L’ideologia gender è pericolosa di Laura Schettini

Descrizione: L'”ideologia gender” minaccia la nostra società! Confonde l’identità e le menti dei nostri figli, mette a repentaglio l’ordine naturale delle cose, quello che distingue in maschi e femmine! Ma davvero esiste un progetto globale per renderci tutti “fluidi”? Dove nasce l’ossessione per le questioni di genere e gli orientamenti sessuali non conformi? E quali sono le fratture politiche che si nascondono dietro a questi temi?

Già a metà degli anni Novanta, destra populista e cattolicesimo tradizionalista hanno cominciato a lanciare allarmi contro i pericoli a cui una fantomatica “teoria del gender” esporrebbe la società (o anche la nazione, la famiglia, la civiltà, la gioventù, l’infanzia e chi più ne ha più ne metta). Oggi, il nemico è l'”ideologia gender”, un’etichetta che serve a evocare l’attacco, unitario e programmatico, che una molteplicità di soggetti (le femministe e le persone LGBTQ+ prima di tutti) starebbero sferrando all’ordine naturale alla base della nostra società. Da chi si aggirerebbe per le scuole a confondere l’identità sessuale di ignari bambini agli uomini che mettono la gonna, fino ai fanatici delle lettere e simboli finali (schwa, u, *). Ma sono davvero questi gli oggetti del contendere? Perché ci si accalora tanto su questi temi? Quali sono le istanze portate avanti dagli antigender e, sul fronte opposto, da chi sfida l’ordine “naturale”?

Se gender è una parola moderna, questa sfida è iniziata molto tempo fa. Una lunga storia a cui conviene prestare attenzione, oltre le comode semplificazioni.

Laura Schettini, ricercatrice in Storia contemporanea, ci racconta che nella primavera del 2022 viene contattata per fare un intervento in un’assemblea di istituto sugli stereotipi di genere. Volendo affrontare l’argomento in modo serio – sicuramente in modo più serio in cui una larga fetta della politica aveva affrontato il tema l’anno precedente, fino all’affossamento del DDL Zan – avevano esplicitamente cercato una storica per avere un quadro completo della questione.

Essendo ai tempi un tema molto caldo, – mi verrebbe da scrivere, “ovviamente” – un’insegnante saltò su e tirò fuori l’armamentario classico del pericolo gender: non si deve parlare di sesso a scuola. Nemmeno di storia della sessualità, evidentemente. Per fortuna, in questo caso, la dirigente scolastica è intervenuta a riportare la calma e alla fine Schettini è riuscita a fare il suo intervento e quindi a rispondere alle tante domande deə ragazzə. Perché se c’è qualcosa che appassiona a quell’età è sicuramente il sesso, la sessualità e tutto quello che ruota loro intorno.

In questo momento la terribile ideologia gender sembra aver perso un po’ di smalto: vorrei scrivere perché continuano a iniziare nuove guerre e il genocidio in Palestina prosegue, ma mi sembra piuttosto che la preoccupazione massima sia per un referendum su una riforma costituzionale in gran parte ancora da scrivere e su una certa famiglia con idee molto naïf su cosa significhi vivere in mezzo alla natura. E anche se quest’ultimo caso ha molto a che vedere con l’opposizione alla fantomatica ideologia gender e con un nazional-familismo che vede il ritorno in pompa magna del potere di vita e di morte dei genitori sullə figliə, in barba al supremo interesse deə minori. Che, se anche possiamo avere dei dubbi sull’operato deə assistenti sociali, di sicuro non è avere gente che sbraita su di loro da mane a sera in ogni luogo e in ogni lago.

Tornando al libro in questione, si tratta di un saggio molto agile sulla storia dell’invenzione della cosiddetta ideologia gender, che, per come l’abbiamo conosciuta oggi, nasce nel 1995 in occasione della Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, ma affonda le sue radici nell’Ottocento, quando si cristallizzarono i ruoli sociali di uomini e donne secondo una gerarchia fondata sulla differenza sessuale che serviva a giustificare l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica, il loro sfruttamento economico e la loro soggezione nella sfera privata. E già nell’Ottocento le femministe protestarono contro questa ideologia che veniva spacciata come stato di natura e già allora chi si opponeva a questo modello familiare era innaturale, perversa e pericolosa per la società.

Oggi come allora l’ideologia gender è pericolosa solo per chi pensa che la società debba continuare a fondarsi sulla discriminazione e su un modello ideologico di famiglia che si presenta come insoddisfacente fin dalla sua comparsa.

#nonfiction #nonfictionItaliana #nonfictionQueer #saggio #storia

Perché contare i femminicidi è un atto politico di Donata Columbro

Descrizione: Contare i femminicidi non è un esercizio di precisione statistica, ma un atto politico.

In Italia, non esiste un registro ufficiale dei femminicidi, e il modo in cui vengono classificati gli omicidi di donne rispecchia un sistema che spesso minimizza la violenza di genere. Chi decide cosa contare? E soprattutto, chi ha il potere di negare la rilevanza dei numeri?

In Perché contare i femminicidi è un atto politico, Donata Columbro, giornalista e divulgatrice esperta di dati, decostruisce l’idea della neutralità statistica e mostra come il conteggio dei femminicidi sia una questione di potere e resistenza.

