Già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative

Il 9 settembre, mentre Roma è già occupata dai tedeschi, il Comitato delle opposizioni prende il nome di Comitato di liberazione nazionale (Cln), organismo in cui siedono i rappresentanti dei sei principali partiti antifascisti. Oltre al Cln centrale (Ccln), organismi con la stessa struttura sorgono nelle principali città italiane (Torino, Firenze, Milano, Genova Bologna e Padova), e, in seguito, anche in numerosi altri centri minori. Sin dal principio, il Comitato di Roma cercherà di assumere una funzione dirigenziale a livello nazionale, che però non riuscirà ad esercitare nemmeno sui compositi gruppi armati dell’Italia centrale, così come saranno ricchi di contrasti anche i suoi rapporti con la Resistenza armata romana. Formalmente, il 31 gennaio 1944, il Cln di Milano assume il comando della lotta armata dell’Italia occupata, prendendo il nome di Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia) <10. In questa fase è impossibile anche un semplice censimento attendibile delle forze disponibili; ne consegue che un’autentica e unitaria direzione comune, in questo momento, è completamente impossibile. Tra i limiti maggiori che l’attività del Cln incontra c’è, soprattutto, il fatto che essi rappresentino una camera di compensazione, un punto di intersezione tra partiti che portano avanti progetti e ideali molto diversi tra loro. La volontà di deporre temporaneamente le tensioni in nome dell’unione delle energie per perseguire uno scopo comune prevalse sugli attriti esistenti, ma questa fu un’unione tutt’altro che semplice e priva di scontri: già dai primi mesi apparve evidente una netta diversità nel modo di intendere i metodi della lotta. Da una parte esisteva il progetto di suscitare un moto di radicale cambiamento fondato sulla partecipazione attiva delle masse, con conseguente liberazione non solo dall’occupazione nazista, ma anche dagli strascichi culturali, politici e sociale del ventennio fascista; questo progetto implicava una netta rottura e un’epurazione drastica dei responsabili delle scelte passate. Dall’altra parte, invece, si assisteva al tentativo di conciliare liberazione dal nazifascismo e continuità dei rapporti sociali consolidati. Da una parte una pregiudiziale repubblicana, particolarmente forte in azionisti, socialisti e comunisti (almeno fino alla svolta di Salerno del 1944); dall’altra, una complessa strategia istituzionale che non escludeva di restare in un impianto monarchico, accontentandosi di liberare l’Italia da Vittorio Emanuele III. A tutto ciò si aggiungeva anche una certa diffidenza tra i due partiti più attivamente impegnati nella Resistenza, il Pci e il PdA, resa evidente dalla formazione di due diverse forze armate che dipendevano, distintamente, da questi due partiti, ben più che dal Cln. La partecipazione dei partiti al Cln esprime una genuina convinzione riguardo la necessità di unità politica, ma convive con la rivendicazione di autonomia nell’ambito dell’organizzazione delle forze armate. Probabilmente sarebbe stato impossibile fare diversamente, se si considerano le profonde diversità nei tempi e nei modi dello sviluppo delle forze armate che scorrono tra comunisti e azionisti, soprattutto nel periodo dell’estate del 1944. Alla base della strategia dei comunisti c’è l’assalto continuo e sistematico, usato anche come metodo di propaganda e di crescita, fondato sulla convinzione che “è dalla lotta e dall’esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi, contro i fascisti” <11. Questa impostazione è inizialmente decisamente lontana dal pensiero di Ferruccio Parri, che ancora era concentrato sulla necessità della ricostruzione dell’”esercito discioltosi l’8 settembre, potenziandolo e trasformandolo con l’innesto di volontari civili, senza però alterarne la struttura gerarchica e i criteri di efficienza: un esercito ‘patriottico’ ma non ‘politicizzato’”. L’esperienza di ufficiale durante la Grande Guerra portava Parri a “privilegiare soprattutto il ‘recupero’ dei soldati e degli ufficiali regolari” <12. Questa prima fase è dunque una sorta di laboratorio, dove si confrontano modelli e progetti e diffidenze molto lontani dalla possibilità di una sintesi pacifica. Mentre l’azionista Parri viene riconosciuto da tutti i comitati regionali militari come il “coordinatore centrale”, il comando generale delle brigate Garibaldi rifiuta di sottoporsi alla sua autorità <13. Ne nasce un clima di crescente tensione, alimentato anche dalla forte campagna contro l’attesismo che i comunisti portarono avanti, con bersaglio il Cln di Milano. Bisogna però sottolineare che, come all’interno del partito comunista vi furono opinioni diametralmente opposte tra la direzione milanese e quella romana, anche nel variegato universo azionista i piemontesi, Livio Banco e Duccio Galimberti in primis, non si mossero in assoluta armonia con la direzione milanese. Mentre Parri ancora nutre profonde insicurezze sull’opportunità di creare delle bande direttamente “politiche”, in Piemonte, già alla fine del 1943, queste rappresentano una realtà consistente.
