Festa del Cinema 2025: Game Over

Cronache dall’Auditorium (Sabato 25 Ottobre)
Come vi ho raccontato due giorni fa, ieri ho dovuto rinunciare ai quattro film che avevo prenotato e all’intera giornata di Festa a causa della convocazione sul set del nuovo film di Mel Gibson, dove ho fatto la comparsa. Sarebbe stupendo potervi raccontare qualcosa ma, come potete immaginare, non posso. Però ho visto Mel Gibson ed è stata un’esperienza divertente, seppur piena di momenti morti. Fatto sto che sono tornato all’Auditorium soltanto stamattina, per il mio ultimo film, che aspettavo davvero tanto. L’ultima fatica del premiatissimo duo Cohn-Duprat, dei quali vi ho raccontato su queste pagine praticamente tutta la filmografia (dall’esordio con L’Artista, presentato proprio alla Festa di Roma, fino a Finale a Sorpresa, passando per El Hombre de al Lado, Il Cittadino Illustre, Il Mio Capolavoro), è un film a episodi che vede Guillermo Francella mattatore assoluto, nelle vesti di sedici personaggi diversi. Ora, io non sono assolutamente un amante dei film a episodi, preferisco farmi un viaggio di due ore all’interno della stessa storia, per questo non credo succederà mai di trovarmi qui a esaltare un film costruito in questo modo. Non fa dunque eccezione Homo Sapiens?, nuova opera del duo argentino, che vive di alti e bassi, di idee geniali e di corti meno convincenti. Il più interessante forse è proprio l’incipit e, non sapendo che si trattava di un film a episodi, stavo già sbavando all’idea del film che avrei visto. Insomma, Francella a parte, che è un fenomeno (forse lo ricorderete nei panni di Pablo Sandoval in quel capolavoro de Il Segreto dei Suoi Occhi), non è un film che mi resterà nel cuore, sicuramente meno interessante rispetto ai precedenti di Cohn-Duprat. C’è sicuramente qualcosa de I Mostri di Dino Risi, forse il re dei film a episodi, perché alcuni personaggi sono delle vere canaglie: c’è tanta Argentina però, quindi tanta umanità, tanta meschinità, tanta passione, tanta malinconia.

La Feste del Cinema per me finisce qui, dopo dieci giorni più o meno intensi, talvolta stancanti (ma chi sono per lamentarmi?), pieni di cose belle. 21 film visti, oltre alle Masterclass di Linklater e Panahi. I più belli? Su Letterboxd ho dato il valore massimo a Un Semplice Incidente (esce in sala il 6 novembre, andateci), seguito a ruota da Nouvelle Vague (che uscirà a febbraio o marzo, sic, ma con una vpn sarà possibile vederlo su Netflix già da novembre…). Quindi, a condividere l’ultimo gradino del podio, l’ottimo Nino di Pauline Loques e Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi. Altri film che meritano una menzione, in ordine sparso: 40 Secondi, Cinque Secondi, California Schemin’, Mad Bills To Pay, Eddington, Hen e If I Had Legs I’d Kick You (questi ultimi due probabilmente si contendono l’ultimo posto disponibile per la mia personale Top 5). Come ogni anno però devo essermi perso almeno due o tre filmoni (basti pensare che due anni fa non mi vidi As Bestas di Sorogoyen, ad esempio): quest’anno il film da vedere era probabilmente Hamnet di Chloe Zhao (che uscirà in Italia a febbraio), mentre sento pareri importanti nei confronti di O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho, che si presentava con il biglietto da visita del miglior attore e della miglior regia dell’ultimo Festival di Cannes. Poco male, prima o poi riuscirò a recuperare anche questi.

