Venezia, i carabinieri TPC recuperano una stele funeraria romana del I secolo

Nuova, importante operazione di tutela del patrimonio archeologico nel territorio veneziano. I Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia hanno restituito alla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della città metropolitana una preziosa porzione di monumento funerario romano risalente alla prima metà del I secolo d.C.

Il reperto, recuperato nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Venezia, era stato individuato in un’abitazione privata di Campagna Lupia, in provincia di Venezia. La consegna ufficiale allo Stato è avvenuta il 26 maggio 2026, al termine dell’attività investigativa.

Una stele romana sottratta al mercato illecito

Secondo gli accertamenti del Nucleo TPC, il manufatto sarebbe il risultato di scavi clandestini oppure di ritrovamenti fortuiti mai denunciati, avvenuti nella seconda metà del Novecento. Successivamente il bene sarebbe entrato nel circuito della ricettazione antiquaria.

I Carabinieri hanno quindi proceduto al sequestro della lastra, poiché il possessore non era in grado di dimostrare un valido titolo di proprietà, come richiesto dalla normativa italiana sui beni archeologici.

Il reperto: un’iscrizione funeraria della Venezia romana

Il reperto consiste in una lastra parallelepipeda in pietra calcarea beige-giallastra, lavorata e iscritta su un solo lato. Le dimensioni sono considerevoli: 90 x 87 x 14 centimetri.

Gli studiosi ritengono che il frammento appartenesse alla balaustra frontale di un recinto funerario di medio-grandi dimensioni, probabilmente collocato in una necropoli della Venezia romana.

L’iscrizione presenta eleganti lettere capitali latine e un campo epigrafico ben rifinito. Sulla lastra si legge:

[—]iae C(aii) f(iliae) et C(aio) A[—]
C(aii) f(ilio) viro me[—]
[—] e I L(ucio) Elvio [—]

Nel testo sono menzionate almeno tre persone: la prima è una donna, priva di cognome, come pure l’uomo che la segue, circostanza che consente di datare l’epigrafe alla prima metà del I secolo d.C. È ignoto il gentilizio dell’uomo citato dopo l’anonima defunta, infatti si conserva soltanto l’iniziale A, per cui non è possibile alcuna interpretazione.

È interessante il vocabolo “viro“, che denota il rapporto fra la donna e il suo compagno di vita. Dopo viro si trova me seguito da lacuna. Può essere “me[o]” o anche “me[renti]“. L’ultimo nome leggibile è quello di L(ucius) Elvius.

Guarda il videoservizio: Venezia, recuperata dai carabinieri una stele funeraria romana del I secolo d.C.

https://youtu.be/TYsZNIYxdMI

Le indagini e il ruolo della Soprintendenza

L’attività investigativa, avviata nel luglio 2024, è stata supportata dagli esperti della Soprintendenza ABAP di Venezia, che hanno effettuato analisi tecniche fondamentali per autenticare e contestualizzare il manufatto.

Nel maggio 2025 la Procura di Venezia ha disposto il dissequestro e la restituzione ufficiale del bene allo Stato. Su indicazione della Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Ministero della Cultura, il reperto è stato assegnato al Comune di Campagna Lupia, dove sarà valorizzato ed esposto presso il Palazzo di Città.

Un patrimonio restituito alla collettività

Il recupero di reperti archeologici appartenenti al demanio culturale rappresenta una delle principali attività investigative dei Carabinieri TPC. Attraverso controlli costanti, collaborazioni con studiosi e soprintendenze e monitoraggi del mercato antiquario, vengono riportati alla collettività beni che raccontano la storia dei territori italiani.

La restituzione della stele romana rappresenta dunque non solo un successo investigativo, ma anche un’importante operazione di tutela e valorizzazione della memoria storica.

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  • 📄 Fonte:Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia ✅
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🏛️ Recuperata nel Veneziano una preziosa stele funeraria romana del I secolo d.C.

✅ I Carabinieri TPC l’hanno sottratta al mercato illecito e restituita allo Stato: sarà esposta a Campagna Lupia.
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Venezia, i carabinieri TPC recuperano una stele funeraria romana del I secolo

I Carabinieri TPC di Venezia recuperano e restituiscono allo Stato una stele funeraria romana del I secolo d.C. rinvenuta illegalmente a Campagna Lupia.

