Caserta. Premio Legalità 2026 al Colonnello Biagio Chiariello

Nel prestigioso sito della Reggia di Carditello la cerimonia del “Premio Legalità 2026” intitolato al poliziotto Nicola Barbato, Medaglia d’Oro

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Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti

*

Sull’esperienza di Erna e dei Resinelli si è, ancora, espresso in questi termini Giulio Alonzi: “Quando la sera dell’attacco a Erna tornai a Lecco da Milano, vidi la valle che porta al Pizzo punteggiata di falò, da Costa a Campo de’ Boj e più in alto. Intuii quello che era avvenuto. I tedeschi avevano bruciato quanto avevano potuto: l’inverno batteva alle porte e togliere di mezzo rifugi e baite era buona regola di guerra. Molte delle baite bruciate lassù e altrove sono ancora come le lasciarono le fiamme. Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti e non solo. L’esperienza dei Resinelli e di Erna aveva confermato la validità delle vedute di quanti pensavano all’azione mobile dei partigiani: da quella di sabotaggio a quella di disturbo, fino agli attacchi in forze dove possibile, ma sempre col presupposto del disimpegno per evitare perdite gravi, che non erano facilmente colmabili. La mobilità sarebbe servita anche a disorientare il nemico, ingannandolo circa l’entità delle forze partigiane le quali, a dir vero, erano minori di quanto appariva. Fatti d’arme avvenuti in altri settori dell’Italia settentrionale davano nuovo credito a questa impostazione della guerra partigiana, almeno nelle prospettive immediate. Occorreva perciò adeguarsi alla reale situazione, così che all’entusiasmo dei primi giorni […] succedesse la ponderazione e l’organizzazione” <234.
I dissidi e le incomprensioni che furono all’origine della sconfitta avrebbero dato luogo a un durissimo contenzioso tra Parri e Citterio. Per riportare la pace tra azionisti e comunisti si era tenuta una riunione nell’Ufficio di Carlo De Filippi, in via Andrea Doria (n.7): da una parte si erano trovati schierati Alfredo Pizzoni e Ferruccio Parri, dall’altra, a difesa del collega, Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza.
Poco dopo, un’altra occasione di contrasto tra i due partiti sarebbe insorta a margine delle manovre militari partigiane svoltesi sul monte San Martino, sopra Varese. Il gruppo era comandato dal colonnello Carlo Croce, nome di battaglia “Giustizia”. Questi, ex comandante di distaccamento del 3° bersaglieri a Porto Valtravaglia, già l’8 settembre, radunati i suoi soldati, aveva comunicato loro che non intendeva in alcun modo coprirsi di fango e di vergogna. Datosi alla macchia, aveva scelto come caposaldo il vicino monte San Martino, dove lo avevano raggiunto un centinaio di partigiani del gruppo “Cinque Giornate”, tra i quali il varesino Antonio De Bortoli. Croce, “dotato dell’armamento individuale, nonché di dieci mitragliatrici pesanti Breda con alcune migliaia di colpi, l’equivalente di un’ora di fuoco all’incirca” <235, aveva al suo comando un insieme di uomini “numeroso e consistente” <236. Il monte era dotato di un sistema di fortificazioni permanenti, in parte risalenti all’epoca della Prima guerra mondiale. Intenzione del colonnello era dunque quella di utilizzare le antiche opere per fare del posto una base inespugnabile. A curare con lui la preparazione dei gruppi combattenti nella zona ci sarebbe stato, fino al 9 novembre – data dell’arresto -, l’ingegner Luigi Ronza, direttore della società di pubblici servizi Varesina Gas. Parri era molto preoccupato che questa seconda posizione potesse essere conquistata, non potendo i partigiani della zona sostenere un eventuale attacco in forze di truppe nemiche, dotate per di più di armi moderne. A suo giudizio, infatti, il caposaldo del San Martino, in caso di un eventuale
accerchiamento, sarebbe stato difficilmente difendibile. Avrebbe commentato Stucchi: “Poldo [Gasparotto] era a notizia del come la pensava Parri, e tuttavia, conoscendone da vecchia data il temperamento generoso e impulsivo, non dubitavo che avrebbe profuso tutte le sue energie in aiuto a ‘quelli del San Martino’. Discutemmo sull’argomento e alla fine cedetti alla richiesta di intervenire a una riunione di ‘azionisti’ impegnati a sostenere l’impresa in atto” <237.
