Uno degli esiti del boom della scolarizzazione è il forte divario culturale che si viene a creare tra vecchie e nuove generazioni
L’utilizzo del termine “giovani” non ha un carattere neutrale né universalmente stabilito o definito a priori. Esso – così come la categoria di classe sociale, del resto – rientra nell’ambito di quella nomenclatura di cui gli storici si avvalgono in relazione allo studio del passato, che segmentano ed etichettano per meglio dotarlo di senso e, quindi, per conferirgli la capacità di essere oggetto di narrazione. In tale orizzonte rientra anche il concetto di “generazione”, sulla cui utilità ha insistito fra gli altri lo storico Marc Bloch18, e che ha avuto notevole fortuna storiografica in anni più recenti <19.
Una ricognizione storica che voglia avvalersi della categoria di gioventù non può prescindere dal provare a darne una sia pur succinta chiarificazione, essendo la classificazione per fasce d’età suscettibile di declinazioni le più varie: non in tutte le società né in tutte le culture, in termini tanto sincronici quanto diacronici, si diventa giovani – ammesso che lo stesso concetto esista – nel medesimo istante, così come varia il raggiungimento della “maturità” e l’inizio dell’età adulta. C’è chi ha parlato di invenzione della gioventù <20, in riferimento alle trasformazioni avvenute nei paesi occidentali nel secondo dopoguerra, consistenti nell’affermazione di società affluenti, caratterizzate da un sistema di mercato improntato alla massificazione dei consumi, improntate a un sistema politico democratico basato sulla larga partecipazione della popolazione ai meccanismi di decisione politica per mezzo degli strumenti della delega e della rappresentanza. In questo contesto la dimensione giovanile acquista una specificità propria, che si esprime in termini socioculturali, nell’adozione di mode, costumi e modelli di consumo specifici, in forme particolari dell’agire politico <21.
Per convenzione le statistiche ufficiali sono solite operare le proprie ricognizioni mediante l’uso di varie disaggregazioni per classi di età, la più comune delle quali raggruppa le fasce 15-19 anni, 20-24 e 25-29, in ciò allineandosi con i principali orientamenti sociologici in termini di aggregato giovanile. Una prima definizione di gioventù può quindi darsi a partire dalla sua collocazione nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni <22, che è poi quella in cui rientrano, con qualche approssimazione, gli studenti delle scuole medie superiori e dell’università, fino ai primi anni di ingresso nel mercato del lavoro. Nel caso che qui interessa sarà inoltre opportuno coniugare alla riflessione sul soggetto giovanile la categoria di generazione, in particolare in riferimento al confronto fra i “giovani del ’68” e quelli del ’77, laddove con generazione non si indica la dimensione puramente anagrafica, ma si rimanda alla partecipazione di un gruppo di persone di età diverse (grosso modo comprese nel range individuato per la categoria di giovani, ma comprendente anche i trentenni) a un dato evento storico <23.
Nel corso degli anni settanta il riferimento ai soggetti giovanili assume toni più cupi di quelli, principalmente moralistici e denigratori, utilizzati nei confronti dei “capelloni” che acquistano visibilità pubblica nel corso del decennio precedente. Due fattori, legati fra loro, hanno nel frattempo modificato il quadro: l’aumento dei tassi di scolarizzazione e la crisi economica con il suo portato di disoccupazione, in special modo per le fasce più giovani della società. Nel periodo compreso tra l’inizio degli anni cinquanta e la metà dei settanta, per effetto dei più complessivi processi di modernizzazione che hanno investito il paese, si è difatti avuto un aumento consistente e costante delle iscrizioni agli istituti di formazione secondaria superiore (a partire da dati iniziali estremamente bassi, pari nel 1951 al 10% sul totale della popolazione con età scolastica corrispondente), anche in virtù della riforma che nel 1962 introduce la scuola media unica e eleva l’obbligo scolastico a 14 anni. Nell’arco di un ventennio il numero di iscritti praticamente quadruplica, raggiungendo il tasso del 50% sul totale della leva demografica corrispondente (vedi tabella 2).
Un tale incremento incide necessariamente anche sul tasso di immatricolazioni all’università, che cresce anch’esso in maniera cospicua dando all’istituzione caratteristiche compiutamente di massa, senza che una riforma organica ne abbia peraltro rivisto i meccanismi di funzionamento – e un discorso simile può essere fatto per il mondo della scuola -, malgrado nel corso di tutti gli anni sessanta una serie di provvedimenti legislativi intervenga sulle barriere all’accesso, liberalizzando di fatto le iscrizioni, fino a quel momento riservate nella quasi totalità dei casi a coloro che provengono dal liceo classico <25. Al giro di boa del decennio settanta le matricole sono di quattro volte superiori quelle registrate all’inizio degli anni cinquanta (vedi tabella 3).