Oggi dunque c’è la cerimonia di premiazione e non troverete altri articoli in cui vi dico quali film hanno vinto, o quali attori. Lo trovate su ogni sito, ovunque, non è per darvi informazione che trovate dappertutto che scrivo ogni giorno su questo blog: è per dirvi qualcosa che nessuno racconta, per provare a trasmettervi la sensazione di essere all’Auditorium con me, a vedere le stesse cose che vedo io. Ergo: non so chi vincerà, né lo scriverò. Ma sono curioso di scoprirlo, quello sicuramente. Allora, che Festa è stata per me? Come dicevo prima, intensa e bella. Sento tante persone lamentarsi (io in primis: a livello organizzativo c’è bisogno di fare qualcosa in più, perché le cose che funzionano male sono molte), sento spesso dire in giro che è una manifestazione che non ha senso, che andrebbe chiusa: a dirlo però sono tutte persone che vanno a Cannes e a Venezia. Per noi, poveri cristi, che abbiamo la possibilità di seguire solo questo evento di cinema, nella nostra città, è ossigeno, è amore, è passione, sono dieci giorni unici all’interno di un anno. Dieci giorni che ti danno la possibilità di vedere film che non vedresti mai, oppure di vedere film che avresti potuto vedere al cinema, all’interno però di una manifestazione dove tutti parlano di questo, dove tutti respirano la stessa aria. Dieci giorni dove puoi incontrare Richard Linklater tre o quattro volte durante il giorno, ascoltare Jafar Panahi parlare di cinema, consegnare il tuo libro a Valerio Mastandrea, avere Abel Ferrara seduto dietro di te in sala e fotografare Jennifer Lawrence o Rose Byrne. E poi tutto il resto, le chiacchiere, gli incontri, le persone. Sono vent’anni che vado alla Festa del Cinema, vent’anni in cui mi domando: “questa è stata l’ultima volta?”. Chi lo sa il prossimo ottobre cosa farò, dove sarò, se il lavoro mi permetterà di prendermi questa pausa (quest’anno ho dovuto mettere una montagna di appuntamenti prima e dopo la Festa del Cinema, con il risultato che devo ancora finire di consegnare alcune foto e con due shooting già in programma per la prossima settimana, oltre a un evento a Cinecittà domani, in cui esporrò le mie foto e una nuova presentazione del mio libro, martedì alle 18.30 da YellowKorner, nel quartiere Prati). Questa è la cosa più difficile con cui fare i conti: il fatto che il mondo vada avanti nonostante tu abbia due o tre film da vedere. Con le cronache dall’Auditorium spero che ci vedremo l’anno prossimo. Grazie per aver seguito il diario, ci vediamo su queste pagine con i prossimi film. Viva il Cinema, viva la Festa del Cinema di Roma.

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E pure questa Festa…

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Festa del Cinema 2025:

Cronache dall’Auditorium (Giovedì 23 Ottobre)
Andiamo subito al dunque. Oggi con Mary Bronstein, Rose Byrne e Jafar Panahi: ho avuto giorni peggiori. Stamattina ero indeciso se scendere alle 8.45 o se tenermi fresco per il resto della giornata, ma giacché dovevo comunque stare in piedi alle 8 per prenotare i film di sabato, indovinate un po’ come è andata a finire? Esatto.

Mi piacerebbe tantissimo arrivare con calma, come facevo gli altri anni, fare colazione, bere un bel cappuccino e addentare un cornetto. Purtroppo però la grande pensata di quest’anno è stata di anticipare le proiezioni stampa del mattino alle 8.45, un quarto d’ora prima rispetto all’orario normale. Chi vive a Roma sa di cosa parlo: 15 minuti al mattino, soprattutto per chi si muove con i mezzi pubblici o deve attraversare la città in auto, sono davvero oro colato. Purtroppo i cervelloni che si occupano di preparare il programma vivono fuori dalla realtà ed è così che, tra prenotazioni obbligatorie alle 8 del mattino (pena non trovare biglietti per le proiezioni) e film anticipati di un quarto d’ora, i ritmi sono piuttosto serrati. Per farla breve: alle 8 ho prenotato i film, poi sono uscito di casa e alle 8.45 ero seduto in sala. Lo avrei evitato, a dirvi la verità, ma giacché c’ero stamattina mi sono visto questa nuova versione di The Toxic Avenger di Macon Blair, con Peter Dinklage nel ruolo del “supereroe” e Kevin Bacon in quello del cattivone. Il film è un reboot del cult degli anni 80, un film che, in quanto b-movie per antonomasia, aveva un suo straordinario senso: era puro intrattenimento, senza sottotrame famigliari o star che gigioneggiano (per quanto Kevin Bacon lo sappia fare benissimo). Questa nuova versione ha qualche trovata divertente, certo, ma è come il ricco che si finge povero: non gli credi.

