Che Fabrizio Bracconeri fosse di destra già lo sapevo, mami sorprende è un po' la vecchia tiritera sul politicamente corretto che viene gonfiata a dismisura dove nel mondo reale il problema non esiste.
Solo perché in un modulo è scritto genitore 1 e genitore 2 non significa che la gente non possa dire madre o padre. E' un modo puerile per trattare argomenti. Nessuno viene in casa a controllare cosa dite, state tranquilli
https://www.youtube.com/watch?v=zDg3WmIMp-4 #politicamentecorretto #lega #giorgiameloni
I ragazzi della 3ª C, il ritorno | A MUSO DURO - FACCIA A FACCIA con Fabio Ferrari

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#ValerioSavioli: "Il politicamente corretto è il linguaggio delle élite"

Lo scrittore Valerio Savioli presenta il suo libro "L'uomo Residuo. #CancelCulture, #PoliticamenteCorretto, Morte dell'Europa" analizzando gli effetti che questi due fenomeni hanno sulla società occidentale.
https://www.youtube.com/watch?v=PhD-dYotAn8

#sociologia #antropoligia #politica #dopoguerra #UomoResiduo #LavaggioDelCervello #psicologia #capitalismo #Brainwashing #postmoderno

Valerio Savioli: "Il politicamente corretto è il linguaggio delle élite"

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𝗦𝗢𝗨𝗧𝗛 𝗣*𝗥𝗞
A letto con Satana

Più che un’intervista immaginaria si tratta di confidenze inattendibili (data la fonte), però a farci due chiacchiere, con Satana, viene da pensare che, in fondo, sia quasi un bravo ragazzo.

© 2025, roberto speziale, A letto con Satana

#disegnini #inappropriati #principi #principeschi #priapi #cartonianimati #scomodi #scurrili #satanici #segretidaletto #cartesecretate #politicamentecorretto #unpoliticallycorrect

> https://rospeinfrantumi.altervista.org/south-p_rk-a-letto-con-satana/

SOUTH P*RK A letto con Satana | rospe in frantumi

Più che un’intervista immaginaria si tratta di confidenze inattendibili (data la fonte), però a farci due chiacchiere, con Satana, viene da pensare che, in fondo, sia quasi un bravo ragazzo.

rospe in frantumi
Non abbiate paura di usare più caratteri

pensieri eretici mauro genova colonia italia germania ketzerische gedanken genua köln italien deutschland auerbach oberpfalz palatinato superiore

di Antonio Zoppetti

È appena uscito un mio nuovo libro: Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind Edizioni, Milano) che ha lo scopo di colmare una lacuna tutta italiana.

Negli ultimi vent’anni, infatti, sono state diramate decine di raccomandazioni e linee guida istituzionali sulla femminilizzazione delle cariche, mentre si moltiplicano i siti e le associazioni che promuovono il linguaggio inclusivo e non discriminante, e spuntano decreti leggi che mettono al bando la parola “razza” o prescrivono l’eliminazione di “handicap” in favore di condizione di disabilità, e non perché si tratta di un termine inglese, bensì perché viene proclamato discriminante, e dunque viene sconsigliato (e vietato per legge) nel linguaggio delle amministrazioni.

In sintesi, esistono fortissime pressioni che hanno come obiettivo la pianificazione linguistica e puntano a intervenire sull’uso – spesso a gamba tesa – per educare i cittadini a parlare in modo politicamente corretto, ma quando si tratta invece di regolamentare l’abuso sempre più selvaggio dell’inglese, i linguisti e gli intellettuali italiani cambiano subito casacca, e si appellano a una “sacralità” dell’uso che non può essere messo in discussione. Solo in questo caso parte la solita tiritera per cui sulla lingua non si può – né deve – intervenire, perché non si può limitare la libertà di espressione e non si possono certo mettere al bando le parole straniere come ai tempi del fascismo. Al contrario, il problema non sono i forestierismi in modo generico, ma la penetrazione sempre più massiccia di parole inglesi, tutte provenienti dalla stessa lingua dominante che sta schiacciando l’italiano. E gli anglicismi sono spesso discriminanti e poco trasparenti, perché escludono – invece di includere – una larga fascia di cittadini che non li comprendono, e in questo modo si creano barriere sociali e fratture generazionali. Ma le istituzioni, in questo caso, non si preoccupano né della trasparenza né della cancellazione dell’italiano, e anzi sono in prima linea nell’introdurre e diffondere parole come cashback, caregiver, whistleblowing, stepchild adoption e via dicendo.

