Giovane dottoressa di Casal di Principe premiata per tesi sulle malattie coronariche

Premiata a Falciano del Massico la dr.ssa Gaia Cantiello per l’eccellenza accademica in Medicina e Chirurgia con una tesi innovativa

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Finnish startup #NestAI raised €100 million, led by #Tesi and #Nokia, to develop #AI for #defence applications, including unmanned vehicles and command platforms. The funding will support the creation of “Europe’s leading physical AI lab,” focusing on #robotics and #realworld applications. NestAI aims to enhance #Europe’s defence capabilities and technological #sovereignty. https://techcrunch.com/2025/11/20/finlands-nestai-lands-e100m-partners-with-nokia-to-build-ai-for-defense-applications/?Pirates.BZ #Pirates #Tech #Startup #News
Finland's NestAI lands €100M, partners with Nokia to build AI for defense applications | TechCrunch

Finnish startup NestAI NestAI has struck a partnership with Nokia to build AI products for defense applications and develop "physical AI," which involves using large language models and related technology for robotics and other real-world applications.

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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)

FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».

Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.

L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».

Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.

Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.

Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.

Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”»  (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.

Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.

Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».

Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».

Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».

La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».

Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.

Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».

Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».

Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.

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L’XI congresso del PCI si svolse a Roma dal 25 al 31 gennaio del 1966