All’interno del Cln la discussione continua ad essere molto accesa, ma, verso l’esterno, la possibilità di comunicare come un fronte unito e collaborante si rivela decisiva nella costituzione di una prospettiva politica e militare alternativa a quella monarchico-badogliana. Senza un’unitaria rappresentazione politica, la resistenza armata difficilmente avrebbe potuto assumere l’ampiezza e il rilievo successivi. D’altra parte, il compito di rappresentare la resistenza armata, dandone un’immagine centralizzata, organizzata e politicizzata, probabilmente più di quanto non fosse realmente, è realizzato unicamente grazie all’esistenza stessa delle prima bande, dalla loro capacità di radicarsi nel territorio, di resistere ai rastrellamenti e alle rigidità dell’inverno, di non farsi scoraggiare nemmeno quando andò in fumo la speranza di una rapida avanzata degli Alleati anglo-americani. L’esistenza delle bande partigiane e della loro rappresentanza politica ebbe dunque, già nei primi mesi, effetti maggiori della loro stessa consistenza militare, sia sul piano politico che su quello simbolico. In primo luogo, infatti, furono in grado di limitare la credibilità e l’autorevolezza della Rsi, e quindi la sua stessa capacità di aggregare consensi; in secondo luogo, misero in discussione la pretesa di monopolio della rappresentanza degli italiani, avanzata dal governo del sud.
l’inverno è ancora una stagione di forti dubbi e incertezze, già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative. Per quanto riguarda il piano istituzionale e dei rapporti politici, le tappe fondamentale di questo processo di consolidamento sono la svolta di Salerno (aprile 1944), e la costituzione del comando generale del Corpo volontari della libertà (giugno 1944). Si tratta di uno sviluppo che prende piede dall’interno stesso della Resistenza, ma che trova indispensabile aiuto in alcuni cambiamenti decisivi del quadro storico e politico generale.
Ci sono due avvenimenti che, dal punto di vista militare, furono decisivi, sul fronte italiano, nell’inverno del 1943-1944. Il primo è la resistenza dei tedeschi arroccati sulla linea Gustav, che blocca l’avanzata verso Roma e il Nord dal mar Tirreno al mar Adriatico, e si snoda lungo l’asse dei fiumi Garigliano e Sangro. La determinazione della difesa e dei combattenti tedeschi trova un forte alleato nelle violente piogge e nel rigidissimo gelo, che limitano drasticamente la possibilità degli alleati di sfruttare la loro superiorità in fatto di carri armati e aerei. Il secondo è lo sbarco alleato ad Anzio (22 gennaio 1944), che pare inizialmente essere in grado di attanagliare le truppe tedesche, aprendo la possibilità di una rapida conquista di Roma. Nuovamente, l’indecisione che condusse questo sbarco e la prontezza della risposta delle truppe tedesche, produssero una situazione di stallo.
Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, le formazioni partigiane dell’Italia centrale, pur portando a casa qualche modesta vittoria e dimostrandosi efficaci nelle azioni di sabotaggio, risultarono incapaci di coinvolgere significativamente buona parte della popolazione civile. La liberazione di Roma verrà completamente portata a termine dagli Alleati, con apporto pressoché nullo da parte della Resistenza organizzata. I militari strettamente monarchici rivelano scarse abilità organizzative, e soprattutto nessun interesse a coinvolgere ampi strati di popolazione civile in una eventuale prospettiva insurrezionale. In realtà, nonostante i lunghi dibattiti e i piani insurrezionali, nemmeno la sezione politica della Resistenza, almeno quella che faceva capo al Cln romani, sarà in grado di organizzare la partecipazione popolare alla liberazione della capitale. Debolezze e divisioni interne al Cln romano, mancanza di classe operaia, posizioni compromesse dall’ingombrante vicinanza del Vaticano e ceto politico particolarmente autoreferanziale sono le principali cause della mancata risposta alla chiamata insurrezionale in occasione della liberazione di Roma.
L’arresto dell’avanzata alleata all’altezza della linea Gustav ha una conseguenza immediata sulla Resistenza armata: permette, infatti, agli occupanti tedeschi di dedicarsi, durante un rigido inverno, a rastrellamenti sistematici, ai danni di buona parte delle forze partigiane dislocate nell’arco alpino. A questa prova dei fatti resistono meglio le formazioni più dichiaratamente politiche, mentre le bande autonome vengono completamente travolte. Questi rastrellamenti, però, pur indebolendo notevolmente le forze della Resistenza partigiana, falliscono nel loro intento di debellarla completamente. Alla fine dell’inverno era chiaro, tanto agli occupanti tedeschi, quanto alle autorità fasciste, che la Resistenza armata era, seppur fiaccata, un fenomeno endemico, impossibile da cancellare completamente. Anzi, questi rastrellamenti invernali e primaverili produssero una nuova selezione: coloro che restarono in montagna e sopravvissero al clima proibitivo, sotto l’incombente minaccia della cattura e della morte, pur essendo solo poche migliaia di combattenti, dimostravano però grande capacità di adattamento, di organizzazione, e saranno loro ad inquadrare le nuove reclute che, nei mesi successivi, prenderanno la strada delle montagne, creando la nuova dimensione della Resistenza.
La ferocia con cui i tedeschi conducono questi rastrellamenti non lascia dubbio: il loro scopo non è solo sradicare la Resistenza partigiana, ma anche, tramite saccheggi e incendi di case e stalle, terrorizzare la popolazione e estirpare ogni possibilità di solidarietà civile. Malgrado ciò, pur con eccezioni significative, nella primavera del 1944, prevale un atteggiamento di tacita connivenza, se non di aperto favore, tra la popolazione civile e i partigiani, soprattutto laddove i partigiani erano nativi delle zone. Nonostante i rastrellamenti e il clima di costante terrore, vi è dunque un sostegno consistente, anche se mai totale e irreversibile, variabile a seconda delle zone, dell’intensità della repressione, della quantità e della provenienza dei partigiani presenti, della stagione e della disponibilità delle risorse.
