Il partito di Togliatti non si sentiva nella condizione di rompere completamente con i moderati

Per il Partito Comunista Italiano il 1947 fu un anno di terremoti che portarono a delineare la politica che il partito stesso avrebbe adottato negli anni successivi. Alla segreteria del partito vi era Palmiro Togliatti, storica guida del PCI sin dal 1926 e molto apprezzato negli ambienti del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Il clima internazionale ebbe dei riverberi all’interno della politica nazionale italiana; il cambio di politica promosso dal presidente statunitense Truman aveva portato anche a modificare il suo orientamento verso una politica estera pienamente internazionalista abbandonando la precedente tendenza ad un certo isolazionismo. In questo senso si crede che il PCI abbia assunto il ruolo d’opposizione per controbilanciare la strategia «imperiale» statunitense. La questione essenziale è rappresentata dalla natura del comunismo occidentale <18, ovvero il legame che dal 1947 intercorse tra i partiti comunisti del mondo e il partito comunista di Stalin. E’ ancora solo parzialmente corretto attribuire la natura dei rapporti tra i vari partiti comunisti solamente a delle logiche esterne; piuttosto la politica adottata in generale dai vari partiti comunisti nel mondo e nello specifico da quello italiano va intesa come un processo non lineare, creatosi sia come conseguenza di fratture di natura esterna da altre di natura endemica, risultato di una pluralità di fattori con scontri di ideologie, di interessi e di culture.
Interessante è cercare di analizzare il peso che il contesto politico nazionale ebbe nella determinazione dell’esito della rottura della solidarietà resistenziale (Governo Nazionale) contro il fascismo, che fece allontanare il PCI dalla compagine di governo. Come sopradetto bisogna tener conto del fatto che il tutto accadeva su uno sfondo internazionale ricco di mutamenti, ma che vi erano anche delle forti motivazioni interne. Il PCI aveva riscontrato insormontabili difficoltà nel tentativo di conciliare la cultura politica italiana con la lealtà alla linea politica dell’Unione Sovietica con effetti destabilizzanti sull’intero sistema politico italiano, ma in particolare all’interno del PCI. I temi su cui la mediazione risultava veramente complessa erano quelli dello sviluppo economico oltre che dell’impostazione sociale ed istituzionale che i vari partiti intendevano promuovere per la ricostruzione del paese. In Italia, essendo stato un paese storicamente sotto l’influenza occidentale, si riscontravano reali incongruenze tra i principi proposti dalla linea staliniana e la loro applicazione in un contesto culturale lontanissimo da quello russo. Le difficoltà nel mantenere cariche ministeriali per i ministri comunisti e allo stesso tempo seguire la dottrina sovietica risultarono una sfida estremamente complessa per il PCI. Un chiaro esempio concreto di queste difficoltà fu rappresentato proprio dalla questione del confine orientale o questione di Trieste che creò forti imbarazzi in seno al PCI, ponendo lo stesso partito tra due fuochi: da una parte il desiderio di favorire la Jugoslavia in quanto paese comunista e dall’altra la difesa degli interessi italiani.
Il nodo politico cruciale che il PCI si trovò ad affrontare in politica interna era relativo allo sviluppo economico e al reperimento delle risorse necessarie per la ricostruzione del paese. L’Unione sovietica non aveva le possibilità di sostenere economica un progetto ambizioso di ricostruzione postbellica. L’unica potenza che si offrì di fornire quanto necessario al rilancio dell’Europa, dettando però anche una serie ben precisa di condizioni, furono proprio gli Stati Uniti. I comunisti sapevano, o per lo meno avevano intuito, che un eventuale aiuto americano avrebbe potuto essere subordinato a determinate prese di posizione, tra cui l’eventuale allontanamento delle sinistre dal governo e una maggior integrazione dell’Italia nella sfera d’influenza occidentale. I partiti di centro e di destra si rendevano ben conto che la polarizzazione tra gli ideali occidentali e quelli orientali portava con sé anche una polarizzazione all’interno del governo antifascista nato dopo la guerra. La presenza comunista di fatto era un deterrente per ricevere gli aiuti americani. Lo stesso PCI era spinto da due forze centrifughe; si rendevano conto che per rappresentare al meglio il proprio blocco elettorale, cioè i lavoratori delle fabbriche, i contadini e i dipendenti, avrebbero dovuto trovare il modo per rilanciare la produzione. D’altro canto, l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era trovare appoggi nei ceti borghesi vicini agli Stati Uniti e dialogare con essi.
Il partito di Togliatti non si sentiva nella condizione di rompere completamente con i moderati sui temi di politica economica proprio perché si rendeva conto dell’impraticabilità di strade alternative. La situazione drammatica di carenza di materie prime insieme alla continua crescita dell’inflazione, colpivano le fasce più deboli e povere della popolazione rendendo proprio le classi che il PCI rappresentava sempre più insofferenti e insoddisfatte.