Attraverso un resoconto tra storia, giornalismo d’inchiesta e attivismo, Columbro esplora il modo in cui i femminicidi vengono registrati nei dati ufficiali e rivela molto sulla percezione istituzionale della violenza di genere. In Italia, l’assenza di un registro ufficiale implica che la violenza sulle donne venga inglobata in statistiche più generali, rendendo difficile una lettura chiara del fenomeno. Per questo motivo, il lavoro di raccolta dati condotto dai movimenti femministi e dalle associazioni assume un’importanza cruciale. A livello internazionale, esperienze come quelle di Brasile, Argentina e Messico dimostrano quanto il monitoraggio dal basso possa essere efficace nel denunciare e contrastare il problema. Questo approccio rientra nel cosiddetto “femminismo dei dati”, una prospettiva che vede nella raccolta e nell’analisi dei numeri uno strumento di giustizia sociale e attivismo politico, capace di sfidare le narrazioni ufficiali e proporre un cambiamento concreto.

Perché contare i femminicidi è un atto politico non è solo un’analisi tecnica, ma un appello a riconoscere la violenza di genere anche attraverso le sue rappresentazioni numeriche. Perché i numeri sono storie, le statistiche sono strumenti di potere, e contare significa dare visibilità a chi non ha voce. Contare i femminicidi non è solo statistica, ma un atto politico.

“Il femminicidio non è un fatto privato, ma l’espressione di una violenza e di un abuso di potere sostenuto dalla struttura patriarcale delle istituzioni e di una cultura che vede l’egemonia maschile come normale, statisticamente e socialmente.”

Se vi siete interessatə al tema dei femminicidi e avete provato a cercare in autonomia qualche dato per approfondire, avrete scoperto che non ce ne sono, o, se ci sono, sono vecchi o incompleti. Non è solo una vostra impressione o una vostra incapacità di ricerca: i dati sui femminicidi – aggiornati, raccolti secondi le linee guida internazionali, uniformi, pubblici – semplicemente non esistono.

Lo Stato non si preoccupa di tenere traccia del fenomeno e di fare il punto sulle misure che sono state messe in campo per contrastare il fenomeno. A pensar male, si direbbe che la cosa importante sia metter su qualche roboante decreto che inasprisce pene, inserisce nuovi reati e nuovi codici multicolore per dare l’impressione di essere sul pezzo e di non aver paura di reagire in modo muscolare a qualche femminicidio che abbia colpito in modo particolare l’opinione pubblica.

Ma – a parte che qualunque intervento ex post presuppone un’altra donna morta per l’ennesimo femminicidio che non abbiamo saputo evitare – come si fa a sapere se le misure introdotte abbiano avuto un qualche effetto se non si raccolgono i dati? Come si fa a sapere se si sta andando nella giusta direzione?

Perché decidere “cosa conta” – e quindi cosa misurare, come farlo e chi può accedere a queste informazioni – è una forma di potere. Ma vedremo come nel caso dei femminicidi e della violenza di genere sia importante esercitare forme di contropotere con iniziative dal basso, come quelle dell’osservatorio di Non una di meno o della Casa delle donne di Bologna. Ce lo insegnano le prime donne che hanno iniziato a contare i femminicidi, come María Salguero Bañuelos in Messico, che ha deciso di raccogliere da sola dal 2015 i dati sui casi di femminicidio nel suo paese, diventando la fonte più affidabile sul tema. Ma anche le iniziative di giornalisti e giornaliste indipendenti in Italia, che si prendono cura di contro-archivi per mantenere viva la memoria di chi non c’è più. Scopriremo infatti che anche nelle singole storie ci sono dati che possono aiutare a riconoscere la violenza, e a prevenirla.

Ad oggi tra chi si occupa di prevenzione ci sono attivistə e molte delle vittime collaterali dei femminicidi. È un fatto che non ci sorprende: di sicuro non da parte di attivistə, ma nemmeno da parte delle vittime collaterali, nel caso delle quali lo vediamo come un modo per affrontare ed elaborare il lutto. Certo, muoiono un centinaio di donne ogni anno, non ci si può lamentare di chi decide di dare una mano a evitarlo, ma perché si dovrebbe trovare normale che un problema pubblico venga preso in carico soltanto da privati? Sembra quasi – quasi – che i femminicidi vengano considerati una disgrazia, una di quelle cose brutte che possono capitare anche nelle migliori famiglie. Come se parlassimo di una malattia. Come se il problema riguardasse solo a chi capita. D’altro canto, senza dati rigorosi e sistematici come potremmo puntare il dito contro la negligenza dello Stato?

Potremmo dire che non c’è scampo, o potremmo leggerla in altro modo: la violenza di genere è così radicata, strutturale, che solo un intervento che legga nella globalità del fenomeno la sua universalità potrà aiutare a ridurre questi numeri. Solo che servono i dati per capire dove agire. Molti ci sono, come abbiamo visto, altri andrebbero prodotti in modo più frequente.

