Festa del Cinema 2025: Abbiamo Tutti Bisogno di Uova

Cronache dall’Auditorium (Giovedì 16 Ottobre)
La voce di Billy Corgan mi butta giù dal letto alle 7.40 (sì, 1979 è la suoneria della mia sveglia, ma ho anche dei difetti). Oggi è un giorno particolare, festeggio il compleanno, l’ennesimo passato a vedere film durante la Festa del Cinema. Il problema più che altro sarà la mattina successiva, ma questo è un altro discorso. La giornata è stata parecchio lunga, mi perdonerete se sarò un po’ meno prolisso del solito, ma forse è meglio così.

Come ogni anno, la prima canzone che ascolto al mattino è Thunder Road di Springsteen: il primo sole del mattino riscalda il Foro Italico, mentre sono fermo al semaforo a cantare a squarciagola. Sono pronto a cominciare il secondo giorno di Festa. Alle 9 entro in Teatro Studio per un film greco, Hen, di Argyris Pandazaras: è la storia di una gallina, dal momento in cui viene deposto l’uovo fin quando raggiunge l’età adulta. In mezzo a tanti attori cani, il cinema ci mostra che le galline possono essere invece interpreti straordinarie: il potere del montaggio e di una colonna sonora adeguata può davvero rendere coinvolgente la narrazione su qualunque cosa! A ogni modo, questa sorta di live action di Flow in versione pollame rischia seriamente di essere il grande gioiello della ventesima edizione della Festa del Cinema. Se vi capita, non perdetevelo, anche perché come ci ha insegnato Woody Allen: abbiamo tutti bisogno di uova.

Alle 11 invece è il turno di Quentin Dupieux, celebre negli anni 90 nelle vesti di dj (lo ricorderete probabilmente come Mr Oizo, soprattutto per la pubblicità dei Levi’s con il pupazzo Flat Eric): il suo L’Accident de Piano parte da un’idea originale e intrigante, ma non è in grado di portarla avanti con coraggio e, anzi, si rifugia in una soluzione facile, ovvero la butta in caciara usando la violenza come appiglio facile per accalappiare consensi. Ma voi, che non siete fessi, non ci cascherete. Adele Exarchopoulos, imbruttita all’inverosimile (se credete possibile questo ossimoro), è una content creator divenuta celebre per una serie di video in cui si infligge le sofferenze più assurde senza percepire alcun dolore (il suo “talento” è provocato da una malattia che le impedisce di avvertire sofferenza fisica). Odiosa come poche, non ha mai rilasciato interviste, ma un’ambiziosa giornalista scopre un segreto che potrebbe stroncarle la carriera e le offre un accordo: il suo silenzio in cambio di una lunga intervista. A metà film c’è un momento in cui pensi che il film potrebbe finalmente decollare, invece il regista decide di accontentarsi, offrendoci una minestrina che serve a poco, in mezzo a tanta neve.

Il regalo di compleanno, se possiamo definire regalo due ore di emozione rabbiosa, di frustrazione e bisogno di giustizia, arriva alle 16 con il documentario della regista iraniana Sepideh Farsi, Put Your Soul On Your Hand and Walk. La regista riesce a contattare una ragazza di 24 anni che vive a Gaza e, per circa un anno, registra le videochiamate che fa con lei. Fatem, con un sorriso che illumina il mondo, parla di tutto: delle bombe, della famiglia, della sua passione per la fotografia, dei suoi sogni, della voglia di visitare Roma, del desiderio di un pezzo di cioccolata. Le chiamate con la regista sono come un confessionale che la ragazza utilizza per raccontarsi e raccontare ciò che sta succedendo in Palestina (oltre a mostrarci le straordinarie fotografie che ha scattato in giro per Gaza). “Non ci batteranno mai perché noi sorridiamo ancora”, afferma Fatem, con la dolcezza di chi crede ancora in un futuro migliore. In sala, a poche poltroncine da me, c’era la regista Sepideh Farsi: la sua emozione a fine film, dopo lunghi minuti di applausi, è uno dei ricordi preziosi che porterò con me da questa edizione della Festa del Cinema.

Dopo tutto questo è stato strano andare a riempirmi di birra e carbonara per festeggiare i miei 44 anni, ma la vita, finché c’è, va festeggiata. Contro tutto il male, contro tutto lo schifo. Viva il cinema.

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L’emozione di Sepideh Farsi a fine proiezione (foto AT)

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Festa del Cinema 2025: Here We Go!

Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 15 Ottobre)
La sentite anche voi quest’aria strana? C’è qualcosa intorno a noi, un po’ come nel sottosopra di Stranger Things. Ma dove siamo finiti? Temo di conoscere la risposta: dev’essere di nuovo quel periodo dell’anno. Deve essere tornata la Festa del Cinema di Roma. E queste devono essere di nuovo le mie Cronache dall’Auditorium, quel diario di bordo, quel taccuino di viaggio che condivido con voi, amici cinefili e amiche cinefile, lungo tutta la Festa del Cinema di Roma. Diamoci dentro, allora. Come direbbe Fabrizio Romano: HERE WE GO!