Storie & Archeostorie

Chieri (To), recuperati dopo oltre 50 anni due reliquiari rubati dal tesoro del Duomo (con VIDEOSERVIZIO)

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Dopo oltre mezzo secolo tornano finalmente a Chieri, nel Torinese, due preziosi reliquiari appartenenti al tesoro del Duomo, trafugato durante uno dei più clamorosi furti d’arte sacra avvenuti in Piemonte nel Novecento.

La restituzione ufficiale è avvenuta il 16 maggio 2026 nella Chiesa di Santa Maria della Scala, durante i solenni festeggiamenti dedicati ai Santi Giuliano e Basilissa. A riconsegnare le opere alla comunità è stato il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Torino, al termine di un’indagine internazionale coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino.

I reliquiari recuperati: capolavori del Quattrocento

Le opere recuperate raffigurano San Giuliano Martire e la Madonna con Bambino. I due reliquiari, realizzati rispettivamente nel 1460 e nel 1492, sono manufatti in argento sbalzato di straordinario valore storico e artistico.

Facevano parte del celebre tesoro del Duomo di Chieri, composto complessivamente da 34 opere tra manufatti fiamminghi di altissimo pregio e raffinati lavori di oreficeria locale del XV secolo. Il tesoro era stato trafugato il 12 luglio 1973 in un furto che colpì profondamente il patrimonio artistico e religioso piemontese.

L’indagine partita da una mail anonima

Le indagini che hanno portato al recupero dei reliquiari sono iniziate dopo l’invio di una mail all’Arcidiocesi di Torino. Nel messaggio veniva richiesta una somma di denaro in cambio della restituzione delle due opere.

L’email, proveniente da un account svizzero, è stata immediatamente analizzata dai Carabinieri del TPC, che hanno avviato approfondite indagini telematiche per verificare la credibilità della richiesta e identificare i responsabili.

Grazie anche alla collaborazione della polizia svizzera, gli investigatori sono riusciti a individuare una coppia di coniugi residenti in Svizzera.

La collaborazione internazionale e il recupero delle opere

L’operazione è stata resa possibile grazie a una rogatoria internazionale e alla collaborazione tra la magistratura italiana e le autorità del Canton Vallese. Nel corso di una perquisizione effettuata dalla polizia elvetica sono stati rinvenuti e sequestrati i due reliquiari.

Fondamentale si è rivelato anche il confronto con la Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti, il database gestito dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

La verifica ha confermato che le opere sequestrate erano proprio quelle rubate nel 1973 dal Duomo di Chieri. I due manufatti sono stati rimpatriati in Italia nel febbraio scorso.

Le opere erano state esportate illegalmente all’estero

Secondo quanto emerso dalle indagini, i reliquiari sarebbero stati trasferiti all’estero poco tempo dopo il furto e successivamente rivenduti. Gli investigatori hanno quindi accertato l’avvenuta esportazione illecita e la successiva ricettazione dei beni culturali.

Il recupero assume un valore ancora più importante considerando che già negli anni 1974, 1975 e 1981 i Carabinieri TPC erano riusciti a recuperare parte del tesoro trafugato.

Un recupero simbolico per la comunità di Chieri

La restituzione dei reliquiari rappresenta non solo un successo investigativo, ma anche un evento dal forte valore simbolico e religioso. Le opere tornano infatti nel loro contesto originario, restituite alla devozione popolare e alla memoria storica della comunità.

Alla cerimonia ufficiale erano presenti il Procuratore Aggiunto della Procura di Torino, il Sindaco di Chieri, il Vescovo Ausiliare di Torino e il Responsabile dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Chieri (To), recuperati dopo oltre 50 anni due reliquiari rubati dal tesoro del Duomo: GUARDA IL VIDEOSERVIZIO)

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Il ruolo del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale

L’operazione conferma ancora una volta l’importanza del lavoro svolto dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, specializzato nella lotta contro il traffico illecito di opere d’arte.

L’intervento tempestivo dei militari, che non hanno sottovalutato la richiesta anonima giunta via mail, ha impedito che i reliquiari potessero essere dispersi nuovamente nel mercato nero internazionale dell’arte e del collezionismo religioso.

La vicenda dimostra inoltre come la cooperazione internazionale tra forze di polizia e magistrature possa garantire il recupero del patrimonio culturale anche a distanza di molti decenni.

