Game of Thrones 8: Il triangolo no (Episodio 4)

Mancano soltanto due episodi alla conclusione definitiva de Il Trono di Spade e la sensazione, purtroppo, è che il meglio ci sia già stato (l’apice toccato tra il secondo e il terzo episodio sarà molto difficile da raggiungere). Questa quarta puntata ha più i contorni della soap opera, con alcuni innegabili momenti di puro Game of Thrones, tuttavia, considerando che si trattava del terzultimo episodio, non possiamo che definirci delusi. Andiamo ad approfondire la questione, con il solito avviso: tutto ciò che leggerete da qui in poi è SPOILER allo stato puro.

Il quarto episodio si apre con il funerale ai caduti ed è senza dubbio un momento bellissimo. Chi, al termine della scorsa puntata, si domandava come avrebbero fatto a pulire tutto quel caos di morti e sangue, la risposta è all’inizio di questa puntata: un bel rogo di massa. Ognuno dunque piange i suoi morti: Daenerys non si dà pace per Jorah, Sansa affida a Theon la sua spilla con l’emblema degli Stark, Sam saluta tristemente Edd mentre Jon sfodera il migliore dei suoi sguardi contriti nel vedere il corpo senza vita della povera Lyanna Mormont (e qui ho avuto una stretta al cuore pure io). Il commiato è affidato a Jon, che fa un discorso davvero toccante: ogni persona che vivrà, nel presente e in futuro, lo deve al sacrificio di tutti questi eroi. Poi si accende il falò e con lo stacco successivo si passa dalla mattina alla sera, dove un gustoso banchetto sta allietando la notte dei sopravvissuti. Spero che quello che stiano mangiando non abbia niente a che vedere con il falò di cui sopra…

Comincia qui la parentesi Beautiful: Gendry cerca Arya, Daenerys lo ferma per nominarlo ufficialmente Lord Baratheon, facendo cadere la sua origine di bastardo di Robert e trovando ufficialmente in Gendry un nuovo, prezioso, alleato. Gendry trova Arya, che nonostante sia al centro di ogni brindisi, si è isolata come al solito. Il novello Lord, forte della patente appena ottenuta, invita Arya a farsi un giro a tempo indeterminato sulla sua nuova carica bella fiammante: insomma, si dichiara, le chiede la mano e di conseguenza le offre di essere la sua Lady. Arya, neanche a dirlo, non è fatta per la vita di corte e rifiuta con molta educazione, Gendry dovrà farsene una ragione. Sansa intanto raggiunge il Mastino, l’unico a non aver molta voglia di divertirsi con le fanciulle del Nord: lui le dice di averla trovata cambiata e che se fosse fuggita con lui all’inizio non le sarebbe successo niente, Sansa replica che se non si fosse imbattuta in Ditocorto e in Ramsey non sarebbe potuta diventare quella che è, ovvero una badass, come dicono gli americani, o spaccaculi, come dicono alla Garbatella.

In altre stanze Jon e Daenerys si prendono e si respingono, Jon dice che non vuole il trono ma Daenerys gli chiede comunque di tenersi il segreto per sé, perché il popolo lo adora e se solo dovesse venire a sapere che Jon è il legittimo erede al trono, lo acclamerebbe come Re senza lasciare speranze a Daenerys. In breve, Dany ha rimesso la scopa nel sedere di Jon, che per ringraziarla le ramazza la stanza come al solito. In un’altra sala ancora è tempo di far perdere la verginità a Brienne: tocca a Jaime prendere la scala per arrampicarsi sulla signora di Tarth (la battuta appartiene a Tyrion), momento telefonatissimo che sembra quasi essere un contentino per i fan: ovviamente Jaime più tardi monterà a cavallo per tornare da Cersei, in procinto di essere bruciacchiata con tutta Approdo del Re (neanche a dirlo, è la prova definitiva che in questa stagione daremo l’addio anche a Jaime).

Al mattino nella sala riunioni di Winterfell si gioca a Risiko: ognuno toglie i carrarmatini persi durante la Lunga Notte e si consta che l’esercito di Daenerys è ormai ridotto a metà: via buona parte dei Dothraki, via buona parte degli Immacolati, via anche gran parte dell’esercito del Nord, si può dire addio al vantaggio numerico su Cersei. Daenerys vuole spazzare via la Capitale, tipo Bossi ai tempi d’oro, ma Tyrion cerca subito di farla ragionare: “Dobbiamo spodestare Cersei, non dobbiamo radere al suolo una città piena, tra l’altro, di civili innocenti”. Daenerys non ha un attimo di tregua e riprende a pizzicarsi anche con Sansa. La Stark afferma che le truppe devono riposarsi un attimo, Daenerys sbrocca dicendo che avevano fatto un patto e che adesso tocca aiutarla, perché Cersei si fortifica ogni giorno di più. Jon, ormai ridotto peggio di uno zerbino, difende la causa di Daenerys e viene così convocato per una riunione di condominio con Sansa, Arya e Bran. Le sorelle gli chiedono senza troppi giri di parole di darsi una regolata, che lui è uno Stark come loro poiché figlio di Ned, al che Jon non riesce a tenersi più e lascia che Bran racconti alle sorelle la verità sulla sua identità, non prima di aver fatto giurare a Sansa e Arya di mantenere il segreto. Sansa dice “sì, sì, come no”, e due ore dopo sta già raccontando tutto a Tyrion, che a sua volta rivela il segreto a Varys: “Se lo sanno già più di 8 persone non è più un segreto, è un’informazione!”. Si attende ora la conferenza stampa di Varys a reti unificate per raccontare la verità al mondo intero. Il segreto di Pulcinella da oggi cambierà nome e per tutti sarà “il segreto di Jon Snow”.

Nel frattempo diamo l’addio (definitivo? Ma seriamente li state mandando via così??) a Sam e a Tormund: il primo ha ingravidato Jilly e se ne va a crescere la famiglia (“Se nasce maschio lo chiameremo Jon”, “Meglio femmina allora, che se no diventa uno zerbino come me”), il secondo ha vinto sui non-morti e ha il cuore spezzato da Brienne, per cui se ne torna con i suoi bruti dalle parti di quella che fu la Barriera, per starsene nelle terre selvagge come piace a lui. Jon saluta calorosamente entrambi e chiede a Tormund di portare Spettro con sé, il metalupo piange un po’ e Jon non va là neanche a fargli una carezza.

Facciamo un passo indietro. Bronn, non si sa bene come, sbuca a Grande Inverno esattamente nella stanza dove può sorprendere Jaime e Tyrion durante una bevutina. Bronn è venuto per ucciderli, come abbiamo visto nel primo episodio, ma teme che Cersei morirà e non potrà riscuotere la sua ricompensa, così Tyrion lo corrompe a sua volta promettendogli Alto Giardino e Bronn se ne va tutto contento chiedendo ai due fratelli di sopravvivere alla guerra per poter così mantenere la loro promessa. Altra scena cotta e mangiata che non ho apprezzato molto.

Fuori da Winterfell Mastino si ricongiunge ad Arya, i due parlano di quanto è bello starsene da soli e capiamo che entrambi hanno dei piani per il futuro: Mastino deve uccidere Frankenstein Montagna e Arya deve vedersela con Cersei. La parte soap opera va lentamente scemando, per fortuna, e si torna agli intrighi e ai loschi piani che hanno reso celebre Game of Thrones: Tyrion e Varys sono divisi sulla questione trono. Tyrion si è giocato Daenerys mentre Varys vuole fare all-in su Jon, visto che sta notando sempre più dei segni di squilibrio nella gestione della regina dei draghi (se n’è accorto presto!). Rinnegare Daenerys però sarebbe tradimento e Tyrion non ci sta. I due più saggi della serie preferirebbero puntare su un matrimonio che farebbe regnare insieme Jon e Daenerys, ma Varys la tocca pianissimo: “è sua zia!”. La questione ovviamente non avrà bisogno di essere approfondita visto che secondo me nella battaglia contro Cersei moriranno sia Daenerys (mi ci gioco un paio d’euro, magari la secca proprio Jaime, come aveva fatto in passato con il padre di lei) che Jon (mi gioco solo un euro, ché su di lui non sono ancora sicuro).

Insomma, si salpa! L’esercito di Daenerys si muove via mare e viene sorpreso dalla flotta di Euron Greyjoy che, con delle balestre enormi fa secco uno dei due draghi (Rhaegal, per l’esattezza) e distrugge mezza flotta dei “buoni”. Verme Grigio è disperato perché Missandei è sparita: l’ha presa Euron e ora è in mano a Cersei, la quale fa credere al Greyjoy che il figlio che porta in grembo è suo (che paracula, è adorabile). Daenerys sbrocca e vuole sbracare tutto Approdo del Re, Varys la fa ragionare e le dice che prima devono tentare di negoziare, così il popolo capirà che la colpa per la guerra è solo di Cersei. Daenerys dà sempre più segni di squilibrio e di tirannia, ad ogni modo accetta la soluzione proposta dai suoi consiglieri. Un gruppo scelto di ambasciatori si presenta così alle porte di King’s Landing, dove Tyrion va direttamente a negoziare con sua sorella. In tutta risposta, dopo un bellissimo discorso del “folletto”, Cersei fa ammazzare Missandei, che prima di essere decapitata urla ai suoi compagni: “Dracaris!”, come a dire “sbracate tutto!”.

L’episodio finisce qui, sullo sguardo carico d’odio di Daenerys: molto interessante la parte politica, molto meno quella sentimentale. Dalla terzultima puntata mi aspettavo molto di più, ad ogni modo sono rimasti ancora due episodi che a questo punto immagino saranno strepitosi. Prepariamo i fazzoletti, perché stavolta non si scampa, perderemo parecchi personaggi. Chi cacchio finirà su quel trono? Le scommesse sono sempre aperte: Daenerys sicuramente no, di questo ormai sono certo, Jon probabilmente neanche, che sia forse tempo per una Repubblica? Ad ogni modo il triangolo tra Cersei, Jon e Daenerys è destinato a concludersi nel sangue.