#femminismo #nonfiction #nonfictionItaliana

Una storia quasi soltanto mia di Licia Pinelli e Piero Scaramucci

Descrizione: “Questa è la storia che Licia Pinelli mi raccontò all’inizio degli anni ottanta. Era rimasta appartata, quasi silenziosa per una decina d’anni, da quell’inverno del 1969, quando la bomba fece strage alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, suo marito Pino, ferroviere anarchico, precipitò da una finestra della questura e l’Italia scoprì che la democrazia era sotto attacco. Licia si era tenuta lontana dai riflettori concentrandosi in una tenace battaglia per ottenere giustizia dalla Giustizia. Non la ottenne. Dopo dieci anni Licia fece forza sul suo severo riserbo e si decise a raccontare di sé e di quel che era successo. Scelse lei stessa di parlare e mi chiese di intervistarla. Non fu un percorso facile, per Licia fu come reimparare a parlare e a guardare dentro se stessa dopo anni di silenzio e autocensura. Oggi, a distanza di tanto tempo, questo racconto appare come un documento di rara verità, chi vorrà scrivere la storia di quegli anni durissimi non ne potrà prescindere.” (Piero Scaramucci)

Avevo questo libro in lista da un sacco di tempo e ce l’avevo messo per interesse nei confronti della storia della strage di piazza Fontana, ma onestamente non mi aspettavo chissà cosa dalla testimonianza di Licia Pinelli, la vedova di Giuseppe Pinelli, ufficialmente morto in seguito a un malore e a una caduta accidentale dalla finestra da una finestra della questura, dove lo stavano interrogando con l’accusa di essere uno degli attentatori.

Questo non perché avessi qualche opinione negativa di Licia Pinelli, ma perché pensavo che la testimonianza di una persona colpita così da vicino da da questa brutta storia italiana non potesse aggiungere granché a quello che già sapevo. In un certo senso avevo ragione: non dice niente di nuovo e non vi consiglio di iniziare da questo libro-intervista se non conoscete la storia della strage di piazza Fontana, perché è vero che racconta i fatti, ma l’intervista inizia in media res e, secondo me, dà per scontato che ə lettorə sappia di cosa si sta parlando.

Però è sicuramente un libro da leggere. Sono rimasta molto colpita dalla testimonianza di Licia Pinelli: innanzi tutto dalla sua freddezza, che non è indice di imperturbabilità, ma di un dolore così soverchiante che ha reso necessario il suo congelamento. In questa intervista, Licia Pinelli ne posa con garbo alcuni cubetti ghiacciati sul tavolo, ma la maggior parte rimane chiusa in congelatore. Licia Pinelli lo sa, ma non può mostrarci altro: è riuscita ad andare avanti e ad affrontare la sua vita dopo la morte dell’amato marito solo perché ha seppellito una parte dei ricordi dentro di sé e non può tirarli fuori solo perché ha accettato questa intervista.

D’altro canto, come potrebbe aver elaborato un lutto simile quando le è stata negata la verità? Licia Pinelli frequentava la compagnia anarchica del marito e quindi non aveva chissà quale fede nello Stato: ma pensava che comunque la verità sarebbe venuta fuori. Che avrebbe finito per sapere come e perché Giuseppe Pinelli era morto perché la verità sarebbe stata più forte di chi cercava di nasconderla. È con sconforto che Licia Pinelli guarda alla se stessa ingenua che era agli inizi di questa storia, ma non si vede come una donna sconfitta agli inizi degli anni Ottanta: per lei la sconfitta è dello Stato che non ha avuto il coraggio di percorrere la strada della verità.

Per questo è una storia quasi soltanto di Licia Pinelli: se è vero che è una vicenda che ha colpito principalmente lei e la sua famiglia, un frammento di quella stessa storia appartiene a noi in quanto parte della storia collettiva di questo Paese. Vediamo di non dimenticarcene e di lasciarsi intortare da chi ci dice che della strage di piazza Fontana non sappiamo quasi niente: sappiamo quasi tutto e quello che non sappiamo è stato colpevolmente occultato con anni di depistaggi portati avanti da apparati dello Stato.

#intervista #memoir #nonfiction #nonfictionItaliana #storia

Naufraghi senza volto di Cristina Cattaneo

Descrizione: Il corpo di un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea; quello di un altro, proveniente dal Ghana, con addosso una tessera della biblioteca; i resti di un bambino che veste ancora un giubbotto la cui cucitura interna cela la pagella scolastica scritta in arabo e in francese. Sono i corpi delle vittime del Mediterraneo, morti nel tentativo di arrivare nel nostro paese su barconi fatiscenti, che raccontano di come si può “morire di speranza”. A molte di queste vittime è stata negata anche l’identità. L’emergenza umanitaria di migranti che attraversano il Mediterraneo ha restituito alle spiagge europee decine di migliaia di cadaveri, oltre la metà dei quali non sono mai stati identificati. Il libro racconta, attraverso il vissuto di un medico legale, il tentativo di un paese di dare un nome a queste vittime dimenticate da tutti, e come questi corpi, più eloquenti dei vivi, testimonino la violenza e la disperazione del nostro tempo.

Quando nelle nostre cronache si affaccia la notizia del ritrovamento di un cadavere senza nome ci sembra logico che si metta in moto una procedura per sapere chi sia per poter comunicare la triste notizia a eventuali familiari. Quando accade un disastro, ci pare naturale che le autorità di adoperino per risalire ai nomi delle vittime e mettersi in contatto con le famiglie. Quando affonda un barcone nel Mediterraneo, nessunə si stupisce che venano contantə ə superstiti e dimenticatə ə mortə.

