How Anti-Communist Comic Books Spread the Red Scare

In the 1940s and ’50s, comics like “Is This Tomorrow” taught Americans that socialism was something to be feared. Today, the same propaganda still lingers.

Fulgencio Batista lideró una #Cuba que, aunque próspera en lo económico, sufría de una profunda fragilidad institucional. Su ascenso mediante un golpe en 1952 fue la excusa perfecta que el radicalismo #marxista necesitaba para justificar la violencia armada.

La falta de una salida #política clara y el desgaste de su #gobierno facilitaron que un movimiento guerrillero tomara el poder bajo falsas promesas de #libertad. Batista abandonó la isla el 1 de enero de 1959, dejando un vacío que #FidelCastro llenaría con una dictadura que aún hoy oprime al pueblo.

Esta #historia es una lección para la #derecha: el orden debe ser siempre legítimo y legal, porque los vacíos de institucionalidad son siempre aprovechados por los enemigos de la libertad para instaurar el #totalitarismo.

#Cuba #HistoriaReal #Politica #Anticomunismo #Libertad #LeccionesDeLaHistoria

O alerta do 🇨🇱 #Chile no 🇧🇷 #Brasil -

https://jornalggn.com.br/artigos/o-alerta-chileno-no-brasil-por-gustavo-tapioca/ -
Via Jornal GGN -

... o resultado é inequívoco: quando a #Direita fragmenta no primeiro turno e se unifica no segundo em torno do #ÓdioDeClasse, do #Medo social e do #AntiComunismo, ela vence -

O alerta chileno no Brasil, por Gustavo Tapioca

Kast vence no Chile, a direita prova que sabe se unir — e o roteiro para derrotar Lula em 2026 entra em fase aberta 

Jornal GGN
Ante la ilegalización del Partido Comunista de Polonia - PCTE

El Partido Comunista de los Trabajadores de España (PCTE) expresa su solidaridad con el Partido Comunista de Polonia (KPP), recientemente ilegalizado por el Tribunal Constitucional a instancias del presidente del...