Il non-interventismo, insomma, è invocato solo nel caso dell’inglese, ma la realtà è un’altra: nell’attuale società è in atto un processo di revisionismo linguistico molto forte, che punta ad affermare un nuovo modello di italiano dove le stesse forze riformiste – anche istituzionali – che prescrivono il politicamente corretto, l’inclusività, la femminilizzazione delle cariche… sono quelle che allo stesso tempo introducono gli anglicismi.

Nel libro questo fenomeno è ben denunciato, e le contraddizioni vengono finalmente fatte esplodere. Riporto una sola citazione:

“Colpisce, per esempio, che proprio il Ministero dell’Istruzione da cui sono scaturiti testi pieni zeppi di anglicismi come il Sillabo del 2018 o il Piano scuola 4.0 del 2023, contemporaneamente abbia diramato delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur (2018) che a loro volta riprendevano altri simili documenti promossi già da anni. Nella prefazione dell’allora ministra Valeria Fedeli si leggeva:

Credo che nel Miur la consapevolezza dell’importanza del linguaggio debba essere coltivata e praticata anche più che altrove – non solo per quanto riguarda l’uso del genere grammaticale femminile, quindi, ma anche per tutto ciò che riguarda la trasparenza degli atti amministrativi. Sappiamo che la lingua è un corpo vivente, che si evolve nell’uso quotidiano e non può essere cambiata per decreto. D’altra parte, le proposte riguardanti l’uso del femminile avanzate nelle presenti Linee guida non hanno nulla dell’imposizione dall’alto, perché richiedono semplicemente di applicare in modo corretto e senza pregiudizi le regole della grammatica italiana (p. 4).

Eppure questo richiamo alle pari opportunità, alla trasparenza e alle regole della grammatica italiana sembra che sia invocato solo nel caso dell’educazione al genere, ma venga invece nascosto sotto al tappeto nel caso degli anglicismi che al contrario vengono diffusi e promossi senza seguire gli stessi criteri, o forse li si introduce in modo consapevole proprio con l’intento di affermarli (a pensar male si commette peccato, ma spesso si indovina, recitava una vecchia battuta di Andreotti).”
[Meglio in italiano o in itanglese? p. 70].

Le istituzioni, insomma, non sembrano veramente interessate alla trasparenza, e la usano come alibi quando fa loro comodo per diffondere il linguaggio “etico” che vorrebbero affermare, un modello linguistico che vuole essere politicamente corretto e allo stesso tempo anglicizzato. Un modello linguistico che afferma l’itanglese.

Una nuova definizione di itanglese

Nel libro c’è una dettagliatissima spiegazione di che cosa sia l’itanglese, che da un punto di vista tecnico ormai non è più solo un “italiano” che contiene un’alta frequenza di parole inglesi. L’itanglese travalica l’ingenua categoria dei “prestiti linguistici”, è fatto di pseudoanglicismi maccheronici (footing, smart working), di parole ibride (zoomare, clownterapia), di costrutti sintatticamente invertiti (matematica day, covid hospital), di suffissoidi formativi (babypensionato, over40), di cambiamenti morfologici (blogger invece di bloggatori), di famiglie di parole e di radici inglesi che si allargano nel nostro lessico (pet-shop, pet-food, pet sitter…).

Ma soprattutto, al di là di queste classificazioni forse per alcuni un po’ noiose, l’itanglese si configura come un ben preciso modello linguistico, uno stilema preferito e ostentato da un’egemonia culturale di imprenditori, giornalisti, tecnici, addetti ai lavori e influenti che puntano all’inglese e si vergognano dell’italiano. In questo modo prende piede una “diglossia lessicale” dove le parole inglesi sono spacciate di volta in volta come più evocative, più solenni, più appropriate, più moderne, più internazionali… e finiscono per scalzare e far regredire le nostre parole storiche, perché i nuovi comunicatori sono convinti che brand sia superiore e diverso da marchio, che overturism sia più appropriato di sovraturismo, che gay sia più inclusivo di omosessuale, che climate change sia un “internazionalismo” più tecnico di cambiamento climatico, che il body shaming sia più adatto della derisione fisica, che il catcalling sia più moderno del vecchio e deprecato pappagallismo italiano… e in fin dei conti che l’inglese (ma spesso è solo pseudoinglese) sia superiore alla lingua di Dante, la nostra lingua madre. Ma in questa corsa all’anglicizzazione scriteriata e sempre più sistematica, l’impatto dell’inglese sulla nostra lingua non è paragonabile a quello che abbiamo ereditato nel corso dei secoli da altre lingue, né per numero di parole né per frequenza, né per profondità né per velocità di attecchimento. L’itanglese è un fenomeno nuovo dalla portata dirompente; il libro racconta questa storia e smentisce i soliti luoghi comuni e stereotipi radicati tra i linguisti e tra gli intellettuali italiani, visto che in altri Paesi la situazione è ben diversa dalla nostra piccola visione provinciale imprigionata nel suo complesso d’inferiorità davanti alla cultura e alla lingua d’oltreoceano.

