Il manifesto fornisce alcuni dati internazionali su guerra e soldi. Luigi Pandolfi scrive il 18 aprile questo:
“Alla morte e alla distruzione si aggiunge un altro livello, strettamente collegato: quello economico. Si paventa una frenata della crescita, un aumento dell’inflazione e maggiore pressione sui conti pubblici. Nella vita quotidiana, tutto questo si traduce già in caro-energia e carovita. Nondimeno, nei conflitti c’è anche chi guadagna. Petrolieri, banche, produttori di armi e fondi speculativi stanno facendo grandi fortune, anche questa volta.
NEL WORLD Economic Outlook 2026 del Fondo monetario internazionale, diffuso a inizio settimana, si legge che il conflitto nel Golfo ha interrotto la traiettoria di crescita globale: nello scenario più favorevole il Pil mondiale rallenta al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, mentre l’inflazione sale al 4,4%. Negli scenari peggiori, la crescita scivola fino al 2% – soglia che sfiora la recessione globale – e l’inflazione supera il 6%. Una combinazione che riporta lo spettro della stagflazione. A pagare di più saranno, come sempre, le economie più fragili. I paesi emergenti subiscono impatti quasi doppi rispetto a quelli avanzati. L’Italia rallenterebbe allo 0,5% nel 2026-2027, con il debito pubblico verso il 138,8% del Pil. In questo contesto, l’Fmi invita alla prudenza: spesa «mirata e temporanea», niente interventi espansivi. In altre parole, austerità.
Eppure, mentre ai governi si chiede disciplina, altri settori gonfiano i portafogli. Secondo un’analisi del Guardian, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas hanno generato oltre 30 milioni di dollari l’ora in profitti extra nel primo mese della guerra. Il petrolio, salito a una media di 100 dollari al barile (fino a 147 quello delle consegne immediate), ha prodotto 23 miliardi di dollari di profitti straordinari in un mese. Se questi livelli rimanessero, si arriverebbe a 234 miliardi entro fine anno. Alcuni esempi.
#SaudiAramco incasserà circa 25,5 miliardi di extra-profitti nel 2026. Le compagnie russe – #Gazprom, Rosneft e #Lukoil – arriverebbero a quasi 24 miliardi. #ExxonMobil punta a 11 miliardi, #Shell a 6,8, #Chevron a oltre 9 miliardi. Cresce anche il valore di mercato: +118 miliardi per Exxon, +34 per Shell. Anche i vertici aziendali beneficiano, come nel caso del Ceo di Chevron che, cedendo azioni, ha incassato 104 milioni.
QUESTI PROFITTI non sono manna dal cielo. Una parte è frutto della speculazione finanziaria – «far denaro a mezzo di denaro» in un contesto di instabilità – ma l’altra viene letteralmente «estratta» dalla società. Carburanti più cari, bollette più alte, spazi fiscali ridotti per gli Stati che, per contenere l’impatto sui cittadini, tagliano le accise, e così anche la spesa sociale. Il risultato è una redistribuzione al contrario: dai consumatori e dalle finanze pubbliche verso i bilanci delle grandi compagnie e gli azionisti.
Brindano anche le banche: secondo #Bloomberg, le grandi banche d’affari americane JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Citi, Morgan Stanley e Wells Fargo hanno accumulato 47,4 miliardi di dollari di profitti nel primo trimestre 2026, trasformando in rendita finanziaria ciò che destabilizza l’economia reale. Per i soli investimenti in azioni, quello di Goldman Sachs è stato il miglior trimestre della storia – e Goldman Sachs conta soldi da 140 anni. Anche le tregue diventano occasione di guadagno: venerdì l’annuncio iraniano della riapertura dello Stretto di Hormuz ha fatto scendere il Brent del 9,1% (a 90,38 dollari, minimo da 5 settimane) e il gas europeo del 7%, ma azioni e obbligazioni sono salite ancora, con l’S&P 500 a +1,2% (+9% ad aprile), sospinto dalle scommesse su una possibile de-escalation.
CORIANDOLI anche per la difesa. Dall’inizio del conflitto, i titoli delle principali aziende militari globali hanno registrato rialzi significativi, spinti dall’aumento della spesa pubblica e dalle aspettative di nuovi ordini. Un trend ormai strutturale. Solo i titoli europei, in 4 anni, hanno messo a segno incrementi vertiginosi, con punte fino al +1.000%. Una corsa che, secondo gli analisti di Bloomberg, potrebbe durare fino al 2035. La guerra, in questo senso, alimenta anche plusvalenze: morti e rovine tradotte in «valore» per gli azionisti.
È un articolo facile facile, merita di essere letto. I numeri sono numeri. Alcuni dati sembrano incredibili lo so ma risultano veri viste le fonti.
La realtà, quella che riguarda il 99,99% dei cittadini, è tristemente banale: staremo peggio per far diventare ancora più ricchi coloro che sono già ricchissimi.
I morti, i funerali, i dolori riguardano sempre “altri”, straordinariamente anche gli stessi che sono favorevoli alle guerre, a ogni guerra.
Perché parlare ancora di trattative ad oltranza quando chi ha le redini del potere ora diventa ancora più potente, più ricco?