PCTE

Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» di Bertoli

Fonte: Marta Cicchinelli, Op. cit. infra

La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] A chiudere “La radiografia di un terrorista” l’inchiesta di Mario Scialoja “E ora parliamo di soldi”, che prova a ricostruire da dove provengano i finanziamenti alla rete eversiva neofascista che opera in Italia. Il giornalista identifica due fonti che rimandano entrambe a Junio Valerio Borghese. Alla prima, Scialoja giunge analizzando il processo tenuto dal sostituto procuratore Claudio Vitalone che si era aperto a Roma per il fallimento, avvenuto nel ’68, della Banca del Credito Commerciale Industriale (Credilcomin), il cui presidente era proprio il principe Valerio Borghese. Il processo si sarebbe concluso nel luglio del 1973, a due mesi dall’uscita dell’articolo, con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma. A quel che era emerso nel corso delle indagini, nella Credilcomin erano confluiti, attraverso Gil Robles e Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, i dieci miliardi di lire trafugati dal figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo, Rafael Trujllo, portati al momento della fuga nella Spagna franchista. I miliardi, poi spariti nel nulla, erano stati utilizzati per finanziare i piani eversivi dell’ex capo della X Mas. La seconda fonte di finanziamento viene individuata da Scialoja a partire da un breve rapporto del SID, emerso durante il processo, che risaliva al 1969 e sul quale, in quei giorni, aveva presentato un’interrogazione parlamentare il deputato socialista Giuseppe Machiavelli. Le tre cartelle dattiloscritte contenevano il resoconto di tre riunioni che avevano avuto luogo a Genova nella villa dell’industriale Guido Canale tra l’aprile e il maggio del 1969. Alle riunioni avevano partecipato circa una ventina di persone, tra cui, oltre a diversi industriali e armatori genovesi, l’avvocato Gianni Meneghini, difensore di Nico Azzi, e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. Lo scopo delle riunioni era, oltre a costituire una sezione provinciale del Fronte Nazionale, quello di reperire finanziamenti a sostegno delle trame eversive, in funzione anticomunista. In quelle occasioni erano stati raccolti 100 milioni di lire. Singolare è che il rapporto del SID non faccia menzione di quanto dichiarato dal fondatore del Fronte Nazionale nel corso della prima riunione, la sola alla quale aveva partecipato. A quanto sarebbe emerso dalle dichiarazioni di uno dei presenti, Borghese parlò dell’esistenza di «un’organizzazione militare di professionisti che era pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista». <110 Che l’obbiettivo di queste riunioni fosse la raccolta di fondi a sostegno di un colpo di stato è dimostrato dalle parole dell’ingegner Fedelini, delegato provinciale del Fronte, il quale aveva precisato nel corso della terza riunione, che l’organizzazione era articolata in due settori specializzati: «quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali e gli uffici pubblici più importanti e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica, di fare proselitismo e di reperire sovvenzioni». <111
Il 3 giugno «L’Espresso» ritorna sulla strage di via Fatebenefratelli con due articoli d’inchiesta, uno di Mario Scialoja, “Passeggiando per le fogne di Padova”, l’altro di Elena Guicciardi, “Se Pussy Cat si decide a cantare”. Al centro della pagina, nella metà superiore la foto di Franco Freda dietro le sbarre durante il processo per il libretto rosso <112, in alto a destra, accanto al titolo, un primo piano di Pasquale Juliano che indossa una coppola bianca. Si tratta di due interventi che cercano di ricostruire i legami di Bertoli con l’ambiente eversivo della destra padovana e con le organizzazioni neofasciste francesi presenti in Provenza, alle quali secondo la redazione del settimanale occorre guardare per comprendere «chi ha mosso il braccio assassino di Bertoli». <113 Secondo Scialoja l’elemento di connessione tra Bertoli e Ordine Nuovo sarebbe proprio Tommasoni, la cui amicizia con l’autore della strage costituisce a suo giudizio la chiave per la comprensione del retroterra criminale a cui va ricondotto l’attentato