È illuminante il dibattito che si svolge nella direzione del PCI su come preparare l’XI congresso. Ingrao chiede di poter esprimere liberamente le sue opinioni in fase congressuale, ma le reazioni sono immediate, tutta la direzione del partito è in subbuglio: “una parte di questo gruppo organizza una lotta contro le posizioni del partito e con preoccupazioni di potere […] un attacco cioè alla linea del compagno Togliatti, che investe la linea del partito da basi frazionistiche” tuona Emilio Sereni <38. Secondo Pajetta “la democrazia effettiva […] non si ottiene con uno sviluppo nel partito di dissensi che lo frenerebbero e bloccherebbero l’azione e la lotta di massa” <39. E Amendola afferma: “la pubblicità del dibattito non è sempre garanzia di democrazia […] può a volte esser dannosa perché finisce per personalizzare le posizioni e inevitabilmente quindi per cristallizzarle” <40. Il più conciliante, pur condividendo le critiche mosse ad Ingrao, fu Enrico Berlinguer, che chiedeva “una base unitaria comune, su cui possano esprimersi sino al congresso, e con certe cautele, certe divergenze”, affermando inoltre che non si doveva confondere la passione politica con l’esasperazione <41. Sempre Amendola, avanza al comitato centrale una richiesta di abiura: Ingrao rifiuta e la rottura è definitiva.
Questo è il clima che precede l’XI congresso del PCI, che si svolse a Roma dal 25 al 31 gennaio del 1966. “L’XI congresso del PCI per la pace e la libertà dei popoli per il rinnovamento dell’Italia e del socialismo. Longo propone una concreta linea di lotta unitaria a tutte le forze operaie e democratiche”, scrive “l’Unità” in prima pagina il 26 gennaio 1966, aggiungendo poi: “Il partito uscirà dal Congresso temperato dal dibattito democratico, ancora più forte, ancora più unito, più capace di guidare i lavoratori alla lotta” <42. Durante i primi giorni tutto procede serenamente e nulla dei precedenti dibattiti traspare. Anche i cosiddetti ingraiani più autorevoli (Reichlin, Rossanda, Pintor, Natoli, Trentin) tennero dei discorsi molto misurati, riferiti principalmente ai loro settori di competenza, o tacquero. Il terzo giorno salì alla tribuna Ingrao. Il suo intervento ribadiva, senza demagogia e con toni pacati, le sue posizioni sui punti che erano già stati discussi. “Ma alla fine del suo intervento pronunciò una frase che occorre citare precisamente: ‘Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi ha persuaso rifiutando di introdurre nel nostro partito il nuovo costume della pubblicità del dibattito, cosicché siano chiari a tutti i compagni non solo gli orientamenti e le decisioni che prevalgono e impegnano, ma anche il processo dialettico di cui sono il risultato’.
Nella quasi totalità l’assemblea reagì con un grande e insistito applauso e quando Ingrao, nell’emozione, alzò alto il pugno, l’applauso divenne quasi un’ovazione. Al tavolo folto della presidenza al contrario pressoché tutti rimasero irrigiditi e a braccia conserte. Da quel momento il clima del congresso cambiò totalmente” <43. Tutto il gruppo dirigente del partito reagì con pesanti interventi, attacchi durissimi, quasi tutti rivolti a denunciare un frazionismo in atto, o a segnalare il pericolo di una divisione del partito. Il congresso fu organizzato esplicitamente per sconfiggere e togliere ogni spazio a chi avanza dei dubbi sulla riforma del partito e delle sue regole e la richiesta della “pubblicità del dibattito” divenne il nemico principale <44.
Ingrao non metteva in discussione il centralismo democratico, cioè il dovere di accettare, di sostenere e di applicare la linea dominante con la disciplina, ma chiedeva che la linea dominante fosse “il risultato misurabile di un’esplicita dialettica da tutti comprensibile, fosse quindi successivamente sottoposta a una verifica dei fatti e, di fronte a nuovi sviluppi della situazione, potesse essere precisata o corretta con il concorso di tutti”. Ma il gruppo dirigente del partito non si fidava di Ingrao, vedeva nella sua figura, nel suo carisma, un pericolo alla tradizionale coesione del partito. Seguì quindi dopo il Congresso un’epurazione accurata e selettiva, che colpiva le punte estreme e più esposte (Rossada, Pintor ecc.). Ingrao venne degradato e isolato in sedi istituzionali; Berlinguer, che allora era a capo della segreteria nazionale, venne accusato di eccessiva tolleranza e sostituito da Napolitano nel suo ruolo chiave; illuminante è il caso di Luciano Magri: “Io non fui rimosso perché non c’era niente da cui rimuovermi, […] fui semplicemente confinato nel mio ufficio, senza avere assolutamente niente da fare. Dopo pochi mesi, quando andai da Amendola per dirgli che non potevo andare in pensione a trentadue anni, e gli chiesi di mandarmi a lavorare in qualsiasi piccola federazione, mi rispose senza sorridere: ‘devi fare una quarantena perché sei un giovane intelligente, abbiamo lavorato bene insieme, ma devi ancora imparare la disciplina bolscevica’ ” <45. A confermare che l’ingraismo non era una frazione resta il fatto che nessuno dei puniti protestò, e nessuno difese nessuno, tutti accettarono la linea dettata dalla maggioranza senza discutere.
Con l’XI congresso il partito ribadì la priorità delle gerarchie interne rispetto alla riflessione e al rapporto con la società, accrescendo così processi già avviati, in relazione alla formazione dei gruppi dirigenti, ma disincentivando allo stesso tempo la militanza di larghi settori di attivisti. Da quello scontro prende le mosse anche una graduale marginalizzazione (e talvolta una volontaria presa di distanze) non tanto dell’ala ingraiana, quanto della sua propaggine sinistra, che in parte, di lì a poco, darà vita al “Manifesto” <46.
Nella stessa politica delle alleanze il PCI seguirà una strada intermedia tra quelle proposte da Amendola e Ingrao, con una grande attenzione – tipica di Longo – all’unità del movimento operaio ma anche ai nuovi movimenti di massa, e con l’attacco frontale alla DC all’indomani del crollo di Agrigento e delle alluvioni del ’66, che mettono in luce l’esistenza di un “sistema di potere” il cui impatto si rivela devastante per lo stesso territorio <47. L’emergere dello scandalo dei fascicoli del SIFAR e del “piano Solo” rinnoverà i dubbi sulla natura pienamente democratica della DC, e il golpe dei colonnelli in Grecia tornerà a porre all’attenzione dei comunisti il problema della difesa della democrazia <48.
[NOTE]
38 G. Crainz, Il paese mancato, Isola del Liri, 2007, p. 166.
39 Ibid.
40 Ibid.
41 Cfr. ibid; Cfr. inoltre A. Lepre, op. cit., p. 218.
42 Cfr. “l’Unità”, 26 gennaio 1966.
43 L. Magri, op. cit., pp. 195-196.
44 Cfr. G. Crainz, op. cit., p. 167; Cfr. inoltre L. Magri, op. cit., pp. 196.
45 L. Magri, op. cit., p. 201
6 Cfr. G. Crainz, op. cit., pp. 168-175.
47 I ritmi furibondi e insensati assunti dalla speculazione edilizia in tutta Italia sembrano trovare improvvisa sintesi emblematica ad Agrigento. Nella bella città siciliana si sono costruiti palazzi perfino su zone franose. Interi quartieri sono inevitabilmente travolti dai crolli, mettendo drammaticamente sotto accusa le scelte sbagliate compiute dai gruppi dominanti e dalla DC in termini di assetto del territorio. La battaglia di denuncia viene vigorosamente
sostenuta in parlamento, nel paese, su “l’Unità” da tutto il partito con il contributo determinante di Mario Alicata, membro della direzione e direttore del giornale (cfr. Il sacco di Agrigento: DC e governo devono trarre le conseguenze politiche, su “l’Unità”, 6 dicembre 1966; G. Crainz, op. cit., pp. 69-77).
48 Cfr. G. Crainz, op. cit., pp. 95-110.
Vincenzo Aristotele Sei, Il partito comunista nella società italiana da Togliatti a Berlinguer, Tesi di laurea, Università degli Studi della Calabria, 2011

