La parola che ci ha lasciati. Ermeneutica della catastrofe e del dis/allineamento post-metafisico delle parole nella poesia ucraina di Elina Sventsytska. Una voce dall’esilio e dalla diaspora

Elina Sventsytska poetessa e scrittrice ucraina è nata nel 1960 a Samara, ora Russia. È laureata in Filologia all’Università Nazionale di Donetsk. È una rinomata ricercatrice nel campo della teoria letteraria. Scrive prosa in russo e poesia in ucraino. È autrice di nove libri di poesia e prosa, pubblicati dalle più importanti case editrici in Ucraina. Le sue opere sono state, altresì, pubblicate nelle principali riviste letterarie in Ucraina e all’estero. Le poesie e i racconti sono stati tradotti in polacco, inglese, danese, lituano, russo e italiano. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il primo premio nazionale “Pianeta del Poeta” (2008), il premio nazionale di M. Vološin (Ucraina, 2019), il terzo premio del Concorso internazionale di prosa breve “Senza confini” (Barcellona, Spagna, 2018). Le poesie in italiano sono state pubblicate sulle riviste “ClanDestino”, “LibriCK”, “Gradiva”, “Inverso”. I racconti sono state pubblicate sulle riviste “Nido di gazza”, “Racconticon”

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Poesie inedite di Elina Sventsytska
(Donetsk – Kiev – Anzio)

***

mattina presto. Il lampione rimane acceso.
è pomeriggio. il lampione rimane acceso.
la sua luce sfuma nella pianura nebbiosa,
tra gente indifferente e sfrenata.
la luce, come la vita, è superflua
la luce, come la vita, diviene innominata..

seppellire la testa sotto la neve
là è caldo, pervinche fioriscono sotto la neve
gli animaletti dormono, gentili e docili
le erbe abbracciano la terra in un sonno greve
le anime che dentro me sono morte
rimangono ancora lì, in un mondo di neve, innominate,
le illumina il lampione che rimane sempre acceso.

il tempo è come una carta vetrata
e a spazzare via la fuliggine e la sporcizia,
raschiando, grattando, raschiando,
ruvido, rigido, scottante
ci macina, ci schiaccia e ci trasforma in sabbia
o in neve, dove ci siamo persi innominati,
in un mondo scintillante, che illumina il lampione
che rimane sempre acceso.

ecco perché vivo nella terra innominata,
mi trasferisco da una città all’altra innominata,
dove anche le strade sono innominate.
i nomi cadono come foglie secche,
la parola ci ha lasciati, è andata ai pesci.
forse tornerà in un altro mondo
in un altro mondo innevato,
dove la lanterna è sempre accesa, giorno e notte,
illuminando le nostre povere vite con una luce innominata.

***

un poeta cerca un lettore, cerca un lettore…
attraverso il cemento dei secoli,
cercando nei recessi più profondi del mondo,
nei cortili sporchi con una bottiglia di vodka.
e nei simposi filologici con una bottiglia di cognac.
ed eccolo:
un pazzerello lo scriverà,
un altro pazzerello lo leggerà.

e poi ricomincia tutto da capo:
di nuovo il poeta cerca un lettore, magari lo incontra per caso.
tra i passanti nel corridoio, tra i passeggeri della metropolitana,
forse questo scolaro con gli occhi azzurri,
forse questa ragazza bruttarella e pensierosa…
ma lo scolaro ha molto da fare, è difficile per lui vivere,
e la ragazza pensa all’amore – perché dovrebbe leggere…
ma un giorno accadrà:
un matto avrà letto
quello che un altro matto avrà scritto.

e poi il poeta muore – in un campo nomadi
o, se si è fortunati, in un ospedale
dentro lenzuola sporche.
Allora tutti scuotono la testa e dicono:
“perché? il popolo aveva bisogno di lui…”.
Pietà, cos’è il popolo? è solo una parola…
e anche dopo la morte il poeta serve solo
a un pazzo che lo leggerà.
e così via all’infinito:
un pazzo lо scriverà,
un altro pazzo lо leggerà.

perché viene fatto tutto questo?
Perché lavorare invano,
scrivere queste lettere, restando sveglio tutta la notte,
pensare, sentire, inquietarsi?
Non sarebbe meglio prendere un caffè?
fare una bella passeggiata,
immergersi nella dolce vita?
Cosa ci sta succedendo?
Perché buttiamo via il nostro tempo così stupidamente?
Non c’è risposta, è così che funziona.
un pazzo scriverà,
un altro pazzo leggerà.

