L’8 settembre 1943 e i prigionieri alleati in Italia

Il testo dell’armistizio “breve” fu firmato il 3 settembre a Cassibile, nei pressi di Siracusa, dal generale Giuseppe Castellano e dal generale statunitense Walter Bedell Smith, a nome rispettivamente di Badoglio e di Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo.
[…] Il «Promemoria n. 1», nonostante il totale silenzio che avvolgeva tutto quanto riguardasse la firma dell’armistizio, al punto e) recitava: «Prigionieri britannici. Impedire che cadano in mano tedesca. Poiché non è possibile difendere efficacemente tutti i campi, si potranno anche lasciare in libertà i prigionieri bianchi, trattenendo in ogni modo quelli di colore. Potrà anche essere facilitato l’esodo in Svizzera, o verso l’Italia meridionale, per la costiera adriatica. I prigionieri addetti a lavori potranno anche essere trattenuti, con abito borghese, purché fuori della linea di ritirata dei tedeschi. Ai prigionieri liberati dovranno, a momento opportuno, essere distribuiti viveri di riserva e date indicazioni sulla direzione da prendere».
[…] In questo contesto, maturava in Italia quella che lo storico Carlo Spartaco Capogreco avrebbe chiamato l’epopea dei POWs [militari alleati prigionieri di guerra]. Quanto le disposizioni previste dal «Promemoria 1» avessero raggiunto i campi di prigionia «è impossibile sapere, ma certamente, se li raggiunsero, furono ampiamente ignorate», osserva Adrian Gilbert. Col senno di poi, possiamo affermare che difficilmente il promemoria fu trasmesso lungo tutta la catena dei comandi.
[…] Con l’annuncio dell’armistizio, molti campi vennero abbandonati dagli ufficiali di guardia abbastanza rapidamente, senza lasciare disposizioni sul destino dei loro prigionieri: «Dopo l’8 settembre – avrebbe raccontato anni dopo il sergente maggiore Renato Moro, interprete dei prigionieri greci al PG 62 di Grumello del Piano (Bergamo) – mi alzo alla mattina, guardo fuori dalla finestra e vedo che non c’era più nessun ufficiale. Erano tutti scappati. Ho fatto aprire i cancelli del campo e i prigionieri se ne sono andati dirigendosi verso Como»
[…] In altri campi, dove c’erano comandanti fascisti, questi cercarono di ritardare la liberazione; i campi PG 5 di Gavi e PG 52 di Chiavari, ad esempio, rimasero chiusi per volere dei comandanti italiani fino all’arrivo dei tedeschi, che ne deportarono i POWs. Ci furono invece campi in cui il responsabile italiano stesso organizzò la fuga dei prigionieri e li sostenne, come ad esempio il PG 120 di Cetona, il PG 107 di Torvisosa, il PG 78/1 di Acquafredda.
Quanto stava avvenendo andava a intrecciarsi e veniva complicato anche dalla direttiva trasmessa qualche mese prima (ufficialmente al 7 giugno 1943) da Londra, in previsione di una resa italiana senza occupazione tedesca: “Stay put and keep fit – state fermi e tenetevi in forma”. Era lo “Stay put Order” (P/W 87190), che stabiliva espressamente: «Nell’eventualità di un’invasione alleata dell’Italia, gli ufficiali in comando dei campi di concentramento si assicureranno che i prigionieri di guerra rimangano dentro il campo. È concessa autorità a tutti gli ufficiali in comando di adottare le necessarie sanzioni disciplinari al fine di impedire ai singoli prigionieri di guerra di tentare di ricongiungersi con le proprie unità». Messo a punto dal MI9, forse su suggerimento del generale Bernard Law Montgomery (ma non è stato dimostrato), l’ordine era stato diramato tra giugno e luglio dalla BBC, criptato nel codice UK, attraverso il popolare programma “Radio Padre” del reverendo Ronnie Wright. Era convenuto che, quando le trasmissioni iniziavano col saluto “Good evening, Forces”, esse celassero comunicazioni importanti; i prigionieri le captavano con i rudimentali apparecchi radio autocostruiti. L’ordine era sconosciuto allo stesso War Cabinet britannico e a Winston Churchill, il quale, in prossimità dell’invasione della Penisola, aveva ordinato al generale Harold Alexander di salvare i prigionieri. Lo Stay put Order non venne mai abrogato, neppure di fronte al disastro seguito alla resa italiana, e di fatto contribuì a consegnare ai tedeschi migliaia di POWs i cui SBO (Senior British Officers) o SBNCO (Senior British Non Commissioned Officers) si rifiutarono di disattenderlo. Gli Alleati non si aspettavano in Italia una crisi quale quella che si verificò con l’armistizio, né l’occupazione repentina e violenta del territorio da parte dei tedeschi. Era inoltre forte la loro preoccupazione per un’eventuale immediata liberazione di quasi 80.000 prigionieri, di cui non conoscevano esattamente la collocazione e che avrebbero potuto rallentare la loro avanzata, fungere da scudi umani per i tedeschi durante gli attacchi, complicare ulteriormente le operazioni d’artiglieria in direzione di villaggi, case, stalle e campagne che sarebbero state disseminate di uomini