Cristina Cattaneo, invece, ha pensato che non era il caso. Direttrice del LABANOF, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense, ha pensato che, con le sue competenze, poteva dare una mano. Poteva aiutare a identificare tutti quei morti e dare alle famiglie modo di sapere, in maniera inequivocabile, cosa era accaduto aə loro carə. Per permettere loro di andare avanti e non rimanere bloccatə nell’inferno dell’incertezza.

La notte del 3 ottobre 2013, intorno alle 4.30, un’imbarcazione si rovesciò al largo dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa. Portava un carico di circa seicento persone, quasi tutti di origine eritrea. Furono recuperati 366 cadaveri. Le vittime dei barconi non erano certo una novità, ma questo disastro scosse le coscienze più di tutti gli altri casi. Da lì nacque l’operazione “Mare Nostrum”, e da lì si iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri.

Cattaneo ci spiega come funziona la procedura standard per risalire all’identità di un cadavere sconosciuto e di tutte le difficoltà aggiuntive che si incontrano nel dare un nome a una persona migrante, dall’ottenere un campione di DNA utile da unə familiare all’impossibilità di avere una lista passeggerə. Tutt’oggi, infatti, molte di quelle persone continuano a non avere un nome, nonostante gli sforzi del LABANOF continuino ancora oggi.

Il lavoro di Cattaneo non cerca di rendere la loro umanità solo ai cadaveri senza nome, ma anche a noi che siamo persə nella fatica e nel logorio dell’odio, che sembra ormai tracimare e pervadere ogni cosa. Eppure non sono ancora trascorsi dodici anni da quando le cose avrebbero potuto andare diversamente e ne sono trascorsi almeno una decina da quando avrebbe dovuto essere evidente che la disumanità non avrebbe magicamente risolto la questione migratoria. Eppure da lì non riusciamo a smuoverci.

#migrazioni #nonFiction #nonfictionItaliana #scienza

Femminismi futuri a cura di Lidia Curti

Descrizione: Tra letteratura, scienza, arte e attivismo digitale, dal cyber allo xeno-femminismo, fino alla nuova ecologia di Donna Haraway: una lunga cavalcata tra i romanzi fantastici e di fantascienza speculativa femminile, da Ursula K. Le Guin a Octavia Butler, Nnedi Okorafor, fino alle artiste afrofuturiste che stanno disegnando un nuovo scenario, reale e immaginario, del futuro che ci aspetta. Una ricerca del gruppo “Femminismi futuri” – coordinata dalla decana di Anglistica Lidia Curti – che propone una serrata interrogazione sulle molte domande che vengono dal femminismo del nuovo secolo in una società insidiata dai fantasmi e mostri dell’antropocene e attraversata dal progresso digitale e tecnologico che stabilisce chi siamo e come viviamo, caratterizzando sviluppo economico e politico e vita quotidiana. Temi di assoluta attualità nel dibattito culturale e politico a livello internazionale.

L’ho già scritto, ma l’ho fatto solo sul Fediverso e moltə di voi non lo frequentano, quindi lo ribadisco qua prima ancora di iniziare a scrivere di questo libro: se siete appassionatə di fantascienza, leggetelo! Non è un libro facile, perché scritto da persone con un titolo di studio elevato e specifico sull’argomento, ma la fatica che potrete fare nel raccapezzarvi ne varrà la pena.

Questa raccolta di saggi, infatti, è curata da Lidia Curti, che è stata professore onorario all’Università di Napoli “L’Orientale” e studiosa femminista di studi culturali e post-coloniali, e raccoglie le riflessioni nate all’interno del gruppo di lettura e ricerca omonimo, composto da studiose di età e interessi diversi. I libri oggetto di lettura e indagine sono stati diversi e molti di sicuro vi diranno qualcosa (La vegetariana di Han Kang, La mano sinistra del buio di Ursula K. Le Guin, il Ciclo delle Parabole di Octavia E. Butler, la serie Binti di Nnedi Okorafor e molti altri).

I saggi sono tutti molto stimolanti: mi hanno fatto venire una voglia matta di fantascienza e mi sono segnata diversi titoli di opere che non avevo mai sentito nominare. Essendo elaborati di studiose ci sono delle interpretazioni e dei collegamenti ai quali non avrei mai pensato da sola e sono loro molto grata per avermi dato delle chiavi di lettura capaci di spalancare le porte della visione femminista del futuro.

Il femminismo, infatti, è pensiero e pratica in continua evoluzione: ama indagare cosa c’è al di là di ogni confine, mescolare le carte e uscire dalle norme. Per questo la fantascienza femminista è così ricca di storie dove si abbattono le barriere identitarie e si comunica tra soggetti che si vorrebbero estranei. E vedere strade nuove per unire le nostre società è proprio quello che ci manca in questo momento.