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Game of Thrones 8: l’Armata delle Tenebre (Episodio 3)

Uno degli episodi più attesi di sempre è finalmente arrivato e personalmente ho ancora i brividi. Come al solito questa breve introduzione è senza spoiler, per permettervi di smettere di leggere in tempo prima che sia troppo tardi. Non dico niente, soltanto che ci sono dei momenti davvero commoventi. Fuori dalla finestra il cielo è grigio, la primavera sembra aver lasciato spazio al ritorno dell’inverno e mi pare pure di vedere un paio di corvi (con solo due occhi però) appollaiati sulle antenne televisive del palazzo di fronte. Comincia la battaglia.

Da qui in avanti si entra in ZONA SPOILER, quindi se state ancora leggendo presumo che abbiate già visto la puntata. Il terzo episodio si apre con un bel pianosequenza che segue prima Sam, poi Tyrion e si conclude, guarda un po’, con Bran che lo fissa per un istante. L’introduzione è girata splendidamente, l’ansia monta lentamente dentro di noi e ci sembra di essere proprio là insieme all’esercito dei vivi, in attesa della notte più lunga. Si tratta davvero di una scena bellissima, la tensione è palpabile e la suspense è totale. Edd cazzia Sam per essere arrivato in ritardo, mentre dal buio arriva lentamente un cavallo: è Melisandre, appena giunta a Grande Inverno, che grazie al potere del Signore della Luce rende infuocate le armi dei Dothraki, in modo tale da poter abbattere un po’ di Estranei. La “donna rossa” entra così a Winterfell, dove Ser Davos ha una leggerissima voglia di ammazzarla. Lei capisce subito le sue intenzioni e gli dice che non servirà ucciderla, perché sarà morta prima dell’alba: l’ottimismo viaggia su ali di drago insomma.

Nel buio di una fotografia cupissima i signori dei cavalli si lanciano verso i non-morti (che ancora non si vedono) e la scena è pazzesca: tutto ciò che vediamo sono le armi infuocate che a poco a poco sono sempre di meno fino a sparire del tutto. I Dothraki sopravvissuti, guidati da Mormont, battono la ritirata: 1-0 per gli Estranei. Comincia così la mattanza del terzo episodio e il primo a farne le spese è uno di quei personaggi che al TotoMorte venivano dati per favoriti: il guardiano della notte Edd, che viene trafitto dopo aver aiutato Sam. Daeneyrs e Jon, a bordo dei due draghi, salvano il salvabile e riportano per un momento in equilibrio la situazione: 1-1 immediato. Subito dopo però la regina dei draghi e il buon Snow finiscono in una tormenta di neve…

Arya intanto spedisce Sansa nella cripta, “ché tanto là sulle mura non servi a un caxxo” e nel mentre salva pure il Mastino con una freccia ben assestata. La battaglia imperversa, Jaime e Brienne sembrano abbastanza impicciati e ogni momento è buono per farci tremare. In diretta dalla cripta Tyrion si rivela, come previsto, piuttosto insofferente: vuole essere in battaglia, perché sa di poter avere idee illuminanti per salvare la baracca come accadde nella vecchia battaglia ad Approdo del Re. Sansa gli risponde che stanno bene dove stanno e Tyrion, giacché deve stare bloccato nella cripta, tanto vale tentare la via della provola, dicendo a Lady Stark che a questo punto era meglio se fossero ancora sposati. Sansa non fa una piega e gli risponde che la lealtà di Tyrion nei confronti di Daenerys avrebbe mandato tutto a monte. Missandei non la prende benissimo e si intromette tra ex moglie ed ex marito dicendo che se non fosse per la regina dei draghi sarebbero già tutti morti.

Intanto all’esterno Lyanna Mormont fa aprire i cancelli di Grande Inverno per mettere in salvo l’esercito, mentre Ser Davos sfrutta la sua esperienza all’aeroporto di Fiumicino per dare ai draghi il segnale di dar fuoco alla trincea (per frenare l’avanzata dei morti). Ovviamente nel mezzo della tormenta non si vede praticamente niente e i draghi continuano così a volare per i fatti loro. A salvare la situazione, a sorpresa, è nuovamente Melisandre, che grazie ad una formula magica (tipo “Klaatu, Barada, Nikto”) riesce a dare la trincea in pasto alle fiamme.

Tutto a posto quindi? Neanche un po’. I morti fanno una specie di torre (dis)umana tipo i castellers catalani durante le fiere di paese e riescono a fare breccia nella trincea. Sembra il remake dell’Armata delle Tenebre di Sam Raimi, ma invece di Ash qui c’è Lyanna Mormont che, coraggiosissima, si lancia all’attacco di un gigante non-morto, viene acchiappata e prima di morire (noooo!) riesce a infilzarlo per ben benino. Jaime, Brienne, Sam, Tormund, Gendry, Verme Grigio e Beric, che sono nel mezzo della battaglia, sono più impicciati di Cenerentola a mezzanotte meno cinque, i morti sono ovunque e sembrano un esercito di cocainomani assatanati. Mastino nel frattempo ha un piccolo attacco di panico. Intanto Theon cerca di spiegarsi con Bran, che di rimando gli dice che tutto ciò che ha fatto in passato è servito a portarlo adesso nel luogo al quale appartiene: Grande Inverno. Poi Bran, stufo di sentir chiacchiere, cade in trance e si “trasferisce” momentaneamente in volo con il corvo, dove riesce finalmente ad individuare il Re della Notte. Poco dopo ecco Jon e Daenerys, che tamponano il drago con a bordo il Re della Notte: Jon dice che veniva da destra ma il NightKing non vuole sentire ragioni e non sembra aver intenzione di firmare il CID. I tre draghi si sfregiano a vicenda e l’unico a cavarsela sembra essere Drogon, gli altri due arrancano e atterrano. Jon vede il Re della Notte tutto soletto nel mezzo del campo di battaglia ormai deserto e si lancia all’attacco: il Re della Notte non fa una piega e con la sua solita nonchalance fa risorgere tutti i morti intorno a lui. Risorgono come morti pure Edd e Lyanna (!!!), una cosa alla quale non avevo proprio pensato: ovviamente non dobbiamo fare i conti solo con i personaggi che muoiono, ma anche col fatto che possono tornare come non-morti! Insomma, Jon si ritrova circondato da centinaia di non-morti e per un momento pensiamo che sia la fine, quando ovviamente arriva la premiata ditta Daenerys-Drogon che con una bella sventagliata di fiamme salva l’erede al trono. Il Re della Notte però è immune al fuoco del drago, per ucciderlo servirà ben altro…

Arya è nei guai: all’interno del castello si deve nascondere da un gruppetto di morti che girano per le sale di vedetta. Grazie alle sue doti di assassina silenziosa riesce in qualche modo ad uscire dalla situazione, ma viene inseguita da un altro gruppo di morti. In questa scena siamo nel panico più totale, in piena empatia e soprattutto temiamo per la vita di Arya. Che tensione! A salvarla ci pensa Beric, che si sacrifica per lei, mentre il Mastino la porta via di peso, come ai bei tempi. I due sopravvissuti incontrano Melisandre, che dice ad Arya che il Signore della Luce ha fatto rinascere Beric tipo duecentomila volte soltanto per compiere il suo destino, che era quello di salvare la piccola Stark. Poi, per quanto mi riguarda il Momento Fomento dell’Episodio 3, Melisandre ripete ad Arya il primo insegnamento che la giovane aveva ricevuto ad Approdo nel Re, nella prima stagione, da Syrio Forell: “Cosa diciamo noi al Re della Morte?”. “Not today!” risponde Arya, che recuperata la sua freddezza e la sua sicurezza, prende e va verso il suo destino.

Nelle cripte intanto, come aveva predetto Jessica Chastain con un tweet di domenica sera, i morti sepolti là dentro (sono cripte dopotutto!) si risvegliano e costringono gli occupanti alla fuga: purtroppo la bimba che avevamo conosciuto ed amato nella scorsa puntata soccombe a causa dei morti di casa Stark tornati in vita (abbastanza decomposti tra l’altro). Per un momento abbiamo sperato di rivedere addirittura Ned Stark, salvo poi ricordare che essendo stato decapitato, non può più tornare in (non)vita. Sansa e Tyrion sono nascosti e per un momento arriviamo sul punto di credere che si stiano per suicidare pur di non diventare non-morti. Tyrion bacia la mano di Lady Stark e i due si danno dunque anch’essi alla fuga.

Intanto gli Estranei arrivano al Giardino degli Dei, dove Bran si è appena risvegliato dalla sua trance. Theon e i suoi uomini di ferro difendono il Corvo con Tre Occhi fino alla fine, letteralmente. Theon ammazza caterve di non-morti, finisce le frecce e continua a sfragnarli con la spada finché non arriva il Re della Notte. Bran dice a Theon che è un brav’uomo, Greyjoy ha riscattato tutte le sue malefatte passate e, come prevedibile, si lancia in un attacco suicida verso il Re della Notte il quale lo blocca e lo uccide, facendolo morire da eroe (tutto ciò era ampiamente prevedibile, praticamente era ovvio che Theon, con tutto quello che ha combinato in passato, sarebbe morto eroicamente per difendere gli Stark).

Jon Snow si è intanto lanciato all’inseguimento del Re della Notte all’interno di Grande Inverno. Daenerys sta rifiatando un attimo a bordo del drago quando si accorge di un bel gruppetto di morti che si sta arrampicando su Drakaris. Il drago vola per sgrullarsi di dosso i non-morti, Daenerys cade e rimane da sola sul campo di battaglia. Chi arriva a salvarle il capello biondo platino? Ovviamente Jorah Mormont, che la difenderà fino alla fine e, come era prevedibile, muore per salvarla (anche questa era una morte annunciatissima).

