I am weighing up the explosion of outraged horror that would result if I asked my sociologist parents if they think Erving Goffman might have been autistic. It would really be something, but maybe we could work through it to have a conversation I would find useful about autistic strengths.

Goffman was by many accounts a pretty intense guy with a piercing ability to detect and articulate the unspoken social scripts and stage personas operating in any given social situation — even as it was unfolding. He startled colleagues by interrupting them to share his analysis of the small talk they were making with each other.

(Perhaps that was just him being the Great White Cishet Intellectual Man, but let's be real, the overlap between the privileges of that social role and the accommodation of autistic deficits is considerable.)

But I am really more interested in his strengths. His ability to identify deep patterns and his relative lack of respect for the very social norms he was describing both ping pretty loudly on my radar for fellow autistic folks.

He also practiced intellectual empathy to a fairly radical extent. His book Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity is the best place to start on reading his work. He uses the word 'normals' throughout to refer to people who are unaffected by stigma (or successfully manage it). It is hilariously insulting 😂

He also marshals so many examples of the many and varied ways in which stigmas present that it was very clear he had been paying very close attention to the lived experiences of marginalised groups. He doesn't call for sympathy for them: rather he practices a deeply intellectual curiosity that mobilises their experience rather than objectifying it.

Again, this cognitive rather than emotional form of empathy pings on my neurodivergent radar.

I imagine my parents making two strong objections: you can't diagnose people at a distance, and he's dead, which is a considerable distance. (Maybe I can train an AI on his work and ask it? I kid, I kid.) Second, it may not make sense to diagnose anachronistically, i.e. using a 2000s definition of autism to describe someone born in the early 1900s.

But autistic folks need to recognise our strengths and perhaps even claim our heroes. Whether he was or not, Goffman's strengths and peculiarities make him someone I admire.

#autism #autistic #sociology #goffman #stigma

Intrusion et renfermement

En ligne, décembre 2024. Ce jour-là, le téléphone n’a cessé de vibrer. Mon numéro avait été ajouté dans un groupe d’une centaine d’utilisateurs de l’application Telegram. L’administrateur nous a in…

— scriptopolis —
Here’s another example of contrast. In the background, a banner for the Olympic Games shows all the celebration and success. But up front, there’s a duvet and a pair of shoes on a park bench—just a reminder of homelessness. It’s easy to look away, clean up, and keep moving. But how often do we stop and think about how quickly anyone could end up in that situation? When safety nets fail, the reality becomes impossible to ignore.

And just to be clear, I’m not posting this to get likes or attention. I really couldn’t care less if anyone likes my photos. What I want to show is the side we usually look past. Maybe we need to remind ourselves more often of how lucky we are? We often take our comfort for granted, but it’s fragile. Small changes in circumstances can have a big impact.

I could also question myself, whether it’s fair or not to expose these people. But then again, what’s the alternative? Ignoring them entirely?

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#Frontstage , #backstage . Emily in Paris shows you the dream—charming streets, perfect cafés. The piles of garbage? Oh, that’s the backstage, the “authentic” Paris you don’t see in the postcards.

#photo #photography #font #street #streetphotography #city #cityphotography #urban #urbanphotography #urbanexploration #urbanexploring #society #paris #europe #text #panasonic #garbageday #lifeasitis #reallifeexposed #poubelle #everydaylife #picoftheday #reflection #idealization #goffman #sociology

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"Stigma and the Dehumanization of Palestinians: A Goffmanian Perspective"

Dr. Sabreena Ghaffar-Siddiqui
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#stigma #goffman #sociology #Palestine

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Decolonial Scholar Activist | Award-Winning Public Speaker | DEI+Justice | Social/Political Media Commentator.

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# El poder psiquiátrico y la sociología de la enfermedad mental: un balance

José Luis Moreno Pestaña

En este artículo se analiza la visión de #Foucault sobre la enfermedad mental en dos de sus cursos de los años 70: El poder psiquiátrico y Los anormales. Durante el análisis se compara  a Foucault con Erving #Goffman y se establecen los límites y las virtudes del filósofo francés. Finalmente se propone, inspirándose en Ian #Hacking, un modelo para la #sociología de la #enfermedadmental

https://revistas.um.es/sh/article/view/232501

El poder psiquiátrico y la sociología de la enfermedad mental: un balance | Sociología Histórica

Abolire il carcere: una sfida per la riforma della giustizia penale

L'Italia di fronte a un bivio: riformare il sistema carcerario o abolirlo?