#fantascienza #femminismo #libriCheParlanoDiLibri #nonFiction #nonfictionItaliana #PdM2025 #saggio

Buon mercoledì, prodi seguaci!🐰

Quanto è un brutto momento da uno a infinito per pubblicare ben quattro recensioni su altrettanti libri di politica? Lo so, lo so, oggi ne avete le palle piene di politica, ma ci ho pensato quando ormai le avevo già scritte, quindi eccoci qua. La buona notizia è che si parla per lo più di politica europea e non di stretta attualità.

“Sovranità” è stato uno dei termini chiave del linguaggio politico a partire dalla prima età moderna e, spesso in accezioni e derivazioni improprie (come “sovranismo”), continua a esserlo anche oggi. Il suo senso, però, è sempre stato vago e fragile in virtù di una contraddizione esplosiva: alle sue origini c’è una crisi estrema, la fine della legittimazione dall’alto dell’autorità, il venir meno della teologia politica medievale. “Sovranità” è un ponte gettato sul vuoto del silenzio di Dio, è lo sforzo disperato di distinguere il potere dalla nuda forza mantenendolo ancorato a un principio, in un contesto antropologico in cui più nulla distingue il detentore dell’autorità da chi subisce l’autorità e la sola sostanza del potere è il consenso. Sforzo ancor più disperato oggi, probabilmente. Ma appunto per questo irrinunciabile se si vuole mantenere un (debole) argine etico alle derive violente.

Visto che si fa un gran parlare di sovranismo, mi è parso interessante leggere un libro sulla storia del concetto politico di sovranità. Alfieri non parla mai di sovranismo, ma da quello che ci racconta dell’evoluzione della sovranità è possibile farsi una propria idea di questa sua derivazione.

L’ombra della sovranità ci mette davanti a una constatazione che a forza di “il popolo ha sempre ragione” magari abbiamo dimenticato che «può darsi benissimo che “il popolo” elegga Hitler, e se non elegge Hitler sicuramente eleggerà un bel po’ di cialtroni». Il che non vuol dire che bisogna tornare alle dittature illuminate o al sovrano assoluto, ma che essere popolo significa essere legatə da un vincolo di solidarietà che ci rende tuttə responsabili di raccogliere l’ereditò di chi è venutə prima di noi e di garantire delle condizioni di vita dignitose a chi verrà dopo di noi. Alla luce di questo, è abbastanza evidente che la nostra democrazia non se la sta passando troppo bene.

Sono consapevole che la nausea della politica scorre potente dentro di noi, ma ritengo molto importante dare spazio a libri che potrebbero risollevare la banalità estrema del nostro dibattito pubblico: iniziare a capire cos’è questa sovranità che la Costituzione dice appartenerci mi sembra un buon punto di partenza.

Da Europa, opera edita da Treccani rivolta in particolare ai lettori giovani, per consentire una migliore comprensione delle potenzialità del progetto europeo attraverso più piani interpretativi, questo libro offre un estratto di saggi raggruppati sotto il tema dei luoghi e della memoria. Introdotto e curato da Mariuccia Salvati, I luoghi della memoria si interroga su quali basi culturali e sociali poggino le istituzioni dell’Unione Europea, tracciando una geografia che non è solo luogo ma rappresentazione e ricordo. I singoli saggi dedicati al Mar Mediterraneo, al Danubio, al Reno, a Westminster, a Weimar e ad Auschwitz ci rammentano che l’Europa «non è mai stata il risultato di un preordinato percorso storico, bensì sempre una scelta: la scelta di interrompere un percorso conflittuale apparentemente iscritto nelle cose per dare, con la forza delle idee, nuova vita all’Utopia europea».

In questo volume sono raccolti sette saggi che intendono parlare di luoghi fisici e simbolici che sono stati abbastanza significativi da diventare luoghi di memoria per ə cittadinə dell’Unione Europea. I luoghi in questione sono il Mediterraneo, il Reno, il Danubio, Westminster, Weimar, Auschwitz e il Muro di Berlino.

Se alcuni di questi, come il Muro di Berlino o Auschwitz, possono sembrare quasi banali – d’altro canto, in quanto cittadinə europeə, questo non fa che dimostrare la bontà della selezione – altri destano la nostra curiosità. Si tratta di un libriccino interessante per guardare da un punto di vista lievemente diverso a luoghi di cui abbiamo sempre sentito parlare, quand’anche non ci fossero anche prossimi geograficamente.

Tratto da “Europa. Culture e società” – opera edita da Treccani che analizza aspetti delle società e delle culture che hanno contribuito a rendere possibile l’unione di paesi che avevano alle spalle numerose e anche recenti lotte fratricide – questo volume offre una panoramica dei valori e delle appartenenze religiose nuove e tradizionali che caratterizzano le diverse aree dell’Europa attuale. Non solo vengono esaminate nei loro elementi fondamentali le più importanti fedi che caratterizzano l’eredità religiosa europea, il cattolicesimo romano e quello ortodosso, l’ebraismo e il protestantesimo, ma viene delineata una nuova geografia religiosa, con l’emergere di un islam europeo, di nuovi movimenti e gruppi importati attraverso l’immigrazione. La modernizzazione e l’industrializzazione che hanno caratterizzato la storia dell’Unione Europea hanno generato anche un processo accelerato di secolarizzazione che distingue questi territori e queste culture da altre aree geografiche sviluppate, come gli Stati Uniti, facendone, secondo alcune interpretazioni, un “caso eccezionale”.