La seconda proiezione di giornata è If I Have Legs I’d Kick You di Mary Bronstein è senza dubbio il film da vedere oggi. Rose Byrne è una madre sull’orlo di un esaurimento nervoso: sua figlia ha bisogno di cure costanti, la sua casa ha un buco enorme nel soffitto e per questo lei e la bambina si devono trasferire in un motel. In tutto ciò suo marito sarà fuori due mesi per lavoro, quindi ogni incombenza, ogni impegno, ogni minimo problema ricade sulle spalle della donna. Rose Byrne, premiata a Berlino per questa interpretazione sontuosa, regge praticamente il film sulle sue spalle, anzi sul suo volto, visto che la regista indugia gran parte del tempo sul primissimo piano dell’attrice: reggere metà film soltanto con il viso non è da tutte. In tutto ciò il film è davvero molto bello, intenso, con idee di regia per nulla banali.

La conferenza stampa con la regista e l’attrice è il pretesto per avvicinarmi a scattare qualche foto, per il resto l’altro grande appuntamento di oggi è alle 16.30, per l’incontro con Jafar Panahi, regista dello straordinario film che abbiamo visto ieri (e di molti altri che invito sempre a recuperare). Il regista iraniano si racconta con ironia e passione, ad esempio quando spiega come è riuscito a realizzare film in clandestinità durante gli anni in cui gli era stato proibito di fare film: “So fare solo questo, se fossi rimasto a casa mia moglie avrebbe chiesto il divorzio. Così mi sono messo in un taxi e ho girato Taxi Teheran. C’è chi lo chiama “cinema clandestino” o “cinema della rivoluzione”, io in realtà ho fatto quei film perché se no sarei morto di noia”. Più avanti spiega l’approccio che usa normalmente con gli attori: “Prima di ogni scena gli faccio leggere i dialoghi, di cosa parla la scena, poi gli chiedo di dimenticarsene. Voglio che i loro dialoghi partano da un punto e arrivino a un altro punto, ma le parole che usano ce le mettono loro, così possono recitare più liberamente”.

L’incontro è davvero bello, uno dei migliori degli ultimi anni, e gli applausi sono scrocianti. All’uscita, mentre rifletto sul programma di domani (devo vedere quattro film!), mi arriva finalmente la convocazione per il film di Mel Gibson: dovrò presentarmi domani mattina alle 6.45! Entro su Boxol e, un po’ a malincuore, cancello le prenotazioni per i film di domani. Poi penso che farò un’esperienza davvero particolare, quindi placo i miei rimpianti. L’appuntamento con il diario, l’ultimo per quest’anno, sarà allora dopodomani, quando vedrò l’attesissimo (per me) film della coppia Cohn-Duprat, due registi che amo davvero tanto. A sabato!

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“Vendimi questa penna”. Ah, no, quello era un altro film… (foto AT)

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Festa del Cinema 2025: Sono Solo Film