Sul problema era stata infatti indetta una riunione ad hoc dal PdA alla quale era stato invitato a partecipare anche il socialista Stucchi: “Il gran daffare di quell’incrociarsi e accavallarsi di proposte, di pareri, di domande e risposte tendeva ad assegnare all’uno o all’altro dei presenti i vari compiti del rinvenimento delle armi, della raccolta del materiale e di denaro, della ricerca di automezzi e del carburante, dell’organizzazione del trasporto dei materiali a destinazione. Ricordo di aver sentito parlare, ad esempio, di rivoltelle offerte da ufficiali in congedo, di sacchi di riso già a disposizione, della difficoltà di reperire scatolette di carne, del progetto di un colpo di mano nei magazzini della ex Intendenza militare, e via discorrendo. Già ero meravigliato del fatto di essere passato del tutto inosservato al momento del mio ingresso. Ora mi trovavo ad assistere, quasi incredulo, alla gioiosa e spavalda sicumera con cui quella gioventù elegante e disinvolta, evidentemente o ignara o sprezzante delle dure e pazienti regole della cospirazione clandestina, era lì convenuta nell’atteggiamento di chi partecipa a un lieto simposio all’insegna del buon umore” <238.
La riunione organizzata per discutere la gestione dei gruppi acquartierati sul San Martino si era svolta in un appartamento sito al quarto piano “di uno degli imponenti edifici dell’era napoleonica che fronteggiavano il largo viale alberato di Piazza Castello” <239. Poldo, entrando nello stabile, aveva preceduto l’amico “Gibì” e, fatto cenno al portiere, aveva proseguito il cammino salendo per le scale: “è dei nostri” <240, gli aveva detto. Alla riunione Stucchi aveva appreso come erano arrivati i rinforzi a Croce e come gli azionisti si stavano premunendo per dare manforte al Colonnello. Occorreva procedere di corsa al rinvenimento delle armi, alla raccolta del denaro, alla ricerca degli automezzi e del carburante, al trasporto di materiale <241. Spaventato dalle scarse misure di sicurezza adottate dagli organizzatori della riunione, Stucchi se l’era però data a gambe e aveva aspettato Poldo in strada. Sceso questo, lo aveva assalito verbalmente e “caricato di improperi”: “- Ma come puoi non renderti conto che in questo modo presto o tardi finirete tutti in galera? Poldo sorrise: – Cosa vuoi farci? È la guerra! – esclamò allargando le braccia. -No- Ribattei – è un suicidio” <242.
[NOTE]
234 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 61.
235 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 205.
236 ibidem.
237 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 206.
238 ivi, pp. 206-7.
239 ivi, p. 206.
240 ibidem.
241 ibidem.
242 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, pp. 207-8.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Partigiani sulle Grigne a settembre 1943

I Piani d’Erna visti dal monte Resegone. Fonte: Wikipedia

Per quanto riguarda Erna, abbiamo la testimonianza di Giulio Alonzi, l’amico di Parri, il quale, dalla “domenica successiva all’occupazione di Milano” <198, era sfollato a Maggianico-Lecco – “via Martelli (n.7)” <199 -, alle spalle del Resegone e di fronte alle Grigne. Poiché egli aveva avuto notizia che nella zona di Campo de’ Boj gravitavano taluni nuclei partigiani, aveva voluto sincerarsi della loro presenza recandosi personalmente in loco. Alonzi si era potuto così accertare del fatto che sul vicino Pizzo d’Erna e ai Pian dei Resinelli si erano effettivamente raccolte diverse centinaia di uomini, saliti sui monti al solo scopo di combattere. Tra di loro figuravano anche gruppi di prigionieri di guerra alleati – “inglesi per lo più, con qualche francese, dei serbi, dei bosniaci e alcuni russi” <200 -, i quali, evasi dai campi di detenzione fascisti, nutrivano la speranza di riparare in Svizzera. E, tuttavia, giunto a destinazione, ne avrebbe riportato un’impressione “quasi desolante”: “Ci arrivai solo, senza che nessuno mi fermasse. Vidi armati e prigionieri, confusi insieme, sentii un gran chiacchierare, mi apparve un gran far niente. Mi accompagnarono al comando. Era installato in una graziosa villetta e guardato da una sentinella. Mi annunziarono e il comandante uscì: era Corrado de Vita, molto impacciato, che incaricò un ex miliziano di Spagna di istruirmi sulla situazione. Poi mi pregò di tacere sulla sua presenza lassù e si eclissò. C’era poco da istruirsi: in quelle condizioni nessuna possibilità d’azione” <201.