Siamo agli sgoccioli, Jon corre dentro Grande Inverno schivando e sfondando Estranei, il drago dei non-morti arranca e sta per crollare, ma riesce comunque a sputare un bel po’ di fuoco blu. Jon cerca di schivarlo come può ma ecco che il drago lo sta per uccidere: il Re della Notte intanto sta per uccidere Bran: è la fine? I buoni stanno per perdere? NOT TODAY! Arya si lancia in volo verso il Re della Notte che la prende per il collo, è andata male anche questa e Arya sta per morire. Ma Arya urla che “non me sta bene che no!” e si lascia scivolare il pugnale nell’altra mano, che infilza a morte il Re della Notte. Il capo dei cattivi si rompe in mille pezzi e come lui tutto il suo esercito, dragone compreso (che schiatta un attimo prima di cuocere Jon). Il momento è solenne, Daenerys piange lacrime calde per Jorah, Melisandre invece, avendo ormai avuto la sua parte nella guerra, si incammina sola verso l’inverno e si spoglia dei suoi poteri, tornando nel suo corpo originale e finendo per morire sotto gli occhi dell’incredulo Ser Davos. Titoli di coda.

La puntata si conclude con la vittoria, che non mi aspettavo arrivasse così presto, anzi, pensavo che questa battaglia sarebbe durata due o tre puntate, tipo un’azione da gol di Holly e Benji, invece si conclude tutto in un’oretta, grazie al piano ingegnoso elaborato da Bran nell’episodio precedente. Giustamente però la serie si chiama Game of Thrones ed era tempo ormai di rimettere la battaglia per il trono al centro del villaggio. Ripensiamo ai caduti di questa grande battaglia: i due Mormont, Beric, Edd, Theon e Melisandre. Poteva andare peggio, nessuno dei personaggi più amati sembra essere stato abbattuto (anche se per Lyanna mi dispiace tantissimo), probabilmente il “peggio”, da questo punto di vista, deve ancora arrivare. Ad ogni modo mancano tre puntate, ovvero mezza stagione, e i morti già sono stati sconfitti: Cersei cagati sotto.

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Game of Thrones 8: Tenera è la Notte (Episodio 2)

Secondo episodio e secondo riassuntone. Devo riempire in qualche modo queste righe introduttive per rendere più dolce la transazione con la zona spoiler, nella quale entreremo a brevissimo. Tenera è la notte a Grande Inverno, la quiete dei protagonisti è la più classica delle premesse prima di una tempesta furibonda. Bene, direi che ci siamo. Mettiamo un bel punto alla fine di questa introduzione con il solito avviso: da qui in poi, si entra in Zona Spoiler, siete avvisati!

Ho trovato questo secondo episodio meraviglioso nella sua normalità: è l’ultima volta in cui potremo vedere i protagonisti rilassarsi, confrontarsi, conoscersi, raccontarsi, stare insieme uno di fronte all’altro e non fianco a fianco. La prima puntata si era conclusa con Bran che fissava Jaime, cosa che evidentemente si è protratta per una settimana (ma hanno già creato la pagina Facebook “Bran fissa cose”?, in caso contrario sappiate che voglio i diritti d’autore!). In questo nuovo episodio Bran continua a fissare Jaime, ma stavolta siamo nella sala principale del castello degli Stark, con Daenerys che racconta a Jaime di come da piccola raccontavano favole sullo Sterminatore di Re (a chi è carente di fosforo ricordiamo che proprio Jaime aveva ucciso il Re Folle, ovvero l’ultimo Targaryen ad essere salito sul trono di spade), che un giorno lo avrebbero trovato e ucciso. Daenerys inoltre è irritata dal fatto che Cersei abbia tradito la causa e fa pesare la cosa a Tyrion. Anche Sansa è abbastanza nervosa dalla presenza di Jaime, reo di aver aggredito Ned Stark ai tempi, ad ogni modo ci pensa Brienne a garantire per il biondo Lannister, ormai da tempo diventato un uomo d’onore (e uno dei personaggi migliori della serie, possiamo dirlo). Mentre Bran continua a fissarlo, Sansa è convinta dalle parole di Brienne, Jon anche e Daenerys non può far altro che accettare Jaime nell’esercito dei “vivi”.

Tyrion si prende una lavata di capo da Daenerys, alla quale non solo le rode perché è circondata da un sacco di suoi ex-nemici, ma anche perché Jon sembra evitarla. Arya e Gendry si incontrano di nuovo nell’armeria, la piccola Stark sollecita l’amico nella costruzione nell’arma che gli ha commissionato. Lui le rivela di essere il bastardo di Baratheon e pensa che a lei non regga di affrontare i morti: Arya fa vedere subito di che pasta è fatta. Tra i due c’è una tensione particolare…

Jaime finalmente riesce a incontrare Bran in uno dei pochi momenti in cui il giovane Stark non sta fissando nessuno. Jaime gli chiede scusa per averlo reso disabile, Bran gli risponde che lo ha fatto per amore e per difendere la sua famiglia e che se Jaime non lo avesse fatto, lui sarebbe ancora Bran Stark. Quindi tutto a posto. Jaime non capisce e gli dice: “Perché, non lo sei?”. Eeeh, non più, non più. A proposito di Bran apro una piccola parentesi sulla bellezza della scrittura di questa serie: un personaggio totalmente marginale per tante stagioni, invalido, indifeso, si è evoluto in uno dei caratteri più interessanti, originali e gagliardi di questa stagione. Bran è un esempio di come un personaggio poco importante possa trasformarsi in un protagonista assoluto. Chiusa parentesi, andiamo avanti.

Continuano i preparativi per la grande battaglia, Jaime e Tyrion parlano del loro passato, della loro famiglia e dell’ironia nel trovarsi a difendere le mura di Grande Inverno. Parlano soprattutto di quanto sia stronza loro sorella, ma ormai questo è abbastanza chiaro per tutti. Ser Davos intanto distribuisce il rancio, incoraggia gli uomini a combattere e conosce una bambina tenace che gli ricorda tanto la sua amata Shireen, la figlia malata di Stannis Baratheon, sacrificata sul rogo al Signore della Luce per ordine di Melisandre. In questo episodio tutti parlano con tutti, preparandosi a ciò che sta per succedere. Jon si riunisce a Tormund e a Edd, che lo avvisano che l’arrivo dei Non-Morti è previsto per l’indomani (!). Una delle conversazioni più interessanti dell’episodio avviene tra Sansa e Daenerys: quest’ultima cerca di diventare amica di Lady Stark, tuttavia la Signora di Grande Inverno chiede alla Regina dei Draghi cosa sarà del Nord dopo che avranno battuto i Non-Morti e Cersei. Sansa ribadisce la sua domanda, quasi reclamando l’indipendenza, al che Daenerys fa la vaghissima: prevedo disastri. L’arrivo di Theon interrompe la conversazione, Sansa lo abbraccia e lo accoglie e “casa”: gli Stark rimasti, tra figli e figliastri, sono finalmente tutti riuniti.

Ora che ci sono tutti, è arrivato il momento di pensare ad una strategia: Jon teorizza che se riuscissero ad uccidere il Re della Notte, l’incantesimo che riporta i morti in vita sarebbe spezzato e potrebbero così vincere la guerra. Bran sa che il Re avversario lo vuole uccidere perché lui rappresenta la memoria e solo uccidendo la memoria si può far calare la notte (e dunque la morte) su ogni cosa. Il Corvo con Tre Occhi si propone dunque come esca: attirerà il suo avversario nel Giardino degli Dei (dove Theon si propone di difenderlo: fossi in Bran mi cacherei sotto). L’incontro si chiude con Daenerys che declassa Tyrion, allontanandolo dalla battaglia e costringendolo a chiudersi nella cripta con le donne e i bambini (“Se sopravviveremo avrò bisogno del tuo cervello”).

L’ultima notte prima del caos è piena di incontri inaspettati, come dicevamo. L’arrivo di Beric irrita il Mastino: “Sembra di trovarsi a un cazzo di matrimonio”, ma poi finiscono a bere insieme. Arya riceve finalmente da Gendry la sua arma (un cazzutissimo giavellotto, con il quale teorizzo che abbatterà il drago dei non-morti in qualche momento della battaglia), poi vuole perdere la verginità e così con Gendry la situazione si concentra su un altro giavellotto (scusate la battuta, vado a mettermi in silenzio in un angolo). Vicino al focolare Tyrion incontra Bran per farsi raccontare un po’ tutta la sua storia, quindi arriva Jaime e in breve i Lannister si riuniscono in chiacchiere con Pod, Brienne, Tormund e Davos. Il bruto fa lo spaccone e ci prova in tutti i modi con Brienne, che non se lo fila di striscio. Poi Jaime nomina Lady Brienne cavaliere (“non serve un Re per nominare un cavaliere, basta un altro cavaliere”): Brienne è felicissima, in tutta la sua vita non ha desiderato altro. In chiusura di scena c’è Pod che intona una canzone, uno di quei canti medievali pieni di malinconia e il momento è davvero molto commovente.

Verme Grigio parte per la battaglia, non prima di aver promesso a Missandei un futuro insieme. Mormont incontra sua cugina Lyanna (la bambina cazzutissima, ovvero Lady Mormont) che ovviamente non vuole rinunciare alla battaglia, nonostante le rimostranze del cugino (al quale Sam poco dopo regala la spada dei Tarly). Jon nel frattempo vuole rilegare lo stesso Sam nella cripta a difendere le donne, Sam afferma di essere l’unico ad aver ucciso un estraneo e dice che avranno bisogno di lui, al che Edd fa pensare al celebre ritornello di Sora Lella: “Namo bene annamo, proprio bene”.

Finalmente arriva la conversazione che tutti aspettavamo: Jon rivela a Daenerys la sua identità, Daenerys è scioccata, pensa che Jon stia dicendo una cazzata (anche io sarei stato scettico, in fondo a sapere il segreto sono il fratello di Jon e il suo migliore amico, sembra proprio una cosa acchittatissima). Dani dice che quindi Jon può reclamare il trono, Jon esita a rispondere e questa cosa non sembra entusiasmare Daenerys, poi i due sono interrotti: gli estranei stanno arrivando, la guerra di tutte le guerre sta per cominciare. La puntata si conclude con l’arrivo dei Non-Morti, che osservano Grande Inverno in lontananza. Mamma mia quanta gente sta per morire, non ero così fomentato per l’inizio di una battaglia dai tempi del Fosso di Elm de Il Signore degli Anelli.