Cronache dall’Auditorium (Martedì 21 Ottobre)
Ricordate quando lunedì sera scrissi che martedì avrei preso un giorno di pausa? Scherzavo! In realtà un fondo di verità c’è stato. Ieri ho recuperato un po’ di sonno e saltato le proiezioni del mattino, anche perché mi sembrava che non ci fosse nulla da togliermi il sonno. Sono sceso all’Auditorium alle 15.30 per un indie statunitense di quelli che piacciono a me, che mi fanno venire voglia di girare film. Mad Bills To Pay (Or Destiny, Dile Que No Soy Malo) di Joel Alfonso Vargas è uno di quei film composti da inquadrature fisse, all’interno delle quali si muovono i personaggi: è la storia di Rico, un ragazzo di 19 anni che vive nel Bronx e vende bibite sulla spiaggia. Accidentalmente, Rico mette incinta la sua ragazza Destiny, che viene cacciata di casa e si ritrova a dover vivere a casa del ragazzo. Di fronte a spese sempre più grandi e le continue divergenze con sua madre e sua sorella, Rico è costretto a crescere in fretta e prendersi le sue responsabilità, se vuole diventare la persona che sogna di essere. Lo sapete quanto mi piacciono i film indipendenti, girati in ambienti reali, con persone reali, attori esordienti o quasi e una montagna di cuore, anima, amore per le storie, per il cinema. Non è un film perfetto, tutt’altro, ma da parte mia sentirete solo sostegno per questo tipo di cinema. Bello, mi è piaciuto e per fortuna ha giustificato il fatto di essere venuto alla Festa del Cinema appositamente per questo film. La giornata è stata talmente breve da dover accorpare le cronache di ieri a quelle di oggi, quindi continuiamo il racconto e spostiamoci direttamente a mercoledì.

Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 22 Ottobre)
Alla Festa del Cinema ormai le cose vanno così, già da qualche anno. Quando avevo qualche anno in meno e qualche capello in più, trascorrevo praticamente le giornate all’Auditorium, guardandomi anche quattro o cinque film, poi tornavo a casa, scrivevo recensioni, montavo video, dormivo il minimo sindacale e la mattina dopo ero di nuovo là. Come facevo, non ne ho idea. Ora le cose sono un po’ cambiate, anche perché lì al Parco della Musica ci sono due sale in meno rispetto ai primi anni, anzi tre, contando pure la Santa Cecilia: questo significa meno repliche, meno possibilità di costruirsi un calendario più folto ma anche più comodo. Ma le cose sono cambiate anche perché, come dicono a Cantù Cermenate, “non mi regge più la pompa”: quel che voglio dire è che, prima dell’inizio della Festa, preparo un calendario di proiezioni che ho intenzione di seguire e i propositi sono sempre ottimi. Poi però i giorni vanno avanti, la stanchezza si accumula e comincia a pensare: “Dai, questo film portoricano me lo potrei evitare”, oppure “vabbè ma alla fine questa storia mi interessa davvero?”. Una volta entrata una domanda del genere in testa, è difficile poi tornare indietro, la cosa più facile da fare è andare sul famigerato Boxol e cancellare la prenotazione per quel film. E guadagnare così due-tre ore in più per stare a casa a scrivere, a lavorare, a occuparti della tua vita normale. Ora siamo entrati in quella fase, quella appunto in cui cominci a cercare i trailer dei film che ti restano da vedere per capire se ne vale la pena (a volte, come nel caso del film di ieri, decisamente sì). Non c’è stato bisogno di farsi alcuna domanda però stamattina, né di sentire il bisogno di guardare alcun trailer: alle 8.45 infatti ero puntualmente seduto in sala Sinopoli in attesa dell’inizio della Palma d’Oro di Cannes, It Was Just an Accident di Jafar Panahi, un regista che amo, di cui ho visto tutto quello che avevo modo di vedere. Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Lo scoprirete guardando questo film straordinario: sarà in sala il 6 novembre e non potete assolutamente perdervelo.

Dopo il film di Panahi decido di tornare a casa, sempre per quel discorso di prima. Cancello la prenotazione per il film portoricano delle 15 (che forse non era neanche tanto male, ma pazienza) e, con il viso vicino alla finestra, osservo la pioggia che cade. Alle 19.30 ho un altro film, ma vale davvero la pena prendere di nuovo l’auto, scendere all’Auditorium, guardarsi un film di cui sai poco o nulla e poi tornare a casa dopo le 22, senza aver mangiato? Davvero: chi ce lo fa fare? Eppure, alle 19.30, eccomi seduto là, al Teatro Studio, in attesa della proiezione. Deve esserci qualcosa che non funziona in noi, noi malati di cinema intendo, qualcosa di irrazionale, che non puoi spiegare. Perché come lo spieghi alle persone tutto questo sbattimento? Sono solo film! O forse no.

