Massacro e cannibalismo nella Spagna neolitica: la famiglia di El Mirador sterminata 5.600 anni fa

Elena Percivaldi

Un capitolo truce e oscuro della preistoria europea riemerge dalle profondità della grotta di El Mirador, nella Sierra de Atapuerca, nord della Spagna. Un nuovo studio, pubblicato su Scientific Reports, documenta il ritrovamento di resti umani cannibalizzati appartenenti ad almeno 11 individui – uomini, donne e bambini – vissuti circa 5.600 anni fa, nel pieno del Neolitico.

Lavori di scavo archeologico nel sito di El Mirador. Autore: Maria D. Guillén / IPHES-CERCA

Prima macellati e poi mangiati

Le ossa, rinvenute durante gli scavi condotti dall’Istituto Catalano di Paleoecologia Umana e Evoluzione Sociale (IPHES-CERCA), presentano segni inequivocabili di macellazione : tagli da strumenti litici, morsi umani, fratture intenzionali per estrarre il midollo e tracce di bollitura.

Anche il femore di un bambino fu frantumato allo scopo di estrarre il midollo, la prova agghiacciante che nessuno, nemmeno i più piccoli e indifesi, furono risparmiati.

Ritrovato a El Mirador un femore umano di bambino, con impronte per estrarre il midollo osseo. Foto: IPHES-CERCA

Su 239 frammenti sono state individuate incisioni dovute a scorticatura e disarticolazione, sui crani c’erano fratture lunghe segno che la calotta era stata aperta per estrarre il cervello. Alcune ossa mostrano i tipici segni del “pot-polishing“, la lucentezza provocata dal contatto con recipienti in ebollizione, altri linee di calore da esposizione diretta al fuoco.

In 157 reperti sono state rilevate impronte di dentatura umana, a conferma che le carni furono effettivamente consumate.

Segni di taglio su un osso nel piede di El Mirador. Foto: IPHES-CERCA

Un gruppo familiare sterminato

Le analisi al radiocarbonio collocano l’efferato episodio tra il 3709 e il 3573 a.C., nella fase finale di occupazione neolitica della grotta.
Gli studi isotopici allo stronzio (⁸⁷Sr/⁸⁶Sr) indicano che le vittime erano tutte locali, probabilmente membri di un nucleo familiare allargato: tre erano bambini (età inferiore ai 7 anni), due adolescenti (14-17 anni), quattro adulti (20-50 anni) e uno era anziano (età superiore ai 50 anni).

Frammenti di ossa umane cannibalizzate da El Mirador. Fonte: IPHES-CERCA

Impossibile ipotizzare una carestia, che avrebbe colpito soprattutto i più fragili. Molto più probabile che si trattasse di un massacro intenzionale, confrontabile con altri episodi simili già documentati nell’Europa del Neolitico: due fra tutti, quelli di Talheim (Germania) o Els Trocs (Pirenei).

Guerra tribale?

Il team guidato da Francesc Marginedas (Università Rovira i Virgili) esclude che i resti abbiano a che fare con un rito funebre oppure che il cannibalismo sia stato dettato dalla necessità di sopravvivenza.

La brutalità e la rapidità dell’evento, probabilmente avvenuto in pochi giorni, indicano piuttosto che si trattò di un atto di “warfare cannibalism”, una forma di violenza intercomunitaria (una “guerra tribale”) finalizzata a sterminare fisicamente un gruppo rivale e a cancellarne, anche simbolicamente, l’esistenza.

Mascella umana “cannibalizzata” dalla grotta di El Mirador. Autore: IPHES-CERCA

Un tipo di conflitto spietato, che si spiega tenendo conto del contesto: nel tardo Neolitico la progressiva espansione dell’agricoltura portò a crescenti tensioni tra i gruppi umani, generando conflitti anche molto violenti per il controllo delle risorse e delle terre coltivabili.

El Mirador, un luogo dalla lunga memoria

Non è la prima volta che la grotta di El Mirador restituisce prove concrete di cannibalismo: già nei primi anni 2000 erano stati scoperti i resti di sei individui della prima età del Bronzo (4.600-4.100 anni fa) con segni simili.

Oltre ad essere un luogo di sepoltura collettiva, El Mirador fu in vari momenti utilizzato anche per altre funzioni, ad esempio come recinto per il bestiame, testimoniando un uso diversificato e continuativo nel tempo.

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Neolitico “violento”

Il caso di El Mirador si aggiunge alle sempre più numerose prove di violenza organizzata nella preistoria europea: raid, massacri di villaggi, pratiche di cannibalismo bellico.

Nella penisola iberica, come nel resto del continente, la transizione dall’economia di caccia-raccolta a quella agricola non portò dunque solo innovazione e crescita, ma anche conflitti sanguinosi. Che talvolta – come in questo caso – sfociarono in veri e propri massacri.

Da sinistra a destra: Palmira Saladié, Antonio Rodríguez-Hidalgo e Francesc Marginedas, autori principali dello studio. foto IPHES-CERCA

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Saladié, P., Marginedas, F., Rodríguez-Hidalgo, A. et al. (2025). Evidence of Neolithic cannibalism among farming communities at El Mirador cave, Sierra de Atapuerca, Spain
  • 🏛️ Istituto Catalano di Paleoecologia Umana e Evoluzione Sociale (IPHES-CERCA)
  • 📚 Scientific Reports (peer-reviewed) 15, 26648 (2025)
  • 🔗 https://doi.org/10.1038/s41598-025-10266-w

    Il nostro articolo è una sintesi divulgativa dello studio scientifico citato.