La posizione che il PCI ricopriva al governo imponeva una logica riflessiva e moderata in merito alle questioni economiche e non un’impostazione di lotta come invece le classi più povere bramavano. Questa contraddizione paralizzava l’operato del PCI sia a livello decisionale governativo sia nell’aspetto di lotta di cui era sempre stato il principale motore, era il partito della classe operaia ma era anche quello garante della legalità in quanto al governo. Il PCI non solo doveva riconoscere che solamente gli USA avevano offerto quegli aiuti che l’Italia necessitava come l’aria ma anche che le proposte degli economisti di formazione marxista erano in totale contrapposizione con quelle degli economisti del Governo Militare Alleato (GMA), che, a sua volta, continuava ad avere una forte influenza nelle decisioni importanti del governo italiano. A complicare ancora di più la posizione comunista era il fatto che gli aiuti economici proposti dagli americani andavano principalmente nella direzione di una convinta difesa e ripresa della produzione; perno inamovibile per la DC e de facto a grande vantaggio della classe operaia. In questa situazione era difficilmente discutibile l’accettazione da parte dell’Italia degli aiuti d’oltreoceano perché andavano a sostenere nella realtà quotidiana proprio le fasce più colpite dalla crisi, che poi erano l’elettorato del PCI. I comunisti italiani sapevano anche che non potendo offrire valide alternative avrebbero dovuto sostenere anche un costo politico dal momento che, con l’inasprirsi della guerra fredda, gli Stati Uniti avrebbero sicuramente posto delle limitazioni o dei cambiamenti nella composizione del governo italiano. Emilio Sereni <19 sintetizzò il problema nell’aprile 1947: «Il prestito estero si farà contro di noi o con noi?» <20. In queste condizioni il Partito Comunista non poteva rifiutare gli aiuti e anzi avrebbe dovuto dare prova di grande senso di responsabilità. I membri però si erano anche resi conto delle implicazioni di queste accettazioni, e cioè che c’era uno schieramento internazionale che andava delineandosi sullo sfondo della dottrina del contenimento <21.
Verso la metà del 1947 Palmiro Togliatti sembrava non avere alternative se non accettare e assecondare la scelta di De Gasperi di propendere sempre più verso il mondo dell’industria e della finanza per rientrare nei parametri di ricezione degli aiuti economici, cercando così di stabilizzare la crisi sociale che stava dilagando. Il segretario del PCI non avrebbe mai accettato una esclusione delle sinistre dal governo, ma rendendosi conto della situazione, comprendeva bene che l’unico modo per continuare ad avere un piccolo peso all’interno dell’esecutivo si basava solamente sulle assicurazioni che il presidente del consiglio De Gasperi poteva promettergli. Assicurazioni che non bastarono perché la parte radicale delle sinistre continuava ad attaccare l’operato dei moderati e la parte dei moderati che già erano favorevoli ad una sua esclusione non accettava più le incomprensioni spingendo De Gasperi ad una nuova fase di alleanze. La crisi politica si era consumata.
Il quadro che emerge dalla situazione sopra descritta evidenzia come il PCI mancasse di progettualità e fondasse il suo riconoscimento politico sulla resistenza fatta durante la guerra contro la dittatura fascista e non possedeva un vero disegno di riforme e di politica economica. Le diverse filosofie all’interno del partito, tra chi sosteneva la linea sovietica e chi invece credeva fosse necessario adattare i principi comunisti al contesto culturale nazionale, finirono per indebolire la compagine comunista italiana. Parte della sinistra credeva che l’esclusione fosse temporanea, invece il maggio 1947 segnò un cambiamento epocale nella storia politica italiana e riportò il PCI alla lotta politica, terreno che storicamente sentivano più loro e, paradossalmente, si liberò delle contraddizioni che lo stare al governo aveva portato al proprio interno. Il maggio 1947 rappresentò la consacrazione della decisione del governo italiano di schierarsi con le forze filoccidentali e l’inizio della strada che portò alle elezioni politiche nazionali che si sarebbero tenute nell’aprile 1948.
[NOTE]
18 Guiso, Andrea. “I Partiti Comunisti e La Crisi Del 1947 in Italia e in Francia. Una Riconsiderazione in Chiave Comparativa.” Ventunesimo Secolo, vol. 6, no. 12, 2007, pp. 131–168. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23719683. Accessed 4 Nov. 2020.
19 Emilio Sereni dopo aver svolto un ruolo importante nella Resistenza come rappresentante, insieme a Luigi Longo, del Partito Comunista nel CLNAI di Milano e come componente del comitato insurrezionale costituito nell’aprile 1945, nel 1946 entra nel comitato centrale del PCI (vi resterà fino al 1975) e fu due volte ministro sotto Alcide De Gasperi.
20 Guiso, Andrea. “I Partiti Comunisti e La Crisi Del 1947 in Italia e in Francia. Una Riconsiderazione in Chiave Comparativa.” Ventunesimo Secolo, vol. 6, no. 12, 2007, pp. 131–168. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23719683. Accessed 4 Nov. 2020.
21 La politica del contenimento venne delineata per la prima volta da George F. Kennan nel suo famoso lungo telegramma. Kennan sosteneva che lo scopo primario degli USA doveva essere di impedire la diffusione del comunismo nelle nazioni non comuniste; ovvero di “contenere” il comunismo all’interno dei suoi confini.
Tommaso Cortivo, Politiche ufficiali ed ufficiose condotte dall’Italia nel biennio 1947-1948 al confine orientale, Tesi di Laurea, Università “Ca’ Foscari” – Venezia, Anno Accademico 2019-2020