Come si vede, il tasso di laureati rimane molto basso sul totale degli iscritti per tutto il periodo considerato (registrando anzi una flessione percentuale nell’anno accademico 1976-77): ciò dipende da una struttura accademica ancora arretrata, che non consente che al boom delle immatricolazioni corrisponda un’effettiva possibilità anche per i meno abbienti di proseguire con profitto gli studi. Inoltre, la massificazione dell’istituzione universitaria raggiunge il suo apice proprio nel momento in cui la crisi economica restringe notevolmente le possibilità di lavoro per una manodopera peraltro sempre più scolarizzata e qualificata. Notano Cavalli e Leccardi che “uno degli esiti del boom della scolarizzazione, accanto alle difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro per un numero crescente di giovani in possesso di un titolo di studio medio/superiore, è il forte divario culturale che si viene a creare tra vecchie e nuove generazioni. De Mauro, definendo «drammatico» questo divario, sottolinea come le generazioni più giovani, nel corso degli anni settanta, risultino per la prima volta nel nostro paese, «quattro, cinque volte più istruite, più colte nel senso tradizionale scolastico del termine, delle generazioni più anziane». Questi elevati livelli di istruzione, mentre tendono a creare difficoltà di comunicazione e conflitti con le figure familiari adulte, funzionano anche, in parallelo, come potente fattore di omogeneizzazione culturale del mondo giovanile” <27.
Il quadro che risulta tratteggiato dal sommarsi di disoccupazione intellettuale e non, ampio ricorso al lavoro nero e sottopagato <28 ed elevati livelli di conflittualità sociale rende la “questione giovanile” uno dei temi centrali di questi anni. Essa, nell’assumere risvolti di critica antisistema e di rivolta violenta all’ordine delle cose, accresce nei commentatori, negli analisti, nelle classi dirigenti e nelle letture politiche dei partiti di massa la percezione dell’avvento di una nuova “classe pericolosa”, da esorcizzare e convertire in “classe laboriosa” <29.
[NOTE]
19 Per un’utile rassegna storiografica cfr. Francesco Benigno, Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia, Viella, Roma 2013, pp. 57-77 (voce «Generazioni»).
20 Vi è chi, d’altronde, retrodata le origini del fenomeno alla fine dell’Ottocento (Jon Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2009) o, addirittura, ai riti d’iniziazione del Cinquecento (Patrizia Dogliani, Storia dei giovani, Bruno Mondadori, Milano 2003). In questa sede, sebbene l’affacciarsi di ragazzi e ragazze sulla scena pubblica si sia realizzato in fasi diverse e anche molto più remote, si privilegia la considerazione del carattere eccezionale che riveste l’individuazione della gioventù nella seconda metà del ’900: obiettivi privilegiati del mercato di consumo, oggetto di studi e, soprattutto, di opere d’ingegno ad essi dedicate (dalla narrativa al cinema, alla musica ecc.), si può approssimativamente sostenere che i giovani inizino a riconoscersi in quanto tali in questo periodo, rivendicando – con pose, culture, stili, idiomi propri – l’appartenenza a una generazione più definita nei suoi contorni rispetto al passato.
21 Cfr. G. Crainz, Il paese mancato, cit., pp. 190-200. Cfr. inoltre S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, cit., p. 272 («Quando esibiscono la maglietta, i blue-jeans [corsivo nell’originale] e il giaccone di cuoio, i giovani diventano un gruppo, una classe, una categoria […]») e pp. 322-25 per l’aspetto culturale del fenomeno.
22 Si veda Alessandro Cavalli e Carmen Leccardi, Le culture giovanili, in F. Barbagallo et al. (progetto e direzione), Storia dell’Italia repubblicana, cit., vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, pp. 707-800, in particolare pp. 710-11.
23 Per un confronto fra le due generazioni cfr. A. De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione, cit.
24 A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, cit., p. 714.
25 Cfr. A. Lepre, Storia della prima Repubblica, cit., p. 223. Si veda anche, per una panoramica più complessiva, Giuseppe Tognon, La politica scolastica italiana negli anni Settanta. Soltanto riforme mancate o crisi di governabilità?, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 2, Fiamma Lussana e Giacomo Marramao (a cura di), Culture, nuovi soggetti, identità, pp. 61-87.
26 A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, cit., p. 719.
27 Ivi, p. 777.
28 L’occupazione illegale e occasionale è stimata al 13-14% della forza lavoro complessiva nel periodo considerato: i giovani costituiscono il 70% di tale fenomeno, e un terzo di essi vanta alti livelli di scolarità. Cfr. Paolo Bassi e Antonio Pilati, I giovani e la crisi degli anni Settanta, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 33.
29 Cfr. P. Dogliani, Storia dei giovani, cit., p. 4.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018
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