Linee guida e qualche considerazione di buon senso

Nel delineare delle linee guida che affrontano la questione dell’inglese partendo dagli stessi presupposti che guidano altri tipi di raccomandazioni, ho preso spunto da quanto avviene all’estero, a partire dalla cancelleria Svizzera che ha diramato delle raccomandazioni sull’uso dell’inglese nel linguaggio amministrativo che – guarda caso – sono proprio affiancate a quelle per un uso non sessista della lingua, perché da loro non ci sono i tabù e le rimozioni che abbiamo noi, e la trasparenza vale in ogni ambito, e non si usano due pesi e due misure. Anche la pianificazione linguistica di altri Paesi – come la Francia, la Spagna o l’Islanda – è stata presa come esempio e come fonte, e i principi di buon senso che si ritrovano ovunque tranne che da noi sono tutti incentrati su due cardini: il rispetto per le risorse linguistiche locali e il proprio patrimonio linguistico, ma anche la trasparenza. Sul piano nazionale ho ripreso invece il poco che c’è, soprattutto i comunicati, le considerazioni e le riflessioni del Gruppo Incipit della Crusca, anche se non hanno una valenza ufficiale. E a proposito della trasparenza del linguaggio amministrativo o giornalistico, sono partito dalle vecchie regole auree di Sergio Lepri, oltre che dalle analisi di Tullio De Mauro sulle parole che arrivano a tutti; entrambi gli intellettuali partivano dal presupposto che una comunicazione “onesta” si basa su un linguaggio adatto al destinatario. Oggi i titolisti e i giornalisti, in linea di massima, hanno cambiato prospettiva e puntano a educare all’inglese, a diffonderlo con un nuovo linguaggio elitario e discriminante dove l’inglesorum assume il ruolo cialtrone del latinorum manzoniano e dell’antilingua di Calvino.

Queste linee guida riflettono poi sulle questioni della gestione degli anglicismi dal punto di vista editoriale (pronunce, trattamento grafico, maiuscole, plurali, genere maschile o femminile) e soprattutto su come evitarne ogni abuso. Accanto alle 4 domande chiave che ha individuato il linguista Francesco Sabatini (prima di ricorrere a un anglicismo ne conosciamo il reale significato? Lo sappiamo pronunciare e anche scrivere correttamente? E l’interlocutore è davvero in grado di comprenderlo?) ho aggiunto una quinta domanda fondamentale per evitare che l’italiano diventi itanglese: “Quanti anglicismi stiamo usando nella nostra comunicazione?”.

E ancora, siamo sicuri che certi anglicismi siano davvero intraducibili? Che fare quando manca il corrispettivo italiano? E quando non ha la stessa connotazione?

La prefazione è di Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia.info, che ha sottoscritto queste linee guida che il portale si impegna a seguire e a diffondere, mentre in appendice – per sorridere ma anche per riflettere sul fenomeno – ho tradotto per intero il primo canto della Divina Commedia in itanglese di cui da tempo avevo già abbozzato l’incipit.

PS

https://www.youtube.com/embed/yKmCycRtJMA

Roberto, che gestisce il canale YouTube Un Italiano Vero (UIV), sta preparando dei video in cui è possibile ascoltare l’effetto che fa la Divina Comedy di Don’t Alighieri, di cui è disponibile la prima pillola, ma prossimamente seguiranno le altre puntate.

E poiché questo libro – il quarto che ho dedicato a questo tema – nuoce gravemente al pensiero dominante (mainstream), ringrazio tutti coloro che spargeranno la voce per far sapere della sua esistenza.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/09/02/meglio-litaliano-o-litanglese-un-nuovo-libro-con-le-linee-guida/

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Di Antonio Zoppetti

Era il 1989 quando Natalia Ginzburg scriveva:

“Nella nostra società attuale è stato decretato l’ostracismo alla parola cieco e si dice invece non vedente. È stato decretato l’ostracismo alla parola sordo e si dice non udente. Le parole non vedente e non udente sono state coniate con l’idea che in questo modo i cechi e i sordi saranno più rispettati. […] La nostra società non offre ai ciechi e ai sordi nessuna specie di solidarietà o di sostegno, ma ha coniato per loro il falso rispetto di queste nuove parole. Per la stessa motivazione ipocrita, per lo stesso falso rispetto, i vecchi vengono chiamati gli anziani come se la parola vecchiaia fosse una parola infamante. In verità non si capisce perché la parola vecchiaia debba essere considerata infamante o oltraggiosa, indicando un’età dell’uomo a cui nessuno può sfuggire se vive. Oltraggioso è invece il modo come viene trattata, nella nostra società, la vecchiaia. Sempre per la stessa motivazione ipocrita, le donne di servizio vengono chiamate colf, collaboratrici domestiche, con un’abbreviazione che si reputa graziosa. Però noi tendiamo abitualmente a non collaborare affatto alle faccende domestiche o a collaborare molto poco e le cosiddette colf nelle nostre case fanno tutto loro. Sempre per le stesse motivazioni la società impone di non dire neri o negri ma dire invece ‘persone di colore’. E perché? di quale colore? Nella parola nero o negro c’è forse qualcosa di oltraggioso? […] Abbiamo tanta paura della realtà? Abbiamo tanta paura della malattia e della morte, da astenerci dal pronunciare la parola cancro e credere di dover dire sempre ‘un male incurabile’?”
[Natalia Ginzburg, “L’uso delle parole”, L’Unità, 28 maggio 1989, p. 2].

Chi decreta come dobbiamo parlare?

Dovremmo chiederci: chi ha coniato e diffuso “non vedente” al posto di “cieco”, e chi ha decretato che alcune parole comuni sono diventate oltraggiose? Chi ha diffuso (e diffonde) questo lessico dell’ipocrisia? Di certo non la gente, ma una generica “società” – intesa come una pressione censoria dall’alto – che opera incessantemente per il controllo della lingua, con lo scopo di imporla alle masse in nome di una morale discutibile che produce spesso esiti goffi. E infatti, rispetto agli anni in cui scriveva la Ginzburg, oggi definire il cancro un male “incurabile” invece caso di mai di “inguaribile” – ma già allora le cure esistevano e in qualche caso si guariva – è davvero imbarazzante, così come nel frattempo è stato stigmatizzato il parlare di persone “di colore”, e mentre una parola come “negro” è diventata un tabù impronunciabile, è stata attualmente sostituita con “nero” che è diventata la parola prescritta (i “mori” appartengono al passato). E così mentre ogni tanto “il Comune cambia il colore ai tranvai”, come cantava Paolo Conte, il destino di questo revisionismo linguistico è una corsa incessante per raggiungere un politicamente corretto che non si raggiungerà mai, perché il problema non sono le parole, ma la nostra testa – la discriminazione è lì – e qualunque riverniciatura lessicale in nome di una neutralità artificiale è destinata a divenire nuovamente discriminante in poco tempo, se non cambiamo mentalità. E infatti “handicappato”, mutuato dal gergo sportivo e introdotto nel linguaggio comune come più rispettoso di “minorato”, presto è diventato nuovamente dispregiativo, e dunque le stesse pressioni sociali che l’avevano introdotto a forza hanno cominciato a metterlo al bando in nome di “disabile” e poi “diversamente abile” in un vocabolario artificiale in cui lo spazzino diventa operatore ecologico, il bidello operatore scolastico e via dicendo.

In questo clima censorio, per riprendere le parole dell’articolo della Ginzburg:

“Ci troviamo così circondati di parole che non sono nate dal nostro vivo pensiero, ma sono state fabbricate artificialmente con motivazioni ipocrite, per opera di una società che fa sfoggio e crede con esse di aver mutato e risanato il mondo. Cosi accade che la gente abbia un linguaggio suo, un linguaggio dove gli spazzini e i ciechi sono ciechi, e però trovi quotidianamente intorno a sé un linguaggio artificioso, e se apre un giornale non incontra il proprio linguaggio ma l’altro. Un linguaggio artificioso, cadaverico, fatto di quelle che Wittgenstein chiamava parole-cadaveri.
Per docilità, per ubbidienza, la gente è spesso ubbidiente e docile, ci si studia di adoperare quei cadaveri di parole quando si parla in pubblico o comunque a voce alta, e il nostro vero linguaggio lo conserviamo dentro di noi clandestino. Sembra un problema insignificante ma non lo è.
Il linguaggio delle parole-cadaveri ha contribuito a creare una distanza incolmabile fra il vivo pensiero della gente e la società pubblica. Toccherebbe agli intellettuali sgomberare il suolo da tutte queste parole-cadaveri, seppellirle e fare in modo che sui giornali e nella vita pubblica riappaiano le parole della realtà”.