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1946: fobie statunitensi circa l’Italia

L’arrivo dell’estate [1946] riportò il problema delle frontiere con la Yugoslavia alla ribalta delle questioni internazionali. La possibilità di un’imminente invasione della Venezia-Giulia da parte dell’esercito di Tito divenne l’argomento principale delle riunioni dei vertici militari americani in Italia e a Washington. A partire da luglio il comandante supremo alleato nel Mediterraneo, il generale Morgan, aveva proposto al Joint Chief of Staff statunitense la “partecipazione dell’esercito italiano nell’eventualità di ostilità con la Yugoslavia nell’Italia settentrionale”. La commissione congiunta tra dipartimento di Stato, il ministero della Guerra e il ministero della Marina, recentemente creata su ordine di Truman, prendendo una posizione ancora più apertamente ostile nei confronti degli yugoslavi rispetto a quella espressa dai comandi britannici in proposito, si dichiarò a favore dell’utilizzo dei reparti italiani “nell’eventualità di un attacco generale yugoslavo”, proprio in considerazione delle stesse “finalità politiche evidenziate dal comandante supremo per il Mediterraneo”, relative alle ricadute positive in termini di immagine del nuovo governo De Gasperi sull’opinione pubblica italiana <304. Pertanto, stabiliva la Commissione, il Sacmed (comando supremo alleato per il Mediterraneo) era autorizzato ad utilizzare tutte le forze italiane disponibili, in caso di attacco da parte di Tito. Inoltre, “al recente incontro del Consiglio dei ministri degli esteri a Parigi – si legge nel documento – il segretario di Stato e il ministro degli Esteri britannico si sono accordati informalmente sulla sostanza delle istruzioni proposte sopra” <305. La situazione al confine giuliano si aggravò nel mese di agosto: il 10 e il 19 agosto aerei da combattimento yugoslavi attaccarono aerei da trasporto statunitensi, abbattendoli ed uccidendo l’equipaggio, poiché avevano violato lo spazio aereo nazionale. La reazione dei militari americani fu di estrema indignazione, soprattutto perché, come sottolineato da Offner, “essi vedevano il maresciallo Tito (…) come una maschera per l’espansione sovietica” <306. Il 25 agosto una direttiva del Joint Chiefs of Staff statunitense ordinava al generale Morgan di “prepararsi per un attacco generale organizzato yugoslavo”: nei suoi piani avrebbe dovuto “includere l’utilizzo di tutte le forze presenti in Italia”, che avrebbero dovuto essere rese “disponibili per le operazioni”. Tutte le obiezioni britanniche all’utilizzo dell’esercito italiano in funzioni attive inoltre, informava il Joint Chiefs of Staff, erano state rimosse in seguito alla discussione del tema con il dipartimento di Stato, che aveva insistito sul punto proprio “in considerazione dell’attuale attitudine yugoslava, esemplificata dall’abbattimento dei velivoli statunitensi e dalla serie di incidenti che hanno coinvolto le truppe di terra e le manifestazioni organizzate” <307. Il 29 agosto un memorandum del Pentagono ribadiva: “L’U.S. Chiefs of Staff ritiene fortemente, e il dipartimento di Stato concorda con questo, che nell’eventualità dell’aggressione yugoslava il Comandante Supremo Alleato per il Mediterraneo dovrebbe essere autorizzato ad utilizzare ogni forza militare che possa essere fisicamente disponibile per il compimento della sua missione” <308. L’11 settembre la Chiefs of Staff Committee avvisava con urgenza l’AFHQ di un considerevole rinforzo delle truppe yugoslave al confine con l’Italia, segno della possibilità di realizzazione di un imminente attacco da parte delle forze di Tito. Nel documento redatto dalla commissione si analizzavano le probabili modalità di attacco da parte della Yugoslavia, sottolineando che “le forze aeree yugoslave avrebbero probabilmente una parte di rilievo nelle prime fasi di qualsiasi tipo di operazione gli yugoslavi possano intraprendere contro inglesi e americani” <309. Si tratta di un documento interessante, che mostra la percezione statunitense della minaccia russo-yugoslava di un’invasione dell’Italia, per lo meno della Venezia-Giulia. Il rapporto infatti sottolineava la sicura partecipazione di divisioni sovietiche nel preventivato attacco yugoslavo: “La Russia in ogni circostanza garantirebbe tutta la possibile copertura d’aiuto alla Yugoslavia, probabilmente nella forma di truppe M.V.D.” <310.