Un patrimonio ritrovato dopo mezzo secolo

Il ritorno dei due reliquiari chiude simbolicamente un capitolo doloroso della storia culturale di Chieri.

A oltre cinquant’anni dal furto, la comunità può oggi riabbracciare due opere che rappresentano non soltanto un patrimonio artistico di straordinario valore, ma anche una testimonianza identitaria della propria storia religiosa e civile.

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  • 📄 Fonte: carabinieri TPC ✅
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Da New York alla Sardegna: i carabinieri TPC riconsegnano due preziosi reperti al Museo Archeologico Nazionale di Nuoro

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Due straordinari reperti archeologici trafugati e finiti sul mercato internazionale dell’arte sono tornati in Sardegna. I manufatti, recuperati grazie a un’operazione internazionale coordinata dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, sono stati ufficialmente consegnati al Museo archeologico nazionale di Nuoro, dove entreranno a far parte del percorso espositivo permanente.

Due reperti simbolo della Sardegna preistorica e nuragica

I reperti fanno parte di un più ampio gruppo di 129 manufatti restituiti all’Italia dal District Attorney di New York nell’ambito delle attività di contrasto al traffico illecito di beni culturali.

La statuina femminile neolitica in pietra, appartenente alla tipologia delle cosiddette figure “cruciformi a placca intera”.

Il primo reperto è una rara statuina femminile neolitica in pietra alta circa 35 centimetri, appartenente alla tipologia delle cosiddette figure “cruciformi a placca intera”. Databile all’ultima fase del Neolitico, rappresenta uno degli esemplari più grandi conosciuti di questa categoria ed è eccezionale anche per il suo stato di conservazione quasi completo.

Il secondo reperto è invece un bronzetto nuragico raffigurante un arciere, alto poco più di 8 centimetri e databile tra la fine dell’Età del Bronzo e gli inizi dell’Età del Ferro. La figura mostra l’arco poggiato sulla spalla sinistra e richiama iconografie note anche nella statuaria di Mont’e Prama.

Il bronzetto nuragico raffigurante un arciere

Il recupero dopo il traffico illecito internazionale

I due reperti erano comparsi negli anni scorsi nei cataloghi di importanti case d’asta internazionali, finendo al centro delle indagini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Le operazioni investigative, condotte tra il 2022 e il 2023 in collaborazione con le autorità statunitensi, hanno portato alla restituzione ufficiale all’Italia.

La consegna è avvenuta nei giorni scorsi da parte del luogotenente Mauro Lai del Nucleo TPC di Cagliari al direttore del museo Antonio Cosseddu e alla direttrice regionale dei Musei Nazionali Sardegna, Melissa Ricetti.

Un ritorno importante, ma senza contesto archeologico

Secondo Antonio Cosseddu, la statuina neolitica rappresenta uno dei reperti più significativi del patrimonio archeologico sardo per dimensioni e conservazione. Tuttavia, il traffico illecito ha causato la perdita di un elemento fondamentale: il contesto di rinvenimento.

Senza dati stratigrafici e informazioni archeologiche precise, infatti, una parte importante della storia dei reperti resta irrimediabilmente compromessa. Proprio per questo il museo intende utilizzare la nuova esposizione anche per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della tutela del patrimonio culturale e sulla lotta agli scavi clandestini.

Il Museo di Nuoro come luogo di restituzione identitaria

La scelta di destinare i reperti al Museo archeologico nazionale di Nuoro è stata presa dal tavolo ministeriale dedicato alla redistribuzione dei beni recuperati, privilegiando la coerenza territoriale e culturale delle collezioni.

Il ritorno di questi oggetti in Sardegna rappresenta non soltanto un successo investigativo, ma anche una restituzione simbolica alle comunità locali di una parte della loro memoria storica.

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Operazione “Achei”: 46 reperti archeologici restituiti allo Stato

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A Cosenza i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno restituito allo Stato 46 reperti archeologici recuperati al termine dell’indagine “Achei”. I manufatti, di origine etrusca, magno-greca e romana, sono stati consegnati il 15 aprile al Direttore dei Parchi Archeologici di Crotone e Sibari durante una cerimonia ufficiale nella Sala Leone di Palazzo Arnone.