delle Allied Forces. Dell’ordine non si trova traccia negli archivi del War Office «forse distrutto da qualcuno che non voleva essere collegato all’errore. Non si potrà mai conoscere la verità su chi sia stato responsabile della creazione di uno degli indicibili scandali della seconda guerra mondiale». Certo è che lo “Stay put Order” andò ad aggiungersi alla mancanza di disposizioni adeguate da parte delle autorità italiane e accrebbe rischi e incertezza per i POWs distribuiti nei campi. Ci fu anche il caso di prigionieri che, pur potendolo fare, non fuggirono a causa del fenomeno della gefangenitis, la debilitazione psicologica dovuta al doppio trauma della cattura e della prolungata detenzione, che li ridusse all’inerzia e alla catatonia.
Il 21 settembre, illustrando alla camera dei Comuni la situazione sui vari fronti della guerra, Churchill spiegava: “C’erano quasi 70.000 prigionieri di guerra britannici e oltre 25.000 prigionieri greci e jugoslavi in mani italiane. Fin dal primissimo momento della caduta di Mussolini, abbiamo detto chiaramente al Governo italiano e al Re che noi consideravamo la liberazione di questi prigionieri e il loro ritorno a casa prima e indispensabile condizione per qualsiasi relazione tra noi e qualsivoglia Governo italiano e questo, naturalmente, è pienamente indicato nei termini della resa. Tuttavia, molti di questi prigionieri nel nord Italia e altri nell’Italia centro-meridionale potrebbero essere caduti in mano ai tedeschi. Vista la confusione esistente in Italia, che soltanto i nostri eserciti potranno chiarire, non dispongo di informazioni precise da fornire oggi all’Assemblea. Il Governo italiano, tuttavia, ha ordinato la liberazione di tutti i prigionieri alleati sotto il proprio controllo e non dubito che questi verranno soccorsi dalla popolazione in mezzo alla quale si stanno disperdendo, a dispetto delle minacce tedesche di punizioni rivolte a tutti gli italiani che mostrassero questo tipo di comune umanità. In tutte queste questioni stiamo agendo con la massima attenzione e serietà e tutto ciò che è in potere umano verrà fatto. Tutto, però, dipende dal movimento degli eserciti nelle prossime settimane.”
Su 80.000 uomini prigionieri nei campi italiani , dati attendibili permettono di stabilire che circa 50.000 furono presi dai tedeschi (o nei campi da cui essi non si mossero o in cui vennero trattenuti, oppure ricatturati durante la loro fuga) entro il dicembre 1943 e inviati negli Stalag in Germania o in Polonia; circa 30.000 rimasero in libertà e si dispersero sul territorio dove, in moltissimi, vennero aiutati spontaneamente dalla popolazione, dalle prime forme di organizzazione che si andavano formando tra la gente, quando non addirittura dai proprietari delle aziende per cui lavoravano prima dell’armistizio. Osserva Absalom: «La società italiana, nonostante i vent’anni di ‘stato totalitario’, si dimostrò una fonte prolifica di uomini e donne pronti ad affrontare i rischi di un comportamento anticonformista». Entro la fine del 1943, di fatto, qualche migliaio di POWs (soprattutto di quelli in prigionia a sud del Po, che venne rapidamente presidiato dai nazifascisti) riuscì a raggiungere il fronte Sud e a riunirsi ai propri comandi, mentre molti altri riuscirono, attraverso i passaggi più disparati, a guadagnare la Svizzera, dove vennero internati. Sottolinea Adriano Bazzocco: «Questa categoria di profughi beneficiò di un trattamento di favore perché ammessa da subito senza riserve. Già pochi giorni dopo l’armistizio, l’ambasciata britannica aveva ricevuto dal ministro degli esteri elvetico Pilet-Golaz rassicurazioni sull’accoglienza dei militari inglesi in fuga. Al di là delle considerazioni legate allo statuto del prigioniero di guerra in base al diritto internazionale vigente, l’ammissione senza riserve degli ex prigionieri alleati va inquadrata anche nell’ambito delle forti pressioni politiche ed economiche esercitate in quel momento dagli Alleati sulla Svizzera per sottrarla alla sfera d’influenza nazista». Poiché tutte le frontiere erano controllate dai tedeschi e il governo svizzero non consentiva l’uscita dal paese in aereo neppure agli ufficiali di grado superiore, gli ex POWs poterono tornare in patria soltanto quando furono liberati i territori francesi confinanti, nell’estate 1944.
In Italia, il sostegno fornito da tante persone fu incredibile ed encomiabile: «Si poteva fare affidamento sugli italiani per ottenere aiuto, non in cambio di denaro o perché sperassero di ottenere prestigio, – dichiarò l’ambasciatore britannico, Sir Noel Charles, a fine conflitto – ma per pura solidarietà e, ben presto, amicizia». Nessuno se l’aspettava.
Claretta Coda, A strange alliance. L’inattesa alleanza della gente di Castiglione Torinese con 126 prigionieri di guerra inglesi del campo PG 112/4 di Gassino, Città metropolitana di Torino, 2021