L’arrivo del rapporto Clifford-Elsey, il 24 settembre, segnò un altro momento cruciale nella considerazione statunitense della penisola. Le ottantadue pagine del “Russian report”, prodotte su ordine di Truman dai due assistenti alla Casa Bianca, vertevano interamente sui piani di espansione preparati dai sovietici, che a giudizio dei due analisti americani si concentravano proprio sull’ottenimento di un’influenza nell’Europa occidentale: in particolar modo l’obiettivo sovietico si focalizzava sull’Italia, che avrebbe dovuto essere portata sotto l’ombrello sovietico tramite l’azione del partito comunista, e sulla ricerca di un controllo della Grecia, da attuare attraverso l’instaurazione di un governo simile in tutto ai regimi imposti nell’Europa dell’Est <311.
I rapporti provenienti dalla penisola delineavano un crescente pericolo per la stabilità del governo, e soprattutto per la potenziale crescita politica del blocco social-comunista che minacciava di portare legalmente l’Italia fuori dall’ambito atlantico. La percezione statunitense della situazione si concentrava sul rafforzamento dei due partiti della sinistra a danno della Dc, che avrebbe potuto provocare lo scivolamento del paese verso un governo guidato dal Pci e quindi verso un orientamento in politica estera favorevole al blocco sovietico. Il 22 novembre Key inviò un una sorta di avvertimento ai vertici di Washington: la situazione nella penisola si deteriorava ogni giorno di più, e la possibilità di garantire un governo stabile così come la permanenza della presidenza del Consiglio nelle mani di De Gasperi erano a rischio. L’incaricato d’affari presso l’ambasciata di Roma riferiva con preoccupazione i continui “tentativi di screditare il governo” da parte “del partito comunista, sebbene partecipi ad esso” <312. De Gasperi inoltre, riferiva Key, aveva “definitivamente perso la speranza di ottenere una genuina collaborazione inter-partito”, a causa della volontà dei due partiti dell’ala sinistra di provocare uno stravolgimento degli equilibri politici. Il rapporto del CIC, il servizio di controspionaggio militare dell’AFHQ, allegato al telegramma di Key per Byrnes illumina chiaramente la percezione statunitense della prospettiva politica del paese. Il risultato dell’analisi del vertice del servizio segreto militare gettava un’ombra scura sulle possibilità del paese di mantenere un assetto democratico senza essere risucchiato nell’orbita sovietica tramite l’instaurazione di un governo dominato dai comunisti filo-Urss, come nei paesi dell’Europa orientale, o tramite lo scoppio di una guerra civile, come gli avvenimenti greci stavano mostrando proprio in quelle settimane. “L’obiettivo delle sinistre [Leftists] è di forzare la nazione in convulsioni interne provocate dall’insicurezza sociale ed economica, e allo stesso tempo di accreditare la responsabilità al programma dei democristiani, ed eventualmente costringerli a lasciare la posizione di maggior partito all’interno del governo” <313. In linea con l’interpretazione circolante all’interno dell’amministrazione Truman circa i veri obiettivi del partito di Togliatti, l’analisi del Cic evidenziava l’eterodirezione operata sul Pci da parte di potenze straniere: “il programma del partito è stato deciso fuori dalla sfera nazionale”, sottolineava il rapporto. “Nel frattempo, le sinistre organizzano l’opposizione [alla D.C.] tramite la propaganda, l’agitazione sindacale e la provocazione dei gruppi economicamente insicuri”, e tuttavia, a causa del forte radicamento nel tessuto sociale, economico e produttivo del paese di Pci e Psi non era possibile provocare un’espulsione dal governo di alcuna delle due forze politiche, opzione che da quanto espresso nel rapporto era stata chiaramente presa in considerazione a Washington. “I comunisti e i socialisti sono fortemente impiantati non solo nel governo, ma sono ben radicati in gran parte degli strati sociali e produttivi del paese. (…) Per questa ragione, eliminare un importante partito dal governo, sarebbe un invito ad attivare opposizione e sabotaggio politico-economico. Ciò è particolarmente vero relativamente ai comunisti” <314.