L’operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Crotone, rappresenta uno dei più significativi risultati degli ultimi anni nella lotta contro il traffico illecito di beni culturali, restituendo alla collettività testimonianze fondamentali della storia antica.

Un traffico internazionale di reperti archeologici

Le indagini, condotte tra il 2017 e il 2018 dal Nucleo TPC di Cosenza, hanno portato alla luce un articolato sistema criminale attivo su scala nazionale e internazionale. Il traffico coinvolgeva diversi Paesi europei, tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia, e si basava su una rete strutturata di scavatori clandestini, intermediari e ricettatori.

Al centro del sistema vi erano i cosiddetti “tombaroli”, organizzati in squadre con ruoli ben definiti, capaci di alimentare un mercato illecito continuo di reperti archeologici provenienti da scavi abusivi sul territorio italiano. I beni venivano poi immessi in circuiti di vendita complessi, spesso difficili da tracciare, sia in Italia che all’estero.

Recuperi anche all’estero: il ruolo della cooperazione internazionale

Tra i reperti restituiti figurano anche oggetti sequestrati in Francia e rimpatriati nell’ottobre 2025 grazie a un provvedimento dell’autorità giudiziaria francese. Questo risultato evidenzia il ruolo cruciale della cooperazione internazionale nella tutela del patrimonio culturale, sempre più esposto a traffici globalizzati.

Un esempio emblematico è il rhyton a testa di cerva, già esposto in occasione di una mostra internazionale presso Europol a L’Aia, simbolo dell’efficacia delle operazioni congiunte tra forze di polizia europee.

Le indagini e i provvedimenti giudiziari

L’operazione “Achei” si è conclusa con un’importante azione giudiziaria. Il GIP del Tribunale di Crotone ha emesso un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di 23 persone, ritenute coinvolte a vario titolo in un’associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di beni culturali.

Le accuse comprendono reati gravi come il danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato, l’impossessamento illecito, la ricettazione e l’esportazione clandestina. Parallelamente, sono stati eseguiti circa 80 decreti di perquisizione nei confronti di altri soggetti indagati.

Un patrimonio restituito alla collettività

I 46 reperti recuperati saranno ora custoditi ed esposti presso il Museo Archeologico Nazionale di Sibari, dove potranno essere studiati e ammirati dal pubblico. Si tratta di oggetti di grande valore non solo economico, ma soprattutto storico e identitario, testimonianze delle civiltà che hanno abitato il territorio italiano.

Questa restituzione rappresenta il risultato di un lavoro complesso e coordinato tra forze dell’ordine, magistratura e istituzioni culturali, dimostrando l’importanza di un’azione sinergica per la salvaguardia del patrimonio.

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🏛️ Dagli scavi clandestini ai musei americani: 17 beni culturali tornano in Italia grazie alla cooperazione internazionale tra Roma e New York.

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📷 Foto ©MiC

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Stati Uniti restituiscono 17 opere all’Italia: reperti archeologici, libri rari e documenti storici

Diciassette beni culturali restituiti dagli USA all’Italia: reperti archeologici, libri antichi e documenti storici recuperati a New York.

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Operazione “Numisma” contro il traffico di reperti internazionali: sequestrate migliaia di monete antiche

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Duro colpo al traffico internazionale di monete antiche da parte dei militari del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cagliari al termine dell’indagine “Numisma”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Sassari. L’operazione ha portato all’esecuzione di un decreto di sequestro preventivo nelle città di Sassari e Bologna nei confronti di cinque dei sette indagati, accusati di ricettazione ed esportazione illecita di beni archeologici.

Il provvedimento, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Sassari, ha riguardato anche i conti correnti utilizzati per la gestione dei proventi illeciti. Le autorità hanno disposto il sequestro di rapporti finanziari fino a concorrenza del profitto del reato, stimato in circa 250 mila euro.

Dalle aste internazionali alle indagini dei Carabinieri

L’inchiesta, avviata nel giugno 2022 dal Nucleo TPC di Cagliari, è partita dall’individuazione in un’asta estera di 36 rare monete d’oro di età sardo-bizantina. Alcuni esemplari risultavano facilmente riconoscibili perché pubblicati nel 1996 da uno studioso di Sassari, elemento che ha fatto sospettare un’uscita clandestina dal territorio italiano.