La censura delle parole

L’avvento del politicamente corretto che ha preso piede negli anni Novanta, fatto di un revisionismo linguistico di facciata, invece di risolvere i problemi sociali li lascia intatti limitandosi a cancellare le parole, agendo sulla lingua per poi agire sulla realtà in modo manipolatorio, come avveniva con la Veterolingua sostituita dalla Novalingua in 1984 di Orwell. Ma gli intellettuali, invece di sgomberare le parole-cadavere, le hanno legittimate spesso in un clima da caccia alle streghe che si è rivelato altrettanto repressivo e fondamentalista del controllo linguistico di epoca fascista, che esortava alla bonifica dei barbarismi, all’eliminazione del “lei” in nome del “voi”, e persino all’abolizione della stretta di mano sostituita con il saluto romano. Invece delle leggi, dei divieti o delle multe fasciste, nel nuovo clima “democratico”, le purghe e i manganelli sono stati rimpiazzati da una stigmatizzazione sociale altrettanto oscurantista, e da una mistificazione della storia che non è altro che la “cultura della cancellazione”.

Se una parola come “negro” sino agli Novanta non aveva alcuna accezione negativa, da un giorno all’altro è diventata impronunciabile, una parola tabù, e da quel momento in poi chi la diceva diventava razzista in una cancellazione di secoli di storia. Così era avvenuto negli Usa a proposito dell’inglese, dove al contrario dell’italiano la valenza spregiativa di “negro” c’era, e dunque così doveva essere anche in Italia. Perciò è stata vietata di fatto senza alcuna legge, ma in modo così coercitivo che nel 2020, per fare un esempio recente, Fausto Leali è stato espulso dal Grande Fratello (quello televisivo questa volta, non quello di Orwell, ma il parallelismo è significativo) per averla pronunciata. Precedenti del genere, in tv, esistevano solo nel caso delle bestemmie, che però sono esplicitamente vietate e sanzionate dalla legge (art. 724).

Il lessico oscuro e anglicizzato con cui seppellire quello familiare

Intanto, rispetto agli anni Novanta, la ventata del politicamente corretto che arriva non a caso d’oltreoceano, e che ha preso piede soprattutto tra gli intellettuali, i giornalisti e coloro che hanno il ruolo – e il potere – di decidere le sorti della lingua, si è intrecciata con la diffusione e la moltiplicazione degli anglicismi. Le nuove parole-cadavere che puntano a riscrivere la storia e che si staccano dalla lingua della gente sono sempre più in inglese, mentre è l’italiano che si trasforma nel “linguaggio clandestino” del popolo che parla di negozi, cibo, andare a correre, animali domestici… mentre sui mezzi di informazione e sulle piattaforme informatiche si legge solo shop e store, food, running, pet… in una dicotomia sempre più forte tra il linguaggio storico e della gente e quello mediatico e persino istituzionale.

Natalia Ginzburg, con il suo Lessico famigliare che recuperava appunto le parole colloquiali e persino gli idioletti della propria famiglia, aveva vissuto in prima persona le imposizioni del fascismo, anche linguistiche, e nel suo romanzo si trovano riflessioni preziose sia su questo aspetto sia sulla delusione davanti alla nuova realtà post-fascista:

“Finita la guerra, l’iniziale euforia lascia il posto ad una nuova, faticosa, ricerca stilistica, in ragione del mutamento avvenuto nella realtà. […] Nel tempo del fascismo, i poeti s’erano ritrovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; […] Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusione. Era dunque necessario, se uno scriveva, tornare ad assumere il proprio mestiere che aveva, nella generale ubriachezza, dimenticato. E il tempo che seguì fu come il tempo che segue all’ubriachezza, e che è di nausea, di languore e di tedio; e tutti si sentirono, in un modo o nell’altro, ingannati e traditi: sia quelli che abitavano la realtà, sia quelli che possedevano, o credevano di possedere, i mezzi per raccontarla.”

In questo nuovo scenario postbellico che ci ha “inclusi” attraverso il Piano Marshall nella sfera americana dal punto di vista economico, politico, sociale e dunque linguistico, il post-sbronza della Ginzburg si chiama ormai hangover, e la moltiplicazioni di parole inglesi “prive di radici” si è radicata scalzando il nostro lessico familiare – ma anche letterario – sostituito da una lingua sempre più elitaria e oscura ai più veicolata proprio a partire dalle istituzioni, oltre che dai mezzi di informazione.