di via Fatebenefratelli. Tommasoni come sappiamo era finito sotto i riflettori per l’affare Juliano, il capo della squadra mobile a cui aveva fatto i nomi di Fachini, Freda e Ventura, indicandoli come responsabili della lunga catena di attentati del ’69. Pasquale Juliano, com’è noto, a causa della successiva ritrattazione di Tommasoni e di altri suoi confidenti, dietro ai quali stava la regia dell’Ufficio Affari Riservati, era finito sul banco degli imputati per abuso di mezzi investigativi, venendo alla fine messo in congedo e sospeso dal servizio. Servendosi del memoriale difensivo scritto dal commissario nel settembre 1969, Scialoja ricostruisce in modo puntuale l’intera vicenda: il Tommasoni era stato presentato al capo della mobile da un altro giovane neofascista padovano, Nicolò Pezzato, da tempo confidente della polizia, che glielo aveva indicato come un uomo disposto a parlare in cambio di denaro. Questo aspetto, sottolineava Juliano, era stato confermato dal loro primo incontro durante il quale Tommasoni aveva chiesto al commissario il pagamento di una cambiale da 10.000 lire e, successivamente, dalla denuncia contro lo zio per detenzioni d’armi, fatta per intascare un premio di 5.000 lire. Oltre ad essere «un infido mercenario», Tommasoni – osserva Scialoja – era anche un fascista vicino a uomini chiave dell’eversione nera veneta, finiti tutti «in prigione o gravemente compromessi nelle indagini condotte da giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio e dal Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais». <114 L’uomo infatti era legato a Franco Freda, che era stato arrestato per la prima volta nel 1971 su mandato di Giancarlo Stiz, e a Massimiliano Fachini, luogotenente di Freda, ex consigliere comunale del MSI e presidente del FUAN. Questi dopo essere stato arrestato per gli attentati del 1969 proprio da Juliano ed essere stato prosciolto, era stato oggetto di un procedimento giudiziario da parte di D’Ambrosio per concorso in omicidio volontario di Alberto Muraro, il portiere dello stabile di Piazza Insurrezione dove abitava Fachini, che era il solo a poter testimoniare a favore del commissario in relazione al procedimento avviato contro di lui per irregolarità nelle indagini, e che era singolarmente volato dalla tromba delle scale, dopo aver ricevuto un colpo in testa. Proprio una settimana prima dell’uscita dell’articolo di Scialoja, Fachini era finito nuovamente sotto indagine per la strage di piazza Fontana. <115 Secondo il giornalista è proprio a questo «torbido sottobosco nero padovano» <116 che ruota intorno ad Ordine nuovo che bisogna guardare per chiarire i mandanti che stanno dietro la strage alla Questura. Il legame con ON, spiega al temine dell’articolo Scialoja, consentirebbe inoltre di comprendere gli agganci di Bertoli con l’estrema destra francese, visti gli stretti rapporti della formazione padovana con le organizzazioni neofasciste e paramilitari europee, specie con ex esponenti dell’OAS. Ancora una volta desta una certa impressione rileggere oggi questo intervento di Scialoja che, sulla scorta di pochi indizi e basandosi sull’intuizione della buona fede del capo della mobile, era riuscito a giungere alle medesime conclusioni cui sarebbe pervenuta molti anni dopo, con non poche difficoltà, la magistratura.
L’intervento di Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» <117 di Bertoli, che costituiva per gli inquirenti uno dei principali nodi da sciogliere per provare a dare una spiegazione a quanto era accaduto il 17 maggio a Milano. Il titolo del pezzo allude al clima di intimidazione che si era diffuso nei mesi antecedenti alla strage nei confronti dei proprietari di caffè e locali notturni situati tra Nizza e Marsiglia, che erano stati fatti saltare in aria o incendiati. Il Pussy cat era proprio un locale situato sul vecchio porto di Marsiglia, che era stato oggetto di un attentato dinamitardo, la cui padrona probabilmente era a conoscenza delle frequentazioni di Bertoli. L’autrice ritiene che i contatti marsigliesi dell’attentatore di via Fatebenefratelli vadano ricercati nell’ambiente eversivo della destra francese costituito prevalentemente dai nazionalisti rimpatriati dall’Algeria dopo