Pochi giorni più tardi il segretario di Stato in persona ritenne opportuno concentrare l’azione del suo dipartimento sui segnali sempre più preoccupanti che arrivavano relativamente alla situazione italiana: un’agenzia del governo aveva infatti sottolineato una nuova attività in corso tra il partito comunista e l’ambasciata sovietica, foriera di nuove indicazioni provenienti da Stalin per l’azione del Pci. L’ipotesi di un’azione insurrezionale era fortemente presa in considerazione da Byrnes, che decise di mettere in allerta l’ambasciata a Roma: “Il segretario di Stato – si legge nel telegramma inviato da Byrnes a Key – inoltra per informazione dell’incaricato d’affari un rapporto, con allegato, fornito al Dipartimento da un’altra agenzia del Governo sui contatti tra il Partito Comunista Italiano e l’ambasciata sovietica” <315. Purtroppo l’allegato non è presente nella documentazione conservata, ma è interessante notare come l’attenzione di Byrnes si concentrasse sul legame tra il Pci e l’Urss.
In quel periodo l’attenzione dei policy-makers statunitensi a Washington era concentrata sugli sviluppi della politica interna italiana. Il nuovo turno di consultazioni locali, che si era concluso il 10 novembre con le votazioni di Roma, Napoli, Genova, Torino, Firenze e Palermo, aveva mostrato la tendenza ad un evidente aumento di voti a sinistra, con un predominio del Pci sui socialisti. La Dc ne usciva ridimensionata a vantaggio dei partiti della destra, soprattutto dall’Uomo Qualunque. A Roma la lista democristiana passava dai 218.000 voti registrati il 2 giugno a 103.000 voti, meno della metà. Agli occhi degli analisti del dipartimento di Stato la sconfitta mostrava come la strategia di De Gasperi di governare con le sinistre, cercando di mantenerle in posizione secondaria, avesse finito per alienare al suo partito i consensi dei settori della destra. Il 2 dicembre il capo dell’Ufficio Affari Europei Hickerson inviò un memorandum al dipartimento di Stato per fare un’analisi della situazione creatasi dopo le elezioni amministrative: “Come sapete, le recenti elezioni municipali in Italia hanno mostrato impressionanti guadagni dei Comunisti alle spese dei moderati cristianodemocratici. Questi guadagni riflettono il successo dei costanti attacchi comunisti contro De Gasperi e le potenze occidentali”. <316 Nel memorandum il responsabile per gli Affari Europei continuava poi osservando come la strategia dei comunisti fosse quella di screditare De Gasperi, allo scopo di formare un nuovo governo più spostato a sinistra, e come essi non aspettassero altro che un fallimento del premier DC su qualche questione per poterlo attaccare apertamente. Dunque sollecitava il dipartimento a prendere misure concrete per sostenere il leader democristiano, altrimenti il rischio che l’Italia diventasse un paese comunista sarebbe diventato eccessivamente alto.
[NOTE]
304 NARA, RG 165, Entry 421, Box 87, relazione del Joint Chiefs of Staff intitolata “Use of Italian Army in Event of Hostilities in Northern Italy”, datata 25 luglio 1946.
305 Ivi.
306 A. Offner, Another Such Victory, cit., pp. 170-171.
307 NARA, RG 165, Entry 421, Box 88, direttiva top-secret del Joint Chiefs of Staff, datata 25 agosto 1946.
308 NARA, RG 165, Entry 421, Box 88, memorandum dell’U.S. Chiefs of Staff datato 29 agosto 1946.
309 NARA, RG 84, Entry 2790, Box 3, rapporto del Chiefs of Staff Committee datato 11 settembre 1946, intitolato “Appreciation of the Available Reinforcement for the Yugoslav Forces in North-West Yugoslavia”.
310 Ivi.
311 Cfr. M. Leffler, A Preponderance of Power, cit., pp. 130-138.
312 NARA, RG 84, Entry 2780, Box 5, telegramma di Key per il segretario di Stato intitolato “Evaluation of Italian Government by a Military Intelligence Agency”, datato 22 novembre 1946.
313 Ibidem, rapporto del CIC allegato al dispaccio di Key del 22 novembre.
314 Ivi.
315 NARA, RG 84, Entry 2780, Box 5, telegramma segreto del dipartimento di Stato a firma di Byrnes per lo Chargé d’Affaires Key, datato 29 novembre 1946.
316 FRUS, 1946, vol. V Italy, cit., p. 948, Memorandum segreto inviato dal direttore dell’Ufficio Affari Europei Hickerson al Dipartimento di Stato il 2 dicembre 1946.
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010