Anche questo è una raccolta di saggi e il tema è la religione nell’Unione Europea. Si inizia con un saggio di Loredana Sciolla che esamina la teoria della modernizzazione – secondo la quale a un avvento della modernità segue un declino della religione – e arriva alla conclusione di come questa sia più una caratteristica europea che un paradigma universale.

Da qui poi ci sono una serie di saggi su varie religioni e su come queste siano anche cambiate nel tempo e di come abbiano non solo influenzato le società europee, ma di come ne siano state a loro volte influenzate. È stata davvero una lettura stimolante, dato che solitamente nei dibattiti dove la religione è rilevante vengono sembra chiamate a partecipare le persone più fuori di testa di quel credo o tutto finisce in caciara perché c’è quellə contentə che si lascino teste di maiale davanti alle moschee.

Ecco, per dimostrare che si può convivere civilmente sarebbe bello cominciare a far girare le interpretazioni dei testi sacri più moderne e affini alla nostra sensibilità del XXI secolo. Sapete, una di quelle cose che dovrebbe fare il nostro servizio pubblico…

Di “nazione” – e “nazionalismi” – si sente parlare quotidianamente, con le più diverse declinazioni e anche derive ideologiche, ma come nasce il concetto e come si è evoluto nel corso della storia? Ce lo mostrano i saggi raccolti in questo volume: l’ampia e approfondita ricostruzione di Rosario Romeo, che illustra l’evoluzione del termine a partire dalla seconda guerra mondiale, culmine ed esito (drammatico) dei principi stabiliti dalla Rivoluzione francese, è preceduta dalle puntuali riflessioni di Felice Battaglia e Walter Maturi che, di poco precedenti proprio a quel conflitto da cui parte l’analisi di Romeo, acquisiscono oggi particolare valore storico, definendo la distinzione del concetto di “nazione” da quello di “Stato” e rintracciando l’origine del “principio” di nazionalità nella prima età moderna e più ancora nel pensiero di Rousseau e Herder. Introduce e amplia il punto di vista degli storici la prospettiva filosofica di Marcello Mustè, che guarda anche agli sviluppi degli ultimi decenni e alle articolazioni politiche nel contesto contemporaneo.

Questa raccolta di saggi mi ha lasciata piuttosto perplessa: c’erano delle affermazioni che mi parevano strane anche nell’eventualità che a pronunciarle fosse una persona di orientamento politico diverso dal mio. Sono quindi andata a controllare ed effettivamente un saggio è del 1934 e uno del 1974. Quindi se questo libro cattura la vostra attenzione, tenete presente che leggerete delle considerazioni che non sono invecchiate benissimo.

Al contempo però offre uno sguardo sull’Europa al quale oggi non siamo più avvezzə e l’ho trovato interessante proprio per questo: in questo senso, capisco perché a Treccani sono andatə a spulciare nei loro archivi per ripubblicare questi saggi.

Se siete arrivatə fino a qui nonostante la giornata dall’aria pesante, complimenti! Non ho premi da darvi, ma spero che non stiate esagerando con la consultazione delle notizie: anche quello fa male.

A presto!🫂

https://lasiepedimore.com/2024/11/06/quattro-libri-sulla-politica/

#filosofia #nonFiction #nonFictionItaliana #politica #saggio #sociologia #storia

Nato a Vercelli nel 1861, Luigi Galleani è considerato, insieme a Errico Malatesta, il militante più influente dell’anarchismo di lingua italiana. Fine pensatore e agitatore instancabile, attraverso un’intensa attività pubblicistica e di conferenziere avvicinò alla causa rivoluzionaria un gran numero di lavoratori. Questo libro, frutto della proficua collaborazione tra Antonio Senta, studioso del movimento anarchico, e Sean Sayers, filosofo e nipote di Galleani, è oggi l’unica biografia di uno dei protagonisti più carismatici delle lotte operaie in Europa e negli Stati Uniti tra Otto e Novecento.

Avete presente quando si dice che ə immigratə ci rubano il lavoro e in generale peggiorano il mercato del lavoro accettando salari da fame? Ecco, in questo momento non obiettiamo che c’è anche qualcunə che non si fa problemi a dare quei salari, ma riflettiamo sulla storia deə immigratə italianə negli USA: la mafia non è stata l’unica cosa che ə nostrə connazionali portarono al di là dell’Atlantico, perché diffusero anche un’anarchia battagliera che si unì alle lotte operaie.

Pur non essendo una fan delle bombe, è facile simpatizzare con le lotte operaie di fine Ottocento e inizio Novecento: se già proviamo raccapriccio per certe condizioni di lavoro odierne – facilmente assimilabili alla schiavitù – di sicuro non si rimane indifferenti davanti a quelle deə nostrə avə. E non posso fare a meno di pensare che un certo raccapriccio per l’immigrazione attuale non possa dipendere anche un po’ dalla paura che queste persone abbiano meno remore nell’attuare il desiderio di provare a spaccare tutto per creare un mondo migliore.