Il tema del lessico e della lingua, fu ripreso dalla scrittrice vent’anni dopo in un intervento pronunciato alla Camera a favore della trasparenza con queste parole:

“Le leggi dovrebbero essere fatte dello stesso linguaggio che si adopera per parlare dell’acqua e del pane: ma, d’altronde, l’oscurità, la tortuosità del linguaggio l’incontriamo spesso oggi non soltanto nei decreti-legge, ma anche nei romanzi e nei giornali. È sempre un linguaggio ricattatorio, intimidatorio, è il linguaggio che tacitamente dice al prossimo: «se non mi capisci, è perché sei imbecille»! E ancora tacitamente aggiunge: «Io sono più forte di te, sono in una sfera superiore alla tua, fra me e te corrono distanze incommensurabili. Io ho in mano il tuo destino e la tua vita, io sono tutto e tu non sei nulla»! […] Ma i giornali, i giornali dovrebbero essere chiari: la gente li compra e legge ogni giorno per sapere e capire che cosa succede, e devono essere chiari. E il linguaggio dei politici dovrebbe essere chiaro, accessibile a tutti, immediatamente intelligibile, limpido come uno specchio perché la gente vi si possa specchiare! I decreti-legge devono essere chiari. Fra le molte battaglie da combattere, una è certamente questa: la battaglia per un linguaggio chiaro, concreto, intelligibile a tutti, in rapporto diretto con le cose. Io credo che la vita del nostro paese diventerebbe migliore e più limpida se ognuno di noi si studiasse di vincere, almeno, intanto, l’oscurità del linguaggio, se si studiasse di indirizzarsi al prossimo con ogni parola, di non perdere mai di vista la realtà del prossimo, di non irriderlo, non truffarlo, non umiliarlo, non calpestarlo mai.”
[Camera dei Deputati. Assemblea, Resoconto stenografico. IX legislatura, 124° seduta, 7 aprile 1984, pp. 11767-11773).

Nel frattempo, la mancata chiarezza che calpesta, irride, umilia e truffa la gente, invece di rispecchiarne il linguaggio, non è svanita, ma si è evoluta, e avviene attraverso l’inglese.

Gli anglicismi e le parole-zombie

Oggi la comunicazione politica e giornalistica ha cambiato pelle rispetto agli anni Ottanta, ma invece di abbandonare l’oscurità e la prepotenza in nome di una lingua chiara, continua a perseguire e diffondere una nuova antilingua attraverso gli anglicismi e l’anglicizzazione: ticket sanitario, jobs act, cashback, flat tax, lockdown, smart working, spending review, caregiver, spoils system, whistleblowing… questa è la nuova lingua artificiale, questo è il nuovo lessico delle parole-cadaveri che però si vogliono far vivere e sostituire alla lingua storica, naturale e familiare come nell’incubo orwelliano. Dunque più che parole-cadaveri sono diventate parole-zombie, che si prescrivono e si fanno camminare a forza per affermarle dall’alto in modo artificiale fino a che non diventeranno per forza di cose naturali. L’itanglese prende vita in questo modo artificioso e lontano dal sentire e dal parlare della gente comune, che spesso viene esclusa da questa newlingua che discrimina larghe fasce della popolazione proprio mentre – in nome dell’inclusività e della lotta alla discriminazione – si mettono al bando parole storiche che si proclamano offensive, si farnetica sul maschile generico dichiarandolo sessista e prescrivendo lo scevà in una reintroduzione del neutro, facile e naturale per gli anglofoni, ma distruttivo del sistema linguistico di tutte le lingue neolatine. Questo strano modo di non discriminare è solo l’imposizione del pensiero unico di matrice angloamericana, che discrimina tutte le altre lingue e culture, e cancella il plurilinguismo per affermare il globalese.

Davanti a tutto ciò ci sono alcuni linguisti che si dichiarano “descrittivisti” che invece di comprendere ciò che è evidente, e che la Ginzburg aveva perfettamente colto e raccontato, ci vorrebbero fare credere che la lingua arriverebbe dal basso. Come se fossero incapaci di cogliere le differenze tra le parole strutturalmente italiane e quelle strutturalmente inglesi, questi signori sono pronti a dichiarare “italiane” le parole inglesi e a legittimare – senza preoccuparsi di quanti siano – migliaia di anglicismi sulla base delle loro frequenze giornalistiche e non certo in virtù della loro ben diversa struttura grammaticale che al contrario snatura la nostra. Per costoro – mi domando – se gli italiani cominciassero da un giorno all’altro a parlar tedesco, non ci sarebbe forse alcun problema? Correrebbero a proclamar italiane le parole tedesche? Non credo…

La verità è che sono soggiogati e compiaciuti servi dell’imperante anglomania linguistica figlia del nostro assoggettamento politico, culturale e sociale che avviene con le stesse logiche dei soggiogamenti coloniali, seppur con altre modalità che sostituiscono le conquiste militari con quelle culturali attraverso il potere morbido (detto appunto in inglese: soft power). L’attuale revisionismo linguistico viene fatto in nome dell’anglicizzazione e del politicamente corretto, che sono le due facce della stessa medaglia. Questo revisionismo, lontano dal parlare della gente, è una scelta politica che vuole educare la gente e imporre un ben preciso stilema linguistico calato dall’alto dai nuovi centri di potere.

