Perché chiamare Atreju una kermesse politica è un’appropriazione sbagliata (e offensiva)
C’è qualcosa che stona, e non poco, nel chiamare Atreju una manifestazione politica. Non perché la politica non possa usare simboli, ma perché non tutti i simboli sono neutri, e soprattutto non tutti si prestano a essere piegati senza perdere senso.
Atreju non è un nome qualunque. Non è un contenitore vuoto. È un personaggio letterario preciso, nato in un libro che mette in scena una logica molto diversa da quella di un evento politico identitario.
Atreju non è una bandiera
Nel romanzo La storia infinita di Michael Ende, Atreju non è un leader carismatico, non è un capo, non è un simbolo da sventolare. È un bambino. Un orfano. Un incaricato.
Atreju non guida masse, porta un compito. Non costruisce un “noi contro loro”, attraversa Fantàsia parlando con tutti. Non vince con la forza, sopravvive grazie all’ascolto, alla lealtà e al limite.
Il suo eroismo è silenzioso, spesso solitario, e soprattutto non identitario. Atreju non rappresenta un popolo contro un altro, ma una responsabilità verso un mondo intero, anche quando quel mondo non lo ringrazia.
Usare il suo nome come etichetta politica significa trasformare un personaggio etico in un marchio. Ed è già qui che qualcosa si rompe.
Il Nulla non è “il nemico”
Nel libro, il Nulla non è un avversario ideologico. Non è “qualcuno”. È una perdita di senso, una rinuncia alla complessità, all’immaginazione, al dialogo.
Il Nulla avanza quando:
- le storie vengono semplificate,
- le parole diventano slogan,
- il mondo viene ridotto a buoni e cattivi.
La storia infinita mette in guardia proprio contro la tentazione di usare le narrazioni come strumenti di potere. Bastiano lo impara nel modo più duro possibile: quando usi la fantasia per dominare, perdi te stesso.
Eppure, il nome Atreju viene oggi usato come se fosse un grido di battaglia. Come se indicasse “da che parte stare”. È una lettura non solo superficiale, ma in aperto contrasto con il testo.
Michael Ende non scriveva per dividere
Su Michael Ende conviene essere precisi: non abbiamo bisogno di mettergli in bocca frasi “definitive”. Nelle sue interviste e riflessioni, Ende respinge l’idea di una fantasia ridotta a propaganda o a etichetta di schieramento, ma allo stesso tempo non presenta Fantàsia come un luogo “neutro” o senza implicazioni: è un immaginario che parla di responsabilità, senso e libertà interiore. Il punto, quindi, non è che l’opera sia “apolitica”, ma che non nasce per essere usata come strumento di parte.
Non è un caso che chi gestisce oggi la sua eredità culturale abbia preso posizione: le opere di Ende non sono nate per essere strumenti politici. Non perché la politica sia “brutta”, ma perché quel tipo di immaginario serve a unire, non a marcare confini.
Questa posizione è esplicitata in una dichiarazione ufficiale dei titolari dei diritti di Michael Ende, pubblicata sul sito ufficiale dell’autore: https://short.staipa.it/cu2cj
Nel comunicato si afferma chiaramente che le opere di Ende sono “luoghi di libertà interiore, gioco e immaginazione” e non strumenti di identificazione politica, e che l’uso politico del nome Atreju è ritenuto inappropriato e contrario allo spirito dell’autore.
Quando un’opera nasce per tenere insieme mondi diversi, usarla per rappresentarne uno solo è una forzatura. E una mancanza di rispetto.
Offensivo per chi ama davvero quel libro
C’è poi un altro livello, forse il più importante. Chi ha amato La storia infinita non ha amato Atreju perché “combatte un nemico”, ma perché resta umano mentre tutto intorno si svuota.
Vedere quel nome trasformato in un’etichetta politica è come vedere un personaggio d’infanzia sottratto e riassemblato per uno scopo che non gli appartiene. Non è censura dirlo. È onestà culturale.
Non tutto ciò che è pop è automaticamente disponibile. Alcune storie chiedono rispetto. Atreju è una di queste.
Un elenco di contraddizioni (letterarie, non da tribunale)
Qui non si tratta di fare accuse o processi alle intenzioni di nessuno. Si tratta di guardare la distanza tra ciò che il romanzo mette in scena e ciò che una kermesse di partito, per definizione, tende a rappresentare.
- Atreju è “figlio di molti”: nel libro è un orfano cresciuto dalla comunità. È un simbolo di cura collettiva, non di pedigree o “famiglia modello”. Usarlo dentro una narrazione che spinge spesso l’idea di famiglia naturale come standard unico suona quantomeno stridente.
- Fantàsia è un mondo di differenze: è piena di creature, popoli, linguaggi e forme di vita diversissime, che convivono. Se una politica insiste su identità rigide e confini culturali netti, la scelta del nome sembra il contrario di ciò che il libro celebra.
- L’eroe non è il capo: Atreju non è un leader che arringa, non “brandizza” sé stesso. È l’opposto della personalizzazione. Una manifestazione politica, invece, vive spesso di centralità del leader e di storytelling identitario.
- Il Nulla non è “il nemico di turno”: nel romanzo non è una fazione, non è un bersaglio. È la perdita di senso e immaginazione quando tutto diventa slogan. Ecco perché usare Atreju come marchio per un evento in cui lo slogan è inevitabile è una contraddizione evidente.
- Il romanzo diffida del potere narrativo: La storia infinita mostra come le storie possano sedurre, deformare e farci perdere la bussola. Bastiano è l’avvertimento vivente. Una kermesse politica è, per natura, un laboratorio di narrazione. Chiamarlo Atreju è come mettere un cartello “Attenti al fuoco” sopra un barbecue acceso.
- Inclusione vs appartenenza: il libro tende a tenere insieme mondi diversi; un evento di partito tende a rafforzare un’appartenenza specifica. Non è “il male”, è la sua funzione. Ma allora chiamarlo Atreju non è omaggio: è appropriazione.
Il punto è questo: non stiamo dicendo che la politica non possa citare la cultura pop. Stiamo dicendo che qui la citazione non rispetta l’opera: la usa come scenografia, non come significato.
In conclusione
Chiamare Atreju una manifestazione politica è incoerente con il personaggio, contraria allo spirito dell’autore e frustrante per chi quel libro lo ha davvero letto, capito e amato.
La fantasia non è un serbatoio da cui attingere slogan. È un territorio fragile. E Atreju, se potesse parlare, probabilmente non sceglierebbe una parte. Sceglierebbe, ancora una volta, di portare un compito.
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