Il sistema carcerario italiano soffre da tempo di mali cronici: sovraffollamento, costi esorbitanti, recidiva dilagante e condizioni di vita spesso precarie. Questi problemi no

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#Controinformazione #Guide #RecensioniLibri #carcere #foucault #goffman

Abolire il carcere: una sfida per la riforma della giustizia penale

Abolire il carcere: un'idea radicale per una società più compassionevole e solidale in cui la giustizia riabiliti.

Il Mago di Oz

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  • L’Italia di fronte a un bivio: riformare il sistema carcerario o abolirlo?
  • Un’idea che fa discutere, ma che merita attenzione: abolire il carcere
  • Un futuro più giusto e sicuro è possibile?
  • L’attuale sistema carcerario: un fallimento da superare
    • I numeri parlano chiaro
  • Oltre il carcere: verso un sistema di giustizia penale più umano ed efficace
    • Questi modelli si basano su alcuni principi chiave
  • I benefici di un sistema senza carceri
  • Sfide e ostacoli da superare
    • Alcune delle sfide principali includono:
  • Costruire un futuro senza carceri: passi concreti verso il cambiamento
    • Alcuni passi concreti che possono essere intrapresi in questa direzione includono:
  • Perché il carcere?
  • L’effetto Lucifero
  • Non è utopia abolire il carcere

L’Italia di fronte a un bivio: riformare il sistema carcerario o abolirlo?

Il sistema carcerario italiano soffre da tempo di mali cronici: sovraffollamento, costi esorbitanti, recidiva dilagante e condizioni di vita spesso precarie. Questi problemi non solo mettono a dura prova i diritti umani dei detenuti, ma rappresentano anche un ostacolo alla sicurezza pubblica e al progresso sociale del Paese.

Davanti a questa situazione, due strade si aprono: da un lato, la riforma del sistema carcerario esistente, con l’obiettivo di renderlo più efficiente, umano e rispettoso dei diritti umani. Dall’altro, un’idea radicale e controversa: l’abolizione del carcere come forma di punizione.

Un’idea che fa discutere, ma che merita attenzione: abolire il carcere

L’abolizione del carcere non è una proposta utopistica o irrealizzabile. Diversi paesi nel mondo hanno già sperimentato con successo modelli alternativi alla detenzione, ottenendo risultati incoraggianti in termini di riduzione della criminalità e reintegrazione sociale dei condannati.

In Italia, il dibattito sull’abolizione del carcere è ancora agli inizi, ma sta guadagnando sempre più attenzione e consenso. Questo articolo vuole contribuire a questo dibattito, analizzando i pro e i contro di questa proposta radicale, esplorando le esperienze di altri paesi e presentando possibili modelli alternativi al sistema carcerario tradizionale.

Un futuro più giusto e sicuro è possibile?

L’abolizione del carcere non è una soluzione facile o immediata. Richiede un cambiamento radicale del nostro modo di pensare alla giustizia penale e un investimento significativo in alternative alla detenzione. Tuttavia, se affrontata con coraggio e lungimiranza, questa riforma potrebbe rappresentare un passo decisivo verso un futuro più giusto, sicuro e inclusivo per l’Italia.

L’attuale sistema carcerario: un fallimento da superare

Il sistema carcerario italiano, come quello di molti altri paesi, è in crisi. Sovraffollato, costoso e inefficace, fallisce nel suo scopo di riabilitare i criminali e reinserirli nella società. Invece, spesso crea un circolo vizioso di criminalità e marginalizzazione, alimentando la recidiva e ostacolando la sicurezza pubblica.

I numeri parlano chiaro

  • Sovraffollamento: le carceri italiane sono sovraffollate al 106%, con oltre 64.000 detenuti per circa 60.000 posti disponibili. Questa situazione precaria crea condizioni di vita inumane e aumenta il rischio di violenze e rivolte.
  • Costi elevati: mantenere un detenuto in carcere costa in media 6.700 euro al mese, un onere enorme per le casse dello Stato. Queste risorse potrebbero essere impiegate in modo più proficuo per prevenire la criminalità e promuovere il reinserimento sociale.
  • Recidiva dilagante: circa il 70% dei detenuti italiani recidiva entro 5 anni dal rilascio. Questo dato sconcertante dimostra l’inefficacia del sistema carcerario nel riabilitare i criminali e prepararli a una vita libera e produttiva.

