#silentsunday

Il vicolo. Palermo, 1982
Fotografia di Letizia Battaglia
© Archivio Letizia Battaglia

Un estratto del Libro "Mi prendo il mondo ovunque sia"
scritto da Letizia Battaglia a quattro mani con Sabrina Pisu - Ed. Einaudi

C'è un legame profondo, viscerale, che mi unisce a questa città, che mi nutre e che io nutro.

Mi legano a Palermo un sentimento di rabbia mista a dolcissima disperazione, la percepisco come una città malata e questo mi fa molto intristire anche se negli ultimi anni qualcosa si sta realizzando.

Ma dove ci sono molte difficoltà i sogni sono più belli, sono più forti.

Palermo è come una bambina che vuole crescere, diventare grande, diventare la maestra o la principessa, sogna di diventare una persona felice.

Palermo sono le bambine che nei quartieri poveri continuano a guardare il mondo con occhi pieni di sogni. Palermo sono io.

E' una città piena di cose, belle e brutte. Come lo è un amore.

E' un elemento barocco su un muro con sotto accatastata la spazzatura.

E' il profumo di un fiore o di qualcuno che cucina tra le grida della strada.

E' il mercato della Vucciria con il profumo delle cucine accanto a palazzi fatiscenti.

E' una statua della Madonna o di Gesù che spunta da un palazzo, una finestrina con la sua tendina rotta e la sua vita difficile dietro.

La mia Palermo puzza splendidamente.



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Fra le lettere ritrovate ce n'è una che anticipa il nome di mio padre, che nacque tre anni dopo. Mia nonna racconta a mio nonno di essere stata a trovare una parente che ha avuto una bimba di nome Alencina e gli domanda se quando nascerà il loro primo figlio lui le lascerà scegliere il nome. Spoiler: sì, mio padre prese il nome di Alessandro, che lei scelse in onore del re che fino a poco prima aveva regnato in Jugoslavia, Alessandro I Karađorđević.

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Altro ritrovamento dagli archivi di famiglia: le lettere che mia nonna e mio nonno si scrivevano quando lui prestava servizio per la Marina Militare e lei era a Roma, giovane e innamorata. Sulle buste appare un timbro che ho scoperto solo oggi essere stato tipico di quegli anni (seconda guerra mondiale) e che recita la frase: "Taci, ogni notizia giova al nemico".

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Palermo è una città che respira storia ad ogni angolo, dove le pietre delle strade raccontano storie di rivolte, tradizioni e trasformazioni urbane.

Tra i quartieri più affascinanti e ricchi di memorie c’era la Conceria, un luogo che, tra il Medioevo e l’Ottocento, fu il cuore pulsante della vita popolare palermitana.

Qui, lungo le sponde del fiume Papireto, si sviluppò un rione unico, dove l’arte della concia delle pelli si intrecciava con la vita quotidiana, tra botteghe, mercati e vicoli labirintici.

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Palermo 1491, una mano tremante solleva il coperchio di un sarcofago antico, sigillato da secoli, dentro, tra le spoglie di una regina, brilla qualcosa di inaspettato: una corona d’oro, smalti e pietre preziose, intatta come il giorno in cui fu deposta.

È la corona di Costanza d’Aragona, prima moglie di Federico II, un simbolo di regalità che ha attraversato i secoli senza perdere il suo fascino misterioso.

Questa scoperta, avvenuta nella Cattedrale di Palermo, non fu un caso isolato, fu l’inizio di una lunga indagine sulle tombe reali, che avrebbe svelato tesori nascosti, gioielli dimenticati e storie sepolte sotto il marmo.

Oggi, quel tesoro è custodito gelosamente all’interno della Cattedrale, tra le mura che hanno visto passare Normanni, Svevi e Aragonesi, e che ancora oggi raccontano i segreti di un’epoca che fu.

https://www.panormus.blog/notes/?slug=il-tesoro-della-cattedrale-di-palermo-1773139477

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Era il 5 luglio 1979 quando Palermo, con il suo Stadio della Favorita, divenne teatro di uno degli eventi musicali più rivoluzionari della storia italiana: il concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori, parte del leggendario tour “Banana Republic”.

Quell’estate, i due cantautori non solo portarono la loro musica in giro per l’Italia, ma segnarono una svolta epocale nel modo di intendere i concerti dal vivo, trasformando gli stadi in templi della musica pop e riscrivendo le regole del rapporto tra artisti e pubblico.

http://www.panormus.blog/notes/post.php?slug=banana-republic-a-palermo-1772695937


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Palermo 1885, carretto siciliano

Il carretto siciliano è uno dei simboli più iconici e affascinanti della Sicilia, un oggetto che racchiude secoli di storia, arte e tradizione popolare. La sua evoluzione, dalle umili origini come mezzo di trasporto alla trasformazione in vera e propria opera d’arte, riflette la complessità e la ricchezza culturale dell’isola.

Fino al XIX secolo, la Sicilia era caratterizzata da una rete viaria dissestata e poco praticabile, che rendeva difficile l’uso di veicoli a ruote, i trasporti avvenivano principalmente via mare.

Successivamente, grazie a un lento miglioramento delle strade, il carretto iniziò a diffondersi come mezzo di trasporto essenziale per contadini, artigiani e commercianti. La sua struttura, realizzata in legno di castagno o noce, era robusta e funzionale, progettata per resistere ai percorsi accidentati dell’entroterra siciliano.

Con il passare del tempo, il carretto perse la sua funzione esclusivamente pratica e divenne un oggetto di prestigio e di espressione artistica, gli artigiani iniziarono a decorarlo con intagli, pitture e sculture, trasformandolo in un “rebus che cammina”, come lo definì lo scrittore Guy de Maupassant durante il suo viaggio in Sicilia nel 1885.

Le decorazioni non erano mai casuali, rappresentavano scene storiche, religiose, cavalleresche (come le gesta dei paladini di Francia o le battaglie di Napoleone), ma anche episodi tratti dalla vita quotidiana o dalla letteratura, come la Cavalleria Rusticana di Giovanni Verga.

Ogni carretto era un manifesto ambulante, un modo per raccontare storie e tramandare tradizioni in un’epoca in cui i libri erano accessibili a pochi. Le pareti esterne erano divise in scomparti che formavano veri e propri quadri, dominati da colori vivaci come il rosso, il giallo oro e il turchino, simboli della passione, del sole e del mare siciliano.

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Lo Sfincionello Palermitano, un viaggio tra storia, tradizione e sapori autentici

Per le strade di Palermo, tra i profumi intensi dei mercati e il vociare delle friggitorie è qui, tra i vicoli del centro storico, che nasce una delle delizie più iconiche della Sicilia: lo sfincionello.

Non una semplice pizza, ma un simbolo di convivialità, un piatto che racconta secoli di storia attraverso un impasto soffice, una salsa ricca e un tocco di formaggio che si fonde con il pangrattato croccante.

Dalle monache dei conventi alle tavole dei palermitani, lo sfincionello è un omaggio alla cucina povera che si trasforma in arte.

Le sue origini, i segreti della ricetta tradizionale palermitana:

http://www.panormus.blog/gallery/index.php?p=img&id=699433be688e6

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