Vendere figli per sopravvivere - osservatorioafghanistan

Yogita Limaye, Rawa.org, 1 giugno 2026 All’alba, centinaia di uomini si radunano in una piazza polverosa di Chaghcharan, capoluogo della provincia di Ghor, in Afghanistan. Si accalcano lungo la strada con volti stanchi, sperando che qualcuno si presenti offrendo un qualsiasi lavoro. Da questo dipenderà se le loro famiglie avranno da mangiare quel giorno. La […]

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La storia di un giovane lavoratore nell’incubo del labirinto Inps: sorge il dubbio che ci sia un disegno

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Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare

La disoccupazione in Ticino cresce. È vero, non era necessario attendere gli ultimi dati perché sarebbe bastato prestare attenzione agli articoli  che annunciano la chiusura ogni giorno di una nuova azienda. La situazione si fa sempre più complessa, e in un territorio come il nostro non possiamo solamente limitarci a ritenere i conflitti geopolitici e le tensioni internazionali come unica causa. Purtroppo, la situazione economica del Cantone diventa sempre più preoccupante e persino le aziende storiche che operano sul territorio da decenni incontrano sempre più difficoltà.

E qui si inserisce il dato appena pubblicato relativo al tasso di disoccupazione in Ticino nel primo trimestre 2026. Come spesso capita anche questa volta il dato calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che fa riferimento a metodi statistici basati su sondaggi telefonici, parla di un tasso del 7,6%, oltre 14’000 persone che cercano un lavoro. Impressionante la differenza con il dato calcolato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO): in questo caso il tasso sarebbe solo del 3,2% e i disoccupati 5’500.

Naturalmente conosciamo bene la natura differente di questi due indicatori: il dato SECO si basa esclusivamente sulle persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Abbiamo sempre detto che evidentemente questo numero è sottostimato, perché ci sono tantissime persone in cerca di lavoro che per una ragione o per l’altra non rientrano in queste statistiche ufficiali.

Ma la questione non è un aspetto di secondo piano, oppure una problematica che riguarda solo gli economisti, anzi. Quando la differenza è così grande, bisogna assolutamente che la politica economica del nostro Cantone ne tenga conto. Il tasso dell’ILO è cresciuto dal 6,7% del quarto trimestre del 2025 e dal 6,6% dello stesso periodo dell’anno scorso. Per trovare un tasso così alto bisogna tornare al secondo trimestre del 2021, in piena crisi COVID.

Ora è il momento di agire. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche. È il momento che il lavoro, con tutte le sue difficoltà, torni a essere il tema principale della politica economica e sociale di questo Cantone.

Eppure, mentre la situazione non fa altro che peggiorare, il silenzio diventa sempre più assordante. Possibile che nessuno si preoccupi delle aziende che continuano a chiudere battenti e delle persone che oramai sono disperate? Ci si nasconde dietro alla finta illusione che bastino i sussidi, ma la gente vuole lavorare e vivere dignitosamente e autonomamente con il proprio stipendio.

Ascolta #disoccupazione #ILO #SECO #ticinesi
NU: il 74% degli afghani non è in grado di soddisfare i propri bisogni primari. - osservatorioafghanistan

Siyar Sirat, Amu Tv, 13 maggio 2026 Secondo un nuovo rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, quasi tre quarti della popolazione afgana non riesce ancora a soddisfare i bisogni primari di sussistenza. Il rapporto avverte inoltre che il peggioramento delle pressioni economiche, i massicci rimpatri dai paesi limitrofi e la grave siccità stanno […]

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Una rete di paura: come i talebani trasformano la povertà in uno strumento di spionaggio - osservatorioafghanistan

Nazanin, 8AM Media, 16 maggio 2026 Le conclusioni di questo rapporto mostrano che i talebani, approfittando della povertà della popolazione e facendo uso di minacce, stanno espandendo reti di spionaggio e controllo sociale. Secondo il rapporto, arresti arbitrari, lunghi interrogatori e offerte di denaro in cambio di informazioni fanno parte di un processo organizzato volto […]

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Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.

Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.

I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.

Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.

Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.

Ascolta #disoccupazione #dollaro #franco #gas #guerra #inflazione #Iran #petrolio #prezzi #svizzera #USA

Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.

Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.

L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.

È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.

E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

Ascolta #disoccupazione #dumping #lavoro #svizzera #ticino

mi scade il contratto tra poco e non so cosa fare della mia vita ed è subito glam rock anni '80 che mi ricorda la mia adolescenza, amavo il trash, uno dei primi cd che ho comprato da sola era un album degli whitesnake

"Here I go again on my own
going down the only road I've ever known
like a drifter* I was born to walk alone
and I've made up my mind
I ain't wasting no more time
but here I go again, here I go again"

https://www.youtube.com/watch?v=kXC_hoD1wxc

*curiosità, per capire i livelli di trash: https://www.rockinout.net/post/whitesnake-here-i-go-again

#naspi #disoccupazione #babypensione

Whitesnake - Here I Go Again (1987)

YouTube

- Record di inquinamento e malattie polmonari ✅
- Record di cassaintegrati ✅
- E aggiungiamo anche record di pedoni investiti !!! ✅

Almeno fosse ancora la capitale dell'automobile...ma neppure quello

https://www.rainews.it/tgr/piemonte/articoli/2026/02/otto-pedoni-investiti-e-uccisi-da-inizio-anno-in-piemonte-e-la-regione-dove-si-muore-di-piu-ec88b13e-2b15-4ace-9e47-d27f8c059210.html

#torino #piemonte #smog #inquinamento #disoccupazione #automobile

Otto pedoni investiti e uccisi da inizio anno in Piemonte. E' la regione dove si muore di più

Un bollettino che conta 58 investimenti mortali in tutta Italia, sulle strisce. Seconda la Lombardia. I dati dell'Osservatorio Asaps-Sapidata

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