Per la cronaca, il fatto che per un periodo negli USA ə italianə – come altrə immigratə recenti – fossero etichettatə come pericolosə e malvagə dipende proprio dalla compagna di odio razzista e xenofobo messa su da stampa e governo contro questə “rossə” che osavano pretendere più diritti e incitavano a rifiutare l’arruolamento nella Prima Guerra Mondiale. L’odio per l’area progressista della storia viene da lontano e sembra molto abile ad adattarsi ai tempi.

Mi sembra importante andare a ricercare queste storie, spesso edulcorate dal tempo e a volte perse nelle nebbie del desiderio di dare spazio alle storie di successo dell’imprenditore di turno, quello davvero bravo che ha tirato su un impero e che non si è fatto problemi a sfruttare il lavoro altrui.

https://lasiepedimore.com/2024/10/30/luigi-galleani-lanarchico-piu-pericoloso-damerica-di-antonio-senta/

#anarchia #biografia #nonFiction #nonFictionItaliana #politica #storia

Siamo in Francia, c’è la democrazia, la guerra in Europa non c’è, o meglio, c’è dappertutto, ma non qui. È la Belle Epoque! Vai a prendere il caffè sulla Senna, vai a ballare al Moulin Rouge e lì ci trovi gli artisti, i ministri, bellissime donne… basta avere i soldi. E se vuoi farti quattro risate? Vai al cabaret, dove i comici prendono in giro l’imperatore. Ma se non hai soldi, se cerchi lavoro? Se sei disperato perché non lo trovi, cosa fai? Questa storia a Parigi la conoscono tutti, è quasi una leggenda però è tutto vero… questa è la storia di Jules Bonnot: operaio, anarchico e poi bandito. Un fuorilegge. Prefazione di Oliviero Ponte Di Pino.

Questo libro l’ho incontrato per caso in biblioteca ed è stato interesse a prima vista perché la case editrice ha pensato bene di presentarlo in maniera davvero stuzzicante e bisogna dire che aveva gioco facile visto che già la storia della Banda Bonnot, un gruppo di anarchici illegalisti che nella Francia della Belle Epoche terrorizzò la Parigi bene con colpi mirati alle banche e a facoltosi signori, è di quelle che catturano facilmente l’attenzione.

Qualcosa però deve essere andato storto perché durante la lettura mi sono proprio annoiata: penso che a L’amore che fa boum manchi un po’ di contesto, essendo un’opera ibrida tra fiction e nonfiction, mi sarebbe piaciuto più approfondimento sul contesto storico, sociale e politico nel quale si muoveva la banda: così com’è sembra la solita storia di gente ribellina che a un certo punto diventa “troppo ribellina”.

Lo so che così sarebbe uscito fuori un libro dal doppio delle pagine, ma che senso ha farsi sfuggire l’opportunità di raccontare estensivamente una storia così pazzesca? In questo modo si ha la sensazione che manchi qualcosa e per me si perde anche parte della carica sovversiva della Banda Bonnot, che sembra semplicisticamente una banda di ladri che ha finito per diventare troppo feroce e per coinvolgere anche gente che non c’entrava niente.

Non mi sento di sconsigliarlo del tutto perché penso che la mia delusione dipenda più dai miei gusti personali che da demeriti di Monti: potrebbe essere una buona scelta se cercare un true crime diverso dal solito racconto del serial killer che fa a pezzi la gente o del caso irrisolto. Se vi serve una spintarella, posso divi che Jules Bonnot, identificato come il capo della banda, è stato anche l’autista di Arthur Conan Doyle: com’è piccolo il mondo!

https://lasiepedimore.com/2024/09/04/lamore-che-fa-boum-di-giangilberto-monti/

#anarchia #biografia #illegalismo #nonFiction #nonFictionItaliana #politica #trueCrime

Ulisse, Didone, Amleto… ma anche Rossella O’Hara, James Bond, Jon Snow, Cenerentola. Ogni grande storia è animata da un grande personaggio che le ha dato vita. Ma come dare vita a un grande personaggio? Nello scrivere questo libro l’autrice ha fuso due diversi ambiti culturali: da una parte gli studi psicologici, narratologici e mitologici sugli Archetipi, dall’altra quelli portati avanti dall’Enneagramma delle Personalità. Nasce così L’Eroe Tematico, che accompagna il lettore a individuare gli elementi di cui sono fatti i personaggi, e indica un metodo innovativo per la loro scrittura. Questo libro analizza le figure che popolano il cinema, la fiction e la letteratura mondiale per poi proporre strumenti utili a dare profondità agli eroi che ancora vogliono essere creati. Ogni grande personaggio, come ogni essere umano, agisce in virtù di una peculiare Forma Mentis che determina valori, fobie e obiettivi. A differenza degli esseri umani, però, i suoi comportamenti e le sue scelte sono nelle mani dell’autore. Rivolto a scrittori e editor ma anche registi e attori, una lettura che mira al cuore dei protagonisti – e non solo – della storia, dei loro atteggiamenti e delle loro motivazioni.

Come avevo già accennato, ho scelto questo libro con un po’ di scetticismo: ero abbastanza certa che fosse un ottimo manuale per analizzare i personaggi di una storia usando l’Enneagramma, ma non ero convinta che potesse essere un buono strumento per unə scrittorə. A fine lettura devo dire di aver confermato in parte il mio pregiudizio.