All’armistizio, ciò che accadde nei campi italiani dipese da una serie di fattori, a partire dalla loro collocazione geografica, ma anche dall’atteggiamento di detentori e detenuti. <73 Il forte di Gavi venne occupato dai tedeschi già il 9 settembre; a quanto pare, tre sentinelle italiane vennero uccise, mentre il comandante, il col. Moscatelli, e il resto del suo personale furono fatti prigionieri e deportati (qualcuno, forse, riuscì a scappare). I prigionieri finirono quasi tutti in Germania. <74 Il campo di lavoro di Novara fu abbandonato dalle sentinelle italiane l’11 settembre. Diversi prigionieri riuscirono a raggiungere la Svizzera. <75 Absalom attesta numerose fughe anche dal campo di lavoro di Vercelli e dai suoi numerosi distaccamenti. In uno di questi, il 106/2 di Tronzano Vercellese, «il sottufficiale italiano in comando disse che avrebbe sparato a tutti coloro che avessero tentato la fuga», e allora «i prigionieri minacciarono di “catturare tutte le guardie” e poi abbatterono la recinzione e si dispersero». <76 Fughe si verificarono anche dal campo e dai distaccamenti di Torino, ma pure in questo caso in maniera non sistematica e non sempre coronate da successo, anche per mancanza di aiuti locali. <77 Le guardie permisero ai prigionieri di allontanarsi dal campo lombardo di Grumello del Piano e dai suoi distaccamenti. <78 Tuttavia, la gran parte dei fuggitivi fu ripresa dai tedeschi nel giro di poche ore. Il vicino ospedale di Bergamo visse, invece, una situazione particolare, dato che all’armistizio ospitava solo soldati in partenza per il rimpatrio.
[NOTE]
73 Nell’analisi che segue mancano, a causa del silenzio delle fonti in merito, informazioni sui campi di Avio, Bologna OARE e Prato Isarco e sull’ospedale di Lucca.
74 TNA, WO 224/106, Capt. Trippi, «Report no. 5 on Prisoners of War Camp no. 5», 16 settembre 1943, p. 6. Secondo Jack Tooes, che riuscì a scappare, Gavi fu occupata dai tedeschi il 12 settembre, dopo che il comandante italiano «aveva consegnat[o i prigionieri] ai tedeschi che li caricarono su camion e poi su carri bestiame, dai quali molti riuscirono a fuggire prima di raggiungere il Passo del Brennero» (Absalom, L’alleanza inattesa, p. 139). Secondo Tenconi il campo fu occupato, «con, tra l’altro, il concorso determinante degli italiani», il 10 settembre: Tenconi, Nelle mani di Mussolini, p. 61. Lo studioso scrive che la maggior parte degli ex prigionieri di Gavi finì poi a Colditz.
75 TNA, WO 224/179, DPW, «Summary of present information concerning prisoners of war in Italy», 7 ottobre 1943.
76 Absalom, L’alleanza inattesa, p. 140. V. anche le pp. 75 e 156.
77 Ivi, pp. 112, 122 n. 29, 125.
78 TNA, WO 224/179, DPW, «Summary of present information concerning prisoners of war in Italy», 7 ottobre 1943. Cfr. di nuovo anche Absalom, L’alleanza inattesa, pp. 99, 133 e 136.
Isabella Insolvibile, I prigionieri alleati in Italia. 1940-1943, Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno accademico 2019-2020