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L’operazione Sturzo durò in tutto solo «tre turbolenti giorni»

Particolarmente calda era la situazione di Roma, dove la proposta di creare una lista anticomunista aperta anche ai missini avrebbe suscitato dibattiti e polemiche intense all’interno della coalizione centrista e tra la Dc e la Chiesa.
All’origine dell’idea c’era, sostanzialmente, il timore di perdere una città importante come la capitale. E questi timori divennero ancora maggiori quando le sinistre decisero di candidare un esponente dell’Italia liberale di sicuro impatto: Francesco Saverio Nitti. A questo punto, settori del Vaticano e dell’Azione cattolica – in particolare Luigi Gedda – presero posizione a favore di un allargamento a missini e monarchici. Tra marzo e aprile ’52 si cercò in tutti i modi di fare pressioni su De Gasperi affinché accettasse il coinvolgimento delle destre in una lista civica. Per «spoliticizzare la consultazione elettorale», come consigliò Pio XII, emerse il nome di don Luigi Sturzo. Il sacerdote siciliano avrebbe dovuto fare da mediatore, in maniera tale da fare appello alle diverse sensibilità politiche romane contro il comunismo <185. Lo statista trentino, contro l’opinione, certo non poco influente, del Pontefice, decise di non coinvolgere Msi e Pnm, anche perché aveva appurato il parere contrario dei partiti laici di centro che minacciarono di ritirare i propri candidati in caso di allargamento a destra. Oltre a De Gasperi, che aveva intuito i rischi dell’operazione, erano contrari gli appartenenti al gruppo di Iniziativa democratica, alcuni esponenti dell’Azione cattolica – compresi i giovani (Giac) e gli studenti della Federazione universitaria (Fuci) – e altre organizzazioni cattoliche.
L’operazione Sturzo durò in tutto solo «tre turbolenti giorni» <186 e fu duramente osteggiata dall’ambasciata americana e da Washington, dove temevano una progressiva polarizzazione, in forza della quale il Pci avrebbe potuto porsi a capo di un fronte antifascista con molti democratici e moderati. «Particolarmente severo – ha scritto Del Pero – fu il giudizio del servizio di intelligence del Dipartimento di Stato (l’Office of Intelligence Research), che nei primi anni Cinquanta costituì assieme alla Cia uno dei principali rifugi degli elementi più liberal e progressisti dell’amministrazione Truman» <187. L’ambasciata nei mesi successivi avrebbe riservato particolare attenzione a Luigi Gedda che, «nonostante alcune sue idee politiche», non era visto come una «minaccia per la democrazia e per il successo del centro democratico». Veniva inoltre giudicato un «leale strumento della Chiesa» per porre l’accento sul rispetto delle gerarchie e delle loro indicazioni. Tale aspetto era imprescindibile proprio perché il supporto della Chiesa alla coalizione di centro era «indispensabile». Inoltre, continua la relazione di Thompson, «Gedda è una delle poche persone in Italia che hanno efficacemente utilizzato le lezioni della “guerra psicologica” e le tecniche dell’american advertising nell’azione politica».
Non si poteva però trascurare un pericolo. Solo nel caso in cui la Dc avesse fallito nelle politiche anticomuniste, il Vaticano avrebbe potuto spaventarsi. E Gedda avrebbe in qualche modo cercato di «mettere alcuni suoi uomini nelle liste della Dc e di fare pressioni per una svolta a destra» <188. L’episodio romano, pur senza sfociare in un’alleanza con le destre, era destinato a lasciare strascichi nell’arena politica nazionale. I “vespisti”, per i legami coi monarchici e con la Chiesa (soprattutto l’Azione Cattolica), venivano osservati attentamente dai funzionari Usa, timorosi sia della reazione di socialdemocratici e repubblicani che della nefasta prospettiva di una scissione democristiana <189.
Nel maggio ’52, alla vigilia del voto al Sud, il radicamento delle destre veniva così sintetizzato dall’ambasciatore Ellsworth Bunker, appena giunto in sostituzione di Dunn: “Escludendo Roma, solo un terzo della popolazione italiana, praticamente tutto al Sud, voterà. Il neofascismo e il monarchismo meridionale sono del tutto speciali, si tratta di un fenomeno “locale” dovuto al fatto che il Sud non ha mai conosciuto gli aspetti più duri dell’occupazione tedesca e della repubblica sociale, ha visto l’esercito americano come invasore, ha stretti legami con le colonie africane, ha accolto i rifugiati e ha sofferto i danni economici derivanti dalla perdita delle colonie, ha avuto una tradizione monarchica, e ha una struttura sociale che scoraggia il pensiero politico moderato o “progressista” .
La situazione italiana non faceva ben sperare, tanto che un arretramento del quadripartito era ampiamente previsto. Oltre a notare il fatto che la Dc, «partito di centro poco dinamico», avesse senza dubbio perso popolarità, all’ambasciata evidenziavano i tanti limiti dal punto di vista dell’informazione e della propaganda. Si pensi alla scarsa attività dei partiti di governo per intercettare il voto di protesta, che con ogni probabilità sarebbe andato a vantaggio dei socialcomunisti e del blocco di destra, così come, in generale, prevaleva la delusione per una campagna elettorale poco vigorosa <190.