Ovviamente il mio è unicamente il punto di vista di una lettrice, ma ho l’impressione che seguire in maniera pedissequa l’Enneagramma per creare personaggi complessi possa portare all’effetto opposto. Per quanto, infatti, gli riconosca una buona dose di malleabilità e una vasta possibilità di declinazioni all’interno della stessa personalità, si tratta pur sempre di uno schema che rischia di dare vita a personaggi prodotti in serie e nei quali è subito riconoscibile la tipologia.

Ho l’impressione che per chi scrive L’Eroe Tematico sia più utile come manuale per imparare le relazioni tra un certo tipo di storia e un certo tipo di personaggio. Infatti, personaggi diversi avranno reazioni diverse all’interno della stessa storia; allo stesso tempo, per rendere interessante la storia, c’è bisogno di personaggi che abbiano certe caratteristiche e non altre e che abbiano un certo sviluppo. Il libro di Pisione può aiutare a nutrire questa consapevolezza e a tenere fermi i punti fondamentali del proprio personaggio in modo da renderne coerente lo sviluppo all’interno della storia.

Il trucco, secondo me, è non fissarsi su nessuno schema, perché ci sono dette tecniche per scrivere bene e migliorare la propria scrittura, ma non essendo una scienza esatta nessuna di queste da sola può funzionare e garantire una buona storia.

https://lasiepedimore.com/2024/05/21/leroe-tematico-di-miranda-pisione/

#Enneagramma #nonFiction #nonFictionItaliana #PdM2024 #scrittura

Il più vecchio albero italiano di cui sia certa l’età è un pino loricato che cresce in Calabria abbarbicato sul Pollino. È nato nel 1026, più giovane quindi di un suo omonimo nato nel Nord della Grecia nel 941 e considerato il più vecchio essere vivente del Mediterraneo. Il più vecchio del mondo invece è un abete rosso (un albero di Natale, per intenderci) che vive in Svezia e che nel 2008 dovrebbe aver compiuto 9550 anni. Ancorati alle radici, gli alberi non si muovono. Si procurano da soli il nutrimento grazie alla clorofilla, trasformando l’energia solare in materia organica. Non hanno un cuore, due occhi o due gambe. Possiedono tessuti in perenne condizione embrionale, pronti a dare origine a tutti gli organi necessari: se a un albero tagliano un ramo, una gemma fino ad allora dormiente sarà pronta a generarne uno nuovo. Sono virtualmente immortali. Forse per questo gli uomini, insoddisfatti della propria condizione, non hanno mai smesso di cercarli. Giuseppe Barbera – agronomo siciliano da sempre impegnato nella tutela dell’ambiente e del paesaggio – esplora l’attrazione che gli esseri più evoluti del regno vegetale esercitano su poesia e letteratura dall’inizio dei tempi: dai poemi omerici, anzi dall’epopea di Gilgamesh, il primo uomo ad aver abbattuto un albero (per la precisione, un grande cedro cresciuto sulle montagne prossime all’Eufrate) e ad aver avviato con i suoi colpi d’ascia il disboscamento che, complice un inaridimento climatico, ha portato alla fine della civiltà mesopotamica. E ha segnato il destino della nostra. Un senso di leggerezza, di felicità sottile, di pace percorre il lettore di Abbracciare gli alberi, perfino quando ci racconta dello scempio edilizio perpetrato dalla mafia nella Conca d’Oro di Palermo, un giardino naturale di leggendaria bellezza che fece ritenere a Goethe di aver scoperto l’Eden in terra. Un benessere pervasivo da cui non si viene abbandonati neppure dopo aver terminato la lettura, che come una radice si espande, invade lo spazio interiore e modifica il rapporto con quello esteriore. Abbracciare gli alberi è un libro che cambia il modo di stare nel mondo.

Sono molto triste nel dover ammettere che questo libro non mi ha davvero detto niente, al punto che mentre scrivo questa recensione faccio fatica a ricordarmi del contenuto per poter esprimere un giudizio sensato. Forse è colpa mia che mi aspettavo un saggio agile pieno di curiosità sugli alberi e mi sono ritrovata a leggere un elenco di informazioni a loro relative.

È evidente che Barbera sa di cosa parla e che ne sa davvero tanto: non solo da un punto di vista botanico, ma anche culturale e politico e sono rimasta piacevolmente colpita da tutti gli ambiti citati nei quali gli alberi hanno una qualche rilevanza. Allo stesso tempo, però, nessuno di questi è davvero approfondito e ho avuto al sensazione di trovarmi davanti a un mero elenco, magari utile come prima dimostrazione dell’importanza degli alberi per la nostra vita e per la nostra cultura, ma molto noioso da leggere.

Ci sono un sacco di punti di questo elenco di cui vorrei sapere di più e in definitiva avrei preferito qualche informazione in meno e qualche approfondimento in più. Speravo davvero di leggere più storie degli alberi più antichi che ancora sopravvivono nel mondo o di come sono nati alcuni giardini botanici e parchi e di cosa si fa per difenderli.

https://lasiepedimore.com/2024/03/27/abbracciare-gli-alberi-di-giuseppe-barbera/

#ambiente #nonFiction #nonFictionItaliana #PdM2024