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Game of Thrones 8: Giù al Nord (Episodio 1)

Due anni fa, quando usciva la settima stagione de Il Trono di Spade, ero talmente preso dal ritorno di Twin Peaks che praticamente non me accorsi nemmeno (all’incirca). Poi la bella pensata di recuperare la serie, con le sue sette stagioni, tutta d’un fiato, subito dopo l’estate. Ora quindi mi ritrovo a dover fare le 4 del mattino per vedere in tempo reale la prima puntata dell’ottava e ultima stagione. Cose che succedono. Che puntata è stata? Lo sapremo qui sotto subito dopo questa introduzione, ultimo baluardo contro gli spoiler, che stanno arrivando…

Da qui in poi entriamo in ZONA SPOILER, quindi poi non dite che non vi ho avvisato. Il primo episodio dell’ottava stagione comincia, neanche a dirlo, a Grande Inverno, con l’arrivo del “più grande esercito mai visto”, come lo definisce Tyrion. Troviamo Arya Stark che vede tornare suo fratello Jon, il Mastino e compagnia bella lungo la strada che porta da Lady Stark, ovvero Sansa, ormai Signora di Grande Inverno. La padrona di casa non è molto entusiasta nel vedere Jon leccare metaforicamente i piedi di Daenerys, soprattutto i loro alleati del Nord, coloro che avevano incoronato Snow come loro Re, sono delusi dal fatto che Jon abbia rinunciato al suo regno piegando il ginocchio davanti alla figlia del Re Folle. L’ottava stagione comincia così, con il buon Jon che cerca di respingere i dissapori di chi aveva giurato fedeltà al Re del Nord.

Per il resto c’è una rimpatriata niente male, Snow ritrova Bran (“Sei vivo!” “Più o meno”, perché Bran in un certo senso è morto per poi rinascere come Corvo con Tre Occhi), Sansa e Arya (che gli ricorda l’importanza della famiglia). Quest’ultima incontra di nuovo il suo amico Gendry (il figlio illegittimo di Robert Baratheon, se la prima stagione vi dice ancora qualcosa, al quale chiede di forgiare un’arma particolare) e soprattutto il Mastino, con cui si scambia insulti affettuosi. Tyrion ritrova Sansa, che non vedeva dai tempi della morte di Joeffrey: Sansa è delusa dal fatto che Tyrion possa davvero credere che sua sorella Cersei abbia intenzione di rispettare la tregua: “Ti ritenevo una delle persone più argute che conoscevo, una volta”.

Una delle scene più intense di questo primo episodio vede Jon volare insieme a Daenerys sulla groppa di un drago, un battesimo del volo che da un lato fa quasi ridere, dall’altro è pienamente simbolica: anche i draghi sembrano riconoscere Jon come l’erede dei Targaryen, ma su questo punto torneremo tra poco. Jon e Daenerys sembrano innamorati come non mai (nonostante un drago gelosone), ma a breve saranno costretti a fronteggiare la realtà (cioè che sono zia e nipote, ma questa discussione probabilmente la vedremo nella prossima puntata).

In tutto ciò, lontano dal Nord, ad Approdo del Re la regina Cersei accoglie l’arroganza di Euron Greyjoy, che essendosi alleato a lei adesso vuole raccogliere la sua ricompensa, cioè finire nel letto della Regina. Cersei non è proprio entusiasta (“Se vuoi una puttana puoi comprartela, una Regina te la devi guadagnare”), però per evitare di irritare l’unico suo alleato alla fine lo accoglie nelle sue stanze, fingendosi compiaciuta per la sua insolenza (certo che questo neanche un elefante s’è portato, e che cavolo!). Nel frattempo Bronn viene ricoperto d’oro per uccidere Jamie e Tyrion al loro eventuale e improbabile ritorno: dovrà ucciderli con una balestra (riferimento all’arma usata da Tyrion per giustiziare suo padre): tuttavia le intenzioni di Bronn, che non può rifiutare, non sembrano del tutto chiare (“Una vera famiglia del cazzo”, è il massimo che afferma). Sempre ad Approdo del Re Theon cerca di riscattarsi e salva sua sorella Yara dalla nave di Euron, per poi salpare al suo fianco verso le Isole di Ferro. Qui Yara concede a Theon il permesso di andare a Grande Inverno per combattere al fianco degli Stark, dove sono certo che riscatterà tutte le cazzate fatte fino alla scorsa stagione morendo da eroe (anche perché ormai è sopravvissuto pure troppo).

Tornando a Grande Inverno, dove tutti sono impegnati a forgiare armi con il vetro di drago (unico materiale utile per uccidere un non-morto), vediamo Ser Davos proporre a Varys una soluzione per far sì che il Nord accetti Daenerys: Jon e la Regina dei Draghi dovrebbero sposarsi (ma da queste parti i matrimoni sono sempre un po’ complicati, come sappiamo). Intanto il piccolo Lord di Casa Umber, che era stato mandato da Sansa a richiamare la sua gente a Grande Inverno, viene trovato impalato ad un muro, segno che l’esercito dei Morti sta arrivando: lo scoprono i Nightwatch, appena riunitosi ai Bruti di Tormund (“Non avvicinatevi, ha gli occhi azzurri!”, “Ho sempre avuto gli occhi azzurri!”, riferendosi all’iride dei non-morti). I due piccoli eserciti stanno tornando verso Winterfell, richiamati dai corvi mandati da Jon.

Il gran finale, prima della rimpatriata tra Jamie e l’inquietante Bran, che non si vedono dalla prima puntata della prima stagione, quando Jamie aveva lanciato Bran già dalla torre (causando la sua invalidità), vede riuniti Sam e Jon. Sam è in lacrime, Daenerys infatti gli ha appena comunicato di aver sterminato la sua famiglia, rea di non averla riconosciuta come Regina. Sam, spinto da Brann, deve dire a Jon la verità sui suoi genitori. I due si abbracciano come fratelli, ma Jon capisce subito che in Sam c’è qualcosa che non va: il buon Tarly confessa all’amico ciò che è stato fatto ai suoi genitori, dicendogli che lui non si sarebbe mai comportato così, che è lui che dovrebbe essere Re (praticamente Sam gliela butta così, sul vago andante). Jon riafferma che non è più il Re del Nord al che Sam non può che dirgli tutta la verità, che è un Targaryen e che Ned Stark aveva promesso a sua sorella Lyanna di proteggerlo, nascondendo a tutti la sua vera identità: “Sei tu l’erede legittimo al trono!”. Jon ovviamente accoglie questa affermazione come si può accogliere un macigno tra capo e collo: di mezzo non c’è solo la responsabilità, ma anche il fatto che la donna che ama è sua zia. Il problema adesso però è uno: come dirglielo a Daenerys?? Lo sapremo lunedì prossimo.

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Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
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Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
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Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
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Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
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Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
•••½

The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
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Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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I 250 Migliori Film della Storia del Cinema

Nel 1952 la rivista Sight and Sound, organo ufficiale del British Film Institute, ha coinvolto un ampio panel di registi, critici, accademici e professionisti del cinema chiedendogli di rispondere a un sondaggio in cui si doveva stilare una lista dei 10 migliori film della storia del cinema, al fine di poter pubblicare una classifica delle migliori opere cinematografiche di tutti i tempi. Il sondaggio, nato ai tempi quasi per gioco, è diventato un appuntamento decennale fisso, un punto di riferimento per cinefili ed esperti del settore allo scopo di redigere un quadro generale sulla storia del cinema e cogliere in qualche modo lo spirito del tempo.

Nel 1952, anno in cui furono coinvolti nel primo sondaggio di Sight and Sound circa un centinaio di professionisti, il miglior film della storia del cinema era risultato essere Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica. Già dieci anni dopo, nel 1962, seconda edizione del poll, il film italiano veniva scalzato dall’immortale Quarto Potere di Orson Welles, rimasto a comandare la lista fino al sondaggio del 2012, quando il miglior film è stato La Donna che Visse Due Volte di Alfred Hitchcock. Qualche mese fa è uscita la classifica aggiornata al 2022 e non sono mancate le sorprese. Innanzitutto va detto che, se nel 2002 gli addetti ai lavori contattati erano soltanto 145, nel 2022 a rispondere al sondaggio della rivista britannica sono stati ben 1639 professionisti del cinema, ciò significa che con l’aumento degli intervistati si è potuto ottenere anche uno spettro più ampio di influenze, una rappresentanza di esperti senza dubbio più inclusiva e diversificata (se invece volete scoprire la classifica con le sole scelte dei registi e delle registe, la trovate qui).

Secondo il sondaggio del 2022 dunque, il miglior film della storia del cinema è risultato essere, clamorosamente, Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman, film di 3 ore e 20 quasi privo di dialoghi, un’opera geniale pressoché unica nel suo genere. Il film della regista belga, scomparsa nel 2015, ha retrocesso Vertigo di Hitchcock al secondo posto e Quarto Potere sul gradino più basso del podio (va però detto che, se limitiamo la classifica soltanto alle scelte dei registi, il miglior film di sempre risulta invece essere 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, seguito da Quarto Potere e quindi da Il Padrino). A completare la Top 10 generale, alle spalle del già citato podio composto da Jeanne Dielman, La donna che visse due volte e Quarto Potere, troviamo al quarto posto il meraviglioso Viaggio a Tokyo di Ozu, quindi In the Mood for Love di Wong Kar-wai, 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, Beau Travail di Claire Denis, Mulholland Drive di David Lynch, l’immortale L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov (unico film muto tra i primi dieci classificati) e Cantando sotto la pioggia di Donen.