Anche il colonnello Carlo Basile, bloccato l’8 settembre a Merano, “al comando del 102° reggimento Alpini, complementare della Divisione Tridentina” <202, a seguito dell’avvenuta occupazione tedesca dell’Italia indossati gli abiti civili, aveva raggiunto i Pian dei Resinelli. Qui, tra lo stupore, aveva sorpreso “una ventina di ‘ribelli’, uomini e donne, intenti a giocare a bocce” <203. Indignato per il comportamento poco “militare” degli aspiranti combattenti, aveva subito fatto ritorno a Milano, dove si era incontrato con l’avvocato Giustino Arpesani, membro del neocostituito Cln per il Pli, e con altri esponenti di partito <204. Anche Basile, come l’Alonzi, non aveva mancato di giudicare
inappropriato e pericoloso l’entusiasmo iniziale, garibaldino e improvvisatore, di quelle giovani reclute che, inesperte e per di più insofferenti di guida e di disciplina, erano ritenute insomma poco affidabili. Non a caso molte di loro, fatta esperienza del clima di confusione che regnava nel campo, dopo un breve periodo di tirocinio, non avevano esitato a tornarsene a casa, senza neppure sentire l’esigenza di avvertire i compagni.
Un quadro abbastanza dettagliato della situazione caotica che regnava in Erna ci è offerto anche da Vera Ciceri, prima donna partigiana arrivata in zona, la quale avrebbe scritto: “[…] subito dall’inizio […] ci scontrammo con i militari che facevano parte del Cln di Lecco. A sentir loro dovevamo dare alla formazione un carattere militare, che prendesse gli ordini dal loro Comando. Noi sostenevamo che la nostra era una formazione partigiana, non militare: tutta un’altra cosa. I militari non volevano azioni a Lecco e dintorni; non volevano il commissario politico. Noi non volevamo chiamare la formazione Pisacane, volevamo essere una delle formazioni Garibaldi. Figuriamoci loro! C’è stata una prima riunione coi pesci grossi dei militari su in Erna, poi una seconda in città, s’è avuta una discussione animata. Nino [Gaetano Invernizzi, nda] non ha ceduto: ‘No! Qua formiamo le nostre formazioni partigiane. Se non siete d’accordo faremo per conto nostro’” <205.
Avvertita l’entità del problema, il Cln di Lecco aveva deciso così di affidare la guida del Comitato militare locale al colonnello Umberto Morandi. Questi, ufficiale degli Alpini, nonché “fratello di un caduto nella Prima grande guerra” <206, era solito tenere le sue riunioni – “con [Pino] Marni, Giulio Alonzi e [Alberto] Prampolini, un ufficiale che faceva parte del battaglione ‘Vestone’ nella campagna di Russia” <207 e che “aveva lavorato in precedenza per l’ufficio informazioni dell’Esercito” <208 – in casa dell’amico Antonio Colombo, in via Digione <209. Il 20 settembre [1943] <210 Morandi, nome di battaglia “Lario”, nella sua qualità di comandante, aveva pensato bene di emanare una circolare, nella quale erano contenute delle direttive che avrebbero potuto essere “dettate da un ufficio di Stato Maggiore a un esercito regolare impegnato al fronte” <211. Egli, rivolgendosi “agli ufficiali e ai gregari”, era infatti intenzionato a organizzare i vari settori operativi, compreso quello di Erna, secondo una modalità “prettamente militare” <212, da cui avrebbe dovuto “esulare ogni idea politica” <213.
All’interno del locale Cln, queste sue scelte furono però subito contestate dai comunisti che, restii per indole e per ideologia ad accettare una mentalità da caserma, rivendicavano, al contrario, il diritto di porre quella zona sotto il loro esclusivo controllo. Nel campo, del resto, erano già impegnati soprattutto loro uomini, tra cui “Carenini, che funge[va] da comandante, De Vita e Abele Saba, dei gruppi clandestini milanesi, e Gaetano Invernizzi, il sindacalista di Calolzio” <214.
E tuttavia, al di là dei contrasti, il gruppo ivi operante – definito “del dissenso” in ragione della sua refrattarietà alla disciplina -, continuava a mantenere stetti legami con il Cln di Milano, da cui provenivano alcuni componenti appartenenti al 3° Gap della città. A indicare Bernardo Carenini come nuovo capo era stato il dirigente operaio Gaetano Invernizzi – meglio conosciuto nell’ambiente come “Bonfiglio” <215 – che fungeva in quella banda partigiana da commissario politico. Il gruppo, che operava nell’area tra il Resegone e l’alta Val Brembana, era in stretto contatto con gli uomini raccolti intorno al comunista bergamasco Ettore Tulli. E, tuttavia, i motivi di contrasto all’interno del Cln di Lecco erano stati tali che l’Alonzi, il quale si era adoperato non poco a svolgere un’opera moderatrice nei confronti dei gruppi di sbandati che propendevano per la causa comunista, si era recato a Milano per riferirne all’amico Parri. Questi, da parte sua, lo aveva indirizzato a Poldo Gasparotto, che l’Alonzi avrebbe rivisto allora per la seconda volta dopo i fatti del 25 luglio: “Lo ritrovai ottimista, direi entusiasta. Conosciutone il recapito, andai da lui e parlammo di Erna: ne era appena tornato, aveva portato lassù del denaro e progettava la costituzione di un campo trincerato, con il Resegone alle spalle e gli strapiombi su Lecco e sulla Valsassina a difesa. Vi avevano già impiantato una linea telefonica che arrivava al passo del Fô” <216.
