Notizie importanti ce le dà Radio Bari

Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Le autorità militari si dimostrarono tutt’altro che transigenti nei confronti delle forze antifasciste

Per quanto il governo di Badoglio ebbe il preciso scopo di gestire da un punto di vista puramente istituzionale e monarchico la transizione dal fascismo al post fascismo, preso com’era dalla volontà di Vittorio Emanuele e dell’ambiente di corte di evitare per quanto possibile le ingerenze dell’antifascismo revenant <1255, il maresciallo fu politicamente abbastanza aperto da indispettire il sovrano. Ma se l’azione del governo fu per certi versi meno intransigente del previsto, quella dei militari fu più rigida e più confacente ai desideri della corona. Già nel corso dei quarantacinque giorni, le autorità militari si dimostrarono tutt’altro che transigenti nei confronti delle forze antifasciste, soprattutto dei comunisti. La necessità di stroncarne la propaganda all’interno dei reparti fu ribadita già all’indomani del cambio di governo, così come l’obbligo per i militari di astenersi dall’iscrizione ai partiti politici. La Milizia, inizialmente oggetto di un semplice cambio di vertice con la nomina al suo comando del generale Armellini, fu sottoposta al giuramento regio solo a macchia di leopardo <1256, e poi incorporata nell’esercito. “Si faccia comprendere agli ufficili [sic] di tutti i gradi che la politica e qualsiasi manifestazione sono elementi deleteri quando si inseriscono comunque nelle forze armate. Unica politica […] in queste contingenze, sono l’attaccamento alle istituzioni, la serietà e la consapevolezza dell’importanza dell’ora presente” <1257. Il riferimento era chiaramente ai partiti antifascisti, ma un certo grado di politicizzazione coinvolse tragicamente proprio i militari apertamente fascisti <1258.
Nonostante già la Circolare Roatta del 26 luglio [1943] prevedesse misure draconiane per assicurare la gestione dell’ordine pubblico, fu con il decreto del Ministero dell’Interno del 27 luglio che questo venne delegato definitivamente alle autorità militari <1259. I comandi locali agirono molto duramente contro ogni manifestazione, ma soprattutto contro i comunisti. Il 22 agosto il Ministero della Guerra invitò a stroncare la tendenza da parte degli operai di cacciare i fascisti dalle fabbriche. Gli istigatori avrebbero dovuto essere denunciati, i seguaci richiamati alle armi dalle autorità militari locali <1260. Questa rigidità poté essere mantenuta per tutto il 1943 e per la prima metà del 1944, finché cioè i partiti antifascisti rimasero esclusi dalla responsabilità di governo. Ma il varo dei primi governi politici e il conseguente ingresso degli antifascisti nei gangli ministeriali, costrinse i militari ed in particolare l’Esercito ad adeguarsi ai nuovi equilibri. In una circolare firmata dal ministro e generale Taddeo Orlando, fu indicata la nuova linea da seguire dopo l’ingresso dei partiti antifascisti nel secondo governo Badoglio dell’aprile 1944. “La formazione di un Governo Nazionale con l’inclusione di tutti i partiti antifascisti, teso nella decisa volontà di cacciare dall’Italia il nemico e di restituire il Paese ad un regime di libertà, deve far cadere ogni prevenzione verso i partiti politici. L’ufficiale quindi rispetti le tendenze dell’inferiore sempreché, beninteso, tali tendenze non si esplichino in manifestazioni che infirmino la disciplina e la coesione dei reparti. L’opera dell’ufficiale anche in questo campo importantissimo deve tendere a che siano evitate discussioni sterili e dannose, pur lasciando a ciascuno piena libertà di pensiero e di ideologie, specie quando queste tendono al fine comune dianzi accennato e cioè concorrere alla cacciata del nemico ed alla resurrezione della Patria, che è scopo precipuo del nostro Esercito. Su questa via l’esempio è offerto da tutti i partiti, i quali hanno anteposto alle loro idealità politiche i supremi interessi del Paese; l’alto significato morale di questa collaborazione deve essere dagli ufficiali illustrato ai propri dipendenti. Quanto sopra non modifica ma conferma quanto è canone nostro fondamentale e cioè l’Esercito è per sua natura apolitico e la sua funzione è di servire in perfetta disciplina il Paese di cui è l’espressione” <1261.
Questo riallineamento non avvenne senza scossoni, o senza ritardi determinati dalla più o meno grande distanza fra i comandanti locali e gli equilibri ministeriali di Salerno prima e di Roma poi. Non di meno un progressivo ingranamento dell’antifascismo nella macchina ministeriale influenzò le forze armate, e portò ad una timida inclusione dell’antifascismo tra gli scopi della guerra che stavano combattendo.
Al di là degli equilibri governativi, la vita all’interno dei reparti dell’esercito del “Regno del Sud” fu animata dalla rinascente opinione pubblica, ravvivata da una stampa più o meno legata ai partiti, che moltiplicò le voci cui i militari potevano prestare ascolto, soprattutto se fino a quel momento erano stati sordi ad un vociare politicizzato che non fosse quello fascista. Ed è probabilmente questa cacofonia di antifascismi a caccia di proseliti, di stampa alleata volta ad esercitare il proprio Psychological Warfare, che portò Rosolo Branchi a confondere le Four Freedoms che Roosevelt pose alla base della guerra combattuta dalle Nazioni Unite, con la costituzione stessa degli Stati Uniti.