Da quel primo riscontro gli investigatori hanno ricostruito una rete di vendita internazionale. Monete di interesse archeologico venivano immesse sul mercato attraverso case d’asta specializzate, ignare della provenienza illecita dei materiali. Nel corso dell’indagine sono stati effettuati sequestri anche in Spagna e Austria.

Oltre 1.500 lotti venduti tra il 2022 e il 2024

Tra il 2022 e il 2024 il gruppo avrebbe immesso sul mercato più di 1.500 lotti di monete antiche, in gran parte di epoca punica, romana e bizantina. I reperti, privi di documentazione di provenienza, hanno generato un giro d’affari stimato intorno al mezzo milione di euro.

Secondo quanto emerso dalle indagini, l’attività sarebbe stata gestita da alcuni collezionisti sardi con la mediazione di un esperto numismatico che curava i rapporti con le case d’asta. Coinvolto anche un ex mercante numismatico e filatelico di Sassari, accusato di aver immesso sul mercato nazionale e internazionale beni archeologici di provenienza illecita.

Recuperate circa 4.000 monete antiche

L’operazione ha consentito di recuperare e restituire allo Stato italiano circa 4.000 monete antiche, comprese alcune in oro. Tra i materiali sequestrati figura anche un raro elemento scultoreo in marmo riconducibile a un culto pagano di età romana, ritenuto di particolare interesse culturale.

Il risultato investigativo è stato possibile grazie alla collaborazione tra magistratura italiana ed estera, forze di polizia e specialisti del settore, tra cui archeologi e numismatici delle Soprintendenze. Determinante anche l’utilizzo degli strumenti informatici del Comando TPC, come la banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, il sistema S.W.O.A.D.S. e il sistema informativo dell’Ufficio Esportazione.

L’indagine ha consentito di recuperare reperti finiti in collezioni pubbliche e private inconsapevoli dell’origine illecita, aprendo nuovi possibili filoni investigativi in Italia e all’estero. L’operazione rappresenta un ulteriore intervento nella lotta al traffico clandestino di beni archeologici e alla dispersione del patrimonio culturale nazionale.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Comunicato stampa ufficiale dei Carabinieri TPC
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❗ Operazione “Numisma”: sequestrate migliaia di monete antiche

✅ Duro colpo al traffico internazionale di monete antiche da parte dei militari del Comando Carabinieri TPC di Cagliari al termine dell’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Sassari.

✅ Sette indagati e sequestri per 250mila euro. Recuperati circa 4mila reperti

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Il mosaico erotico trafugato dai nazisti non era di Pompei: la vera origine nelle Marche

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Ne avevamo parlato lo scorso luglio, e ora la sua storia è tornata sulla breccia con una svolta clamorosa. Sì perché il mosaico romano con scena erotica, restituito all’Italia nel 2025 dopo oltre ottant’anni, in realtà non è di Pompei ma marchigiano, e più precisamente dell’area di Folignano.

Il reperto era stato sottratto durante la Seconda guerra mondiale da un capitano della Wehrmacht, l’esercito della Germania nazista, e portato in Germania come bottino personale. La restituzione è avvenuta grazie agli eredi del militare, che hanno deciso di consegnare l’opera allo Stato italiano. Il recupero è stato gestito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, l’unità specializzata dell’Arma impegnata nella lotta contro il traffico illecito di opere d’arte.

Per approfondire: Un mosaico erotico trafugato durante la guerra torna a casa

https://storiearcheostorie.com/2025/07/15/mosaico-erotico-trafugato-in-germania-durante-la-guerra-torna-a-pompei/

Poiché mancavano informazioni certe sulla provenienza del mosaico, il Ministero della Cultura lo aveva inizialmente assegnato al Parco Archeologico di Pompei, dove era stato consegnato nel luglio 2025. Qui infatti sono noti numerosi mosaici figurati di età romana realizzati con tecniche e motivi simili.

Ma le ricerche successive hanno cambiato completamente la storia dell’opera.

Il mosaico ritrovato

Le analisi archeometriche: un mosaico non vesuviano

Una volta giunto a Pompei, il mosaico è stato sottoposto a studi archeologici e analisi scientifiche condotte in collaborazione con l’Università del Sannio.