***

Questa città la conosco. Anche questo posto mi è noto.
Ancora e ancora i miei sogni mi ci portano.
Ancora e ancora vedo case diroccate,
tetti scoperti o abbandonati,
porte aperte verso il cielo come se aspettassero gli alieni,
ma non arrivano. I cani si aggirano per le rovine piangendo.

Ecco la piazza, sabbia insanguinata.
Un monumento a Lenin in un cespuglio di assenzio,
come un mentore, tende la sua mano con sicurezza nel silenzio.
Il cielo di pesante metallo
poggia sulla fredda carcassa bruciata
di un’auto, accanto a un enorme crepaccio.

Che grande spazio! Quanto vento e quanto fumo!
I bambini giocano sereni ai giochi di guerra.
Uno grida: “Mi hanno ucciso!” e cade a terra.
L’erba cresce nel cratere e la gente va a lavoro,
tutto va bene perché deve andare così.
È come se ci fosse la pace, ma c’è odore di guerra,
è come la guerra, ma tutti vivono una vita di pace.

Le strade sono vuote e buie, proprio come in tempo di pace,
proprio come allora di tanto in tanto esplode qualcosa,
così come ogni tanto va via la corrente…
si può sempre perdere il lavoro,
negli scantinati si sta sempre freschi d’estate.
Si scopre che è possibile vivere di guerra.
È solo che i prezzi aumentano e gli psicologi non bastano,
è solo che le notizie sono diventate una lettura regolare,
ma tutto sommato si tratta di affari come al solito.
Non si conoscono le cifre esatte delle vittime, tutti hanno perso il conto,
si potrebbe fare un piccolo Paese dei morti.

Un allarme a cui tutti rispondono con un saluto,
l’orchestra in smoking suona ancora più forte.
la stessa melodia, ancora e ancora,
come se tutto andasse bene, tutto fosse positivo,
cantando e ballando, come se la felicità fosse una parola,
come se la morte non fosse nata ancora,
eppure la gelida onda della realtà
sta proprio dietro l’angolo.

***

Nessuno verrà mai qua.
La casa è vuota e la strada è deserta.
Chi è sparito nell’altro paese,
Chi è sparito nel’aldilà
Chi è sparito nella propria patria
La memoria è un pulviscolo nel mio palmo.

Ricordo solo che ci furono Adamo ed Eva,
stavano in una gabbia d’oro
cinguettavano come uccelli del cielo,
ma furono buttati fuori,
da lì che provengono tutte le nostre difficoltà.
Lo so che Erode è stato sepolto dai neonati,
macellato con estrema crudeltà.

Ricordo che prima del crollo dell’Unione Sovietica
ci fu una tremenda epidemia di peste suinа,
la gente si era quasi estinta,
ma poi nacque una nuova gente
che andò subito in guerra,
grande guerra internazionale, quindi penultima,
ultima, ed è iniziata oggi ancora.
I neonati che macellarono Erode,
cantano e ballano tutt’ora.

Ricordo che era la fine del mondo,
le prime tre volte è stato spaventoso,
la quarta volta faceva paura, ma non molto,
poi tutti si sono abituati e andati avanti con la vita.
il tempo era brutto, il lavoro era faticoso.
Non ricordo quante volte è finito il mondo,
ma gli infanti che macellarono Erode con vecchi rasoi,
massacravano tutti i suoi discendenti
fino alla settima generazione con gli stessi vecchi rasoi,
adesso cantano e ballano e baciano i loro vecchi rasoi.

Un monumento è una cosa fondamentale,
un monumentо è una cosa destinata
a servire ai piccioni per cagare, cagare, cagare.
Icaro Caduto e Mussolini
Lenin e Vittorio Emmanuele Secondo –
i piccioni cagano allo stesso modo.
Se gli abbiamo creato dei monumenti
ecco, lì c’è il loro unico valore.
I bambini che macellarono Erode,
adesso sono cresciuti, ma spesso sognano
lo zietto grande e pauroso
che li divertì tanto giocando con rasoi ottusi,
che tintinnavano nell’aria mattutina.