“Con il trascorrere dei giorni [dopo l’arrivo al I Raggruppamento Motorizzato], cominciavano a dischiudersi ai nostri occhi prospettive assolutamente nuove, sconcertanti, che turbavano il nostro abituale modo di pensare e di essere. Appartenenti tutti ad una generazione nata e cresciuta sotto un regime autoritario, leggevamo e sentivamo parlare per la prima volta di libertà di parola, di stampa, di opinioni politiche. Quasi increduli apprendevamo che la costituzione americana sanciva l’uguaglianza degli uomini e che tra i diritti e le libertà dell’individuo, stabiliva persino la libertà dal bisogno. Guardavamo commossi e ammirati quanti giovani americani avevano traversato l’Atlantico per venire a combattere e morire in un paese lontano dal loro” <1262.
Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, Giovanni Bonomi fu particolarmente preoccupato dal contatto che la truppa aveva con la popolazione e, soprattutto, con la stampa. Un contatto che sembrò fornire ai soldati gli strumenti con cui mettere in discussione la gerarchia militare. “Discorsi, colloqui, vita vissuta in mezzo alla truppa mi diedero la precisa sensazione che tutto inevitabilmente vacillasse e si afflosciasse. Ai nostri argomenti i soldati rispondevano con gli speciosi argomenti raccolti dai giornali e dal contatto con i mestatori. Propagandisti di mala fede erano riusciti a penetrare, camuffati, anche nelle file dei reparti. Tutte le forze avverse si erano coalizzate nell’unico intento di sfasciare la compagine di quel piccolo gruppo di ardimentosi. Parrebbe una esagerazione, eppure fu così. Bisognava costruire e si demoliva, era necessario cementare e si disgregava, urgeva suscitare la fiamma e si narcotizzava lo spirito. Ironia ed incoscienza dell’egoismo umano!” <1263
Il maggiore Antonio Tedde percepì come una «lotta fratricida» l’animosità dimostrata dai partiti politici, guidati da individui volti ad «impadronirsi fraudolentemente del potere», e per questo intenzionati a distruggere l’Esercito così da poter approfittare di «un’Italia totalmente disarmata e disorientata» <1264. In fin dei conti, la democrazia non era altro che uno strumento con cui gli ambiziosi potevano ottenere un potere personale. “Così la teorica uguaglianza dei diritti e dei doveri dell’uomo contenuta nei princìpi democratici, finisce il più delle volte, nella realtà dei fatti, in una disuguaglianza proprio ad opera degli stessi uomini che la pontificano: il sogno più bello dell’umanità si trasforma così in un mostro che distrugge sé stesso. E questo, ripetiamolo, non per difetto filosofico della democrazia, ma della natura umana che è inadeguata per ideali che confinano con l’utopia. I pochi uomini che si rivolgo alle masse – sono sempre i più furbi e i più forti – […] si appellano ai princìpi democratici per ottenere l’investitura del potere. Una volta ottenutala, finiscono per diventare i padroni delle masse e si costituiscono in una classe privilegiata. […] Primo e caratteristico segno della democrazia è dunque la divisione, non la comunione: divisione degli animi, degli interessi, delle idee. La conseguenza più evidente ne è l’abuso del potere […]” <1265.
Tedde scrisse le sue memorie vent’anni dopo la fine della guerra, ma nel 1944 si dimostrò più che propenso ad indicare al sottosegretario Mario Palermo gli ufficiali fascisti rimasti fra ranghi dell’esercito cobelligerante <1266. In ogni caso, non tutti videro con sospetto la vita politica dell’Italia liberata, anzi. Gli equilibri politici influenzavano comunque le motivazioni e i sentimenti dei militari nei confronti dei compiti che stavano svolgendo. Il capitano di complemento Enrico Vaccari, assistente di botanica all’Università di Pavia, salutò con soddisfazione la formazione del governo di unità nazionale di Bonomi e la luogotenenza del regno di Umberto. “Mi ha fatto molto piacere la costituzione del nuovo governo e la sparizione del Re. Tutto mi fa pensare ad un maggiore contributo dell’Italia alla guerra di Liberazione e davvero questa è la cosa più importante che deve fare il nuovo governo” <1267.
Per un ufficiale della divisione “Friuli” ormai di decise simpatie comuniste, l’ordine di inneggiare al re dopo l’avvio della luogotenenza di Umberto di Savoia fu vissuto con disgusto impossibile da esprimere. In fin dei conti «con le stellette la politica non si può fare […] (per ora)». “Sono tutti dispiaciuti per il Re che se ne è andato. Quel miserabile monarca che ha sempre collaborato con quell’autentico delinquente del Duce. Ci fanno gridare ancora: Savoia!!!, ancora si prega per lui che ha governato l’Italia in questo orribile modo. Rivoluzione ci vuole, fucilazione a tutti questi maledetti. Deve sparire tutto questo lordume che ha insozzato l’Italia e ancora tentano in tutti i modi a non voler riconoscere che son stati loro la rovina” <1268.