Our Hero Balthazar, esordio di Oscar Boyson, racconta ciò che già sappiamo abbastanza bene: cioè che gli statunitensi, fondamentalmente, sono un popolo di pazzi violenti e ossessionati da armi e social media. Un ragazzo, per far colpo sulla compagna di scuola (che è un’attivista contro le armi), decide di partire da New York verso il Texas per convincere un tipo, con cui aveva avuto alcuni scambi su instagram, a rinunciare al suo proposito di entrare in una scuola e sparare a tutti. L’idea di base, per quanto fuori di testa, non sarebbe neanche male, ma è davvero difficile star dietro a un protagonista così insopportabile. Se il film mi è piaciuto? Così così. Se ne è valsa la pena andarlo a vedere? Decisamente (anche perché seduto alle mie spalle c’era Abel Ferrara!). Con questo stiamo a quota 18 film in una settimana, non c’è male come media: ah, ovviamente 18 film soltanto alla Festa del Cinema, perché altri 3 li ho visti a casa la sera, per non farmi mancare nulla. Sì, lo so, sono solo film. Ma non credo che supereremo mai questa fase.

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Festa del Cinema 2025: Abbiamo Tutti Bisogno di Uova

Cronache dall’Auditorium (Giovedì 16 Ottobre)
La voce di Billy Corgan mi butta giù dal letto alle 7.40 (sì, 1979 è la suoneria della mia sveglia, ma ho anche dei difetti). Oggi è un giorno particolare, festeggio il compleanno, l’ennesimo passato a vedere film durante la Festa del Cinema. Il problema più che altro sarà la mattina successiva, ma questo è un altro discorso. La giornata è stata parecchio lunga, mi perdonerete se sarò un po’ meno prolisso del solito, ma forse è meglio così.

Come ogni anno, la prima canzone che ascolto al mattino è Thunder Road di Springsteen: il primo sole del mattino riscalda il Foro Italico, mentre sono fermo al semaforo a cantare a squarciagola. Sono pronto a cominciare il secondo giorno di Festa. Alle 9 entro in Teatro Studio per un film greco, Hen, di Argyris Pandazaras: è la storia di una gallina, dal momento in cui viene deposto l’uovo fin quando raggiunge l’età adulta. In mezzo a tanti attori cani, il cinema ci mostra che le galline possono essere invece interpreti straordinarie: il potere del montaggio e di una colonna sonora adeguata può davvero rendere coinvolgente la narrazione su qualunque cosa! A ogni modo, questa sorta di live action di Flow in versione pollame rischia seriamente di essere il grande gioiello della ventesima edizione della Festa del Cinema. Se vi capita, non perdetevelo, anche perché come ci ha insegnato Woody Allen: abbiamo tutti bisogno di uova.

Alle 11 invece è il turno di Quentin Dupieux, celebre negli anni 90 nelle vesti di dj (lo ricorderete probabilmente come Mr Oizo, soprattutto per la pubblicità dei Levi’s con il pupazzo Flat Eric): il suo L’Accident de Piano parte da un’idea originale e intrigante, ma non è in grado di portarla avanti con coraggio e, anzi, si rifugia in una soluzione facile, ovvero la butta in caciara usando la violenza come appiglio facile per accalappiare consensi. Ma voi, che non siete fessi, non ci cascherete. Adele Exarchopoulos, imbruttita all’inverosimile (se credete possibile questo ossimoro), è una content creator divenuta celebre per una serie di video in cui si infligge le sofferenze più assurde senza percepire alcun dolore (il suo “talento” è provocato da una malattia che le impedisce di avvertire sofferenza fisica). Odiosa come poche, non ha mai rilasciato interviste, ma un’ambiziosa giornalista scopre un segreto che potrebbe stroncarle la carriera e le offre un accordo: il suo silenzio in cambio di una lunga intervista. A metà film c’è un momento in cui pensi che il film potrebbe finalmente decollare, invece il regista decide di accontentarsi, offrendoci una minestrina che serve a poco, in mezzo a tanta neve.