Chi distrugge i monumenti, guai a chi li demolisce!
I monumenti prendono vita, i resti si ripiegano:
l’orecchio venuto al posto della dita,
la testa spostata sullo stomaco,
la gamba si trova vicino al collo,
l’altra rimane, ma appesa a un’unica pezza,
attaccata alle costole.
I monumenti vengono a farci visita,
ci parlano del passato, piangono il loro destino,
lamentano il loro dolore, ma ci perdonano.
Magari stessero zitti!
I neonati che macellarono Erode,
sono tutti morti e le loro anime
sono in una fredda miniera
piangendo che la vita se ne è andata,
la vita è passata come una fuga perenne
sull’asfalto fessurato,
su buche e pozzanghere, nel buio e nel sangue,
dietro bugie solenni.

La parola che ci ha lasciati. Ermeneutica del dis/allineamento post-metafisico delle parole  nella poesia di Elina Sventsytska. Una voce dall’esilio e dalla diaspora

Nel panorama poetico ucraino contemporaneo, la figura di Elina Sventsytska occupa una posizione singolare e liminale. Nata a Donetsk e oggi residente ad Anzio, in Italia, scrittrice e filologa, Sventsytska è una delle voci più intense della diaspora ucraina post-sovietica. La sua poesia, scritta in ucraino ma spesso tradotta in italiano con una precisione che non ne attenua la ferocia lirica, si muove in uno spazio che potremmo definire di metafisico disallineamento linguistico, temporale, simbolico.

Nel contesto ucraino, accanto a poetesse come Lyuba Yakimchuk, Kateryna Babkina o Iya Kiva, che hanno testimoniato la guerra e la perdita con un registro di realismo visionario, Sventsytska si distingue per un linguaggio più scarnificato, quasi “filologico” nel senso etimologico del termine, un amore per la parola che coincide con la sua fine. La voce della Sventsytska si pone a metà strada tra la testimonianza storica e la metafisica del silenzio. È come se la guerra, la dissoluzione dell’impero, la precarietà dell’identità linguistica e la memoria culturale dell’Est europeo si fondessero in un’unica costellazione di dis/locazioni: un mondo in cui la parola stessa ha smesso di appartenere agli uomini. “La parola ci ha lasciati, è andata ai pesci” — scrive la poetessa in uno dei suoi testi più emblematici — e in quel verso si raccoglie la diagnosi dell’epoca: un’umanità rimasta priva di linguaggio, un’esistenza che sopravvive al proprio logos.

La poesia della Sventsytska si nutre di una sintassi ellittica e di un ritmo spezzato; alterna la narrazione e l’aforisma, la descrizione concreta e la visione onirica. È un linguaggio che porta sulla pelle la cicatrice di una perdita metafisica che fa del frammento l’unica forma possibile di sopravvivenza della poesia.

Terre innominate: la dis/locazione linguistica come destino

Uno dei nuclei simbolici più potenti della sua poesia è il tema dell’innominato: la parola come luogo evacuato, i nomi che “cadono come foglie secche”. Sventsytska abita un mondo dove la nominazione non garantisce più l’esistenza, e la toponomastica (“mi trasferisco da una città all’altra innominata, dove anche le strade sono innominate”) si dissolve insieme all’identità. È una geografia dell’anomia e della anedonia, che rispecchia tanto l’esperienza della guerra e dell’esilio quanto la disgregazione ontologica di chi vive in un tempo post-linguistico. In questa topografia sfibrata, il “lampione che rimane sempre acceso” diventa il fulcro simbolico della visione sventsytskiana. Una luce “superflua come la vita”, “innominata come la terra”, che non serve più a illuminare, ma a testimoniare. È la presenza residua della coscienza, la fiammella che sopravvive alla fine della parola.

Il “lampione” è anche una figura della poesia stessa: luce inutile, anacronistica, che continua a bruciare nonostante il disincanto. In un mondo dove “il tempo è come carta vetrata”, la luce è ciò che resta a graffiare la superficie opaca della realtà. Il tempo, infatti, non scorre ma raschia, consuma, leviga. È una temporalità abrasiva, che “ci macina, ci schiaccia e ci trasforma in sabbia o in neve”. In questa immagine straordinaria, il tempo diventa materia tangibile e ostile, un agente ostile della metamorfosi. Non è più flusso cronologico, ma un dispositivo di dissoluzione. La Sventsytska sembra volerci dire che vivere oggi significa essere limati dal tempo, ridotti a polvere linguistica, perduti “in un mondo scintillante che illumina il lampione che rimane sempre acceso”.