Come abbiamo visto, i riferimenti più aperti alla monarchia in realtà vennero progressivamente espunti tanto dagli ordini del giorno alle truppe <1269, quanto dalla stampa volta ai militari. Ma al di là del vissuto individuale, il ritardo dell’opinione pubblica militare scavò un fossato non solo tra sé ed una società alla ricerca di una nuova religione civile, ma anche tra sé ed il poliedrico antifascismo al governo. La circolare di Taddeo Orlando cercò di tutelare una qualche forma di pluralismo anche all’interno dei reparti, ma per molti militari il crollo della religione politica fascista scosse spaventosamente l’edificio della gerarchia di cui erano i rappresentanti, e che proprio partiti ed opinione pubblica sembravano voler parimenti abbattere nella loro ricerca di responsabili per il disastro italiano. Quando a partire dall’estate del 1944 un numero sempre maggiore di volontari antifascisti iniziò ad arruolarsi nel Regio Esercito, i ritardi dei militari e le fughe in avanti dei militanti composero uno dei quadri dell’“altro dopoguerra”, in cui patriottismo autoritario e patriottismo antifascista sfumarono ma non si fusero.
[NOTE]
1255 Così li definì Vittorio Emanuele, quando Pietro Acquarone cercò delle personalità antifasciste cui affidare il governo che sarebbe dovuto succedere a quello di Mussolini, BERTOLDI Silvio, Vittorio Emanuele III. Un re tra le due guerre e il fascismo, UTET, Torino 2002 (1ª edizione 1989), p. 343.
1256 Le richieste di giuramento furono fatte dai comandi di Torino e Trieste, ACS, PCM, Atti 1943, f. 1.1.12, n. 21424, Il comandante generale della MVSN, Armellini, alla presidenza del Consiglio dei ministri e al Comando supremo, Roma, 28 luglio 1943, telespresso, come citato in L’Italia dei quarantacinque giorni…, p. 194.
1257 La possibilità di iscriversi al PNF, permessa durante il fascismo, venne ridotta ad una semplice formalità legale aperta dal desiderio del governo fascista, ACS, Aeronautica, 1943, b. 63, f. 3.IX.1, Cicolare del 31 luglio di Ambrosio a tutti i ministeri militari, come citata in ibid., p. 64.
1258 Fascisti erano i due maggiori responsabili dell’eccidio di Bari del 28 luglio 1943. Un sottufficiale del battaglione “San Marco” iscritto al Partito Fascista, seguì un corteo composto di studenti delle scuole medie che manifestavano a favore del re e del nuovo governo. Quando i ragazzi arrivarono davanti alla federazione fascista del capoluogo pugliese, il militare esplose alcuni colpi di pistola. Gli spari scatenarono la fucileria del plotone di fanteria a presidio della sede del PNF, guidati da un ufficiale parimenti iscritti al Partito. L’azione provocò 18 morti e 70 feriti, soprattutto fra gli studenti, ACS, MI, AG 1920-1945, A5G, f. 10 Bari, b. 102, Promemoria sui fatti di Bari; ibid., Il comandante della legione territoriale dei CCRR di Bari, Geronazzo, al generale Melia, presso il Comando del presidio militare, come riportato in ibid., p. 258.
1259 Il 27 venne infatti proclamato lo stato di guerra su tutto il territorio nazionale. Il testo di una delle copie della Circolare Roatta è in ibid., pp. 11-12n.
1260 ACS, Aeronautica, 1943, b. 112, f. 8.II.2, Circolare del Ministero della Guerra a tutti i comandi, 22 agosto 1943, come riportata in ibid., p. 65. Appare comunque eccessivo attribuire alle autorità militari il desiderio di usare i fascisti richiamati alle armi in funzione anticomunista, dato che per loro stessa ammissione i fascisti erano «un gruppo di elementi che nei confronti della truppa è destituito di ogni titolo di prestigio», ACS, PCM, Atti 1943, f. 20.13, n. 23577, s.f 2, Ufficiali in SPE delle forze armate. Considerazioni sulla loro depressione morale. Memoriale, come citato in ibid., p. 66.
1261 ACS, PCM Napoli Salerno 1943-1944, cat. 10, n.1, f. 25 Tendenze politiche nele file dell’Esercito, Ministero della Guerra. Gabinetto, N. di prot. 7850/I/7.3.52, 25 maggio 1944, Tendenze politiche nelle file dell’Esercito.
1262 BRANCHI, Nebbia amica…, p. 90.
1263 BONOMI, Dal Volturno al Po…, Vol. I, p. 147. Ovviamente tutti sembrarono essere soddisfatti all’annuncio del ritorno in linea, che avrebbe sottratto la truppa all’influenza dei “mestatori”, vedi ibid., p. 149.
1264 TEDDE, Un ufficiale scomodo…, pp. 141-142, p. 156.
1265 Ibid., pp. 144-145.
1266 AISRC, Fondo Mario Palermo, Ss. I, b. 23, f. 102, Promemoria sugli avvenimenti all’atto dell’armistizio e durante l’occupazione nazi-fascista, Dichiarazione del maggiore Antonio Tedde, Cagli, 12 settembre 1944. L’Italia Libera denunciò la presenza del Capo di stato maggiore della divisione corazzata della Miliza nel CIL, a comando di una delle sue brigate, L’azione di comando, in «L’Italia Libera», a. II, n. 122, 3 ottobre 1944, p. 1.
1267 CEVA Bianca, Cinque anni… Lettera dell’15 giugno 1944.
1268 ADN, LANZONI Aldo, Diario di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale: Corsica, Sardegna e Italia meridionale, pp. 29-30.
1269 Puntoni notò sconsolato come, ancora prima del ritiro di Vittorio Emanuele a vita privata, l’ordine del giorno con cui il comandante dell’Arma dei Carabinieri Reali salutò la liberazione di Roma e la festa dei carabinieri «non si fa menzione della persona del Sovrano ma si parla più della necessità di rimanere fedeli al governo nazionale», PUNTONI Paolo, Parla Vittorio Emanuele III, Il Mulino, Bologna 1993, p. 235, 5 giugno 1944.
Nicolò Da Lio, Il Regio Esercito fra fascismo e Guerra di Liberazione. 1922-1945, Tesi di dottorato, Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, 2016