La nuova censura linguistica

In un recente saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, il Manifesto del libero pensiero (La Nave di Teseo, 2022) alcuni di questi aspetti sono ben smascherati e denunciati:

“La parola magica oggi è proprio inclusività, accompagnata sempre più spesso da sostenibilità, che si tratti di un concerto, di un’azienda e persino di un semplice vestito. Tuttavia è evidente che questa non è la strada per insegnare il rispetto delle ‘diversità’, tanto caro ai progressisti. Il rispetto si impara se si viene educati, da quando si nasce in famiglia. Senza bisogno di cancellare nulla del passato, che ci aiuta invece a pensare. Altro che cancel culture!

Come si legge nella presentazione del libro:

“La censura autoritaria di un tempo si è trasformata in un follemente corretto che piega la lingua alle mode del momento, tra parole innocenti messe sotto accusa e surreali neologismi ‘inclusivi’, e in una cultura della cancellazione che rilegge il passato con lo sguardo di oggi. Così, nella giungla di internet e della gogna globale che ha bandito l’ironia e il dialogo, dilaga un clima inquisitorio e intimidatorio imposto da autoproclamati custodi del Bene. (…) In un’epoca nella quale l’ideologia fondamentale del mondo progressista è divenuta il politicamente corretto, non stupisce che la censura di ogni espressione disallineata sia diventata una tentazione per la sinistra, e la lotta contro la censura una insperata occasione libertaria per la destra. Ma è un errore in entrambi i casi. Le idee e gli atteggiamenti che non ci piacciono si combattono con altre idee e modi di essere, non impedendo agli altri di esprimersi.”

Insomma, se un tempo la censura era considerata “di destra” e la libertà di espressione “di sinistra”, poiché la cultura dominante era considerata autoritaria e conservatrice “essere progressisti significa oggi anche diventare ‘legislatori del linguaggio’, cioè dettare le norme nell’uso delle parole.”

Secondo gli autori “siamo giunti nella inedita era della suscettibilità. Un esempio recente su tutti: l’OMS ha deciso di non chiamare le varianti Covid col nome del Paese in cui sono state individuate (Cina, India…), perché sarebbe ‘stigmatizzante e discriminatorio’. Meglio usare una lettera dell’alfabeto greco. E se i greci si offendessero?”

In questo “linguaggio imbavagliato” che si cela sotto il politicamente corretto (ma vorrei aggiungere: anche sotto l’inglese, benché gli autori forse non colgano come si tratti dello stesso fenomeno), a dare una mano alla nuova censura c’è anche l’informatica (che allo stesso tempo dà una mano agli anglicismi che impone e richiede): “Si installano persino nuovi strumenti di censura tecnologica fondata su algoritmi e programmi di intelligenza artificiale, incaricati di scovare tutto ciò che può apparire lesivo di qualche sensibilità giudicata degna di protezione, naturalmente secondo la visione del mondo dominante.”

Per riallacciare anche queste riflessioni a quelle della Ginzburg da cui eravamo partiti, invece di mettere al bando una parola come cieco – considerata discriminante dai vedenti ipocriti, visto che l’unione ciechi la usa senza porsi questo problema – o invece di dissertare su quale etichetta appiccicare ai disabili, bisognerebbe eliminare seriamente le barriere architettoniche cittadine, per esempio; e invece di voler convincere a forza le donne che preferiscono definirsi “notaio” e “avvocato” che si devono femminilizzare linguisticamente, bisognerebbe che le donne avessero pari opportunità sociali, di stipendio e lavorative. Invece di criticare un presidente del Consiglio donna che non vuole essere chiamata “la presidente” – che andrebbe invece criticata per il suo operato politico molto discutibile – sarebbe più importante e meno ipocrita fare in modo che ci siano sempre più ministri, sindaci e presidenti donna, e se preferiscono il maschile generico chissenefrega. E forse sarebbe ora di interrogarsi se sia più discriminate cieco, spazzino o bidello, e ogni tipo di parolaccia, o le parole inglesi che prendono il sopravvento quasi ovunque. Ma i fanatici del politicamente corretto e allo stesso tempo degli anglicismi sembrano più interessati a condannare il body shaming o il whitewashing introducendo l’inglese invece di rivolgersi agli italiani nella loro lingua denunciando in modo chiaro e comprensibile a tutti la derisione fisica o il razzismo dei film hollywoodiani che sostituiscono con attori bianchi e fighetti i ruoli che nella storia dovrebbero essere interpretati da chi è di una diversa etnia o razza. Ma anche la parola razza viene attualmente messa al bando, come se fosse questo il modo di nascondere sotto al tappeto (linguistico) il razzismo, e come se il “senza distinzione di sesso e di razza” presente nella nostra Costituzione e nelle principali dichiarazioni internazionali dei diritti dell’uomo fosse discriminatorio, invece di sancire la parità di tutti.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/03/dal-lessico-famigliare-al-politicamente-corretto-il-revisionismo-linguistico-figlio-dellanglo-americano/