Il poeta e il folle. La catena dell’inutile

In uno dei testi più amari e disperati, “Un poeta cerca un lettore”, Sventsytska mette in scena la metapoetica della vanità. Il poeta vaga tra “cortili sporchi con una bottiglia di vodka” e “simposi filologici con una bottiglia di cognac”, cercando un lettore che non esiste, se non nella figura di un altro folle. “Un pazzo scriverà, un altro pazzo leggerà.” Questo refrain, che ritorna come un mantra, diventa il ritratto paradossale della letteratura contemporanea: un atto senza pubblico, un gesto che si alimenta della propria inutilità. Tuttavia, proprio in questa gratuità assoluta si annida la forma più alta di resistenza. La poesia come atto folle è l’unico modo per mantenere aperto il canale con il mondo, anche quando il mondo non ascolta più.

C’è, in queste pagine, una amara consapevolezza del destino dell’intellettuale post-sovietico: la dissoluzione della funzione sociale del poeta, l’esaurirsi del mito del “profeta”, la riduzione del linguaggio a gesto anacronistico. Ma Sventsytska non cede al cinismo, la sua ironia è compassionevole, una forma di pietà per la parola stessa. Il poeta continua a scrivere perché non può tacitarsi, e la scrittura diventa l’ultimo rituale di appartenenza a una specie in via d’estinzione.

 Il mondo capovolto: mito, guerra e parodia del sacro

Il segmento più visionario della sua opera è quello in cui il mito si rovescia e si mescola alla cronaca: “Adamo ed Eva nella gabbia d’oro”, “Erode macellato dagli infanti”, “i monumenti che prendono vita”. Qui Sventsytska costruisce una teogonia del disastro: il sacro non è più fonte di ordine ma di caos, e la storia stessa diventa una parodia della Genesi.

L’immagine di “Adamo ed Eva che cinguettano come uccelli del cielo, ma vengono buttati fuori dalla gabbia d’oro” è una riscrittura feroce del mito della caduta. Il paradiso non è più perduto, è diventato una “prigione dorata”. La cacciata non è punizione ma liberazione. Da lì, dice la poetessa, “provengono tutte le nostre difficoltà”: la conoscenza è un esilio perpetuo, un errore ontologico che ci costringe a parlare una lingua che non ci appartiene più.

Anche la figura di Erode è riscritta con un’ironia apocalittica: “Erode è stato sepolto dai neonati, macellato con estrema crudeltà.” Il mito dell’infanticidio viene capovolto in un gesto di vendetta paradossale: gli innocenti diventano assassini. È un rovesciamento morale e cosmico, dove la purezza si confonde con la barbarie. Gli infanti, “che macellarono Erode con vecchi rasoi, adesso cantano e ballano”, rappresentano la storia che si ripete in una danza macabra: la gioia come forma di rimozione, la violenza come gioco.

Nel medesimo registro, i monumenti diventano organismi viventi: “Icaro Caduto e Mussolini, Lenin e Vittorio Emanuele Secondo – i piccioni cagano allo stesso modo.” Qui l’ironia si fa amarissima satira politica e teologica insieme. Tutte le ideologie, le religioni e i poteri finiscono nello stesso destino organico: materia per gli escrementi del tempo. Ma quando i monumenti “prendono vita e vengono a farci visita”, la poetessa ci mostra il lato perturbante della memoria: i simboli del passato non muoiono mai, ma tornano mostruosamente deformati, con “l’orecchio al posto delle dita, la testa sullo stomaco”. La storia, come il corpo, non si decompone: si riassembla mostruosamente. È la memoria che si ribella al silenzio, il passato che ritorna come incubo biologico.

 “È come se ci fosse la pace…, è la guerra invisibile

Tra i versi più celebri della Sventsytska troviamo:

È come se ci fosse la pace, ma c’è odore di guerra,/ è come la guerra, ma tutti vivono una vita di pace.

In questa oscillazione semantica (tra il “come se” e la realtà) si condensa la condizione del mondo contemporaneo. È la pace come simulacro, la normalità come anestesia collettiva.

La poetessa ucraina descrive città in rovina, piazze vuote, cani che vagano “piangendo tra le rovine”, ma anche “l’orchestra in smoking che suona ancora più forte” mentre gli allarmi risuonano.