Analizzando l’esito delle elezioni, emerge che i timori statunitensi erano in buona parte fondati. Il vero e proprio tracollo che subì il partito di De Gasperi andò soprattutto a vantaggio della destra monarchica e missina. A determinare l’emorragia di voti era stata la protesta dei «ceti medi moderati, timorosi del nuovo e sensibili alla campagna di stampa d’indole nazionalistica». Altri sostenitori della destra furono l’alta borghesia, ostile ai progetti riformatori e le masse di sottoproletariato meridionale «infarcito di sanfedismo qualunquista e di ribellismo nei confronti del Nord» <191. Com’è noto, la Dc e i partiti di governo subirono un’erosione di consensi significativa in Meridione. Il blocco delle forze nazionali riuscì ad ottenere la maggioranza a Napoli (dove fu eletto sindaco Achille Lauro con 117.000 preferenze), Avellino, Bari, Benevento (con un sindaco missino), Salerno e Foggia (governata in precedenza da un’amministrazione di sinistra).
Dopo il voto, tra i due partiti di destra iniziò un rapporto proficuo, propiziato «dalla comune emarginazione rispetto al potere». Come ha rilevato Baldoni, la collaborazione ebbe maggior successo dove il Msi rimase in secondo piano, e questo ha reso certo più semplice l’intesa al Sud, dove i missini erano interpreti di un generico conservatorismo non ostile alla monarchia e agli Usa, rispetto agli eredi della Rsi al Nord <192.
La percezione dei pericoli di destra e sinistra – e dei partiti al loro interno – era inevitabilmente legata alla situazione internazionale. Il Pnm, per il suo dichiarato atlantismo, costituiva un potenziale alleato o comunque un interlocutore con cui confrontarsi. L’apertura a sinistra cominciò a comparire nelle agende dei diplomatici americani. Si poteva pensare, in alternativa, di aprire a destra, ma questa strada era guardata con sospetto perché poteva causare malumori nei repubblicani e nei socialdemocratici, con il rischio di compattare un fronte delle sinistre. Restava poi l’ipotesi di modificare la legge elettorale in senso maggioritario, che avrebbe potuto offrire al governo maggiore stabilità, «rilanciando al contempo l’azione repressiva contro l’estrema destra e l’estrema sinistra» <193.
[NOTE]
185 Si vedano G. Malgeri, La stagione del centrismo, cit., pp. 123-129; L. Sturzo, Politica di questi anni. Dal luglio 1951 al dicembre 1953, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008; A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, Brescia, 2007; A. D’Angelo, De Gasperi, le destre e l’«operazione Sturzo». Voto amministrativo del 1952 e riforma elettorale, Studium, Roma, 2002.
186 The May 25 elections – Negotiations and alliances of democratic parties, L.E. Thompson Jr. (Minister Counselor,Embassy) to the Department of State, May 6, 1952, NARA, RG 59, C-3, Box 3, 765.00/5-652. Sulle elezioni romane si veda anche Rome municipal elections, M. J. Looram to O. Horsey (Embassy), February 5, 1952; Telegram 5142, E. Bunker (Ambassador in Italy) to Secretary of State, May 24, 1952, NARA, RG 84, Box 74, f. Italy elections (confidential) 1950-52.
187 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 161.
188 Gedda and the Church in the 1952 election campaign, L.E. Thompson Jr. (Embassy) to the Department of State, July 11, 1952, NARA, RG 59, C-3, Box 3, 765.00/7-1152. Si veda Telegram 343, E. Bunker (Ambassador in Italy) to Secretary of State, July 22, 1952, NARA, RG 84, 1950-1952, Box 74, f. 350.1 – CD Party confidential 1950-52. Su Gedda e la “guerra psicologica” si veda Mario Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica», cit., pp. 955-961. Sulla linea “morbida” di Gedda e sul tentativo di integrazione Dc-Msi si veda Piero Ignazi, Il polo escluso, cit., pp. 64-65.
189 In un rapporto si afferma esplicitamente che «il supporto monarchico potrebbe essere necessario per vincere le elezioni politiche», Si veda Program of the right-wing of the Christian Democratic Party, Embassy to the Department of State, April 9, 1952, NARA, RG 84, Box 74, f. 350.1 – CD Party confidential 1950-52. Nello stesso documento si trova anche una sorprendente diversità di vedute sulla lotta al comunismo. Se i “vespisti” intendevano mettere fuori legge il Pci e incrementare la libera impresa per diminuire il peso dei comunisti, all’ambasciata consideravano il ritorno alla libera impresa come «open question» e diffidavano di tanti industriali italiani che avevano scoraggiato la nascita di
sindacati liberi «per evitare problemi», contribuendo così al rafforzamento del Pci.
190 Per un esempio evidente del rammarico americano poco prima delle elezioni e per un elenco di pubblicazioni e film propagandistici, tra cui “Come i comunisti ingannano i contadini” (148.700 copie), “Come si vive in Russia” (500.000 copie) e “La valle del terrore” (648.000 copie) si veda Usis/Msa Activities in connection with italian local elections, Foreign Service Despatch 2765, Embassy to the Department of State, May 23, 1952, NARA, RG 84, Box 74, f. 350 – Italy elections (confidential) 1950-52, da cui è tratta la citazione «the Christian Democratic Party, being a center party, is somewhat lacking in dynamism».
191 S. Setta, La Destra nell’Italia del dopoguerra, cit., p. 28.
192 A. Baldoni, La destra in Italia, cit., p. 394; G. Roberti, L’opposizione di destra in Italia, cit., pp. 154-155. Sul proliferare di gruppi scissionisti di centro, destra e sinistra in campo monarchico si veda D. De Napoli, Il movimento monarchico, cit., pp. 143-144.
193 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 163.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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70 anni fa moriva #AlcideDeGasperi, un primo ministro democristiano che non venne mai ricevuto in Vaticano nell'esercizio delle sue funzioni. E questo discorso dovrebbe essere studiato nelle scuole perché, semplicemente, è quello che ha ridato all'#Italia un suo ruolo dopo la fine della 2a Guerra mondiale. La conferenza della pace a Parigi - Invidious https://invidious.jing.rocks/watch?v=pBaPZT_QX9E&listen=false&t=13 #accaddeoggi
la conferenza della pace: De Gasperi a Parigi