Alla prossima classifica del 2032 manca ancora moltissimo, un’attesa che ci dà il tempo di poter recuperare con calma tutti i titoli della lista che non abbiamo ancora avuto modo di guardare. Nella classifica generale infatti, composta dalla bellezza di 250 film, ce n’è davvero per tutti i gusti. Andiamo a scoprire quindi quali sono i 250 migliori film della storia del cinema secondo Sight and Sound (30 dei quali sono stati anche scelti come “film della vita” dai partecipanti al progetto Film People):

  • Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles (Chantal Akerman, 1975)
  • La donna che visse due volte (Alfred Hitchcock, 1958)
  • Quarto Potere (Orson Welles, 1941)
  • Viaggio a Tokyo (Yasugiro Ozu, 1953)
  • In the Mood for Love (Wong Kar Wai, 2000)
  • 2001 Odissea nello Spazio (Stanley Kubrick, 1968)
  • Beau Travail (Claire Denis, 1999)
  • Mulholland Drive (David Lynch, 2001)
  • L’uomo con la macchina da presa (Dziga Vertov, 1929)
  • Cantando sotto la pioggia (Stanley Donen, 1951)
  • Aurora (Friedrich Wilhelm Murnau, 1927)
  • Il Padrino (Francis Ford Coppola, 1972)
  • La regola del gioco (Jean Renoir, 1939)
  • Cleo dalle 5 alle 7 (Agnes Varda, 1962)
  • Sentieri Selvaggi (John Ford, 1956)
  • Meshes of the Afternoon (Maya Deren e Alexandr Hackenschmied, 1943)
  • Close Up (Abbas Kiarostami, 1989)
  • Persona (Ingmar Bergman, 1966)
  • Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979)
  • I Sette Samurai (Akira Kurosawa, 1954)
  • La passione di Giovanna D’Arco (Carl Theodor Dreyer, 1927)
  • Tarda Primavera (Yasugiro Ozu, 1949)
  • Playtime (Jacques Tati, 1967)
  • Fa’ la cosa giusta (Spike Lee, 1989)
  • Au hasard Balthazar (Robert Bresson, 1966)
  • La morte corre sul fiume (Charles Laughton, 1955)
  • Shoah (Claude Lanzmann, 1985)
  • Le Margheritine (Věra Chytilová, 1966)
  • Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976)
  • Ritratto della giovane in fiamme (Celine Sciamma, 2019)
  • Lo Specchio (Andrej Tarkovskij, 1975)
  • Psyco (Alfred Hitchcock, 1960)
  • 8 1/2 (Federico Fellini, 1963)
  • L’Atalante (Jean Vigo, 1934)
  • Il Lamento sul Sentiero (Satyajit Ray, 1955)
  • Luci della Città (Charlie Chaplin, 1931)
  • M il Mostro di Dusseldorf (Fritz Lang, 1931)
  • A qualcuno piace caldo (Billy Wilder, 1959)
  • Fino all’ultimo respiro (Jean-Luc Godard, 1960)
  • La Finestra sul Cortile (Alfred Hitchcock, 1954)
  • Ladri di Biciclette (Vittorio De Sica, 1948)
  • Rashomon (Akira Kurosawa, 1950)
  • Killer of Sheep (Charles Burnett, 1977)
  • Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979)
  • La Battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, 1966)
  • Intrigo Internazionale (Alfred Hitchcock, 1959)
  • Barry Lyndon (Stanley Kubrick, 1975)
  • Wanda (Barbara Loden, 1970)
  • Ordet – La Parola (Carl Theodor Dreyer, 1955)
  • I 400 Colpi (François Truffaut, 1959)
  • Lezioni di Piano (Jane Campion, 1992)
  • La paura mangia l’anima (Rainer Werner Fassbinder, 1974)
  • Notizie da casa (Chantal Akerman, 1976)
  • Blade Runner (Ridley Scott, 1982)
  • La Corazzata Potemkin (Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1925)
  • Il Disprezzo (Jean-Luc Godard, 1963)
  • Sherlock Jr (Buster Keaton, 1924)
  • L’Appartamento (Billy Wilder, 1960)
  • Sans Soleil (Chris Marker, 1982)
  • Moonlight (Barry Jenkins, 2016)
  • La Dolce Vita (Federico Fellini, 1960)
  • Daughters of the Dust (Julie Dash, 1961)
  • Casablanca (Michael Curtiz, 1942)
  • Quei Bravi Ragazzi (Martin Scorsese, 1990)
  • Il Terzo Uomo (Carol Reed, 1949)
  • Touki Bouki (Djibril Diop Mambéty, 1973)
  • La vita è un raccolto (Agnes Varda, 2000)
  • La Jetée (Chris Marker, 1962)
  • Andrej Rublev (Andrej Tarkovskij, 1966)
  • Metropolis (Fritz Lang, 1926)
  • Scarpette Rosse (Michael Powell e Emeric Pressburger, 1948)
  • Il Mio Vicino Totoro (Hayao Miyazaki, 1988)
  • Viaggio in Italia (Roberto Rossellini, 1954)
  • L’Avventura (Michelangelo Antonioni, 1960)
  • Lo Specchio della Vita (Douglas Sirk, 1959)
  • L’Intendente Sansho (Kenji Mizoguchi, 1954)
  • La Città Incantata (Hayao Miyazaki, 2001)
  • Satantango (Bela Tarr, 1994)
  • A Brighter Summer Day (Edward Yang, 1991)
  • Celine e Julie vanno in barca (Jacques Rivette, 1974)
  • Viale del Tramonto (Billy Wilder, 1950)
  • Tempi Moderni (Charlie Chaplin, 1936)
  • Scala al Paradiso (Michael Powell e Emeric Pressburger, 1946)
  • Histoire(s) du Cinéma (Jean-Luc Godard, 1988)
  • Pierrot Le Fou (Jean-Luc Godard, 1965)
  • Lo Spirito dell’Alveare (Victor Erice, 1973)
  • Velluto Blu (David Lynch, 1986)
  • Hong Kong Express (Wong Kar-wai, 1994)
  • Shining (Stanley Kubrick, 1980)
  • I Gioielli di Madame De… (Max Ophuls, 1953)
  • Il Gattopardo (Luchino Visconti, 1963)
  • I racconti della luna pallida d’agosto (Kenji Mizoguchi, 1953)
  • Yi Yi (Edward Yang, 1999)
  • Parasite (Bong Joon-ho, 2019)
  • Scappa – Get Out (Jordan Peele, 2017)
  • Tropical Malady (Apichatpong Weerasethakul, 2004)
  • La nera di… (Ousmane Sembene, 1965)
  • Come vinsi la guerra (Buster Keaton, 1926)
  • Un condannato a morte è fuggito (Robert Bresson, 1956)
  • C’era una volta il West (Sergio Leone, 1968)
  • Un Dollaro d’Onore (Howard Hawks, 1958)
  • La Casa è Nera (Forugh Farrokhzad, 1962)
  • Senza tetto né legge (Agnes Varda, 1985)
  • La Maman et la Putain (Jean Eustache, 1973)
  • Va’ e vedi (Ėlem Klimov, 1985)
  • Lo Squalo (Steven Spielberg, 1975)
  • Il Padrino Parte II (Francis Ford Coppola, 1974)
  • Goodbye Dragon Inn (Tsai Ming-liang, 2003)
  • Il Mago di Oz (Victor Fleming, 1939)
  • Il Posto delle Fragole (Ingmar Bergman, 1957)
  • L’Infernale Quinlan (Orson Welles, 1958)
  • L’uomo che uccise Liberty Valance (John Ford, 1962)
  • Susanna (Howard Hawks, 1938)
  • Vogliamo Vivere! (Ernst Lubitsch, 1942)
  • Una Moglie (John Cassavetes, 1974)
  • Nashville (Robert Altman, 1975)
  • A Venezia… un dicembre rosso shocking (Nicolas Roeg, 1973)
  • Aguirre, Furore di Dio (Werner Herzog, 1972)
  • Il Conformista (Bernardo Bertolucci, 1970)
  • Non aprite quella porta (Tobe Hooper, 1974)
  • La Cosa (John Carpenter, 1982)
  • Il Petroliere (Paul Thomas Anderson, 2007)
  • Matrix (Lana e Lilly Wachowski, 1999)
  • Il Colore del Melograno (Sergei Parajanov, 1968)
  • Johnny Guitar (Nicholas Ray, 1954)
  • Les Parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964)
  • Avventurieri dell’Aria (Howard Hawks, 1939)
  • L’Ascesa (Larisa Shepitko, 1976)
  • Fanny e Alexander (Ingmar Bergman, 1982)
  • La Signora del Venerdì (Howard Hawks, 1940)
  • Toro Scatenato (Martin Scorsese, 1980)
  • Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994)
  • Lawrence D’Arabia (David Lean, 1962)
  • Notorius (Alfred Hitchcock, 1946)
  • La vita è meravigliosa (Frank Capra, 1947)
  • La Cienaga (Lucrecia Martel, 2001)
  • Amanti Perduti (Marcel Carné, 1945)
  • Il Mucchio Selvaggio (Sam Peckinpah, 1969)
  • Sambizanga (Sarah Maldoror, 1972)
  • Mancia Competente (Ernst Lubitsch, 1932)
  • Il Settimo Sigillo (Ingmar Bergman, 1957)
  • Diario di un ladro (Robert Bresson, 1959)
  • Una gita in campagna (Jean Renoir, 1936)
  • Secondo Amore (Douglas Sirk, 1955)
  • Gertrud (Carl Theodor Dreyer, 1964)
  • The Watermelon Woman (Cheryl Dunye, 1997)
  • Vampyr (Carl Theodor Dreyer, 1932)
  • Alien (Ridlye Scott, 1979)
  • India Song (Marguerite Duras, 1975)
  • La Grande Illusione (Jean Renoir, 1937)
  • Chinatown (Roman Polanski, 1974)
  • Twin Peaks: il Ritorno (David Lynch, 2017)
  • West Indies: The Fugitive Slaves of Liberty (Med Hondo, 1979)
  • I Giorni del Cielo (Terrence Malick, 1978)
  • La Stella Nascosta (Ritwik Ghatak, 1960)
  • Il Verde Prato dell’Amore (Agnes Varda, 1965)
  • Il Distretto di Tiexi (Wang Bing, 2002)
  • Orlando (Sally Potter, 1992)
  • Città Dolente (Hou Hsiao-hsien, 1989)
  • Tutto su mia madre (Pedro Almodovar, 1999)
  • Dov’è la casa del mio amico? (Abbas Kiarostami, 1987)
  • Il Vangelo Secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, 1964)
  • C’era una volta in America (Sergio Leone, 1983)
  • Amarcord (Federico Fellini, 1972)
  • Questa è la mia vita (Jean-Luc Godard, 1962)
  • Le Catene della Colpa (Jacques Tourneur, 1947)
  • Vivere (Akira Kurosawa, 1952)
  • I Figli della Violenza (Luis Bunuel, 1950)
  • L’anno scorso a Marienbad (Alain Resnais, 1961)
  • L’Argent (Robert Bresson, 1983)
  • Un Chien Andalou (Luis Bunuel, 1928)
  • Out 1 (Jacques Rivette, 1990)
  • Symbiopsychotaxiplasm: Take One (William Greaves, 1967)
  • Heat (Michael Mann, 1995)
  • Under The Skin (Jonathan Glazer, 2013)
  • L’Angelo Sterminatore (Luis Bunuel, 1962)
  • Memorie del Sottosviluppo (Tomas Gutierrez Alea, 1968)
  • Narciso Nero (Michael Powell e Emeric Pressburger, 1947)
  • Deserto Rosso (Michelangelo Antonioni, 1964)
  • Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo (Sergio Leone, 1966)
  • La moglie sola (Satyajit Ray, 1964)
  • Lettera da una sconosciuta (Max Ophuls, 1948)
  • Hiroshima Mon Amour (Alain Resnais, 1959)
  • L’Orgoglio degli Amberson (Orson Welles, 1942)
  • Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)
  • Il Cielo Sopra Berlino (Wim Wenders, 1987)
  • Sete Eterna (Guru Dutt, 1957)
  • Ran (Akira Kurosawa, 1985)
  • Rapacità (Erich von Stroheim, 1923)
  • Love Streams (John Cassavetes, 1984)
  • Il Gusto del Saké (Yasujirō Ozu, 1962)
  • Il Fiume (Jean Renoir, 1951)
  • Gli Uccelli (Alfred Hitchcock, 1963)
  • Josephine (Jacques Demy, 1967)
  • Paris, Texas (Wim Wenders, 1984)
  • Parigi Brucia (Jennie Livingston, 1990)
  • La donna senza testa (Lucrecia Martel, 2008)
  • Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (Apichatpong Weerasethakul, 2010)
  • The Tree of Life (Terrence Malick, 2010)
  • Mad Max Fury Road (George Miller, 2015)
  • Zama (Lucrecia Martel, 2017)
  • Paisà (Roberto Rossellini, 1946)
  • Nosferatu (Friedrich Wilhelm Murnau, 1922)
  • One Way or Another (Sara Gomez, 1977)
  • Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Stanley Kubrick, 1964)
  • La Fiamma del Peccato (Billy Wilder, 1944)
  • L’Eclisse (Michelangelo Antonioni, 1962)
  • So Dove Vado (Michael Powell e Emeric Pressburger, 1945)
  • Wavelenghts (Michael Snow, 1967)
  • Duello a Berlino (Michael Powell e Emeric Pressburger, 1943)
  • Limite (Mario Peixoto, 1931)
  • I Predatori dell’Arca Perduta (Steven Spielberg, 1981)
  • Pink Flamingos (John Waters, 1972)
  • Fuoco cammina con me (David Lynch, 1992)
  • Cabra Marcado Para Morrer (Eduardo Coutinho, 1984)
  • Melancholia (Lars Von Trier, 2011)
  • L’Armata degli Eroi (Jean-Pierre Melville, 1969)
  • Il Cacciatore (Michael Cimino, 1978)
  • Il Diritto di Uccidere (Nicholas Ray, 1950)
  • Suspiria (Dario Argento, 1977)
  • Breve Incontro (David Lean, 1945)
  • Eva contro Eva (Joseph L. Mankiewicz, 1950)
  • La Guerra Lampo dei Fratelli Marx (Leo McCarey, 1933)
  • Vicino al mare più azzurro (Boris Barnet, 1935)
  • Il Raggio Verde (Eric Rohmer, 1986)
  • La tomba delle lucciole (Isao Takahata, 1988)
  • Blue (Derek Jarman, 1993)
  • Crash (David Cronenberg, 1996)
  • Happy Together (Wong Kar-wai, 1997)
  • Flowers of Shanghai (Hou Hsiao-hsien, 1998)
  • As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty (Jonas Mekas, 2000)
  • Petite Maman (Celine Sciamma, 2021)
  • Je, Tu, Il, Elle (Chantal Akerman, 1974)
  • A Touch of Zen (King Hu, 1969)
  • La Folla (King Vidor, 1928)
  • Napoleone (Abel Gance, 1927)
  • Europa ’51 (Roberto Rossellini, 1952)
  • L’ora dei forni (Fernando Solanas, 1968)
  • Intolerance (David Wark Griffith, 1916)
  • Star Wars (George Lucas, 1977)
  • Sussurri e Grida (Ingmar Bergman, 1972)
  • Harlan County, USA (Barbara Kopple, 1976)
  • L’Ultima Risata (Friedrich Wilhelm Murnau, 1924)
  • Il Sole della Meta Cotogna (Victor Erice, 1992)
  • Il Sapore della Ciliegia (Abbas Kiarostami, 1997)
  • Le armonie di Werckmeister (Bela Tarr, 2000)
  • Nella stanza di Vanda (Pedro Costa, 2000)
  • Morven Callar (Lynne Ramsay, 2001)
  • The Intruder (Claire Denis, 2004)
  • Io e Annie (Woody Allen, 1977)
  • Al momento di pubblicare questo post posso dire di aver visto 116 su 250 film (di cui solo 59 dei primi 100!), un discreto risultato, ma ancora lontano dalla cifra che meriterebbe una classifica così interessante. E ora la grande domanda: quanti ne avete visti invece voi?