L’immagine è potentemente metaforica: la civiltà occidentale continua la sua danza elegante mentre la guerra, la distruzione e la disumanizzazione scorrono appena oltre le vetrine. È un’immagine che ricorda tanto la “Sinfonia patetica” di Celan quanto la decadenza lucida di Brodskij.

Il verso sull’orchestra che suona durante la catastrofe è una delle allegorie più efficaci del nostro tempo: l’arte come rumore di fondo, la musica come copertura estetica del trauma. Ma anche qui Sventsytska non cade nel moralismo: c’è una pietà implicita, un riconoscimento che l’essere umano, pur conoscendo la propria rovina, continua a suonare.

Celan, Tranströmer, Mandel’štam. I tre specchi della dissonanza post-metafisica

Nell’universo poetico di Elina Sventsytska si riflettono tre grandi genealogie della parola moderna: Paul Celan, Tomas Tranströmer e Osip Mandel’štam. Da Paul Celan, eredita la tensione verso una lingua dopo la catastrofe. Celan, sopravvissuto alla Shoah, parlava della poesia come “respiro di un altro”. Anche Sventsytska scrive dopo qualcosa di irrappresentabile: la distruzione della propria città, la perdita della patria, la guerra che erode la grammatica del reale. Ma se per Celan “la lingua rimase, nonostante tutto”, in Sventsytska essa se ne va. Non è la lingua che sopravvive, ma il suo fantasma. Il passaggio dal “nonostante tutto” al “dopo tutto” segna la distanza tra una modernità ancora speranzosa e una contemporaneità senza fondamento. La sua è una poesia post-celaniana: non più la redenzione del verbo, ma oblio del verbo, la sua scomparsa rituale.

Con Tomas Tranströmer condivide invece l’arte della visione obliqua. Il poeta svedese cercava la fenditura tra visibile e invisibile; Sventsytska abita quella fenditura come unico luogo abitabile. Laddove Tranströmer scriveva “Fuori, il mondo si trasforma in vetro”, Sventsytska ribatte: “Il tempo è carta vetrata”. Il “vetro” in Tranströmer è trasparenza che separa, la carta vetrata di Sventsytska è abrasione che consuma. Entrambi descrivono la fragilità del reale, ma con segno opposto: il primo con delicatezza mistica, la seconda con una materialità crudele. In lei, il tempo non riflette, ferisce.

Infine, Osip Mandel’štam: la figura del poeta come testimone inutile ma necessario. Come il russo che scriveva “noi viviamo senza avvertire il paese sotto i nostri piedi”, Sventsytska percepisce il terreno mancante, l’impossibilità di radicamento. Il suo “poeta-folle” è un discendente di Mandel’štam, ma svuotato di pathos eroico, un residuo umoristico della tragedia in atto. Quando la Sventsytska scrive “Non sarebbe meglio prendere un caffè?… Non c’è risposta”, mette in scena la stanchezza dell’intellettuale post-ideologico, ma anche la tenerezza di chi continua a pensare, a scrivere, a “restare sveglio tutta la notte” nonostante la futilità dell’impresa.

Le parole come rovine della parola post-metafisica

Tutto in Sventsytska si muove tra la rovina e la lucentezza. La sua poesia è piena di immagini di detriti (monumenti crollati, automobili bruciate, sabbia e neve) ma ogni rovina contiene un bagliore. Il lampione sempre acceso, la neve che copre i morti, la luce innominata sono tutti segni di un residuo metafisico, un frammento di fede occlusa nella persistenza del senso anche dopo la dissoluzione del linguaggio e dei suoi significati.

La sua ermeneutica del dis/allineamento frastico e post-metafisico consiste in questo: mostrare che la poesia non serve più a ordinare il mondo, ma a registrare i suoi scarti, i suoi rigurgiti. Il dis/allineamento è una forma di verità, una modalità conoscitiva che sostituisce la coerenza con la frattura. Ogni salto temporale (dal mito biblico alla guerra moderna, dal crollo sovietico alla fine del mondo) è una “variazione della stessa caduta”. Ogni dis/locazione spaziale (Donetsk, Kiev, Anzio, la “terra innominata”) è un frammento di una geografia mentale priva di centro.

Laddove la modernità poetica cercava ancora una forma (piena o negativa), Sventsytska abita la deformità come unica forma possibile. Le sue frasi non si succedono per logica ma per urto: l’immagine nasce dall’attrito tra tempi e registri come scintille di un cortocircuito. È una poesia che non si lascia parafrasare, si subisce.