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Spagna / La freccia nella costola: un caso di violenza di 4.000 anni fa nei Pirenei catalani

Elena Percivaldi

Intrigante scoperta in Spagna, e più precisamente nei Pirenei catalani. Presso il sito archeologico del Roc de les Orenetes, nel comune di Queralbs (Ripollès), gli archeologi hanno rinvenuto un frammento di freccia in selce conficcato in una costola umana, testimonianza giudicata “inequivocabile” di un conflitto avvenuto oltre 4.000 anni fa. Siamo a oltre 1.800 metri di quota e il reperto, emerso da uno dei siti d’alta montagna più importanti del continente, offre nuove prospettive e dettagli sulla vita, e la morte, nelle comunità neolitiche.

La freccia, scagliata da dietro in modo intenzionale, è rimasta incastonata nell’osso, che sorprendentemente mostra segni di rigenerazione. Questo dettaglio cruciale suggerisce che l’individuo colpito sia sopravvissuto per un certo periodo dopo l’impatto, prima di soccombere alle ferite o a complicazioni successive. Dal 2019, un team di archeologi dell’IPHES-CERCA, sotto la guida del professor Carlos Tornero dell’Universitat Autònoma de Barcelona, sta scavando questo sito di eccezionale valore, riportando alla luce reperti plurimillenari.

La punta di freccia in selce conficcata nella costola umana, ritrovata nel sito del Roc de les Orenetes (Queralbs, Ripollès). Autore: Maria D. Guillén / IPHES-CERCA

Comunità resiliente

Il Roc de les Orenetes, spiegano gli archeologi, non era un semplice luogo di sepoltura, ma un vero e proprio santuario della memoria collettiva, utilizzato per secoli da una comunità pastorale profondamente legata alle sue montagne. Fino ad oggi, sono stati recuperati oltre 6.000 frammenti ossei, appartenenti ad almeno 60 individui di ogni età: uomini, donne e bambini. Questa impressionante densità di resti umani, così come le loro eccezionali condizioni di conservazione, fanno del sito un punto di riferimento di enorme importanza per lo studio delle società d’alta quota del Neolitico.

Lo studio osteologico, condotto da Miguel Ángel Moreno dell’Università di Edimburgo, ha rivelato che la comunità insediata sul Roc de les Orentes era composta da individui robusti, dotati di una muscolatura sviluppata e con chiari segni di intensa attività fisica, perfettamente compatibili con le ardue condizioni di vita pastorale in quota. La lunga e continuativa frequentazione della caverna conferma il legame di queste genti con il territorio montano, tanto profondo da trascendere le generazioni.

Un conflitto di oltre 4.000 anni fa

L’importanza della scoperta risiede anche nel fatto che apre nuove prospettive di ricerca. Per anni gli studiosi si sono chiesti se la presenza di fratture ossee e segni causati da armi da taglio fosse da interpretare come conseguenza di combattimenti veri e propri o non, piuttosto, come testimonianza di complessi rituali funebri. Questo ritrovamento, spiegano, fuga ogni dubbio. La freccia, identica ad altre già rinvenute nel sito, è penetrata tra le costole da dietro, una traiettoria che secondo gli studiosi esclude un impatto dettato da ragioni rituali.

Lo scavo archeologico nel sito del Roc de les Orenetes (Queralbs, Ripollès). Autore: IPHES-CERCA

Secondo Moreno, data la posizione della freccia la morte dell’individuo potrebbe essere sopraggiunta abbastanza rapidamente a causa di una lesione polmonare, ma anche in un secondo momento, ad esempio a causa di un’infezione. Il fatto che l’osso presenti tracce di rigenerazione indica che l’uomo riuscì a sopravvivere, anche se per poco tempo.

Future analisi, quali la microtomografia a raggi X (da effettuarsi presso il CENIEH di Burgos) e studi chimici, genomici e proteomici, promettono di svelare ulteriori dettagli sull’arma, sulla posizione dell’aggressore e sulle condizioni di salute della vittima. Sono tutti dati preziosi, che consentiranno agli archeologi di ricostruire con maggiore precisione questo episodio violento avvenuto millenni fa.

Il Roc de les Orenetes, sito chiave della Preistoria europea

La caverna sul sito del Roc de les Orenetes fu scoperta alla fine degli anni ’60 e nel 1973 fu condotta la prima campagna di scavo. Oggi, grazie al progetto ARRELS prehistòriques, sostenuto dalla Generalitat de Catalunya, le ricerche si avvalgono delle tecnologie più avanzate, garantendo un’analisi meticolosa e approfondita dei dati che via via emergono. Tutto ciò contribuisce a migliorare la nostra conoscenza sulla vita, la morte e i conflitti nelle società neolitiche d’alta quota, in particolare nel III millennio a.C.

Grazie inoltre al supporto dell’Ajuntament de Queralbs e del Museu Etnogràfic de Ripoll, le nuove scoperte vengono messe a confronto con i reperti rinvenuti in passato, permettendo una miglior comprensione del sito. In questo modo, quella che un tempo era solo una remota cavità sui Pirenei è oggi diventata uno dei più rilevanti laboratori archeologici d’Europa, un luogo dove il passato remoto torna a parlarci con una chiarezza sorprendente.

Immagine in apertura: La punta di freccia in selce conficcata nella costola umana, ritrovata nel sito del Roc de les Orenetes (Queralbs, Ripollès). Autore: Maria D. Guillén / IPHES-CERCA

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