Non comincerò come sempre dicendovi che la prima volta che ho messo piede alla Festa del Cinema ero uno studentello di 25 anni, con uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Avevo detto che non lo avrei detto, ma mentivo: siamo all’edizione numero 20 e io c’ero, Gandalf, quando nel 2006 Nicole Kidman, Martin Scorsese e Leo DiCaprio aprivano le danze alla prima edizione, ero lì il giorno in cui la forza degli uomini venne meno (soprattutto vedendo Monica Bellucci nel suo prime passeggiare sul tappeto rosso), ero lì quando Viggo Mortensen si fermava davanti alla mia videocamera per farsi intervistare. Quando pensavo che per quell’intervista avrei vinto il Pulitzer. Ero pieno di sogni, ve l’avevo detto. Detto ciò, diciannove anni dopo, rieccoci sempre qui, con molti meno sogni e speranze decisamente imbruttite, ma con quella cosa che mi butta giù dal letto dopo cinque o sei ore di sonno per andarmi a vedere un gruppo di persone che si muovono e parlano dentro uno schermo. La chiamano passione, dicono.

Le cose della vita mi hanno riportato, temporaneamente, nella poco ridente Monte Mario, quartiere più alto di Roma ma decisamente più vicino alla Festa del Cinema rispetto al gioiello di Roma Sud, la Garbatella, che mi ha visto risiedere felicemente per ben dodici anni (seppur costringendomi ad attraversare Roma alle 8 del mattina in auto o in bici per raggiungere l’Auditorium). Essendo a dieci minuti d’auto dalla Festa, ho il tempo di fare colazione con comodo, una doccia che avrebbe dovuto cacciare il bisogno di dormire ancora e sedermi al pc per prenotare le proiezioni di dopodomani (se avete seguito il diario degli anni scorsi, saprete che c’è una cosa diabolica chiamata Boxol, un sito sopra il quale ogni mattina alle 8 è possibile prenotare un posto per gli eventi del dopodomani). Per essere sicuro di fare refresh nel momento esatto in cui escono i posti, quest’anno mi sono attrezzato con un orologio atomico che mi permetterà di essere uno dei primi ad entrare sulla piattaforma, per evitare la coda e soprattutto non perdermi l’evento per il quale spero di aprire gli occhi ogni mattina: l’incontro con Richard Linklater di lunedì prossimo (lo potrò prenotare sabato mattina, se ci riesco).

Dopo aver agevolmente prenotato le tre proiezioni che intendo seguire venerdì prossimo, mi metto in macchina e, insieme alla mia fidata Bobby Jean (la mia Panda rossa), sfreccio in discesa verso il quartiere Flaminio. Stamattina la Festa apre alle 8.30, visto che Eddington, il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone, dura 2 ore e mezza (e le proiezioni successive cominciano alle 11, per chi ci dovrà o vorrà andare). Quando arrivo sembra tutto uguale: certo, è cambiato il manifesto e di conseguenza ci sono pannelli differenti affissi alle pareti e sugli stand, ma a parte questo mi sento già risucchiato nel sottosopra della Festa del Cinema. Non ho il tempo di soffermarmi troppo sui dettagli perché sono quasi le 8.30 e il film sta per cominciare. Mi dirigo verso il Teatro Studio e, davanti alle porte della sala, salgo i gradini che mi porteranno alla poltroncina che avevo prenotato due giorni fa. Arrivato all’ultimo scalino mi trovo davanti la folla di giornalisti, conoscenti, amici, che ogni anno popola la rassegna romana: la sensazione mi ricorda quella di quando sali gli scalini dello Stadio Olimpico e, improvvisamente, la scena si apre sulle tribune e sulle curve, gremite, vive, rumorose. Insomma, mi sono sentito a casa.

Parlavamo di Eddington, dunque. Siamo in un piccolo villaggio del New Mexico, dove Joaquin Phoenix è sceriffo di una centrale di polizia composta solo da lui e da altri due elementi, Pedro Pascal è il sindaco che vuole appoggiare la costruzione di un enorme data center sul terreno comunale, Emma Stone è la moglie dello sceriffo, depressa, apatica, vagamente interessata a strampalate teorie del complotto. In tutto questo siamo in piena pandemia Covid, con le sue paure e qualche episodio di isteria collettiva. A sconquassare la quotidianità della cittadina c’è anche il caso dell’assassinio d George Floyd, che scatena focolai di protesta tra gli attivisti più giovani. In questa enorme quantità di carne sul fuoco, si dipana la vera storyline del film: Joaquin Phoenix, stufo di ciò che vede, decide di candidarsi come nuovo sindaco della città. Come spesso capita nei film di Ari Aster (vedi Midsommar), il tema (anzi, i temi) del film e ciò che si vuole raccontare è molto più interessante rispetto alla storia che viene mostrata. Detto ciò, il film funziona bene, ha anche due o tre momenti piuttosto spassosi, ma si regge interamente sulle possenti spalle di Joaquin Phoenix, che fa davvero il bello e il cattivo tempo, facendosi amare, poi odiare, poi compatire e via dicendo. Dai, è un buon inizio per la Festa del Cinema.

Oggi è andata così, non ho visto altro, ma da che mondo è mondo il primo giorno si guarda sempre e solo un film, un po’ per riabituarsi a certi ritmi, per riprendere confidenza con le scomodissime poltroncine dell’Auditorium, per ritrovare un po’ di quell’aria di cui vi parlavo in apertura. Il programma di domani prevede tre film, il mio quarantaquattresimo compleanno (spero di trovare il tempo per un brindisi!) e la presenza di Ari Aster sul tappeto rosso. Restate nei dintorni, perché ne vedrete delle belle.

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“Apriamo sta ventesima edizione, su”

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