vengono a trovare due chip in carne e ossa
Uno dei due rilascia bombe,-penso non sappia che farsene-
La spoletta però è spassosa e per giunta più espansiva

L’altro mi racconta della lotta nel cellulare per Gaza City:
-Nessuno che la trovi, ci sono morti dappertutto.
Gli emoji prevalgono sul ferro.
Non penso sia vero ma aiuta la memoria
A tirar fuori Dresda da Guernica

Tra otturatori e cineprese si racconta l’ottica del piombo
muoiono vecchi, donne, bambini perdono budelle
la moda di saltare sopra una mina
pellicole che si danno fuoco dinnanzi ai carrarmati
figli d’Ecuba senza dubbio
tutto che si riaggiusta con mezzo trump

Ad un raduno di baionette, mi dice il primo-, contro missili terra aria
il dna è messo a dura prova per certe escandescenze
del cloro contro opliti.
Da bullo planetario è prevalso tra primati e adesso
Che è sul ring di certi chip dorso d’argento
Il dio che ruota intorno al mondo, vede e pensa.
Coglie una formica, le dà dell’acqua
un emoji di pianto.

Intorno al Tir di Dresda City c’è una ressa di pellicole e microfoni
Un gran numero di cloni per lo stesso bit.

Fatti che non collimano-penso
-So ben altro sul genoma
Se nella mischia tra due spolette
Un baby fungo si fa beffa dei raggi gamma.

Poesia kitchen e distopica di Giorgio Linguaglossa che risponde alla poesia di Francesco Paolo Intini

caro Francesco Paolo Intini

al bowling di viale Margherita, qui ai Parioli, ho incontrato il misuratore delle ombre che si faceva un selfie. C’erano due frati, uno tirava bombe a mano sui birilli, l’altro si faceva lo shampo con gli elettorodi, però maneggiava gli otturatori con abilità.

Che vuoi?, c’è la moda di saltare sopra una mina (Hic Rodhus hic salta!), ma è perché ci sono gli ombrelloni e gli attaccapanni, tutta colpa loro.

Sai, trecento tir con scatole di carne di cavallo e confezioni di spaghetti in fila a Gaza City, fanno un bell’effetto cinematografico, per via degli zoom e delle panoramiche.

Anche oggi la lampada dell’ignoto ha il suo salvagente. Sai, devi stare attento a non umiliare l’assassino, potrebbe inalberarsi.

Anche oggi la struttura dissipativa di Marie Laure Colasson ha dissipato un quantum di energia in eccesso.

Sai, oggi è di moda mandare i soldati al fronte su degli scooter. «Io non cerco trovo» diceva Pablo Picasso cento anni fa. Il Reale è già distopico, che problema c’è?

Ho un ricordo, nel 2015 io Antonio Sagredo e Steven Grieco-Rathgeb, in Puglia abbiamo mangiato un capitone di mare lungo due metri che ci aveva regalato il pescatore, l’abbiamo farcito con del limone; davvero, è stato un pasto prelibato.

#Achille #Aristotele #DinoVillatico #Eraclito #Esiodo #Euripide #FrancescoPaoloIntini #giorgioLinguaglossa #Ipazia #LucianoCanfora #MarieLaureColasson #Pandora #Parmenide #PercyBShelley #vasoDiPandora #Zeus

#Météo de ce lundi 12 mai 2025 en Deux-Sèvres : très nuageux avec des averses parfois orageuses. Des éclaircies possibles en soirée. 🌬️ Rafales jusqu'à 50 km/h. 🌡️ 12°/17°. Bonne fête aux #Achille.
Qui c’è un sacco di entusiasmo ora eh, ve lo dico! #Achille daje che ti veniamo a trovare a Villa Borghese 😂 #Sanremo #Sanremo2025
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Fermi tutti, il mio capitano! #Achille daje! #Sanremo #Sanremo2025
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This was a hectic year for me, so obviously this is being published way later than it should have been. I was busy catching up on releases until late last night, so I didn’t feel like I had heard enough to put together this playlist. Anyway, shoutout to Kembe X & Hippie Sabotage for releasing my favorite album of the month with Sleep Paralysis. Kembe X is gearing up to release a follow-up EP on October 25th, so that’s really exciting. Sleep Paralysis is definitely one of my most played albums of the year. Particularly the songs Kill Everything in the Way & Baby I’m Up. I also go back to the Isaiah Rashad feature on Rolling Stoned a lot. The new project is called “it’s not that deep,” and there are already a few singles out, all of which are fire. I suggest starting with the Ab-Soul collaboration, Introverted, Extrovert. It’s boiling hot fire. Anyway, below are the Apple Music and Spotify versions of my March 2024 playlist. Throw it on shuffle and let me know what your favorite tracks are. Peace!

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https://open.spotify.com/playlist/2nKKeJeU8iD6u7Isqt79O4?si=9a14c3b29aa449b6

https://focushiphop.com/2024/10/16/the-best-songs-of-march-2024/

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Album Review | Kembe X & Hippie Sabotage – Sleep Paralysis

This album was released on March 15th this year. I’ve only written about Kembe X one time on this blog, and that was all the way back in 2016 when my reviews were still trash, but he’s …

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