Oltre il carcere: verso un sistema di giustizia penale più umano ed efficace

L’abolizione del carcere come forma di punizione non è un’utopia, ma un’idea che sta guadagnando sempre più attenzione e consenso. Diversi paesi nel mondo, come la Norvegia, la Svezia e i Paesi Bassi, hanno già sperimentato con successo modelli alternativi alla detenzione, ottenendo risultati incoraggianti in termini di riduzione della criminalità e reintegrazione sociale.

Questi modelli si basano su alcuni principi chiave

  • Priorità alla riabilitazione: l’obiettivo principale non è punire, ma aiutare i criminali a superare le cause profonde dei loro comportamenti e a diventare cittadini responsabili.
  • Approccio individualizzato: i programmi di riabilitazione sono adattati alle esigenze specifiche di ogni detenuto, tenendo conto dei loro traumi, delle loro abilità e del loro potenziale.
  • Coinvolgimento della comunità: i detenuti sono coinvolti in attività socialmente utili e hanno la possibilità di mantenere relazioni con le loro famiglie e con la comunità.
  • Reinserimento graduale: il rilascio dal carcere è accompagnato da un supporto continuo per aiutare i detenuti a reintegrarsi nella società e trovare un lavoro.

I benefici di un sistema senza carceri

  • Riduzione della criminalità: La riabilitazione efficace può ridurre il numero di persone che commettono reati in futuro, creando una società più sicura per tutti.
  • Minori costi: L’investimento in programmi di riabilitazione e reinserimento sociale può portare a un risparmio significativo a lungo termine rispetto al mantenimento del sistema carcerario.
  • Maggiore giustizia e uguaglianza: Un sistema basato sulla riabilitazione può ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni che spesso caratterizzano il sistema carcerario tradizionale.
  • Società più inclusiva: Il reinserimento dei detenuti nella società può contribuire a creare un ambiente più coeso e solidale, con meno emarginazione e criminalità.

Sfide e ostacoli da superare

L’abolizione del carcere non è una soluzione facile o immediata. Richiede un cambiamento radicale del nostro modo di pensare alla giustizia penale, un investimento significativo in alternative alla detenzione e una revisione completa del sistema giudiziario.

Alcune delle sfide principali includono:

  • Gestire i reati gravi: come gestire i reati più gravi e pericolosi in un sistema senza carceri?
  • Garantire la sicurezza pubblica: come garantire la sicurezza della comunità in assenza della pena detentiva?
  • Cambiare la mentalità pubblica: come superare la diffidenza e la paura che spesso accompagnano l’idea di un sistema senza carceri?

Costruire un futuro senza carceri: passi concreti verso il cambiamento

L’abolizione del carcere non è un obiettivo da raggiungere dall’oggi al domani. Richiede un processo graduale e ragionato, che coinvolga tutti gli attori della società civile, dalle istituzioni alle organizzazioni non profit, dai cittadini ai detenuti stessi.

Alcuni passi concreti che possono essere intrapresi in questa direzione includono:

  • Sviluppo di programmi di riabilitazione efficaci: investire in programmi di riabilitazione individualizzati e basati sull’evidenza, che offrano ai detenuti le competenze e il supporto necessari per superare i loro problemi e diventare cittadini responsabili.
  • Promozione di alternative al carcere: espandere l’utilizzo di misure alternative alla detenzione, come la detenzione domiciliare, il lavoro socialmente utile e i programmi di diversion, per ridurre il numero di persone incarcerate.
  • Riforma del sistema giudiziario: modificare le leggi e le procedure penali per privilegiare la riabilitazione e il reinserimento sociale rispetto alla punizione e all’incarcerazione.
  • Coinvolgimento della comunità: sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della riabilitazione e del reinserimento sociale, promuovendo campagne di informazione e coinvolgendo la comunità locale nel supporto ai detenuti.
  • Ricerca e sperimentazione: investire nella ricerca e nella sperimentazione di nuovi modelli di giustizia penale alternativi al carcere, adattandoli alle specificità del contesto italiano.

L’abolizione del carcere non è un’impresa facile, ma è un obiettivo nobile e raggiungibile. Richiede impegno, coraggio e una visione a lungo termine. Se affrontata con la giusta determinazione e con un approccio basato sull’evidenza e sulla collaborazione, questa riforma può rappresentare un passo storico verso un futuro più giusto, sicuro e inclusivo per l’Italia e per il mondo intero.

Perché il carcere?

