LA NUOVA NAKBA
Si prepara un crimine: la deportazione di un popolo. Lo chiamano “migrazione volontaria”, “ricollocamento umanitario”, “nuove opportunità”. È la neolingua dell’orrore. La realtà è nuda: Gaza deve essere svuotata. Gaza deve essere trasformata in territorio colonizzabile.
Non è difesa, non è sicurezza. È progetto. È ingegneria etnica. È colonialismo allo stato puro.
Prima si abbattono le case, si distruggono ospedali, scuole, acquedotti. Poi si stringe l’assedio, si affama la popolazione. Infine si spalanca la porta: uscite, andatevene, lasciate Gaza.
E quando esci? Ti ritrovi nei campi. Ghetti recintati, stazioni di smistamento verso l’esilio. Le destinazioni fanno rabbrividire. Libia: un milione di gazawi in cambio dello sblocco di 30 miliardi di dollari. Sudan, Sud Sudan, paesi devastati da guerre civili, offerti come discariche umane. Somalia, Uganda, Indonesia, Marocco: governi fragili, ricattabili con promesse e dollari.
Il messaggio è chiaro: i palestinesi non sono un popolo, sono una merce. Esportabile, trasferibile, ricollocabile.
E al centro di questa macchina non c’è Israele da solo. C’è l’America. Trump non l’ha mai nascosto: “svuotare Gaza, ricostruirla come la Riviera del Medio Oriente”. Hotel, resort, piscine e grattacieli sulle macerie. Turismo di lusso al posto delle case distrutte. È l’apoteosi del colonialismo: cancellare una popolazione e vendere la sua terra come brochure da agenzia viaggi.
La logistica la forniscono gli Usa, con pressioni, navi, fondi, aerei. È la spina dorsale dell’espulsione. Non stiamo parlando di scenari ipotetici. È tutto scritto, discusso, trattato. Ci sono cifre, ci sono contatti, ci sono governi che hanno detto no e altri che hanno ascoltato.
Trump lo dice apertamente, Israele lo prepara, l’Occidente finge di non vedere. Tutto è alla luce del sole. È colonialismo con il volto sfrontato del XXI secolo. Se accadrà, sarà la realizzazione di un progetto già annunciato, già venduto, già celebrato come business plan.
Gaza non è un parco giochi, non è una Riviera da colonizzare. È la casa di oltre due milioni di persone. Deportarle significa trasformare l’umanità intera in complice di un crimine.
Alfredo Facchini
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