Il regalo di compleanno, se possiamo definire regalo due ore di emozione rabbiosa, di frustrazione e bisogno di giustizia, arriva alle 16 con il documentario della regista iraniana Sepideh Farsi, Put Your Soul On Your Hand and Walk. La regista riesce a contattare una ragazza di 24 anni che vive a Gaza e, per circa un anno, registra le videochiamate che fa con lei. Fatem, con un sorriso che illumina il mondo, parla di tutto: delle bombe, della famiglia, della sua passione per la fotografia, dei suoi sogni, della voglia di visitare Roma, del desiderio di un pezzo di cioccolata. Le chiamate con la regista sono come un confessionale che la ragazza utilizza per raccontarsi e raccontare ciò che sta succedendo in Palestina (oltre a mostrarci le straordinarie fotografie che ha scattato in giro per Gaza). “Non ci batteranno mai perché noi sorridiamo ancora”, afferma Fatem, con la dolcezza di chi crede ancora in un futuro migliore. In sala, a poche poltroncine da me, c’era la regista Sepideh Farsi: la sua emozione a fine film, dopo lunghi minuti di applausi, è uno dei ricordi preziosi che porterò con me da questa edizione della Festa del Cinema.

Dopo tutto questo è stato strano andare a riempirmi di birra e carbonara per festeggiare i miei 44 anni, ma la vita, finché c’è, va festeggiata. Contro tutto il male, contro tutto lo schifo. Viva il cinema.

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L’emozione di Sepideh Farsi a fine proiezione (foto AT)

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Festa del Cinema di Roma 2024- Giorno 10: Anche stamattina la voce di Billy Corgan mi butta giù dal letto alle 7.20. Il giorno si litiga la scena con quel che resta della notte e io ho giusto il tempo di una doccia per uscire presto di casa ed evitare di trovare il caos in metropolitana. La colazione può aspettare, la farò in Auditorium. Saranno i miracoli del penultimo giorno, ma tutto fila liscio come deve andare: ho dormito 7 ore filate dopo non so quanto tempo, non sta piovendo, la metro passa subito così come il 2 che deve portarmi alla Festa del Cinema. Faccio colazione con un cappuccino rovente e fin troppo liquido, oltre a un cornetto gommoso, quindi prendo posto in Petrassi per il primo film di oggi.

Small Things Like These è la storia di un carbonaio irlandese, a cui presta il volto Cillian Murphy, che un giorno, durante una consegna, intuisce alcune cose che accadono nell’istituto religioso guidato da una magnifica Emily Watson (premiata alla Berlinale per la migliore interpretazione femminile). Quella di Murphy è un’interpretazione di sottrazione, ricca di silenzi e forse eccessivamente ingobbita dal peso di un passato che ossessiona. Ma se il presente è carico di angoscia, il futuro può essere cambiato, a piccoli passi che possono magari portare a gesti enormi. Prodotto da Ben Affleck e Matt Damon, il film di Tim Mielants è crudo come piace a me, ha una bella regia composta da inquadrature così strette in cui si respira poco, ma nelle quali ci si sente anche protetti e abbracciati. Cillian Murphy si lava ripetutamente le mani, sporche di carbone, ma riuscirà a lavarsele anche davanti a ciò che scopre? Bel film, che soddisfazione sapere che la levataccia mattutina ha avuto senso.