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Sarebbe erroneo immaginare la Resistenza come un percorso rettilineo

Dopo l’8 settembre 1943, con l’annuncio dell’armistizio, la dissoluzione dell’esercito, l’occupazione tedesca e l’avanzata anglo-americana, inizia, per l’Italia, la fase più drammatica della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia si trasforma in fronte di guerra, e la lotta partigiana prende la connotazione di una vera e propria guerra civile.
Questo è il punto di connessione tra la Resistenza e la guerra nazionale: la resistenza politica, organizzata ed egemonizzata dai partiti antifascisti, prende forza con il fallimento del regime fascista, con la caduta di tutto il suo apparato dirigenziale e con la sua rovinosa sconfitta militare. Da questo tracollo nasce l’occasione per riprendere la battaglia che vent’anno prima aveva portato Mussolini al potere e aveva condannato alla galera o all’esilio i principali esponenti antifascisti. Il primo obiettivo di buona parte della Resistenza politica è, quindi, quello di rendere irreversibile il tracollo non solo del regime, ma anche della monarchia, che ne aveva avvallato la nascita e condiviso le vittorie.
Accanto a questa resistenza organizzata ne esiste un’altra, più diffusa e mutevole, che nasce dal comune malcontento e rifiuto nei confronti della guerra, e che si manifesta nel rifiuto di aderire alla leva militare obbligatoria e al lavoro per gli alleati-occupanti tedeschi, così come in molte forme di autosottrazione e di mancata collaborazione.
Per mettere a fuoco la sfida storico-politica della Resistenza è necessario tenere a mente che la società usciva da un ventennio di dominazione che, infiltrandosi in tutte le pieghe dell’esistenza dei cittadini, aveva notevolmente appiattito la consistenza delle forze di aggregazione sociale. La stragrande maggioranza degli accademici italiani, insieme ad insegnanti di ogni ordine e grado, hanno, nel migliore dei casi, taciuto, e nel peggiore hanno aderito con intimo ardore, davanti alla retorica, all’estetica, alle leggi razziali, al sogno imperiale e, in generale, al progetto politico, culturale e pedagogico fascista. È quindi necessario alfabetizzare politicamente dei ragazzi che, dopo un ventennio di appiattimento del dibattito e dell’abitudine politica, erano stati formati dalla scuola fascista a una pedagogia fortemente connotata dal punto di vista autoritario.
Mentre gli eserciti di tipo tradizionale trovano in una certa mancanza di personalità, nell’adesione alla routine e alla gerarchia, le virtù necessarie per la loro stessa sopravvivenza, la guerra per bande richiede, invece, una grandissima elasticità, doti di intraprendenza, e, soprattutto, una profondissima adesione etica. Per questo, la scarsità di uomini che uniscano in sé maturità politica, coraggio, preparazione militare e salde convinzioni, sarà uno dei problemi più ardui che dovranno affrontare gli organizzatori della Resistenza. L’esercito partigiano vuole essere nuovo, così come avrebbe dovuto essere nuova la società Italiana, seppure immaginata con connotazioni spesso contrastanti dalle diverse forse politiche che presero parte alla Resistenza. È questa, già nella fase di ideazione, una realtà che subito si scontra con diversi ostacoli: oltre che contro i tedeschi e al governo collaborazionista di Salò, si tratta qui di battersi contro i risultati, a livello culturale e antropologico, di vent’anni di dittatura. Una delle caratteristiche, infatti, che accomuna molte delle esperienze eticamente e intellettualmente dalla Resistenza, è la ribellione al fascismo come ribellione antiretorica, come necessità vitale di superare la distanza tra l’individuale esperienza concreta e la vana retorica ufficiale. Purtroppo, il tentativo di realizzare questa rottura, risulta evidente solo dopo lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio del 1943, e quindi dopo che la gerarchia fascista e la monarchia si erano già mosse per liberarsi di Mussolini.
Molte ricerche di carattere prevalentemente particolaristico hanno sottolineato come la Resistenza sia stato un fenomeno alimentato da motivazioni, energie e progetti del tutto autonomi. L’attenzione dedicata alle dinamiche interne alle formazioni, alla vita delle bande, ha contribuito a isolare la Resistenza, a interpretarla prevalentemente come un fenomeno autoreferenziale, dotato internamente di autonomi fini e strategie. Una mole gigantesca di informazioni, a volte affidabili, altre contaminate da intenti autocelebrativi, ha finito per oscurare le concrete determinazioni storiche, al cui interno, e solo qui, la Resistenza acquista possibilità di lettura. Insomma, invece che davanti ad un fenomeno storicamente e concretamente strutturato in un contesto ben preciso, siamo, al contrario, davanti a una Ricostruzione in cui la Resistenza diviene essenzialmente una categoria dello spirito, una manifestazione di umanità. La comprensione del perché certi progetti nascano in un determinato periodo e si sciolgano in un altro, è possibile solo tenendo conto contemporaneamente della complessità e della variabilità del contesto. Accostarsi allo studio della Resistenza implica necessariamente lo sforzo costante di mettere a fuoco le interdipendenze tra la “guerra rossa” e i suoi effetti sulla società italiana, nella quale la Resistenza si inscrive come un’inconciliabile contraddizione.
La Resistenza che viene studiata coincide principalmente con il tentativo di trovare, tra il 1943 e il 1945, uno spazio di iniziativa, una nuova identità autonoma tra le forze che già sono attrici in questo palcoscenico: Alleati, esercito tedesco, Repubblica sociale, monarchia e governi del Sud. La sopravvivenza della Resistenza in questo scenario, scontata a posteriori, in un primo momento non è affatto ovvia, non solo nell’inverno del 1943, ma anche nell’anno successivo. Si tratta di un’avventura della durata di appena venti mesi, che sarebbe erroneo immaginare come un percorso rettilineo.
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