Non ne vale la pena, per loro
“Alla morte e alla distruzione si aggiunge un altro livello, strettamente collegato: quello economico. Si paventa una frenata della crescita, un aumento dell’inflazione e maggiore pressione sui conti pubblici. Nella vita quotidiana, tutto questo si traduce già in caro-energia e carovita. Nondimeno, nei conflitti c’è anche chi guadagna. Petrolieri, banche, produttori di armi e fondi speculativi stanno facendo grandi fortune, anche questa volta.
NEL WORLD Economic Outlook 2026 del Fondo monetario internazionale, diffuso a inizio settimana, si legge che il conflitto nel Golfo ha interrotto la traiettoria di crescita globale: nello scenario più favorevole il Pil mondiale rallenta al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, mentre l’inflazione sale al 4,4%. Negli scenari peggiori, la crescita scivola fino al 2% – soglia che sfiora la recessione globale – e l’inflazione supera il 6%. Una combinazione che riporta lo spettro della stagflazione. A pagare di più saranno, come sempre, le economie più fragili. I paesi emergenti subiscono impatti quasi doppi rispetto a quelli avanzati. L’Italia rallenterebbe allo 0,5% nel 2026-2027, con il debito pubblico verso il 138,8% del Pil. In questo contesto, l’Fmi invita alla prudenza: spesa «mirata e temporanea», niente interventi espansivi. In altre parole, austerità.
Eppure, mentre ai governi si chiede disciplina, altri settori gonfiano i portafogli. Secondo un’analisi del Guardian, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas hanno generato oltre 30 milioni di dollari l’ora in profitti extra nel primo mese della guerra. Il petrolio, salito a una media di 100 dollari al barile (fino a 147 quello delle consegne immediate), ha prodotto 23 miliardi di dollari di profitti straordinari in un mese. Se questi livelli rimanessero, si arriverebbe a 234 miliardi entro fine anno. Alcuni esempi.
#SaudiAramco incasserà circa 25,5 miliardi di extra-profitti nel 2026. Le compagnie russe – #Gazprom, Rosneft e #Lukoil – arriverebbero a quasi 24 miliardi. #ExxonMobil punta a 11 miliardi, #Shell a 6,8, #Chevron a oltre 9 miliardi. Cresce anche il valore di mercato: +118 miliardi per Exxon, +34 per Shell. Anche i vertici aziendali beneficiano, come nel caso del Ceo di Chevron che, cedendo azioni, ha incassato 104 milioni.
QUESTI PROFITTI non sono manna dal cielo. Una parte è frutto della speculazione finanziaria – «far denaro a mezzo di denaro» in un contesto di instabilità – ma l’altra viene letteralmente «estratta» dalla società. Carburanti più cari, bollette più alte, spazi fiscali ridotti per gli Stati che, per contenere l’impatto sui cittadini, tagliano le accise, e così anche la spesa sociale. Il risultato è una redistribuzione al contrario: dai consumatori e dalle finanze pubbliche verso i bilanci delle grandi compagnie e gli azionisti.
Brindano anche le banche: secondo #Bloomberg, le grandi banche d’affari americane JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Citi, Morgan Stanley e Wells Fargo hanno accumulato 47,4 miliardi di dollari di profitti nel primo trimestre 2026, trasformando in rendita finanziaria ciò che destabilizza l’economia reale. Per i soli investimenti in azioni, quello di Goldman Sachs è stato il miglior trimestre della storia – e Goldman Sachs conta soldi da 140 anni. Anche le tregue diventano occasione di guadagno: venerdì l’annuncio iraniano della riapertura dello Stretto di Hormuz ha fatto scendere il Brent del 9,1% (a 90,38 dollari, minimo da 5 settimane) e il gas europeo del 7%, ma azioni e obbligazioni sono salite ancora, con l’S&P 500 a +1,2% (+9% ad aprile), sospinto dalle scommesse su una possibile de-escalation.
CORIANDOLI anche per la difesa. Dall’inizio del conflitto, i titoli delle principali aziende militari globali hanno registrato rialzi significativi, spinti dall’aumento della spesa pubblica e dalle aspettative di nuovi ordini. Un trend ormai strutturale. Solo i titoli europei, in 4 anni, hanno messo a segno incrementi vertiginosi, con punte fino al +1.000%. Una corsa che, secondo gli analisti di Bloomberg, potrebbe durare fino al 2035. La guerra, in questo senso, alimenta anche plusvalenze: morti e rovine tradotte in «valore» per gli azionisti.
È un articolo facile facile, merita di essere letto. I numeri sono numeri. Alcuni dati sembrano incredibili lo so ma risultano veri viste le fonti.
La realtà, quella che riguarda il 99,99% dei cittadini, è tristemente banale: staremo peggio per far diventare ancora più ricchi coloro che sono già ricchissimi.
I morti, i funerali, i dolori riguardano sempre “altri”, straordinariamente anche gli stessi che sono favorevoli alle guerre, a ogni guerra.
Perché parlare ancora di trattative ad oltranza quando chi ha le redini del potere ora diventa ancora più potente, più ricco?
Non ne vale la pena, per loro