Un po’ meno senso invece avrebbe avuto il viaggio verso il Giulio Cesare, se non fosse stato per gli ottimi tramezzini che si trovano in uno dei bar del Mercato Trionfale. Alle 12 avevo We Live in Time di John Crowley, già regista del ben più riuscito Brooklyn. Florence Pugh e Andrew Garfield sono una coppia molto affiatata, alle prese con un cancro che ha colpito la donna. I film su un argomento così delicato sono sempre pieni di trappole: Crowley è bravo ad evitarne alcune, anche grazie a un bel lavoro di montaggio, ma è difficile non cadere su certe buche e alla fine, quando ti senti ricattato, capisci che qualcosa non ha funzionato a dovere. Per carità, il film è buono, Pugh e Garfield sono davvero molto bravi (soprattutto lei, la recitazione di lui è fin troppo piena di smorfie e mi rendo conto di non amarlo molto come attore) e la storia per buona parte del film è convincente. Ma evidentemente, per me, non basta, anche perché l’unico motivo per cui ricorderò questa proiezione è soprattutto per la presenza di Nanni Moretti una fila dietro di me. Avrei voluto chiedere anche a lui il film preferito, come sto facendo ogni tanto da qualche giorno a questa parte, ma a fine proiezione sono scappato a mangiare un pasto caldo a casa, con buona pace di Nanni.

Domani si chiude la Festa del Cinema e magari ci prenderemo un momento per tirare un po’ le somme. Mi attendono ancora due film e un incontro in conferenza stampa con Johnny Depp, quindi ci sarà ancora qualcosa da raccontare. Ci sarebbe da parlare anche dei film di cui ho sentito parlare molto bene ma che non ho avuto occasione di vedere, spero però che ci sia occasione di parlarne domani o in altre sedi (nel frattempo, potete scrivere i vostri titoli preferiti nei commenti o sulle nostre pagine social, che siano Facebook, Twitter, Thread o Instagram). Domani finisce dunque questo pazzo periodo fatto di sveglie in orari improbabili (per me), palpebre costantemente socchiuse, schiena e gambe sempre peggio, pasti freddi e contatti minimi con il mondo esterno, ma al tempo stesso così pieno di cinema da saziare l’anima per molto tempo. Saranno piccole cose, ma per ora bastano.

https://unavitadacinefilo.com/2024/10/25/festa-del-cinema-di-roma-2024-piccole-cose/

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Festa del Cinema di Roma 2024 – Giorno 5: Il weekend è andato. Volato, sgusciato via, sparito. Nascosto tra le poltrone della Petrassi, della Sinopoli, del Teatro Studio o del Maxxi, se non tra i risvolti del tappeto rosso. Questa premessa serve a parlarvi della sempre molto attesa domenica di Festa: attesa per le strade deserte, i parcheggi non a pagamento, la vibrazione di chi ha tempo di venire all’Auditorium a curiosare e scoprire se incontrerà qualche attore o attrice di passaggio. La mia domenica comincia invece con una sfilza di strade chiuse, a causa della mezza maratona che ha bloccato quasi tutte le vie dalle quali devo passare per raggiungere la Festa da Garbatella. Per fortuna conosco la città meglio di un tassista e riesco a seguire il precisissimo e insindacabile consiglio del vigile: “Devi inventarti una strada alternativa”. Nonostante le chiusure, il deserto domenicale viene in mio soccorso e attraverso il centro di Roma più o meno agevolmente, passando da piazza Venezia, via Veneto e Muro Torto, prima di tornare sulle strade abituali. Anche oggi sono arrivato in largo anticipo e posso godermi una colazione tranquilla, prima di entrare in Petrassi per il nuovo film di Tony Kaye, già regista di American History X.

The Trainer è un film assurdo: un appassionato di fitness cerca di svoltare la vita inventandosi un grottesco casco da indossare tutto il giorno al fine di stimolare i muscoli e tenere allenati gli addominali. Trova un canale televisivo disposto a ospitare una televendita, convincendo ogni persona che incontra con balle spaventose che coinvolgono Lenny Krawitz, John McEnroe e Paris Hilton, nei panni di loro stessi. Little Steven, storico chitarrista di Springsteen nonché personaggio chiave de I Soprano, è un imprenditore ebreo che supporta la folle idea del protagonista. I primi 20 minuti stai tutto il tempo a pensare “cosa caxxo sto vedendo?”, in senso negativo, poi a fine film pensi la stessa cosa, ma probabilmente in maniera positiva. Il sogno americano gonfio di steroidi, in una parola: weird.

