Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica

Il Consiglio di Stato ha presentato la proposta per attuare le due iniziative sui premi di cassa malati che chiedevano da un lato l’aumento delle deduzioni fiscali, dall’altro il tetto massimo del 10% del reddito destinato ai premi.

Il piano del Governo prevede un’entrata in vigore graduale in due tappe. La prima, dal 2027, introduce un pacchetto da 61.4 milioni: 51 a carico del Cantone e 10.4 dei Comuni. Per avvicinarsi all’obiettivo del tetto del 10%, si interviene sul sistema RIPAM (attualmente in vigore) ampliando i beneficiari di circa 8’000 persone, per una spesa stimata di 38 milioni. Parallelamente, le deduzioni fiscali aumentano del 20%, con un impatto di 23.4 milioni.

La copertura è costruita in modo equilibrato: metà tramite tagli di spesa e metà tramite nuove entrate. I risparmi toccano trasporti pubblici, asilo, assegni prima infanzia e scuola. Le nuove entrate arrivano da un aumento dell’imposta sulla sostanza e da rincari sul registro fondiario.

A regime, dal 2029, le deduzioni saliranno ulteriormente e il sistema verrà corretto in modo decisivo: si passerà dal Premio Medio di Riferimento al Premio Medio Effettivo. È un passaggio tecnico, ma fondamentale, perché riporta il calcolo sull’effettivo costo sostenuto dalle famiglie e non su un dato teorico. Il costo complessivo si attesta attorno ai 130 milioni, con circa 215’000 beneficiari.

Il merito principale del documento governativo è quello di riportare il dibattito alla realtà. Durante la campagna, infatti, si è giocato su un equivoco rilevante: i benefici erano stati sovrastimati utilizzando il premio medio di riferimento, non quello realmente pagato. Questo ha gonfiato le aspettative, facendo immaginare risparmi molto più ampi, nell’ordine di diverse centinaia di milioni (circa 400).

Oggi i numeri sono più sobri. La misura resta importante, ma è lontana da quanto prospettato. E soprattutto, emerge con chiarezza il tema delle coperture. I benefici hanno un costo e questo costo si traduce in tagli e in nuove entrate. Non è una sorpresa per chi ha familiarità con le politiche pubbliche, ma lo è per chi è stato portato a credere che il risultato sarebbe stato privo di conseguenze.

Il punto più delicato, a questo stadio, non è tecnico, è istituzionale. Quando una votazione si basa su aspettative sovrastimate e il tema del finanziamento viene rinviato, si crea una rottura. Il cittadino scopre che il beneficio è inferiore a quanto immaginato e che il prezzo da pagare è concreto. E qui la fiducia si incrina.

Negli ultimi anni questa dinamica, purtroppo, si ripete con una certa frequenza. Per questo è forse arrivato il momento di interrogarsi su come evitare che strumenti democratici complessi vengano ridotti a promesse elettorali. Perché quando la politica si allontana troppo dai vincoli della realtà, prima o poi è la realtà che presenta il conto.

Da L’Osservatore, 18.04.2026

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