l’indipendenza, molti dei quali erano rientrati in Francia, dopo aver trovato rifugio nei regimi fascisti della penisola iberica, a seguito dell’amnistia concessa nel 1968 dal generale De Gaulle. La pista indicata dalla Guicciardi è decisamente interessante se si pensa che erano stati proprio gli ex militari francesi fuggiti dall’Algeria e riparati in Portogallo a fondare nel 1966 l’agenzia di stampa internazionale Aginter Press, implicata nelle manovre delle destre eversive di tutta Europa e, come sarebbe emerso dalle indagini della magistratura, anche nella strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra le figure alle quali bisognava guardare, la Guicciardi cita in particolare due noti esponenti dell’OAS, Joseph Ortiz e Jean Marie Susini. Truculento protagonista della lotta per l’Algeria francese, implicato nella vicenda della Villa Sources, dove venivano torturati i militanti del FLN, prima di essere sciolti nell’acido solforico, Ortiz era stato uno degli ideatori, insieme al deputato Pierre Lagaillarde, della “rivolta delle barricate” che si era consumata ad Algeri nel gennaio del 1960. Condannato a morte in contumacia, nel 1968 Ortiz era rientrato in Francia dove, a Tolone, aveva fondato, insieme all’ex-capo del servizio stampa dell’OAS, André Seguin, il “Club dei nazionalisti rimpatriati”, punto d’incontro per la destra fascista francese. L’altra figura su cui si sofferma la giornalista è Susini. Fondatore dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione clandestina, composta da civili e militari, che intendeva continuare con metodi terroristici la lotta per l’Algeria francese, Susini era stato condannato a morte in contumacia oltre che per l’appartenenza all’organizzazione, anche per essere stato l’ideatore del fallito attentato contro il presidente De Gaulle nel 1964. Rifugiatosi prima in Spagna, poi in Italia, dove aveva vissuto per ben cinque anni sotto falsa identità, Susini era ritornato in Francia grazie all’amnistia del ’68. Qui aveva stretto rapporti oltre che con i vecchi commilitoni di destra, anche con la malavita marsigliese, con la quale aveva organizzato numerose rapine ai danni delle banche della Costa Azzurra. Nell’ottobre del 1972, infine, era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento e la scomparsa del tenente colonnello Raymond Gorel, l’ex-tesoriere dell’OAS che si era appropriato del tesoro dell’armata segreta, mettendolo al sicuro in Svizzera. Con parole simili a quelle utilizzate da Scialoja, l’autrice concludeva sottolineando che il misterioso interlocutore marsigliese con cui i fratelli Yemmi, appartenenti a Jeune Revolution – gruppo legato all’organizzazione di estrema destra Ordre Nouveau -, avevano messo in contatto Bertoli andava cercato proprio in questa giungla popolata da fascisti, criminali senza scrupoli, sopravvissuti ai conflitti coloniali. Solo riuscendo a fare luce su quei tre giorni di buio tra l’approdo di Bertoli a Marsiglia e l’arrivo a Milano, sarebbe stato possibile arrivare ad una ricostruzione plausibile della strage alla Questura.
[NOTE]
110 M. Scialoja, E ora parliamo di soldi, in «L’Espresso», a. XIX, n. 21, 27 maggio 1973, p. 5.
111 Ibid.
112 Del libretto rosso e della strategia della cellula padovana di Ordine Nuovo ne parla Gianni Casalini in un colloquio riportato da Guido Salvini sul suo sito. Il libretto era stato scritto interamente da Franco Freda mentre Giovanni Ventura ne aveva curato la stampa. Cfr. Il libretto rosso di Freda e Ventura, https://guidosalvini.it/libro-nel-cinquantenario-di-piazza-fontana (consultato il 18 febbraio 2024).
113 M. Scialoja, Passeggiando per le fogne di Padova, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
114 Ibid.
115 Durante una perquisizione a casa di Fachini era stata trovata una chiave che si adattava perfettamente alla serratura della cassetta metallica che conteneva la bomba fatta esplodere il 12 dicembre in piazza Fontana. Al momento in cui Scialoja scriveva l’articolo era in corso una perizia per accertare la che la chiave corrispondesse effettivamente al blocco serratura della cassetta metallica. Ibid.
116 Ibid.
117 E. Guicciardi, Se pussy cat si decide a cantare, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