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La pista nera sulle stragi di mafia.
Aeroporto di #catania una tensostruttura per i check-in.
Emergenza climatica, #bonomi: “Cassa integrazione per le alte temperature”.
#musumeci: “No al #salariominimo è assistenzialismo”.

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Siamo di fronte agli avvoltoi “solidali” che piombano in un paese ancora in guerra per accaparrarsi le commesse della futura ricostruzione.
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https://www.kulturjam.it/politica-e-attualita/blob-2023-urso-e-bonomi-a-kiev-per-gli-affari-solidali/
Blob 2023: Urso e Bonomi a Kiev per gli affari "solidali" - Kulturjam

Il ministro delle Imprese Urso e il presidente di Confindustria, Bonomi sono stati a Kiev con "la speranza di pace  fondata anche sul sostegno dell'intera filiera produttiva industriale italiana". Traduzione: viaggio di affari. 

Kulturjam
Il nuovo disordine mondiale / 18: It’s the end of the world as we know it (and I feel fine)

di Sandro Moiso E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene. Quando [...]

Carmilla on line
La vera chicca della vignetta è un piccolo particolare che potrebbe non vedersi con la bassa definizione dei social. I Pepito nerd più irriducibili possono scrivermi in privato per vedersi recapitare il file HD #vignette #satira #cartoon #procreate #disegno #politica #confindustria #fdi #lega #salvini #bonomi #governo #lapeggiordestra

#Bonomi "Non mi esprimo sul risultato elettorale. A votare sono gli italiani e non le imprese. Noi non tifiamo né per uno e né per l'altro".

Peró se quando venite in fabbrica vi mettere la camicia nera fa piú fashion.

#Bonomi all'esecutivo, sintesi: "dovete alzare il culo dalle sedie e intervenire sulle bollette subito, non domani".

É la prima volta che concordiamo con lui.

Mentre si continua a morire e il conflitto rischia di espandersi ulteriormente, Bonomi, presidente di Confindustria, vola a Kiev e mette le mani su una fetta della ricostruzione dell’Ucraina.
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https://www.kulturjam.it/politica-e-attualita/confindustria-va-in-ucraina/
Dall'Ucraina col bottino: Confindustria va alla guerra • Kulturjam

Mentre il conflitto rischia di espandersi ulteriormente, Bonomi, presidente di Confindustria, vola a Kiev e mette le mani su una fetta della ricostruzione dell’Ucraina.

Kulturjam
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