Alcuni saggi e ricerche hanno aiutato a contestualizzare il dibattito sull’abolizione del carcere, come evidenziato da Elisa Mauri nel suo libro Perché il carcere?. Mauri, basandosi sulle teorie di Goffman e Foucault, espone critiche profonde sulla funzionalità e l’efficacia del sistema carcerario attuale. In particolare, Mauri riflette sul concetto di “istituzione totale” di Goffman, che descrive come le prigioni controllino completamente la vita e le relazioni dei detenuti, spesso a scapito della loro riabilitazione e reintegrazione sociale.

Secondo Mauri, il sistema carcerario non solo fallisce nel suo obiettivo di rieducazione, ma perpetua anche una serie di problematiche sociali e psicologiche, tra cui l’autolesionismo e la disumanizzazione delle persone detenute. Questo saggio non solo solleva domande cruciali sulla necessità del carcere, ma invita anche a considerare approcci alternativi che potrebbero essere più efficaci nel ridurre la criminalità e promuovere una giustizia penale più umana ed equa.

Questi contributi letterari e analitici sono fondamentali per contestualizzare il dibattito sulla riforma della giustizia penale, offrendo una prospettiva critica e stimolante che suggerisce la necessità di una profonda revisione del sistema attuale.

L’effetto Lucifero

L’esperimento carcerario di Stanford condotto da Philip Zimbardo nel 1971 ha rivelato un aspetto cruciale della psicologia sociale: l’effetto Lucifero. Questo fenomeno evidenzia come le persone, anche quelle considerate moralmente integre e senza precedenti penali, possano trasformarsi in individui capaci di perpetrare atti di crudeltà quando poste in determinate situazioni di potere e autorità.

Come descritto in Viaggio al termine della città, l’effetto Lucifero dimostra che il comportamento umano non è rigidamente predeterminato dal carattere individuale, ma è profondamente influenzato dal contesto circostante e dai ruoli sociali assegnati. Le guardie nel simulacro di prigione di Zimbardo sono rapidamente diventate cruente e autoritarie, mentre i detenuti hanno subito umiliazioni e abusi, nonostante la loro condizione iniziale di studenti universitari equilibrati.

Questo esperimento solleva delle importanti domande sull’efficacia e l’umanità del sistema carcerario. Se anche individui considerati buoni possono comportarsi in modo disumano quando si trovano in condizioni di potere e controllo, ciò suggerisce che il carcere stesso può amplificare le tendenze negative anziché rieducare o riformare.

Non è utopia abolire il carcere

L’abolizione del carcere non è un’utopia, ma un’idea che sta guadagnando sempre più attenzione e consenso come alternativa possibile al fallimentare sistema carcerario attuale. I modelli alternativi sperimentati con successo in altri paesi dimostrano che è possibile creare un sistema di giustizia penale più umano, efficace e giusto, che ponga al centro la riabilitazione e il reinserimento sociale dei criminali.

Affrontare questa sfida con coraggio e lungimiranza significa costruire un futuro più sicuro, più giusto e più inclusivo per tutti. Un futuro in cui la pena non sia sinonimo di emarginazione e privazione, ma un’opportunità per il cambiamento e la crescita personale. Un futuro senza sbarre, dove la speranza e la possibilità di riscatto prevalgono sulla punizione e sulla reclusione.

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#carcere #foucault #goffman

Perché il carcere? Riflessioni a partire da Goffman e Foucault

Title:Perché il carcere? Costruire un immaginario che sappia farne a menoSeries:Collana Indicibili socialiAuthor:Elisa

Il Mago di Oz
Goffman's Perspective on Deviance, Stigma, and Identity Management

The content explores the sociology of deviance, highlighting Erving Goffman's concepts from "Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity." It delves into stigma, role distance, and impression management, using real-life and TV examples. Goffman's strategies for impression management are analyzed, as well as criticisms of his viewpoints. The link provides further insight.

Medical Sociology on Wheels
New blog post about my experience as a medical social worker turned patient, and how our response to the #opioid crisis has led patients to internalize the idea that needing pain medication is somehow a moral failure. Hope you like it.
https://jessk.org/blog/pain-and-the-panopticon
#pain #SocialWork #HarmReduction #medicine #Foucault #Goffman
Pain and the panopticon — Jessica Kant, LICSW, MPH

This past month marked my third gender-affirming surgery. And while it was the third, it has certainly also been the most complex and the hardest recovery. It is also the first one where I experienced complications that had the potential to be severe, including life-threatening blood loss requiring

Jessica Kant, LICSW, MPH