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L’affidavit di un magistrato a favore di Sindona

L’8 settembre del ’76 Sindona si consegna alla giustizia federale statunitense a seguito del mandato di estradizione in Italia. L’udienza per l’estradizione viene spostata ad altra data, dopo aver versato un deposito di 150 mila dollari in contanti e obbligazioni del Tesoro Sindona viene rilasciato dopo il versamento di una cauzione di tre milioni di dollari. Bordoni viene arrestato il 24 dello stesso mese mentre si trova in Venezuela. Il 13 dicembre Sindona consegna alla Corte federale dei documenti con la sua linea di difesa.
[…] Come tutti i gruppi finanziari Sindona ha partecipato alla nazionalizzazione delle industrie di Stato e in particolare alla nazionalizzazione dell’industria per la produzione di energia elettrica, fatto che l’ambasciatore sottace.
John McCaffery riprende le accuse contro La Malfa <511 e il governo: “Con La Malfa in una posizione chiave al Tesoro e, con i collegamenti politici ed economici che questo implicava, una persona come Sindona, che era apertamente anti-sinistra, che lottava contro il dilagante controllo statale, e che stava rapidamente diventando il principale pilastro italiano dell’iniziativa privata, nazionale e internazionale, era destinata a trovarsi in guai seri. La Malfa non è stato solo nei suoi sforzi per scardinare l’influenza e la reputazione di Sindona nell’ambiente d’affari italiano. Durante i miei rapporti con Sindona sono stato testimone di numerosi attentati in Italia ed all’estero di farlo cadere. Per esempio, Jocelyn Hambro, Presidente della Hambros, la banca inglese, è stato un fedele sostenitore di Sindona ed aveva affidato alla sua banca diversi progetti di Sindona. Durante l’assenza del Presidente, delle banche italiane
orientate verso sinistra andarono negli uffici della Hambros per seminare sfiducia su Sindona e predire disastri per le sue iniziative”.
Il rappresentante degli Hambros non spiega come il gruppo britannico, antivedendo i tempi, si fosse ritirato dal sostegno accordato a causa di manovre di cui non era stato informato chiudendo ogni partecipazione al sistema creato da Sindona. McCaffery legge le conseguenze giudiziarie delle operazioni del gruppo introducendo il tema della persecuzione: “L’azione giudiziaria italiana contro Sindona è sintomatica del deterioramento del paese. E’ triste dover ammettere che la magistratura italiana non è stata capace di evitare la penetrazione della sinistra”.
Questo tema è centrale nell’affidavit di Carmelo Spagnuolo, presidente della quinta sezione della corte di Cassazione <512. La presenza di un Presidente di sezione della più alta corte dell’ordinamento giuridico italiano è indice di quanto la P2 avesse permeato i ranghi più alti del sistema giudiziario italiano. Spagnuolo, fatto inaudito fino a quel momento nella storia giudiziaria italiana, dichiara la sua appartenenza alla massoneria. In qualità di magistrato, su richiesta del Gran Maestro dei massoni (sic) presiede una commissione formata anche da quattro altri membri della Fratellanza di Piazza Gesù per istruire un processo massonico <513 dal quale Sindona sarebbe stato giudicato come innocente. Spagnuolo precisa di avere svolto delle indagini approfondite che portarono alla redazione di un rapporto che va nella direzione opposta di quello redatto dalla Commissione parlamentare. Spagnuolo sostiene che il procedimento giudiziario in corso di svolgimento è viziato per l’assenza di perizie tecniche come sarebbe in uso nei procedimenti di bancarotta: “Finora, sono stati accettati i dati forniti dal liquidatore della Banca Privata Italiana senza un controllo obiettivo degli stessi. Il Magistrato, invece di servirsi di un gruppo di esperti per le perizie tecniche, ha utilizzato sottufficiali della Polizia Tributaria che, sebbene siano esperti in materia di loro spettanza, non hanno la competenza per interpretare complicate transazioni bancarie che sono di difficile interpretazione perché spesso collegate con altre operazioni”.
I dati forniti dal commissario liquidatore, prima che venisse ucciso su mandato di Michele Sindona, mostrano una realtà differente che vede Sindona e i sindaci delle banche come gruppo che lavora al di fuori di qualsiasi regola e prassi bancaria. I dati di Ambrosoli mai sono stati messi in discussone, ma anzi il commissario venne sentito come persona informata dei fatti anche negli States.