Difficile scovare qualcosa nel sorvegliatissimo dibattito sviluppato all’XI Congresso del gennaio ’66. Nella relazione introduttiva di Longo le questioni culturali sono platealmente schivate, limitandosi ad accenni polemici come nel passaggio che segue: “Sono comparsi fenomeni di logoramento del costume del partito, propensioni a un tipo di critica generica, astratta, e perciò non produttiva, a discussioni condotte in modo ermetico, allusivo, tale da rendere difficile, a tutti i compagni, la comprensione dei termini reali del contendere” <564. Il bersaglio è costituito dai continui cedimenti all’«estremismo», al «massimalismo», o alternativamente all’«operaismo» – intendendo con tale termine non la corrente politico-ideologica di Panzieri e Tronti ma la tensione “fabbrichista” di un pezzo del partito eccessivamente schiacciata sulle posizioni sindacali della Cgil, in quel torno di tempo più radicali della tattica politica stabilita dal partito (vedi ad esempio tutta la vicenda legata alla III Conferenza operaia di Genova del maggio ’65, altro momento simbolico dello scontro tra Amendola e la sinistra – in quel caso rappresentata dalla relazione di Luciano Barca). Anche nell’intervento di Rossanda i temi culturali-ideologici sono ampiamente elusi, limitando il discorso alla questione scolastica e all’accesso allo studio. Solo un passaggio sembra intervenire sul rapporto tra politica e cultura: “Il collegamento e il dialogo con altre forze culturali non è mai per noi un’esercitazione di liberalismo o di buone maniere. Non sarebbe allora se non una nuova forma di strumentalismo. È invece la necessità di intendere i processi sociali reali che affiorano nella crisi della cultura contemporanea, nella sua protesta e nei suoi positivi fermenti, e di intessere un dialogo che sposti tutto il fronte di questa cultura attorno ad obiettivi di trasformazione sociale, intendendo, nello stesso momento, e sottolineando i momenti di originalità e di autonomia con i quali altre forze culturali appaiono interessate a questa trasformazione. Non possiamo commettere l’errore di ignorarle perché il loro metodo, le loro condizioni, il loro linguaggio si differenziano dal nostro. Siamo marxisti e siamo gramsciani perché le giudichiamo dal loro modo di porsi davanti alla società, prima che davanti alla nostra tradizione culturale <565.
La flebile richiesta di considerazione di un dibattito lungamente affrontato in sede di Sezione culturale troverà chiuso il partito ad ogni possibile accoglimento. Nelle Tesi finali scompare ogni riferimento ai problemi culturali, men che meno ideologici, considerati – prima ancora che “discutibili” – di fatto marginali (ed è forse questo il limite decisivo dell’azione di Rossanda: il confronto non avviene nel “caldo” degli anni Cinquanta, ma nel freddo disinteresse della metà dei Sessanta, dove i problemi, per il Pci, iniziavano ad essere di tutt’altra natura). La battaglia culturale sembrava uscire così di scena, relegata in poche e dure battute nella parte conclusiva delle Tesi: “Questa continua verifica [della linea politico-ideale, nda] deve garantire la più salda unità politica e impedire che la permanenza di linee politiche diverse o di elementi di orientamento eterogenei e contrastanti rispetto alla linea politica che il partito si è data, ne ostacoli l’azione. La sicurezza della linea politica, la convinzione della sua giustezza, l’impegno per dimostrarne nella pratica la validità, sono decisivi per l’azione di massa del partito, per la conquista delle masse al partito, per lo sviluppo dell’attivismo. […] È però necessario che oggi il partito accresca il suo impegno contro atteggiamenti di superficialità e di provinciale sufficienza che si sono manifestati negli ultimi anni nei confronti della realtà dei paesi socialisti” <566.
[NOTE]
564 Relazione di Luigi Longo, in XI Congresso del Partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 82.
565 Ivi, p. 387.
566 Ivi, p. 748.
Alessandro Barile, Apogeo e crisi della politica culturale comunista. Rossana Rossanda e la Sezione culturale del Pci (1962-1965), Tesi di dottorato, Università di Roma La Sapienza, 2022

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