Capitolo 427: I Soliti Cinefili
Cominciamo subito con una bella notizia: A dicembre 2025 Una Vita da Cinefilo ha battuto il record mensile di visualizzazioni, che resisteva da ben cinque anni. La vera notizia però, quella bella (almeno per me), è che a gennaio 2026 Una Vita da Cinefilo ha già stracciato il record di dicembre! Insomma, grazie, è bello sapere che siete sempre di più a leggere queste righe, grazie davvero. Detto ciò, a gennaio ho visto “solo” 24 film, due in meno rispetto all’anno scorso e due anni fa: proverò a recuperare. Passiamo a parlare dei film adesso, ne abbiamo ben tre attualmente in sala e tre cult del secolo scorso.
La Grazia (2025): In ogni film di Paolo Sorrentino, più o meno riuscito che sia, ti porti sempre dietro qualcosa. In questo caso è quella domanda ricorrente: di chi sono i nostri giorni? Beh, i miei sono soprattutto del cinema (magari, sarebbe bello). La storia racconta gli ultimi mesi di un Presidente della Repubblica prima del pensionamento. Il volto ovviamente è quello di Toni Servillo, i sentimenti sono quelli dei tipici personaggi di Sorrentino: la malinconia per il passato che è svanito, il tormento per una decisione difficile, la paura di non essere all’altezza. Non è uno dei suoi film migliori, ma è sempre un piacere godersi due ore di questo cinema. Vedendo il film tra l’altro mi sono imbattuto per la prima volta in una canzone di Gue e mi domando: ma davvero ascoltate ‘sta musica di merda?
•••½
Flashdance (1983): Dopo aver visto un ottimo video di Gabriele Niola su youtube (la sua rubrica è davvero molto interessante), ho pensato fosse il caso di recuperare questo iconico film degli anni 80, parodiato e imitato in ogni salsa, dalla colonna sonora leggendaria. La splendida operaia Jennifer Beals (se fossero tutte meravigliose come lei, altro che gli anziani a guardare i cantieri, ci sarebbe la fila!) di giorno lavora in fabbrica, di sera balla in un night. Viene notata dal suo datore di lavoro con cui comincia a frequentarsi e, al tempo stesso, coltiva il suo sogno di diventare ballerina. Ambientato in una Pittsburgh fumosa e inquinata (lo sapete già, visto che sicuramente non vi sarà sfuggito il mio pezzo sui migliori film ambientati nei 50 Stati americani), quello che colpisce non è tanto la bruttezza di alcune linee di dialogo, ma la straordinaria verve visiva di alcune sequenze, qualcosa del tutto atipico in un film commerciale, come dei perfetti videoclip per spingere l’opera di Adrian Lyne nel futuro (o meglio, nella nuova era della neonata Mtv, in cui il rapporto tra immagini e musica è ancor più stretto rispetto al decennio precedente). Non è un film incredibile, ma ha il suo fascino retrò, delle idee visive notevoli, una protagonista bellissima e una gran colonna sonora. Al di là di questo, il migliore in campo è il cane Grunt (Grugno in italiano).
•••½
Sorry, Baby (2025): Interessante esordio cinematografico per Eva Victor, che ha scritto, diretto e interpretato questo film indipendente incentrato su come un episodio di molestia (o violenza?) sessuale possa determinare il futuro, le scelte, l’intera vita di una persona. Siamo nel New England (presumibilmente in Massachusetts), in una casa immersa nella natura, dove il montaggio gioca con i salti temporali mostrandoci varie fasi della vita della protagonista (il weekend con la migliore amica, i tempi dell’università, il periodo del lavoro, il ritorno dell’amica), tutte segnate da ciò che accadde durante l’università. C’è intensità emotiva ma anche una briciola di ironia, in un racconto molto realistico, malinconico, femminile. Contento di aver rivisto anche Lucas Hedges (Manchester By The Sea, Lady Bird): mi sembrava fosse un po’ sparito dai radar e lo trovo sempre bravissimo. Un bel film in cui ho avuto qualche difficoltà a entrare, ma di cui va riconosciuto il valore, la scrittura squisita, la tenerezza. Al di là della mia risposta, si tratta di un bellissimo esordio per un’autrice da tenere d’occhio.