La settimana Incom 00021 del 29/08/1946 la conferenza della pace: De Gasperi a Parigi Descrizione sequenze:ministri e uomini politici entrano a palazzo ; intervento di De Gasperi ; rientro della delegazione italiana ; personalità politiche italiane salutano de Gasperi ; intervista di De Gasperi ai giornalisti ; Archivio Storico Luce http://www.archivioluce.com . Istituto Luce Cinecittà: tutte le immagini e i fotogrammi più belli di come eravamo, rivissuti attraverso i film, i documentari e i video che hanno fatto la storia del nostro Paese. Seguici anche su: Facebook - https://www.facebook.com/LuceCinecitta Twitter - https://twitter.com/LuceCinecitta Sito Ufficiale - http://www.cinecittaluce.it Shop Online - http://www.cinecittashop.it Archivio Storico - http://archivioluce.com

Archivio Luce Cinecittà | Invidious

En cette #JournéedelEurope, j’aime bien me souvenir des nombreux chrétiens qui ont, parmi d’autres, rêvé l’#Europe unir et contribué à la bâtir.

Aux sujets présentés dans cet article, je voudrais bien ajouter l’italien #AlcideDegasperi et le français #JacquesDelors.

L’église catholique a ouvert un procès de béatification pour #Schuman et Degasperi.

https://www.ouest-france.fr/culture/livres/livre-ces-chretiens-qui-ont-reconstruit-la-france-et-leurope-b3f95da2-a23d-11ee-b16d-047192125733

La nonna di tutte le riforme

di Luca Baiada   L’idea di un’elezione presidenziale diretta è vecchia come il ghigno di [...]

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By November 13, a general strike had taken hold in the city. Strikers began to raise political demands, including calling for laws that would ...
This week in history: November 14-20
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This column profiles important historical events which took place during this week, 25 years ago, 50 years ago, 75 years ago and 100 years ago.

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