Ad ogni modo, la domenica comincia bene. Il secondo film del giorno mi ispira molto: McVeight, di Mike Ott, è la storia dell’attentatore di Oklahoma City, il più sanguinoso caso di terrorismo interno mai accaduto negli Stati Uniti. Purtroppo però sono passate quasi 12 ore dai titoli di coda e sto ancora aspettando che il film inizi. Alfie Allen, più noto nei panni di Theon Greyjoy in Game of Thrones, non mostra un grande carisma, ma con quello script moscio avrebbe faticato pure uno come David Day Lewis. Film bocciato: forse è il peggiore che ho visto finora alla Festa del Cinema.

In attesa del tappeto rosso di Gael Garcia Bernal, che oggi incontrerà il pubblico (e me) alle 16, diffondo il verbo del progetto Film People, coinvolgendo altre 5 persone, di cui vedrete le foto la prossima settimana sul profilo Instagram, che vi consiglio di seguire visto che condivido anche i giudizi sui film visti. Alle 15.30 arriva sul Red Carpet l’attore messicano, che avevo già incontrato (e fotografato) nel 2008, quasi sullo stesso punto del tappeto rosso. Anche stavolta Gael si presta a una foto, sorridendo per la gioia di trovarsi ancora una volta a Roma, e quando Bernal sorride, non mente mai. Il suo incontro è piacevole, l’attore appare emozionato, felice, anche se oggi avrebbe dovuto condividere la scena con il fratello artistico Diego Luna, che all’ultimo momento ha dovuto rinunciare alla trasferta romana per un’emergenza famigliare (“Per fortuna ora è tutto a posto”, tranquillizza Gael Garcia Bernal). Vediamo clip di molti suoi film, tra cui i più applauditi, ovvero I Diari della Motocicletta di Walter Salles e L’Arte del Sogno di Michel Gondry. L’attore messicano cita l’esperienza con Salles, nei panni di Ernesto Guevara, come una delle più belle della sua carriera: ai tempi era convinto di dover ancora fare tante esperienze ancora migliori, ma la magia di quel set non sarebbe più tornata, ci confessa. Al termine dell’incontro, mentre tutti stanno abbandonando la sala, mi avvicino a Gael Garcia Bernal e gli domando, purtroppo senza fare alcun video, quale sia il suo film preferito in assoluto, il suo film della vita. Ci pensa un momento, “ce ne sono tanti…”, poi spara, con sicurezza: No, l’hai visto?”, mi domanda. “Di Larrain? Certo, è bellissimo”, replico io. Poi se ne va, lasciandomi con un’idea in testa che sarebbe bello poter sviluppare nei prossimi giorni, se non alla prossima Festa.

Domani mi aspettano tre film in tre sale diverse, in due quartieri diversi, ma non mi lamento: finché c’è il cinema, posso restare a galleggiare dentro questa bolla di arte, emozioni e condivisione. Domani è lunedì e comincia l’ultima settimana: ce la posso fare.

https://unavitadacinefilo.com/2024/10/20/festa-del-cinema-di-roma-2024-gael-in-the-jungle/

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La #FestadelCinema di #Roma 2023 si svolge all’Auditorium #ParcodellaMusica dal 18 al 29 Ottobre con #Film, anteprime, documentari, ecc.

Il 20 ottobre alle 18 all’Hotel Saint Regis l’appuntamento sarà con Paola #Cortellesi alla sua prima prova di regia.

https://www.blogsdaseguire.it/redazione/elle-daily-quotidiano-alla-festa-del-cinema-di-roma/

ELLE DAILY quotidiano alla Festa del Cinema di Roma - Blogs da seguire

La Festa del Cinema di Roma 2023 si svolge all’Auditorium Parco della Musica dal 18 al 29 Ottobre con Film, anteprime, documentari, ecc

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