Gli studiosi hanno applicato indagini archeometriche, una disciplina che utilizza strumenti della chimica, della mineralogia e della fisica dei materiali per ricostruire l’origine e la tecnica di produzione dei manufatti antichi.

L’analisi delle tessere musive – piccoli cubetti di pietra o pasta vitrea che compongono l’immagine – ha mostrato caratteristiche incompatibili con i mosaici vesuviani. In particolare la composizione mineralogica delle pietre, la dimensione delle tessere e la tecnica di posa del tessellatum rimandavano piuttosto a officine musive attive nell’Italia centrale, probabilmente nel Lazio.

Questi dati hanno suggerito l’esistenza di laboratori specializzati nella produzione di mosaici figurati destinati al commercio su larga scala, capaci di rifornire ville aristocratiche in diverse regioni della penisola.

Il colpo di scena: la provenienza da una villa romana delle Marche

La svolta è arrivata grazie a un incontro quasi fortuito durante la presentazione pubblica del mosaico nel 2025. L’archeologa Giulia D’Angelo, originaria delle Marche e studiosa di archeologia romana, ha riconosciuto elementi che rimandavano a un sito del suo territorio.

Le ricerche archivistiche hanno portato alla vera provenienza del reperto: una villa romana situata a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, nel territorio della provincia di Ascoli Piceno.

La presenza del mosaico in quell’area era già documentata alla fine del XVIII secolo, segno che il manufatto era noto agli studiosi locali molto prima della sua scomparsa.

Il taccuino ottocentesco che ha confermato l’identificazione

Una prova decisiva è emersa da un documento sorprendente: un taccuino manoscritto del XIX secolo realizzato dal pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli.

Nel quaderno, databile intorno al 1868 e oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno, compare uno schizzo dettagliato del mosaico accompagnato da annotazioni sul luogo del ritrovamento.

Gabrielli descrive la scena come quella di un uomo che porge una borsa di denaro a una giovane donna seminuda. L’autore interpreta il soggetto come “Il congedo di un’etera”, cioè una cortigiana di alto rango nel mondo greco-romano.

Il pittore annota anche la provenienza dell’opera: un podere appartenente alla famiglia Malaspina a Rocca di Morro. Il disegno ottocentesco coincide perfettamente con il mosaico restituito nel 2025, confermando definitivamente la sua origine marchigiana.

La scena erotica, un “classico” della cultura romana

Le scene erotiche nei mosaici romani non erano affatto rare. Al contrario, facevano parte della decorazione domestica di ville aristocratiche e ambienti di rappresentanza, soprattutto negli spazi dedicati al banchetto o al riposo.

Nel caso di questo mosaico il personaggio maschile è raffigurato mentre offre una borsa di denaro, probabilmente allusione al pagamento, mentre la figura femminile, seminuda, richiama l’iconografia delle eterae, le cortigiane, associate alla seduzione e al mondo del simposio

Queste immagini avevano spesso significati simbolici e culturali complessi, legati ai temi della ricchezza, del piacere e della vita aristocratica nel mondo romano.

Il valore della restituzione

Per il ministro della Cultura Alessandro Giuli, la storia del mosaico dimostra che la tutela del patrimonio non si conclude con il recupero materiale dell’opera.

Il lavoro congiunto tra Carabinieri, archeologi, università e funzionari del Ministero ha permesso di ricostruire la vera storia del reperto e ricollocarlo nel suo contesto originario.

Oggi il mosaico rappresenta non solo un esempio di arte romana, ma anche un frammento di memoria restituito alla collettività.

Nel frattempo, le amministrazioni locali di Folignano e Ascoli Piceno stanno valutando future iniziative di valorizzazione, tra cui possibili mostre o progetti di collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei.

Sul prezioso reperto è stato pubblicato oggi, sull’E-journal di Pompei, un articolo di approfondimento a cura di Giulia D’Angelo (Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Scienze dell’Antichità), Celestino Grifa (Università del Sannio, Dipartimento di Scienze e Tecnologie; SHerIL,Samnium Heritage Innovation Lab.), Simona Boscia, Andrea Lepore, Chiara Germinario, Mariano Mercurio (Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università del Sannio), Gianluca Frija (Università di Ferrara, Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra), Alessandro Russo, Gabriel Zuchtriegel (Parco Archeologico di Pompei). L’articolo è consultabile a questo link.

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