Non siamo in possesso di una stima precisa su quanti fossero, alla fine della primavera del 1944, i partigiani in armi, ma possiamo dire con certezza che ci fu una crescita costante dall’inverno all’estate, con un notevole flusso nel mese di giugno, quando “un soffio di entusiasmo e di speranze percorse le città e le campagne, e spinse in montagna una quantità di persone che sino allora, per una ragione o per l’altra, non avevano ancora creduto giunto il momento di agire, o non avevano potuto muoversi. Si iniziò un nuovo grandioso afflusso” <14. La crescita improvvisa delle bande comporta, però, un decisivo aumento della precarietà: i flussi intensi verso le montagne hanno, inevitabilmente, al loro interno le loro criticità, soprattutto in molti giovani che partono decisi più che altro a sottrarsi a una guerra, piuttosto che ad iniziarne una nuova. Le bande che si sono assestate con difficoltà sulle montagne non hanno i materiali e le risorse necessari per trasformare rapidamente decine di migliaia di nuove reclute in partigiani addestrati a questo tipo di vita e di guerra. Le reazioni dei comandanti partigiani in loco si discostano drasticamente da quelle, più politiche, dei dirigenti nazionali, che, ovviamente, vedono in questo ampliamento un passaggio fondamentale per il consolidamento della Resistenza. Gran parte dei comandanti partigiani, invece, manifestano forti riserve riguardo alle nuove reclute di aprile-maggio, per una serie di ragioni: in primo luogo, l’impossibilità di operare una rigorosa selezione, considerata necessaria per assicurare l’affidabilità delle bande; la totale mancanza di esperienza dei nuovi arrivati; l’impossibilità di armarli; la difficoltà di reperire approvvigionamenti per numeri così alti di uomini; infine, il complicarsi dei rapporti con le popolazioni locali, sulle cui spalle gravava il peso del sostentamento dei partigiani. L’atteggiamento comunista è, però, diametralmente opposto: “nelle forze garibaldine vennero sempre accettati tutti i giovani che si presentavano. In primo luogo, perché le armi se le sarebbero conquistate, e poi perché se è vero che in determinati momenti (rastrellamenti, ritirate ecc.) i ‘disarmati’ posso rappresentare un ostacolo” in generale, secondo le parole di Lenin come indiscutibile insegnamento dai dirigenti comunisti, “un reparto organizzato e compatto è una grande forza quando non manca l’energia. In nessun caso bisogna rifiutare di formare dei reparti e rinviarne la costituzione col pretesto che mancano le armi” <15.
[NOTE]
10 E. Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in Collotti, Sandri e Sessi, Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione.
11 P. Secchia, Perché dobbiamo agire subito, in “La nostra lotta”, novembre 1943.
12 P. Levi Cavaglione, Guerriglia nei castelli romani, Einaudi, Torino, 1945.
13 L. Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, il Mulino, Bologna, 1983.
14 D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino, 1973.
15 P. Secchia e C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Einaudi, Torino 1958; la citazione di Lenin è ripresa dalle Opere complete di Lenin, vol. VIII (edizione russa).
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

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Sarebbe erroneo immaginare la Resistenza come un percorso rettilineo

Dopo l’8 settembre 1943, con l’annuncio dell’armistizio, la dissoluzione dell’esercito, l’occupazione tedesca e l’avanzata anglo-americana, inizia, per l’Italia, la fase più drammatica della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia si trasforma in fronte di guerra, e la lotta partigiana prende la connotazione di una vera e propria guerra civile.
Questo è il punto di connessione tra la Resistenza e la guerra nazionale: la resistenza politica, organizzata ed egemonizzata dai partiti antifascisti, prende forza con il fallimento del regime fascista, con la caduta di tutto il suo apparato dirigenziale e con la sua rovinosa sconfitta militare. Da questo tracollo nasce l’occasione per riprendere la battaglia che vent’anno prima aveva portato Mussolini al potere e aveva condannato alla galera o all’esilio i principali esponenti antifascisti. Il primo obiettivo di buona parte della Resistenza politica è, quindi, quello di rendere irreversibile il tracollo non solo del regime, ma anche della monarchia, che ne aveva avvallato la nascita e condiviso le vittorie.
Accanto a questa resistenza organizzata ne esiste un’altra, più diffusa e mutevole, che nasce dal comune malcontento e rifiuto nei confronti della guerra, e che si manifesta nel rifiuto di aderire alla leva militare obbligatoria e al lavoro per gli alleati-occupanti tedeschi, così come in molte forme di autosottrazione e di mancata collaborazione.