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    Capitolo 406: (Concl)Ave Maggio

    Buon Primo Maggio, cari affezionatissimi e care affezionatissime. I capitoli cinefili stanno invadendo la programmazione di questo blog, ma vi assicuro che presto torneranno anche gli altri contenuti, soprattutto le recensioni complete. Ad aprile ho guardato 17 film, esattamente lo stesso numero dello scorso anno, anche se nel computo totale sono a quota 79 da inizio 2025 (quindi indietro di dieci film rispetto al 2024, annata record). Lo so, non è su queste cose che dovrebbe fantasticare una persona adulta, ma che volete farci, godiamo delle piccole cose per navigare in un mare di responsabilità, ansie, rotture di palle. E allora viva il cinema!

    Il Bacio di Mary Pickford (1927): Nel capitolo precedente vi parlavo della genialità di Bowfinger e di come avesse preso spunto da questo film sovietico del 1927. Ovviamente, sono andato a cercarmelo per vederlo (e l’ho trovato addirittura su youtube!). Il malinconico bigliettaio di un cinema è innamorato di una ragazza, ma lei non lo vede proprio, soprattutto perché non è famoso (pensate che stronza). L’uomo allora fa di tutto per entrare nel mondo del cinema, finché un giorno, mentre la diva del muto Mary Pickford è a Mosca, riesce a farsi dare un bacio sulla guancia diventando a sua volta l’idolo delle folle. Ma la celebrità, si sa, è un’arma a doppio taglio. Tutto molto divertente, spericolato, piacevole in maniera quasi sorprendente, il colpo di genio però deriva dal fatto che l’attrice statunitense del titolo, Mary Pickford, non aveva assolutamente idea che stessero girando un film su di lei (pensava che le macchine da presa fossero lì per documentare la sua visita per i cinegiornali dell’epoca), infatti le scene in cui è presente sono girate con luce naturale e hanno una sostanziale differenza di qualità nell’immagine. L’importante però è l’idea, poi il montaggio fa il resto: Sergei Komarov è un genio, non è possibile definirlo in altro modo.
    ••••

    I Soliti Sospetti (1995): Non mancano anche a voi i film degli anni 90? Quando un’idea geniale era tutto ciò di cui si aveva bisogno? Ve lo immaginate un film come questo di Bryan Singer girato oggi, con star strapagate e una serie di scemenze a cui non daresti un briciolo di credibilità? La storia è nota: un criminale di mezza tacca, Kevin Spacey, è l’unico sopravvissuto dopo l’assalto a una nave che, secondo gli inquirenti, trasportava un grosso carico di cocaina. Un detective, prima di lasciar andare Spacey su cauzione, lo trattiene per fargli confessare ciò che sta nascondendo, dando vita a uno dei più grandi thriller di sempre, in un’epoca in cui il plot twist non era ancora all’ordine del giorno, anzi, non te lo aspettavi praticamente mai e, per questo, ti lasciava a bocca aperta. Uno dei finali più memorabili di sempre, oltre ad aver consegnato all’immortalità cinematografica, uno dei nomi più spaventosi della storia del cinema: Keyser Soze. Stupendo, anche a distanza di anni.
    •••••

    Y2K (2024): Kyle Mooney, figlioccio del Saturday Night Live, debutta alla regia con una storia distopica che, tecnicamente, dovrebbe far acqua da tutte le parti eppure, almeno per me, funziona. I due tipici sfigati del liceo decidono di imbucarsi a una festa di capodanno, anche perché uno di loro sogna di ricevere il classico bacio di mezzanotte dalla bella della scuola, Rachel Zegler. È il 31 dicembre del 1999 e allo scoccare del nuovo anno, il Millennium Bug colpisce tutti gli apparati tecnologici, che prendono vita e si ribellano agli umani, seminando morte e distruzione ovunque (sic). Parte alla grande, con una festa fuori controllo e una regia piena di idee, poi si sgonfia un po’, come una boy band al secondo album. Nonostante ciò, pur avendo più di 40 anni, mi sono sentito di nuovo adolescente, quando guardavo film scemi e mi godevo la musica degli anni 90 (a proposito, il film mi ha messo addosso una grande nostalgia dei Chumbawamba). Non so come o perché, nonostante i cliché (o forse proprio per), la presenza totalmente cringe di Fred Durst dei Limp Bizkit (nella parte di se stesso) e una serie di scene stupide e inverosimili, il film mi ha proprio divertito. Ah, è stato un flop quasi ovunque, quindi mi sa che sono tra i pochi.
    •••½