 L’”orchestra” e il “lampione”. La metafisica della sopravvivenza biologica

Due immagini attraversano l’intera opera: il “lampione sempre acceso” e “l’orchestra in smoking”.

La prima rappresenta la coscienza residua, la luce che non illumina più nulla ma rifiuta di spegnersi. La seconda è l’allegoria della civiltà che continua a esibirsi mentre la catastrofe avanza.

Tra questi due poli si tende la corda della poesia sventsytskiana, da un lato, la veglia ostinata della luce; dall’altro, la danza incosciente dell’umanità.

Si potrebbe dire che la poetessa costruisce una fenomenologia dell’intervallo tra pace e guerra, vita e morte, linguaggio e silenzio. La sua voce abita il “come se” (quel territorio ambiguo in cui le cose sembrano ancora funzionare, ma odorano già di fine). È in questo spazio intermedio che la poesia trova la sua funzione: non quella di spiegare, ma di testimoniare la sopravvivenza di un senso capovolto e deforme dopo il suo naufragio.

La luce innominata: verso una conclusione post-ontologica

In un verso che racchiude l’intera sua poetica, Sventsytska scrive:

 “Forse tornerà la parola in un altro mondo, innevato, / dove la lanterna è sempre accesa, giorno e notte.”

Questo “altro mondo innevato” è il luogo dell’attesa, il paradiso laico della lingua perduta. È il sogno di un ritorno della parola, non come comunicazione, ma come presenza.

Là dove Celan cercava la “parola salvata”, Sventsytska attende la “parola che torni a incarnarsi”.

Il suo compito, nel frattempo, è mantenere accesa la lanterna: conservare il lume della coscienza anche nell’oscurità semantica. La poesia di Elina Sventsytska è, in ultima istanza, una mistica del disastro. Non nega la rovina, ma la trasforma in rito di conoscenza. Nei suoi versi la guerra, la perdita e l’esilio non sono solo eventi storici, sono stati dell’essere, esperienze metafisiche della dissoluzione.

Il mondo che Sventsytska descrive è “come se ci fosse la pace, ma c’è odore di guerra”, un luogo dove ogni cosa è doppia, capovolta, sfasata. Ma proprio in questo sfasamento nasce una nuova lucidità, la consapevolezza che solo il dis/allineamento linguistico e post-metafisico ci restituisce la misura del reale. Sventsytska non cerca di salvare la lingua, la accompagna nel suo esilio, la osserva mentre migra verso i pesci, mentre si dissolve nella neve. La sua poesia è un atto di veglia e di lutto insieme, una lanterna che resta accesa per chi, un giorno, vorrà ritrovare la parola perduta.

(Giorgio Linguaglossa)

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Poesie del poeta ceco Pavel Řezníček (1942-2018). La sceneggiatura dell’inconscio richiede l’ingresso nella Rappresentazione dei traslati, del Fantasma e dei suoi sosia – Traduzioni di Antonio Parente

(Marie Laure Colasson, présence, 30×30 acrilico, 2024)

Tempo fa, Gino Rago ha parlato di novello «Adamismo» riguardo alla poesia di Michal Ajvaz, “Turisti” e alla poesia “Alla portineria dell’Hotel Kempinski” di Pavel Řezníček. Ed è vero. Qui i poeti cechi hanno trovato-incontrato il loro Adamo che ha guidato la loro mano a nominare le «cose» con il rispettivo nome proprio. È dall’incontro con Adamo e con i suoi sosia che può sortire fuori la nuova poesia, perché la nuova poesia è sempre nuova denominazione delle «cose».

A volte, si verificano dei miracoli… dopo una ricerca durata una vita, magari… E ci troviamo catapultati in un appartamento pieno di oggetti, di fantasmi, di suppellettili. Ed ecco che quelle «cose», all’improvviso, escono dalle fotografie dove li avevamo confinati e senza che noi ce ne fossimo accorti, ricominciano a parlarci.

Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di sosia, di «oggetti». Dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti». A volte, passiamo tutta una vita per abituarci a quegli «oggetti». In fin dei conti, noi abbiamo bisogno, per vivere, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra esistenza quotidiana. La differenza tra «oggetti estranei» e «cose» è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. All’improvviso, una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ma in un’altra lingua. Ecco, in quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», si ha una trasmutazione delle parole, gli «oggetti indifferenti» diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano la necessità di nuove parole e un nuovo sguardo. E noi vediamo il mondo come per la prima volta. Torniamo novelli Adamo, riconosciamo le «cose» dai loro nuovi nomi. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

«Tutto il contingente è soltanto immagine», ha scritto Osip Mandel’štam negli anni dieci del novecento. Ed io replico: tutto il contingente è soltanto un fantasma, un frammento.