Il giudice Spagnuolo analizza gli attacchi contro alcune società del gruppo mostrando grande attenzione nei confronti del tema dell’edilizia popolare <514 e si sbilancia fino a accusare la magistratura di essere influenzata ideologicamente: “Sull’argomento delle tendenze avanzate o sulle idee politiche dei giudici, devo dire che molti magistrati professano ideologie di sinistra, come è stato messo in luce dalla stampa in certe occasioni. Esistono vari gruppi con opinioni politiche differenti. La stampa ha ripetutamente menzionato, e gli organi forensi hanno lamentato, che un giudice che professi ideologie di sinistra è in contraddizione con lo spirito e la funzione tipica del giudice ed il suo ruolo di imparzialità. Queste tendenze ideologiche sono diventate sempre più evidenti durante l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. […] Vorrei dire che le correnti esistenti nella Magistratura sono le seguenti: Unione Magistrati, magistrati Indipendenti, Magistrati Democratici, Impegno Costituzionale, Terzo Potere Bianco, Terzo potere Nero” <515.
Spagnuolo conclude parlando dell’omicidio di Francesco Coco, ucciso dalle Brigate Rosse, e di Vittorio Occorsio ucciso dal terrorismo di destra mentre si occupava dei legami tra massoneria ed estrema destra.
La posizione del giudice trova la sua spiegazione negli ideali professati da Licio Gelli che dichiara alla Corte federale di essere a capo della Loggia Massonica P2 <516. Gelli coniuga la direzione di una loggia con la sua personale lotta politica anticomunista. Sindona è oggetto di continui attacchi della stampa di sinistra. L’affidavit si conclude dipingendo una situazione che “ha raggiunto un livello molto basso a causa dell’infiltrazione della sinistra”. Se tornasse in Italia Sindona non verrebbe giudicato imparzialmente e la sua vita sarebbe in pericolo. La preoccupazione di Gelli in merito all’estradizione viene frustrata due anni dopo quando viene scoperto il finto rapimento [nel 1979] di Sindona che pregiudica irrimediabilmente la sua credibilità negli States e nella Corte Federale nel quale si sta celebrando il suo processo.
[NOTE]
511 Affidavit di John Mac Caffery, ibidem, p. 153. Per un profilo del personaggio si rimanda al capitolo primo.
512 Per avvalorare il suo affidavit Spagnuolo ricostruisce la sua carriera e riporta di essere stato giudice nella Corte di Appello e Pubblico Accusatore aggiunto a Milano dal 1947. Giudice della Corte Suprema e Pubblico Accusatore Capo a Milano dal ’57 al ’65. Procuratore Generale della Corte di Appello di Trieste dal gennaio del ’65. Procuratore Generale della Corte di Appello di Genova. Dal 17 febbraio 1971, Procuratore Generale della Corte di appello di Roma. Dal 2 luglio 1974 presidente della quinta sezione della Corte Suprema. In Affidavit Spagnuolo, ibidem, pag. 138 ssg.
513 Gli atti di tale processo non sono consultabili per via del segreto massonico.
514 Spagnuolo cita la Società Generale Immobiliare ma non precisa che la Società (il pacco di controllo) fu ceduta dalla Santa Sede a Sindona. Nel progetto del banchiere la società sarebbe stata nominalmente una società immobiliare ma di fatto avrebbe svolto le mansioni di una banca d’affari. La Generale Immobiliare entra nelle cronache a causa dell’inchiesta giornalistica di Cancogni che svela quali intrecci fossero nascosti dietro la gestione delle lottizzazioni per edilizia popolare e la destra romana della Democrazia Cristiana. Cfr. supra cap. 4
515 Come specifica il magistrato i primi due gruppi, “sebbene considerati di destra, rappresentano in realtà correnti che professano la corretta ideologia del magistrato e sono contrari al coinvolgimento politico da parte della Magistratura. Gli altri quattro gruppi aderiscono a ideologie di sinistra”. Spagnuolo identifica l’appartenenza alle correnti di destra della magistratura italiana come indice di correttezza ribadendo la sua posizione in chiave anticomunista.
516 Affidavit di Licio Gelli, ibidem, p. 133-136.
Ottavio D’Addea, Michele Sindona e l’economia italiana, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2016

