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Sanremo 2026: Reazione al Fisico di Tiziano Ferro

Emozione e Commenti sul Palco dell'Ariston Durante la prima serata di Sanremo 2026, Tiziano Ferro ha offerto un momento di grande emozione al pubblico dell'Ariston. Il cantante, in

Notizie Buzz!

Recensione “Cime Tempestose”: Tanto Amore Per Nulla

Non credo di aver mai sentito tanti “Ti amo” come in questo film. Questa premessa è necessaria, perché nonostante io non rientri di certo nel target di riferimento a cui è destinata l’ultima fatica di Emerald Fennell, la soglia di miele dispensata in due ore supera di gran lunga il livello accettabile per un film di quest’epoca. Ma forse è proprio questo il difetto più grande: questa nuova versione di Cime Tempestose non solo arriva a soli 15 anni di distanza da quella di Andrea Arnold (a sua volta girata invece 31 anni dopo il film del 1970 di Robert Fuest), ma appare immediatamente anacronistica e, inevitabilmente, impallidisce rispetto all’opera di Emily Bronte da cui è tratta, che è del 1847.

In una tenuta dello Yorkshire, il trovatello Heathcliff cresce fianco a fianco con la figlia del contadino, Catherine Earnshaw, con la quale nasce sin da subito un legame profondo, selvaggio, quasi ossessivo. Nonostante un amore dirompente seppur mai apertamente dichiarato, la ragazza, ormai adulta, decide di sposare un uomo socialmente più adatto. Ferito e umiliato, Heathcliff si allontana e sparisce per anni, fino a quando decide di tornare, segnato dal dolore per l’assenza ma soprattutto da un sentimento mai sopito.

Emerald Fennell mette da parte la fiamma della vendetta, tratto distintivo dell’opera letteraria, per concentrarsi sui sentimenti, sull’amore, riducendo un classico della letteratura a un’opera commerciale, quasi adolescenziale, in cui il colpo di grazia arriva quando vediamo Jacob Elordi cavalcare al rallenty con una musica drammatica in sottofondo (per fortuna questa scelta appare soltanto per pochissimi secondi). A condire il tutto, un paio di sequenze con il protagonista a petto nudo, per assicurarsi il sostegno della larga fanbase dell’attore. Difficile salvare dal disastro l’inevitabile chimica tra Elordi e Margot Robbie, che tra una slinguazzata e l’altra restituiscono l’immagine di una passione bruciante che dimentica quasi del tutto la rabbia, il rancore (non a caso le sequenze migliori del film sono le poche in cui Heathcliff e Catherine sono in conflitto). Incredibile pensare che la stessa regista, pochi anni fa, esordiva dietro la macchina da presa con un film di ben altra caratura, lo splendido Una Donna Promettente. Oggi, purtroppo, siamo qui a certificare il primo grande passo falso della sua carriera (al di là del successo che otterrà al box office). Tanto, troppo amore, per nulla.

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Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene

Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.

Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
•••½

Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
•••½

No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
•••½

Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
•••½

Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
•••½

Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
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Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi

Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!

Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
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Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
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Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
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L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
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Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
•••½

SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.

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