(Giorgio Linguaglossa)

Pavel Řezníček

Pavel Řezníček (1942-2018) è stato uno dei maggiori rappresentanti del Surrealismo ceco. Esordì nel 1965 con un programma di poesie di Breton, Péret, Dalí e Tzara, presentato al teatro Konvence di Brno, dal titolo La coda del diavolo è un biciclo (Ďáblův ocas je bicykl). Da allora, e forse più di ogni altro poeta ceco, è rimasto fedele alla sua idea surrealista e ai tre punti focali di questa corrente: umorismo nero, casualità oggettiva e dislocazione percettiva. Dal 1974 fino alla morte ha pubblicato l’almanacco Sigaro (Doutník), apparso prima in edizione samizdat e poi, dal 1996, ufficialmente. Delle sue opere in prosa, oltre a Strop, pubblicato nel 1983 in Francia con prefazione di Milan Kundera e nel 1984 in Italia col titolo Il soffitto (Edizioni e/o), possiamo ricordare Zrcadlový pes (Cane a specchio, 1994) e Hvězdy kvelbu, (Stelle di una volta, 1992/2007). Importante è anche la sua attività di traduttore dal francese (Joyce Mansour, Ambroise Vollard, Benjamin Péret, ecc.). In Italia le sue poesie sono apparse sulle riviste Hebenon, Atelier, cortocircuito, e nel 2008 in forma antologica nel volume Confessione di un funambolo (Mimesis-Hebenon). Pavel Řezníček è inoltre presente nell’antologia di poesia ceca contemporanea Sembra che qui la chiamassero neve (2005, Mimesis-Hebenon).

Pavel Řezníček (1942-2018)

Alla portineria dell’Hotel Kempinski
Un uomo in attesa
Inghiotte quelli che escono

Il poeta Byron ingoiava solo i diabetici
Dalla sua ultima vittima si emanò un fumo fosforescente
Byron fu immediatamente arrestato e impagliato sul posto

Questo accade alle persone che si gingilleranno vicino agli alberghi
Barcelò Kempinski Ritz e Alcron
E avranno desiderio di ingoiare i propri concittadini

Saranno impagliati vivi
Anche se cacceranno tutte le urla animalesche
Che vogliono

Solo Deus absconditus può ingoiare le persone
Oppure “La giovane guardia” del romanzo omonimo
di Alexander Fadejev

Non si può caricare la penna stilografica con il latte versato!

Penso che il criterio pertinente per interpretare un testo kitchen o come questi post-surrealisti di Pavel Řezníček non possa che essere il tasso di figuralità; niente affatto la destinazione letteraria del testo.
I discorsi referenziali, e tra essi il discorso scientifico, descrivono il mondo in termini tendenzialmente neutri, oggettivi, trasparenti (parola versus significato), ciò che chiamiamo discorso letterario è quel discorso che si caratterizza per caratteristiche figurali, quel discorso che altera la relazione di trasparenza, la directdness tra significante e significato. Una poesia kitchen, eminentemente poesia figurale, non deve essere letta seguendo il significato letterale, perché il suo significato è traslato, si trova in un altro luogo, in un altro piano, significa sempre qualcosa d’altro e di diverso.
Occorre ridurre il discorso kitchen come anche il discorso post-surreale di Pavel Řezníček al grado zero, portarlo da un piano letterale proposizionale ad uno figurale e polisignificazionista. Per esempio, la metamorfosi in insetto di Gregor Samsa, i suoi pensieri mentre sta a letto, oppure le parole della renna nella poesia di Pavel Řezníček, tutto ciò che ne segue è una macro figurazione che sta per qualcosa d’altro; si tratta di vicende che ci toccano a livelli transletterali, simbolici, profondi che suscitano in noi reazioni di identificazione e di repulsione… La poesia “Alla portineria dell’Hotel Kempinski” è stata pubblicata nel 2011 ma e stata scritta due anni prima, come ci informa il traduttore Antonio Parente, anticipando la poetry kitchen di ben 12 anni. (g.l.)*

Parlò la renna

Siccome scoppiò la pazzia per la paura
della pazzia delle mucche malate
/Creutzfeld-Jacobs/
smisi di mangiare carne bovina
Partii per la Finlandia con una sostanziosa commessa:
Portare in Europa alcuni vagoni di carne di renna
La malattia delle mucche non riguarda le renne.