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Di fatto, cioè, la Guerra fredda fu una sfida per l’acquisizione del potere in tutte le sue forme da parte delle due superpotenze

Vista la mancanza di accordo tra studiosi ed esperti e considerate le nuove domande di cui si arricchisce, in generale, la storia internazionale <14, la storiografia sulla Guerra fredda è molto ampia e destinata, con buone probabilità, ad arricchirsi ulteriormente: come ha sottolineato Federico Romero, questa pluralità di punti di vista e di diverse prospettive rivela la difficoltà di individuare l’oggetto dello studio o, in altre parole, la difficoltà di definire quale sia la natura della Guerra fredda.
[…] Di fatto, cioè, la Guerra fredda fu una sfida per l’acquisizione del potere in tutte le sue forme da parte delle due superpotenze, fosse esso militare, politico, culturale, o economico. Nel corso del conflitto, le vittorie e le sconfitte su ognuno di questi ambiti furono misurate dall’avanzata o la ritirata dei due modelli, quello liberal-capitalista a trazione statunitense da una parte e quello socialista incarnato dall’Unione Sovietica dall’altro <16. La dimensione ideologica alla base delle scelte dei governi delle due superpotenze risulta fondamentale per spiegarne le motivazioni: è questo scontro, del resto, il vero fil rouge della Guerra fredda <17.
Come ha sottolineato Melvyn Leffler, la Guerra fredda fu sia il prodotto di un insieme di contingenze che delle ideologie che animavano i leader di Washington e Mosca, in parte frutto di pregiudizi e paure per la sicurezza nazionale e in parte della volontà di esportare il proprio modello politico ad altri stati <18. Sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, infatti, nutrivano la convinzione di incarnare le caratteristiche del modello politico migliore possibile, l’unico in grado di garantire la pace mondiale: per gli Stati Uniti, la mera esistenza di un paese con i caratteri dell’Unione Sovietica rappresentava la possibilità che si creassero nuovamente le condizioni per lo scoppio di una guerra mondiale. Finché fosse esistita l’URSS, pensavano le élite politiche statunitensi, il mondo non avrebbe potuto raggiungere una condizione di pace vera e duratura. Per l’Unione Sovietica, invece, il problema principale non era tanto quello annientare gli Stati Uniti in quanto tali, quanto quello di annichilire il loro progetto imperialista riconducendo la nazione alla condizione di “normalità” di uno stato borghese senza velleità espansionistiche <19.
In virtù di questa auto-rappresentazione e di questo modo di dipingere l’avversario, le classi dirigenti delle due nazioni credevano di essere investite di una missione universale: per gli Stati Uniti, il loro modello politico di stampo liberal-capitalista era l’unico in grado di funzionare e andava esportato nel resto del mondo. In modo uguale e contrario, la classe dirigente dell’Unione sovietica riteneva che le contraddizioni interne dei sistemi capitalistici li avrebbero condotti all’estinzione e all’inevitabile presa del potere delle classi proletarie, cosa che avrebbe a sua volta portato alla creazione di regimi comunisti in tutto il mondo. Si trattava di convinzioni radicate nella cultura nazionale e dettate da una lettura ideologica e pre-orientata dei fenomeni politici, oltre che di una diversa interpretazione del corso della storia <20.
Nel contesto della Guerra fredda, una definizione ristretta dell’ideologia non esaurisce le spiegazioni dietro alle singole scelte politiche dei governi statunitense e sovietico. In effetti, come suggerisce l’antropologo statunitense Clifford Geertz, con il termine “ideologia” si deve indicare qualcosa di più ampio rispetto a ciò che siamo più comunemente abituati a pensare. Secondo Geertz, l’ideologia non è una dottrina del pensiero con uno specifico e codificato riferimento scritto, come può essere il marxismo-leninismo ma, piuttosto, un «insieme di convinzioni connesse che riduce le complessità di una particolare porzione della realtà in termini facilmente comprensibili e suggerisce modi appropriati per confrontarsi con essa» <21. In questo senso, qualsiasi visione politica contiene in sé i tratti dell’ideologia, una serie di convinzioni pre-determinate, basate su elementi di irrazionalità o su giudizi acquisiti su una determinata questione. Per lungo tempo, gli uomini politici degli Stati Uniti hanno ritenuto di essere privi di condizionamenti ideologici e sbandierato la necessità di intraprendere una lotta contro i regimi politici che ne erano soggetti. Gli Stati Uniti non operavano sulla base dell’ideologia ma sulla base della sicurezza nazionale e della difesa dei valori democratici. In realtà, come ha messo in luce la storiografia statunitense dalla corrente revisionista in avanti <22, l’ideologia ha occupato un ruolo centrale nelle decisioni prese dalla classe politica statunitense, tanto in politica interna quanto, forse in modo più evidente, in politica estera. L’eccezionalismo, l’idea dell’esistenza di una “gerarchia delle razze”, l’anti-radicalismo, rappresentano, così, i tasselli di un paradigma ben consolidato sulla base del quale sono state adottate numerose scelte politiche che non si possono spiegare in termini di mera convenienza materiale o di analisi realiste degli equilibri di potere <23.