#citazioni #libri #linguaItaliana #linguaggioInclusivo #politicamenteCorretto

L’imposizione (orwelliana) della newlingua e il mito della lingua che arriva dal basso

Di Antonio Zoppetti Domenico mi scrive: “Ho scoperto che c’è un nuovo mezzo di trasporto: il people mover, che io – nella mia ingenuità e nella mia arretratezza culturale e linguistica – ancora mi …

Diciamolo in italiano

E' uscita la nuova puntata!

https://podcasters.spotify.com/pod/show/basse-aspettative/episodes/10--Il-politicamente-corretto-ha-rotto-e2d3ivk

Questa volta parliamo di #PoliticamenteCorretto cercando di capire se si può esagerare anche con qualcosa di fondamentalmente buono (come lo zucchero!).

Come al solito c'entrano i media cattivi e i conservatori che approfittano maliziosamente di qualsiasi argomento gli venga offerto.

Fateci sapere cosa ne pensate!

#podcast #italiano #PoliticallyCorrect #media #drama

10. Il politicamente corretto ha rotto by Basse Aspettative

Si sta diffondendo un’attenzione sempre più profonda verso l’utilizzo di linguaggio e comportamenti inclusivi, ma questo sta facendo storcere il naso a molti. La polarizzazione delle opinioni rende difficile affrontare l’argomento a mente fredda e i media cavalcano le posizioni più estreme per catturare l’audience, generando il solito circolo vizioso che peggiora ulteriormente la situazione. Cosa c’è di male nelle parole che usavamo fino a ieri per identificare le minoranze? L’utilizzo di termini “speciali” per certi gruppi di persone non le sta comunque isolando e mettendo all’indice? E, alla fine, cambiare le parole che usiamo è una buona soluzione o si rivela solo un palliativo? In alcuni casi una ricerca quasi spasmodica del politicamente corretto può, però, offrire argomenti ai conservatori che, puntando il dito contro certe richieste che possono sembrare “esagerate”, generalizzano dicendo che se qualcuno ha sbagliato in quel caso, probabilmente ha sbagliato anche tutto il resto. SCUSATECI per la qualtià dell’audio di Gilberto, dalla prossima puntata migliorerà :) Grazie a Iago per la sigla: ⁠⁠http://www.garbino.band⁠⁠ Iscrivetevi alla nostra pagina Facebook: ⁠⁠https://www.facebook.com/profile.php?id=100087419747732 Seguiteci e commentate su X (o twitter): https://twitter.com/baspettapodcast Seguiteci su Mastodon: https://livellosegreto.it/@basseaspettative Scriveteci a ⁠[email protected]

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#CoseDiScuola la paranoia del "#politicamenteCorretto che ammazza la libbera espressione" è ovviamente una proiezione di chi rimpiange i Bei Tempi -in cui si bruciavano i libri e i povery stavano al loro posto- ed è felice di usare la modernità per applicare DI NUOVO quei sani principi. #matrice https://fediscience.org/@ct_bergstrom/110189316980047283
Carl T. Bergstrom (@[email protected])

Attached: 1 image Here is a must-read post from children's author Maggie Tokuda-Hall on how Scholastic offered to distribute her book — all she had to do was remove all mention of racism. Sure, they're banning books in Tennessee and Texas. But it's not just the books that get published and then banned from the library. It's all the books that don't get published in the first place. Those banning books know publishers like Scholastic pull this cowardly bullshit. It's their game plan. https://www.prettyokmaggie.com/blog/2023/4/11/scholastic-and-a-faustian-bargain

FediScience.org
Qualcuno mi sa spiegare perché ormai sui social (e non solo) quando si scrivono parole anche non volgari ma che si riferiscono al sesso o ad altre realtà particolari, sono sempre 'criptate' modificandone una lettera o inserendo simboli, tipo: orga*mo, sesxo, raz?a, e via dicendo?
Mi sembra che con la scusa del #politicamentecorretto stiamo uscendo dai confini del lecito.
#lingua
#linguaitaliana
#social