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Commemorazioni dell’Armistizio: Kate e Carlo III in prima linea 

🔊 Ascolta articolo - La principessa del Galles e il re partecipano agli eventi in memoria della Prima Guerra Mondiale. Incerta la presenza di Camilla per motivi di salute La principessa Kate e re Carlo III prenderanno parte nel fine settimana alle commemorazioni per l’armistizio della Prima Guerra Mondiale. Buckingham Palace ha annunciato che domani […]

LiberoReporter

Il #4Novembre #1918 si celebra la fine della #PrimaGuerraMondiale. Invitiamo a una lettura #OpenAccess dalla nostra rivista #ItalianReviewofLegalHistory sulla questione relativa al #risarcimento dei #DannidiGuerra, tema complesso e dibattuto tornato di attualità con la rinnovata richiesta di questi giorni da parte della #Grecia dei danni subiti durante la #SecondaGuerraMondiale ⬇️

https://doi.org/10.13130/2464-8914/14883

Giornata dell'#UnitàNazionale e delle #ForzeArmate #guerra #armistizio

“Inter armas silent leges”. Il risarcimento dei danni di guerra nella prospettiva della Prima guerra mondiale | Italian Review of Legal History

Ottanta volte 8 settembre ⋆ Vanloon

Uno speciale per gli ottanta anni dell'armistizio italiano, avvenuto l'8 settembre 1943. Ne parliamo con Isabella Insolvibile, con un approfondimento sui soldati italiani in Grecia.

Vanloon
#Russia #Ucraina
Olga #Skabeyeva, conduttrice del più seguito talk show pomeridiano sul canale #Rossiya1: «Se il nostro Paese non riuscirà a vincere, allora ognuno di noi russi rischierà di finire all’Aia. Tutti saremo colpevoli. Per questo bisogna aumentare a più non posso le azioni di #guerra, in modo tale da costringere l’#Occidente a pregarci di firmare un #armistizio o un accordo di #pace».
corriere.it
Accadde Oggi: 9 Settembre 1943 - Aforismi di un pazzo

9 Settembre 1943: A Roma viene costituito il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, un'associazione di partiti e movimenti che si...

Aforismi di un pazzo

Da #InternetArchive invece Matilde Serao, "Parla una donna":
https://archive.org/details/parlaunadonna00serao

Diario da madre di tre figli soldati, due anni prima dell'#armistizio.

#Armistice100 #Armistice2018