Il rapporto tra politica ed ideologia nel conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu messo in luce dal giornalista Walter Lippmann, che parlò per la prima volta di «Guerra fredda» in una raccolta di saggi pubblicata nel 1947 <24 in risposta al famoso saggio pubblicato da George Kennan in forma anonima su “Foreign Affairs”, la rivista del Council on Foreign Relations, nel 1947. Kennan, che lanciava così la dottrina del containment, scrisse che: “[…] The thoughtful observer of Russian-American relations will find no cause for complaint in the Kremlin’s challenge to American society. He will rather experience a certain gratitude to a Providence which, by providing the American people with this implacable challenge, has made their entire security as a nation depending on their pulling themselves together and accepting the responsibilities of moral and political leadership that history plainly intended them to bear” <25.
Le parole del diplomatico statunitense erano rivolte al pubblico di “Foreign Affairs”, fatto di specialisti e politici, ed erano destinate ad avviare un intenso dibattito sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. I decisori politici sotto l’amministrazione del presidente Truman sposarono le convinzioni di Kennan e ne fecero la base per la loro strategia nei confronti dell’Unione Sovietica. L’immagine del nemico si arricchì, nel tempo, di particolari preoccupanti per gli Stati Uniti. Nel 1950, Truman commissionò un documento al Policy Planning Staff del National Security Council che contenesse informazioni sulla politica sovietica (conosciuto come l’NSC 68). Il risultato fu un report dai toni quasi propagandistici, benché riservato esclusivamente all’uso interno del governo: «L’obiettivo del Cremlino […]», scrissero gli esperti del governo federale guidati da Paul Nitze, «è la sottomissione totale dei popoli sotto il suo controllo […]. La politica del Cremlino verso le aree che non sono sotto il suo controllo è l’eliminazione della resistenza al suo volere e l’estensione della sua influenza e controllo. Persegue questa politica perché non può […] tollerare l’esistenza di società libere» <26. Sulla base di una lettura così allarmante per il futuro degli Stati Uniti, la classe dirigente americana decise di mettere in campo tutti gli strumenti utili a spostare in proprio favore gli equilibri internazionali. Le armi e la diplomazia non sarebbero più stati sufficienti a questo sforzo; bisognava sconfiggere i sovietici anche sul piano dell’immaginario collettivo, conquistando “i cuori e le menti” dell’opinione pubblica mondiale.
[NOTE]
14 Thomas Zeiler, The Diplomatic History Bandwagon: A State of the Field, in “The Journal of American History”, Vol. 95, No. 4, 2009, pp. 1053-1073 e le risposte di Mario Del Pero, On the Limits of Thomas Zeiler’s Historiographical Triumphalism, in “The Journal of American History”, Vol. 95, No. 4, 2009, pp. 1079-1082 e Jessica Gienow-Hecht, What Bandwagon? Diplomatic History Today, in “The Journal of American History”, Vol. 95, No. 4, 2009, pp. 1083-1086.
16 Nigel Gould Davis citato in Giles Scott-Smith, Western Anti-Communism and the Interdoc Network. Cold War Internationale, London, Palgrave Macmillan, 2012, p. 2.
17 Si veda la riflessione di Leopoldo Nuti, On recule pour mieux sauter, or “What needs to be done” (to understand the 1970s), in Pons and Romero (edited by), Reinterpreting the End of the Cold War., cit., pp. 39-51.
18 Cfr. Melvyn P. Leffler, For the Soul of Mankind: the United States, the Soviet Union and the Cold War, New York, Hill and Wang, 2007.
19 Stephanson, Fourteen Notes, cit.
20 Westad, The Global Cold War, cit., p. 40.
21 Clifford Geertz citato in Michael H. Hunt, Ideology, in Frank Costigliola and Michael J. Hogan (edited by), Explaining the History of American Foreign Relations, Cambridge, Cambridge University Press, 2016, p. 222.
22 L’inizio della corrente storiografica revisionista è attribuito a William A. Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, Dell Publishing Co., 1962. Cfr. anche Anthony Mohlo and Gordon S. Wood (edited by), Imagined Histories. American Historians Interpret the Past, Princeton, Princeton University Press, 1998, Frank Ninkovich, The Wilsonian Century. American Foreign Policy since 1900, Chicago and London, University of Chicago Press, 1999 e Erez Manela, The Wilsonian Moment. Self-Determination and the International Origins of Anticolonial Nationalism, Oxford, Oxford University Press, 2007; Gordon S. Wood, Empire of Liberty: A History of the Early Republic, 1789-1815, Oxford, Oxford University Press, 2009.
23 Cfr. Michael H. Hunt, Ideology and U.S. Foreign Policy, New Haven and London, Yale University Press, 1987.
24 Walter Lippmann, The Cold War: a Study in U.S. Foreign Policy, New York, Harper, 1947.
25 X, The Sources of Soviet Conduct, in “Foreign Affairs”, Vol. 25, No. 4, Jul., 1947, p. 582.
26 Ibidem.
Alice Ciulla, Gli intellettuali statunitensi e la “questione comunista” in Italia, 1964-1980, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012

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