A conferma del progetto, ci sono anche le parole di “un tal Capretti” ricordate da Antonio Fussi: “Ma porca miseria ma Poldo cosa fa, sta organizzando anche le trincee, sulla Grigna, e vuole fare i collegamenti telefonici…” <217. Poldo Gasparotto, da esperto alpinista, aveva scavato la roccia – come tante altre volte aveva fatto – per installare in essa i cavi telefonici <218. Sapeva benissimo che un tale lavoro sarebbe stato utile per una guerra di trincea, non di movimento. Eppure egli sosteneva che quel collegamento avrebbe potuto rendere il passaggio di informazioni più rapido e agevole per i suoi “giovani amici” <219 ivi raggruppatisi. Giunto in Erna, Poldo vi aveva poi portato le prime
50000 lire messe a disposizione dal Comitato militare milanese <220.
Avrebbe affermato Gaetano Invernizzi: “La visita dei rappresentanti del Cln milanese, che ci lasciarono 50000 lire, ci permise d’acquistare alcune mucche. Un colpo effettuato su un ospedale di Calolziocorte che l’indomani doveva essere occupato dai tedeschi, ci consentì di procurarci zucchero, olio, formaggio, marmellata e coperte di lana. Man mano che l’organizzazione della formazione procedeva, squadre di partigiani effettuarono alcune operazioni fra cui la cattura di un posto di segnalazione antiaerea che consentì di fare cinque prigionieri e rientrare in formazione con un mulo carico di vettovaglie e armi. Un gruppo liquidò in pieno centro città uno dei capi repubblichini lecchesi. Un altro gruppo ebbe durante una ricognizione uno scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri al servizio dei repubblichini nel corso della quale i carabinieri ebbero un morto e i partigiani un ferito. Ma mentre ci preparavamo ad azioni di più largo raggio i tedeschi preparavano l’attacco alla nostra formazione con una divisione austriaca composta da tremila cacciatori delle Alpi” <221
[NOTE]
198 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
199 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
200 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
201 ivi, p. 60.
202 F. Lanfranchi, L’inquisizione nera (banditismo fascista), Nibbio, Cremona 1945, p. 227.
203 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 280.
204 ivi, p. 281.
205 F. Alasia, Gaetano Invernizzi, dirigente operaio, Vangelista, Milano 1976, p. 100.
206 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, Grafiche Stefanoni, Lecco 1981, p. 12.
207 S. Puccio, Una resistenza, Nuova Europa, Milano 1965, p. 44.
208 Archivio Anpi Lecco, Registrazione – dott. G. Alonzi, f. 2.
209 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 44.
210 Il territorio di Lecco fu sottoposto al comando di Umberto Morandi dal 20 settembre 1943 al 12 gennaio 1945, data del suo arresto. U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 13.
211 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 46.
212 ibidem.
213 Col. U. Morandi (Lario), Costituzione formazioni partigiane nel lecchese, 20 settembre 1943, documento conservato tra quelli di U. Morandi nella Biblioteca civica di Lecco, si veda U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43
all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 119 ss.
214 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
215 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 83.
216 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 60.
217 P. Gasparotto, Intervista con Fussi. Archivio privato famiglia Gasparotto.
218 ibidem. I cavi collegavano telefonicamente i piani di Erna con la postazione di Ballabio. Si veda G. Fontana, La banda Carlo Pisacane, NodoLibri, Como 2010, pp. 31-2.
219 Ha sostenuto F. Parri, Il Cln e la guerra partigiana, in D. Bidussa, C. Greppi (a cura di), Ferruccio Parri. Come farla finita con il fascismo, Editori Laterza, Bari-Roma 2019, p. 105: “giovani amici di Leopoldo Gasparotto si raggrupparono al Pian dei Resinelli sotto le Grigne”.
220 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
221 Appunti autobiografici citati in F. Alasia, Gaetano Invernizzi dirigente operaio, cit., pp. 101-2.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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