L'oro perde il ruolo di asset rifugio. Perché il prezzo dell'oro sta calando nonostante la guerra in Iran. Sono le forze economiche, e non la geopolitica, a determinare l'andamento dell'oro in un contesto di crescente volatilità.

Dall'inizio del conflitto in Iran, il prezzo dell'oro è sceso sotto i 4.200 dollari l'oncia, malgrado l'aumento dell'incertezza globale.

https://scienzamagia.eu/sociale-e-collettivita/loro-perde-il-ruolo-di-asset-rifugio/

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La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale

L'apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell'economia americana .Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce uno degli elementi di una […]

https://radioblackout.org/2026/03/la-guerra-come-risposta-alla-crisi-di-egemonia-statunitense-conduce-alla-recessione-globale/

La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale

<p>L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana .Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di […]</p>

" Guerra all’Iran. Per la prima volta stanno facendo fatica anche i “padroni del mondo”

In una settimana di bombardamenti il titolo di BlackRock ha perso il 12% a causa, soprattutto, della chiusura di Hormuz. Una sorte condivisa con Vanguard e con le Big Tech statunitensi, i cui investitori stanno uscendo dall’azionario per timore dell’inflazione energetica. "

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Guerra all'Iran. Per la prima volta stanno facendo fatica anche i "padroni del mondo"

In una settimana di bombardamenti il titolo di BlackRock ha perso il 12% a causa, soprattutto, della chiusura di Hormuz. Una sorte condivisa con Vanguard e con le Big Tech statunitensi, i cui investitori stanno uscendo dall'azionario per timore dell'inflazione energetica. L'economia reale sembra prevalere sulla finanziarizzazione e sulle pretese dei fondi di sostituire gli Stati. Che cosa farà il capitalismo morente? L'analisi di Alessandro Volpi

Altreconomia

E le famiglie statunitensi sono probabilmente ancora più esposte delle loro controparti in altre economie avanzate a causa dell'elevata intensità petrolifera dell'economia americana. Vorrei poter dipingere un quadro meno deprimente, ma questa è la situazione mentre la guerra entra nella sua terza settimana.
Paul Krugman

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Ci sono alcuni vincitori dalla disruption petrolifera causata dalla guerra in Iran: principalmente le compagnie produttrici di petrolio e il governo russo. Per le famiglie comuni è una magra consolazione.
Paul Krugman

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E sembra fin troppo possibile che l'impennata dei prezzi del petrolio sia appena iniziata, e che i prezzi saliranno molto più alti di quanto non siano adesso.
Paul Krugman

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Per riassumere: poiché esiste di fatto un mercato unico per il petrolio, le famiglie statunitensi si trovano ad affrontare lo stesso shock dei prezzi dei residenti di altre nazioni, nonostante gli Stati Uniti siano esportatori netti di petrolio. Siamo in parte protetti dall'aumento dei prezzi del gas naturale liquefatto, ma siamo anche esposti a un forte rincaro dei prezzi dei fertilizzanti.
Paul Krugman

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Benzina, ma quanto ci costi?

La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di più. E allora la domanda nasce spontanea. Com’è possibile che un conflitto così lontano produca effetti così rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?

Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo è passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione è tornata vicino ai 100 dollari.

Questo movimento è importante perché la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa più cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.

A questo punto però nasce un’obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi è stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perché allora il prezzo aumenta subito?

Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticità della domanda, cioè della sensibilità dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda è poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo è infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, l’automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dell’insulina continuerà a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.

C’è poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio più caro. Per questo anticipano una parte dell’aumento già oggi, per non trovarsi in difficoltà quando dovranno rifornirsi a prezzi più alti.

Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con l’immagine della collosità dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano.

Il problema non riguarda però soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.

Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioè di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica già debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.

Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto l’economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana può arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.

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Trump non si è rivelato un alleato affidabile per Meloni: la guerra in Iran colpirà duramente i Paesi dipendenti dai combustibili fossili, Italia in testa. Preparatevi ad altri aumenti — e a nuovi “ce lo chiede il mercato”.
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