•••
Marty Supreme (2025): Il nuovo film di Josh Safdie è una variazione sul tema dello statunitense ossessionato dal successo, dal dover realizzarsi, dal vincere a ogni costo. Se il fine giustifica i mezzi, questo insopportabile Timothee Chalamet, campione di tennis tavolo, “una sorta di incrocio tra McEnroe e Fitzcarraldo”, è allora un personaggio memorabile quanto odioso, da Oscar quanto spiacevole: un uomo capace di vivere mille vite, di cercare il coronamento di un sogno con così tanta passione e determinazione che quasi vorresti fare il tifo per lui. La cosa certa è che i film dei Safdie (in questo caso il solo Josh, senza Benny) non sono mai banali, anche se spesso si concentrano su persone ossessionate dal bisogno di denaro. Anche qui lo sport viene messo in secondo piano dalla costante urgenza di trovare soldi, che in questo caso serviranno al protagonista per raggiungere i campionati che gli potrebbero garantire fortuna e gloria. Proprio così, fortuna e gloria, come in Indiana Jones, come in ogni storia stellestrisce, a sottolineare l’ossessione di questo popolo per il successo. Al di là di questo discorso, Chalamet è davvero bravo ed è stupendo veder recitare Abel Ferrara, nella parte di una sorta di gangster disposto a tutto per riabbracciare il proprio cane. Il film è bello, niente da dire, ma ha un finale un po’ troppo appiccicato con lo scotch (mezzo punto in meno per questo). A ogni modo, da vedere.
•••½
Le Colline Hanno gli Occhi (1977): Mentre facevo ricerche per il mio articolo sui film più iconici ambientati in ogni Stato americano, nel momento in cui ho scritto del Nevada ho scoperto che non avevo mai visto questo cult di Wes Craven: avevo fatto bene. Una famigliola borghese, tutta sorrisi e cani al seguito, è in gita verso la California quando ha un piccolo incidente che costringe il gruppo ad accamparsi nel mezzo del deserto del Nevada. Qui vive un gruppo di briganti bifolchi che tentano di ammazzarli uno a uno. Nel banale scontro tra ricchi e poveri, si tende quasi a parteggiare per questi ultimi, tanto sono insopportabili i primi. Tralasciando però la banalità della trama (anche per quell’epoca, visto che solo tre anni prima c’era già stato Non Aprite Quella Porta), è proprio la messa in scena a essere brutta, insignificante, mal riuscita (dal trucco agli effetti, fino al montaggio, capace di saltare dalla notte al giorno senza preoccuparsi di quella cosa chiamata continuità). Non ho mai avuto un buon rapporto con Wes Craven, non sono un grande fan di Nightmare e trovo insulso un cult generazionale come Scream: ora, dopo aver visto uno dei suoi film più celebri, apprezzo ancora meno questo regista. Rara bruttezza, Renè Ferretti con diecimila lire l’avrebbe girato meglio.
•½
I Soliti Ignoti (1958): Non saprei dire le volte in cui ho visto questo capolavoro di Mario Monicelli durante gli anni dell’università. La storia di un’improvvisata banda di ladri, inetti ma simpatici, che raccoglie a sé un cast di grandissimi interpreti, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Renato Salvatori a Totò, fino a Claudia Cardinale e Carla Gravina. La commedia all’italiana al massimo del suo splendore: se prima, parlando di Marty Supreme, parlavo dell’ossessione statunitense per il successo, qui possiamo vedere invece una differenza culturale sostanziale, pur essedo i due film ambientati nello stesso decennio: la morale, tutta nostrana, è che comunque vada, l’importante è sedersi a tavola a mangiare. Un’opera di puro genio, costellata da citazioni divenute immortali: “Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo, potete andare a lavorare!”. Stupendo, lo trovate su Raiplay.
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