    Conclave (2024): Quando vivi a Roma e vieni letteralmente travolto, volente o nolente, da ciò che accade in Vaticano, è consequenziale ritrovarsi a vedere questo film dello scorso anno di Edward Berger, in cui Ralph Fiennes è un cardinale alle prese con l’organizzazione del conclave, tra verità nascoste, dubbi, intrighi, politica, mistificazioni e sorprese continue (e un’eccellente Isabella Rossellini). Il miglior complimento che si può fare a questo film è che sembra un’opera di Tarik Saleh, il peggior commento è che l’ultima mezzora sembra uscita fuori dalle pagine di Dan Brown. Niente miracoli, ma un film solido, ben recitato e pieno di quei momenti in cui pensi “ah, ma allora si può ancora scrivere una sceneggiatura decente”. Ad ogni modo, la finezza estetica di alcune sequenze e l’uso che Berger e il suo direttore della fotografia fanno del colore sono di una bellezza da 5 pallini. Bel film.
    •••½

    Assassinio per Contratto (1958): Martin Scorsese ha definito questo b-movie di Irving Lerner uno dei film che più lo hanno influenzato nella sua vita. Un uomo, per ottenere denaro più rapidamente rispetto a un impiego tradizionale, decide di reinventarsi come sicario. Tutto fila liscio finché non gli viene chiesto di eliminare la testimone chiave di un imminente processo. Per essere un film del ’58 ci sono tante buone idee: una colonna sonora frivola rispetto ai temi della storia, la quotidianità del sicario, che si intrattiene in occupazioni frivole in attesa di svolgere il suo lavoro e un finale forte e inaspettato. Forse eccessivamente scarno per i miei gusti, nonostante vedere un gangster esistenzialista, calmo, calcolatore, addirittura contrario alle armi da fuoco, sia senza dubbio un concetto abbastanza potente per l’epoca. Non tutto funziona a dovere, ma c’è ottimo materiale di base: forse in mano a un regista più in gamba sarebbe uscito fuori un lavoro eccellente, chi lo sa? Un film (e un protagonista) che ha poco da dire, ma sa come dirlo.
    •••

    The Tree of Life (2011): Parlare di questo capolavoro di Terrence Malick è come raccontare un bel sogno, che si vive, si tocca quasi con mano, ma che lentamente sfuma i suoi contorni lasciando alla fine soprattutto il ricordo di una sensazione che ci avvolge, ci culla nel vissuto quotidiano, parlando direttamente alla nostra anima. Dire che questo è soltanto un film sarebbe come dire che la Divina Commedia è soltanto un libro: l’esperienza umana sfiorata lungo le oltre due ore di film porta con sé la capacità di tramutare la visione cinematografica in un viaggio all’interno di noi stessi. La vita di una famiglia statunitense negli anni 50, con tre bambini educati sotto lo sguardo severo del padre Brad Pitt, ma anche secondo dettami di grazia e bontà trasmessi silenziosamente dalla madre Jessica Chastain. Un conflitto famigliare come pretesto per sussurrare il senso della vita: è questo che fa Malick, chiedendo allo spettatore lo sforzo di abbandonarsi alla sua opera, di lasciarsi guidare, e soprattutto di fidarsi di lui: è incredibile come questo film mi faccia sentire piccolo e inutile, ma allo stesso tempo migliore. Ma forse Malick è un extraterrestre: da anni ci osserva in silenzio, lentamente ha capito tutto dell’essere umano. E ora ha deciso di spiegarcelo, con una macchina da presa che danza morbida come se si trattasse della soggettiva del vento, di una foglia che cade, di una farfalla che vola o una tenda che si muove.
    •••••

    SERIE TV: Due anni fa mi sono appassionato a The Last of Us (qui trovate la recensione completa del primo episodio) e, senza neanche pensarci un momento, ogni lunedì sto incollato alla tv per gustarmi i nuovi episodi di questa seconda stagione. Sapete che non amo molto le serie tv, normalmente le guardo solo se valgono davvero la pena di dedicarvi tutto quel tempo: questo dovrebbe già essere un buon indizio sulla qualità di questo prodotto. Il secondo episodio della seconda stagione ha già fatto epoca, per una svolta inaspettata nella trama (alla quale ovviamente non intendo fare il minimo accenno, a dispetto di alcuni malati di mente che gestiscono pagine social dedicate al cinema, tipo Indiewire, che recentemente si sono attirati addosso gli insulti di molti fan per aver piazzato lo spoiler in bella vista nelle timeline dei suoi follower). Ad ogni modo, questa seconda stagione sta confermando quanto di buono si è visto nella prima: azione, psicologia, ironia, resilienza, malinconia, giustizia, credibilità. Serie clamorosa.

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    Capitolo 405: Scorpacciata di Pasqua

    Nelle ultime due settimane ho visto la bellezza di otto film. Dove normalmente aggiorno la rubrica dopo cinque o sei visioni, stavolta la mancanza di tempo mi ha costretto a procrastinare l’u…

    Una Vita da Cinefilo

    Capitolo 405: Scorpacciata di Pasqua

    Nelle ultime due settimane ho visto la bellezza di otto film. Dove normalmente aggiorno la rubrica dopo cinque o sei visioni, stavolta la mancanza di tempo mi ha costretto a procrastinare l’uscita di questo nuovo capitolo. Lo scotto è farvi leggere molti più film di quanti ve ne potreste aspettare, ma ne varrà la pena: c’è di tutto e, soprattutto, c’è tanta roba croccante, sorprese pasquali, chicche di cioccolata. O forse, semplicemente, c’è tanto cinema. Buona lettura.

    Fuoco Cammina con Me (1992): La naturale conseguenza del rewatch delle prime due stagioni di Twin Peaks è il rewatch di questo prequel, ovviamente firmato da David Lynch. In questo caso, stranamente, la storia convince molto più quando non si svolge a Twin Peaks (ovvero la bellissima prima parte), rispetto ai luoghi e ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nella serie tv (la seconda parte, meno appassionante, anche perché sappiamo già tutto ciò che accadrà). Però anche qui ci sono talmente tante di quelle cose immortali che non si può fare a meno di trovarlo un prodotto eccellente: tra queste, un formidabile cameo di David Bowie.
    •••½

    Uomini e Topi (1992): Qualche mese fa ho letto il bellissimo libro omonimo di Steinbeck ed ero curioso di scoprire come l’avesse trasposto per lo schermo Gary Sinise, qui al suo secondo lavoro dietro la macchina da presa: non sorprende sapere che sarà anche l’ultimo. È la storia di due uomini: lo stesso Sinise è quello sveglio e ambizioso, John Malkovich è invece quello grande e grosso, ma anche disabile dal punto di vista intellettivo. I due vengono assunti in un campo per lavorare, con in testa il sogno di comprarsi una fattoria tutta loro. La storia ovviamente è bellissima, anche perché il materiale di riferimento è stato rispettato in ogni sfaccettatura, il problema è una regia da fiction Rai, senza idee, senza alcun guizzo, senza emozioni. A proposito di Twin Peaks, anche qui c’è Audrey (Sherilyn Fenn) che ama mettersi nei guai e, ovviamente, è stupenda. Non se ne esce. Il film non mi è piaciuto molto, ma se volete dargli una chance lo trovate su Prime Video.
    ••½

    Ieri, Oggi, Domani (1963): Vittorio De Sica prende tre soggetti scritti da “due di passaggio” come Eduardo De Filippo e Cesare Zavattini e costruisce un film con tre episodi, tutti interpretati da Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Il primo è senza dubbio il più bello, la storia di una venditrice abusiva di sigarette che, pur di evitare il carcere, si fa continuamente mettere incinta dal marito. Il secondo, il meno riuscito, racconta la tresca tra una ricca signora milanese e un uomo di condizioni più modeste, un rapporto messo alla prova da un banale incidente. Nel terzo, che forse è il più celebre (anche chi non l’ha visto conosce la scena cult dello striptease di Sophia Loren), mostra l’incontro tra una squillo d’alto bordo e un giovane seminarista. Premio Oscar come miglior film straniero, ha il merito di mostrarci una Piazza Navona meravigliosa quasi quanto la Loren, oltre a una serie di momenti di genialità che sono una della massime espressioni del cinema italiano. Se volete vederlo lo trovate su Mubi.
    ••••

    No Other Land (2024): Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità. Lo trovate su Mubi (cliccate qui per vederlo gratis per 30 giorni).
    ••••½

    Peeping Tom (1960): Noto anche con il titolo L’Occhio che Uccide, è forse l’ultimo grande successo di Michael Powell, uno dei massimi esponenti del cinema britannico. Un operatore cinematografico, perverso voyeur, nel tempo libero uccide donne riprendendole con la sua macchina da presa. Cult movie eccezionale, un thriller metacinematografico in cui il pubblico è un voyeur tanto quanto lo è il protagonista, poiché Powell ci mette in condizione di osservare le uccisioni dalla soggettiva dell’uomo che osserva la paura attraverso la sua macchina da presa. Freudiano fino al midollo, è un film sul quale si potrebbero scrivere intere tesi di laurea (e sono certo che siano già state scritte). Da non perdere, lo trovate su Prime Video.
    ••••

    Love Lies Bleeding (2024): Curiosamente avevo visto questo film lo scorso dicembre, pochi giorni aver visto un altro film di Michael Powell, Scarpette Rosse. L’ho rivisto per mostrarlo alla mia dolce metà e posso confermare tutto ciò che di buono avevo scritto allora: che bella sorpresa quest’opera seconda della giovane regista londinese Rose Glass! Ad Albuquerque, nella palestra gestita da Kristen Stewart, una sera piomba una culturista fuggita di casa per prepararsi a un festival di body building. Le due ragazze si innamorano, ma la situazione ben presto precipita. Ci sono echi di Thelma e Louise, con un vago richiamo al cinema dei Coen, c’è una dose di violenza potente ma non eccessiva, ci sono steroidi, c’è un Ed Harris viscido e inquietante: il tutto è messo insieme così bene dalla regista, che quando il film finisce sei davvero soddisfatto per come hai speso gli ultimi 100 minuti. Certo che tra questo e l’universo di Breaking Bad, Albuquerque deve essere proprio un cavolo di posto pericoloso. Da recuperare.
    ••••