Arrivai in Finlandia e ne parlai
con una renna
Mi dette del lei si inchinò e asciugò la collottola
sudata con un fazzoletto a quadretti:
«Signore, lei pensa che la pazzia sia solo un getto di cenere e sangue,
o un colibrì imbrattato di bile, che nella tabacchiera
dell’eternità mette in ginocchio la memoria con un colpo
di porcellana?
No, l’anima della mucca, l’anima della renna e l’anima della pazzia è eterna, anche se
la vostra enfia lingua rossa avesse solo un occhio. La pazzia è
la pala del motore e il motore della regina Ecuba di compensato.
Dove non c’è olio di Aztechi e Maya, non c’è neanche la macuba
di Ecuba. I mammut non puliscono le bucce di uova sode
lasciate dalle renne, ma le renne sì!

E adesso vai via, burino!» mi gridò la renna all’orecchio e mi cacciò
in bocca due bistecche crude di manzo.

/Ne scrivo dall’altro mondo, oltre il fiume Lete, nelle gole di un cumulo di asfodeli,
fiori liliacei che crescono soltanto nel regno dei morti, e non son più capace di profferir parola./

(Scritto la festa di Natale, 25. XII. 2000)

Regent Street

No non sono stato io
A rompere il finestrino
Della Rolls Royce del principe Carlo e di sua moglie Camilla
A Regent Street mentre attraversavano il quartiere londinese di West End
E non ho nemmeno dato alle fiamme
L’enorme albero di Natale
A Trafalgar Square

Come sempre mi si addossa la colpa di tutto
Ma ho un alibi di ferro

In quel momento accompagnavo la dodicenne
Rapita Margherita B.
Nascosta sotto il piano del pick-up
A New York
In modo che poi i suoi organi
Venissero usati
Per l’operazione del magnate Bernard Madoff

Acrux

Con arroganza si piantò
E proclamò
Di essere un rinoceronte
Il guardablocco subito tirò i paletti
Passò il treno della Croce rossa danese
È vero che tuo zio era un lupo?
Si chiamava Nabuccodonosor
Eaveva una Croce rossa tutta sua
I lupi hanno una Croce rossa tutta loro
Un mattone

Quella finestra è come una lacrima
Una lacrima con la tuta
E una fionda sparata in un occhio

La stella più luminosa della Croce del sud
Si chiama
Acrux

E di nuovo un mattone
Portato al posto della rosetta della Legione d’onore
Attaccato al risvolto della giacca
Di Hercule Poirot
Come se fosse una fica

#antonioParente #Camilla #giorgioLinguaglossa #HotelKempinski #MarieLaureColasson #MichalAjvaz #OsipMandelštam #PavelŘezníček #poetryKitchen #présence #reCarlo

Si nuestros antagonistas me llevan
Y la gente deja de hablar conmigo;
Si confiscan el mundo entero-
El derecho de respirar y abrir puertas
Y afirman que la existencia existirá
Y que la gente, como un juez, juzgará;
Si se atreven a conservarme como a un animal
Y arrojan mi comida sobre el piso-
No caeré en el silencio ni mitigaré la agonía,
Sino que escribiré lo que soy libre de escribir,
#poem #poetry #OsipMandelstam fotografía descargada de la red.

Pls, before using phrases like ›throw into the #dustbin of #history‹ or ›throw onto the #trashheap of history‹ — think twice.

Historically, #Nazis & #Stalinism frequently used the latter phrase when they talked about their intentions for the people they hunted:

They planed to ›throw them onto the trashheap of history‹.

For a reference, see the poem ›Trashheap‹ by #ErichFried in memory of the poet #OsipMandelstam who coined the term #Weltkultur (literally ›#WorldCulture‹).

To find in the forest’s heart a home,
Night’s never-ending hum,
Thriving on meadowsweet, mint, and time.

The Necklace by Osip Mandelstam,
translated by Christian Wiman
#TodaysPoem #Poem #Poetry #VerseThursday #OsipMandelstam #ChristianWiman #PoemTranslation