Per mettere a fuoco la sfida storico-politica della Resistenza è necessario tenere a mente che la società usciva da un ventennio di dominazione che, infiltrandosi in tutte le pieghe dell’esistenza dei cittadini, aveva notevolmente appiattito la consistenza delle forze di aggregazione sociale. La stragrande maggioranza degli accademici italiani, insieme ad insegnanti di ogni ordine e grado, hanno, nel migliore dei casi, taciuto, e nel peggiore hanno aderito con intimo ardore, davanti alla retorica, all’estetica, alle leggi razziali, al sogno imperiale e, in generale, al progetto politico, culturale e pedagogico fascista. È quindi necessario alfabetizzare politicamente dei ragazzi che, dopo un ventennio di appiattimento del dibattito e dell’abitudine politica, erano stati formati dalla scuola fascista a una pedagogia fortemente connotata dal punto di vista autoritario.
Mentre gli eserciti di tipo tradizionale trovano in una certa mancanza di personalità, nell’adesione alla routine e alla gerarchia, le virtù necessarie per la loro stessa sopravvivenza, la guerra per bande richiede, invece, una grandissima elasticità, doti di intraprendenza, e, soprattutto, una profondissima adesione etica. Per questo, la scarsità di uomini che uniscano in sé maturità politica, coraggio, preparazione militare e salde convinzioni, sarà uno dei problemi più ardui che dovranno affrontare gli organizzatori della Resistenza. L’esercito partigiano vuole essere nuovo, così come avrebbe dovuto essere nuova la società Italiana, seppure immaginata con connotazioni spesso contrastanti dalle diverse forse politiche che presero parte alla Resistenza. È questa, già nella fase di ideazione, una realtà che subito si scontra con diversi ostacoli: oltre che contro i tedeschi e al governo collaborazionista di Salò, si tratta qui di battersi contro i risultati, a livello culturale e antropologico, di vent’anni di dittatura. Una delle caratteristiche, infatti, che accomuna molte delle esperienze eticamente e intellettualmente dalla Resistenza, è la ribellione al fascismo come ribellione antiretorica, come necessità vitale di superare la distanza tra l’individuale esperienza concreta e la vana retorica ufficiale. Purtroppo, il tentativo di realizzare questa rottura, risulta evidente solo dopo lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio del 1943, e quindi dopo che la gerarchia fascista e la monarchia si erano già mosse per liberarsi di Mussolini.
Molte ricerche di carattere prevalentemente particolaristico hanno sottolineato come la Resistenza sia stato un fenomeno alimentato da motivazioni, energie e progetti del tutto autonomi. L’attenzione dedicata alle dinamiche interne alle formazioni, alla vita delle bande, ha contribuito a isolare la Resistenza, a interpretarla prevalentemente come un fenomeno autoreferenziale, dotato internamente di autonomi fini e strategie. Una mole gigantesca di informazioni, a volte affidabili, altre contaminate da intenti autocelebrativi, ha finito per oscurare le concrete determinazioni storiche, al cui interno, e solo qui, la Resistenza acquista possibilità di lettura. Insomma, invece che davanti ad un fenomeno storicamente e concretamente strutturato in un contesto ben preciso, siamo, al contrario, davanti a una Ricostruzione in cui la Resistenza diviene essenzialmente una categoria dello spirito, una manifestazione di umanità. La comprensione del perché certi progetti nascano in un determinato periodo e si sciolgano in un altro, è possibile solo tenendo conto contemporaneamente della complessità e della variabilità del contesto. Accostarsi allo studio della Resistenza implica necessariamente lo sforzo costante di mettere a fuoco le interdipendenze tra la “guerra rossa” e i suoi effetti sulla società italiana, nella quale la Resistenza si inscrive come un’inconciliabile contraddizione.
La Resistenza che viene studiata coincide principalmente con il tentativo di trovare, tra il 1943 e il 1945, uno spazio di iniziativa, una nuova identità autonoma tra le forze che già sono attrici in questo palcoscenico: Alleati, esercito tedesco, Repubblica sociale, monarchia e governi del Sud. La sopravvivenza della Resistenza in questo scenario, scontata a posteriori, in un primo momento non è affatto ovvia, non solo nell’inverno del 1943, ma anche nell’anno successivo. Si tratta di un’avventura della durata di appena venti mesi, che sarebbe erroneo immaginare come un percorso rettilineo.
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

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