    Draft Day (2014): Mi piacciono molto i film che mostrano i dietro le quinte del mondo sportivo (da Jerry Maguire a Ogni Maledetta Domenica, fino allo splendido Moneyball), inoltre provo una stima infinita per Ivan Reitman, padre degli acchiappafantasmi (qui al suo ultimo film), e Kevin Costner è un attore che non sbaglia molti film. Gli elementi per vedere qualcosa di davvero interessante c’erano quindi tutti e, a suo modo, le premesse non sono male: il film infatti racconta il giorno del draft, che è la cosa più vicina al calciomercato che esista negli sport statunitensi, in questo caso il football. Kevin Costner è il manager della squadra di Cleveland e, durante tutto il film, cercherà di fidarsi del suo istinto per costruire una squadra competitiva. La prima parte si basa probabilmente su troppi tecnicismi e un regolamento non del tutto familiare al pubblico italiano (me compreso, nonostante qualcosa la sappia), che è anche una delle ragioni per cui si fa fatica a entrare nella storia. Piano piano, quando diventa più chiaro ciò che sta accadendo, il film è senza dubbio più coinvolgente, con un terzo atto costruito in maniera impeccabile. Se vi piace il genere può valere la pena buttarci un occhio, lo trovate su Prime Video.
    •••

    Bowfinger (1999): C’era un mio amico del liceo, il buon Gigi, che ai tempi era un fanatico di questo film di Frank Oz, scritto, diretto e interpretato da Steve Martin. Nonostante il suo entusiasmo non avevo mai avuto modo di vederlo fino ad oggi: errore mio, perché il film è veramente uno spasso. Steve Martin è un produttore cinematografico che, dopo aver letto una sceneggiatura di fantascienza, decide di girare un film nonostante non abbia un soldo e, quel che peggio, il rifiuto di una star che è una garanzia al box office, Eddie Murphy. Dopo aver messo insieme una troupe di scappati di casa (letteralmente), il nostro deciderà di girare il film a insaputa dell’attore, che verrà ripreso nella vita di tutti i giorni, costretto a interagire con gli attori del film, a loro volta ignari dell’estraneità della star al progetto. Ci sono momenti in cui si ride veramente di pancia, a cui si aggiunge un cast pieno di talenti (Heather Graham e Robert Downey Jr, tra gli altri). La cosa più assurda è che la storia è ispirata a un fatto davvero accaduto, quando nel 1927 una diva del cinema muto, in visita in Unione Sovietica, diventò l’ignara protagonista del film Il Bacio di Mary Pickford.
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    Capitolo 404: Queer e Ora

    Prima di parlare del qui e ora, un passo indietro: marzo si è chiuso con 21 film all’attivo, di cui ovviamente abbiamo ampiamente parlato. In tutto il 2025 (esclusi questi primi giorni di aprile) mi trovo dunque con un totale di 62 film, 10 in meno rispetto all’anno scorso, che è stato il mio anno dei record. Il motivo di questo ritardo non è causato da un’impennata della mia vita sociale, figuratevi, ma va più probabilmente ricercato nelle tante serate dedicate al rewatch di Twin Peaks, ormai agli sgoccioli. Alla lista qui di seguito manca Zodiac, trovato anche quest’anno in tv e inevitabilmente rivisto, ma ne ho già parlato così tanto in passato che, per questa volta, ho pensato di ometterlo (tanto cosa devo dirvi ancora, è un capolavoro).

    Queer (2024): Avevo discrete aspettative su questo nuovo film di Luca Guadagnino, anche perché le sue opere precedenti mi sono piaciute praticamente tutte (niente che mi facesse strappare i capelli, anche perché stanno cadendo da soli, ma comunque lo ritengo un autore più che apprezzabile). Qui invece non funziona quasi nulla, se non gli ottimi interpreti (Jason Schwartzman è fantastico) e alcune sequenze oniriche (specie nella prima parte) che omaggiano David Lynch e lo fanno anche bene. Daniel Craig è un tossico espatriato in Messico, dove fa il viveur tra un locale gay e l’altro. In uno di questi incontra un ragazzo che gli farà perdere la testa, ridefinendo il suo concetto di dipendenza. Decisamente meglio nella prima parte, quando si attiene al romanzo omonimo di Burroughs, cala drasticamente nel terzo atto, tra trip allucinati e ricerca dell’ayahuasca come fosse il Santo Graal. La colonna sonora con i Nirvana poi, mi è sembrata totalmente fuori luogo, così come alcune scenografie, talmente finte che mi sono sembrate ricostruite con l’AI, ma spero di sbagliarmi. Delusione.
    ••½

    Possession (1981): Il polacco Andrzej Żuławski, oltre ad essere stato assistente di Wajda e uomo più invidiato del mondo nei 17 anni in cui è stato insieme a Sophie Marceau, è anche il regista di questo straordinario e assurdo film. Citare la trama senza rivelare troppo sarà un’impresa: nella Berlino divisa dal muro, Sam Neill e Isabelle Adjani sono una coppia in crisi. Non si amano più e per questo lei decide di portarsi via il figlioletto e lasciare il marito. In realtà la donna sta vivendo una sorta di doppia vita in cui nasconde un segreto che è meglio non conoscere. Probabilmente ho già detto troppo, ma sarebbe stato complicato far capire il livello di ansia, mistero e orrore che avvolge ogni scena, con una macchina da presa che gira di qua e di là, in alcune delle carrellate più audaci (e bellissime!) che abbia mai visto in un film. Un cult per cui David Lynch nel 2006 spese parole importanti, definendola “la pellicola più completa degli ultimi 30 anni”. Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile, il modo in cui il regista riesce a rendere la stessa Berlino protagonista è strepitoso, con l’angoscia dei personaggi che viene amplificata dalla presenza, a due passi, del muro, dei soldati, del filo spinato. Cultissimo.
    ••••

    Seven (1995): In un tranquillo sabato sera, dopo che hai visto la partita della Roma, fai zapping in tv e trovi questo capolavoro di Fincher appena iniziato, che fai? Cambi canale? Non credo proprio. Ed è così che ti rivedi Brad Pitt e Morgan Freeman alle prese con un assassino che sceglie le sue vittime in base ai sette peccati capitali. Ed è così che rivivi tutta la claustrofobia di una città cupa, perennemente piovosa, fredda, fino a quel clamoroso e assolato finale, uno dei più incredibili della storia del cinema. Ricordo perfettamente quando a 14 anni vedevo il trailer in tv e la felicità, un anno dopo, quando venne messo in programmazione su Telepiù, dove lo vidi e rividi fino a farmelo uscire dalle orecchie. Immenso.
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    Voglia di Vincere (1985): Se ci si ferma a pensare è incredibile quanto eravamo felici negli anni 80, senza saperlo. Quando la sera in tv passavano un film con Michael J. Fox e tu te ne stavi là a guardarlo, magari sperando un giorno di diventare simpatico e gagliardo come lui. Il nostro qui è uno studente di liceo, nonché titolare nella sfigatissima squadra di basket della scuola, celebre per prendere scoppole a destra e a manca. Un giorno il ragazzo scopre di aver ereditato la licantropia, ciò che non può ancora sapere è che la sua versione da lupo farà impazzire le ragazze, lo renderà un fenomeno a basket e, di conseguenza, il ragazzo più popolare della scuola. Ma non è tutto oro ciò che luccica… Ammetto che sia invecchiato maluccio (o forse sono invecchiato male io), i miei ricordi di questo film erano molto più felici e positivi rispetto a questo rewatch avvenuto una trentina d’anni dopo l’ultima volta. Ennesima dimostrazione che i film restano sempre uguali, sono i nostri occhi che cambiano, maturano, forse peggiorano. Diamine però quanto si stava meglio, in quei fottuti anni 80. Il film è in streaming su Prime Video.
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    Il Cavaliere della Valle Solitaria (1953): Due anni prima di girare Il Gigante, noto anche come l’ultimo film di James Dean, il regista George Stevens gira questo western atipico, una sorta di Lo Chiamavano Trinità senza fagioli (ma con le scazzottate!). Il protagonista Shane, che già conoscevo per essere stato citato più volte nel bel thriller Il Negoziatore, è un pistolero dal cuore d’oro che, di passaggio in una vallata, decide di fermarsi per rifarsi una vita come contadino e, al tempo stesso, difendere gli altri contadini da un proprietario terriero avido che vuole tutte le loro terre per sé. Con le splendide montagne del Wyoming a far da sfondo alla valle solitaria del titolo italiano, le due fazioni si provocano, si pizzicano, si menano e, inevitabilmente, si sparano per gran parte del film. Al di là della semplicità della storia, è appassionante, coinvolgente, si fa il tifo per i buoni come se fosse una partita dell’Italia ai Mondiali e ora capisco perfettamente perché i ragazzini dell’epoca fossero in fissa con Shane. 6 candidature agli Oscar (compreso film e regia) e la statuetta per la migliore fotografia. Bello!
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    Il Colore del Melograno (1969): Considerato un film più unico che raro nella storia del cinema, il film dell’armeno Sergej Iosifovič Paradžanov racconta la vita del poeta errante Sayat Nova, dall’infanzia alla corte del principe, fino al ritiro in convento e quindi la morte. Le immagini, dei tableaux vivants a inquadratura fissa, sono tutte ispirate alle opere del poeta, tra allegorie, nature morte, fantasie oniriche e surrealismo, dove spicca il colore del melograno, che richiama subito al sangue versato dal popolo armeno. Un film inafferrabile, enigmatico, ipnotico, ma anche affascinante a non finire: bisogna scendere a patti con il suo simbolismo, il suo linguaggio cinematografico totalmente diverso da ciò a cui siamo abituati, ma se si riesce a entrare in contatto con quella poesia, è difficile non restarne abbagliati. Inoltre, cosa non da poco, dura meno di 80 minuti. Scelto come film preferito per il progetto Film People (qui anche in versione video!), se avete voglia di avventurarvi nella vita di questo bardo armeno del Settecento, potete farlo su Rai Play (dove lo trovate sotto il titolo Sayat Nova).
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    #208 Emiliano

    Il Colore del Melograno (1969)“È da tanto che suono musica persiana e armena e questo film, con la sua indagine sull’iconografia di questo poeta itinerante del XIV° Secolo, ci racconta in realtà tu…

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