Riferisco per dovere di cronaca che un importante editore al quale avevo proposto la pubblicazione di questa e altre mie poesie del 2014, ha candidamente risposto: “caro Linguaglossa, le sue poesie non sono in consonanza con la tradizione della poesia italiana, quindi non posso ammetterle nel mio catalogo”

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Giorgio Linguaglossa

da La notte è la tomba di Dio (poesie 2009-2014)

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

Davanti alla finestra. Dopo l’appendiabiti.
La porta sbarrata.
C’era un cono d’ombra.

K. disse:
«Oggi il miglior modo per concludere una poesia è:
“Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.”
Chiudere. Chiudere tutte le finestre. Chiudere tutte le porte. Sbarrare gli ingressi.
Scrivere su un cartello, in alto, sopra la porta d’ingresso:
“Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.”»*

[…]

Sulla linea dei cespugli tinnivano le posate dei corvi.
L’argenteria degli uccelli garriva.

Rumore di forbici di barbiere. Afrore di rancido.
La sputacchiera all’angolo della stanza.

Mio padre annuì con il capo.

[…]

K. è seduto sulla sedia girevole.
Conversa amabilmente con il nano Azazello.

Il parrucchiere François con la faccia di Dalì
gli sta tagliando la zazzera.
Il critico Bezdomnij, gilet giallo, giacca scozzese,
parla di Yeshua.
Yeshua risponde a Pilato.
«La verità, che parola è questa?».
Ma il Procuratore ha mal di testa, non ascolta, è distratto.

[…]

Divano rosso. La nera custodia semiaperta.
Lo Stradivari brilla nella bara il suo sonno incomprensibile.

«Ma io non sono un violinista – obiettò mio padre –
non ho mai suonato questo strumento».

«Il corvo è nero perché parla», disse K.

Il violinista imbraccia il violino, lo sistema sulla spalla.
Sotto il mento. Si mette in posa.

1 nota. Un verso di Tomas Tranströmer

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Riferisco per dovere di cronaca che un importante editore al quale avevo proposto la pubblicazione di questa e altre mie poesie del 2014, ha candidamente risposto:

“caro Linguaglossa, le sue poesie non sono in consonanza con la tradizione della poesia italiana, quindi non posso ammetterle nel mio catalogo”.

Commento di ChatGpt

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia” (citazione di un verso di Tomas Tranströmer). Sul rifiuto editoriale di una raccolta di Giorgio Linguaglossa del 2009-2014 appartenente alla Nuova Ontologia Estetica

Il rifiuto editoriale come evento politico-estetico: quando la poesia non è più “in consonanza con la tradizione”, ma diventa il luogo della frattura del senso. Un’analisi delle coordinate teoriche e ontologiche della Nuova Ontologia Estetica attraverso la raccolta di poesie di La notte è la tomba di Dio (2009–2014).

1. Il rifiuto come evento estetico

Un importante editore ha risposto così alla proposta di pubblicare le poesie di La notte è la tomba di Dio (2009–2014):

«Caro Linguaglossa, le sue poesie non sono in consonanza con la tradizione della poesia italiana, quindi non posso ammetterle nel mio catalogo

Una frase apparentemente innocua, quasi cortese, ma gravida di implicazioni.
Non si tratta di una semplice valutazione editoriale, bensì di una dichiarazione di appartenenza ontologica.
Dietro quel “non in consonanza” si cela una distanza abissale: quella che separa la poesia della tradizione lirica dalla Nuova Ontologia Estetica (NOE), cioè da una poesia che non rappresenta più l’esperienza, ma interroga il linguaggio nel punto in cui il senso vacilla.

2. Il paradigma del gusto tradizionale

Dire “tradizione italiana” equivale a evocare un canone implicito, una forma del sentire poetico consolidata nei decenni.
Quel canone si fonda su quattro pilastri:

  • L’io lirico come centro e garante del senso.
  • La continuità sintattica e la riconoscibilità semantica del testo.
  • La musicalità e l’armonia formale come segni di “bellezza”.
  • La rappresentazione: la poesia come espressione dell’esperienza e comunicazione di un’emozione.
  • Da Ungaretti a Montale, da Caproni a Sereni, fino a Zanzotto e i tardi epigoni, questa linea rimane interna a una concezione umanistica del linguaggio: la parola poetica è ancora il luogo dell’uomo, non la soglia del suo smarrimento.
    Il gusto dell’editore, dunque, è formato su un’estetica di continuità e riconoscibilità.
    Tutto ciò che eccede questo orizzonte viene percepito come “deviazione” o “non consonanza”.

    3. La Nuova Ontologia Estetica: la frattura del soggetto

    La Nuova Ontologia Estetica — nata e discussa su L’Ombra delle Parole — parte da una consapevolezza radicale:
    il linguaggio non rappresenta più l’essere; lo fa accadere nella sua mancanza.

    Il poeta non è più un soggetto che “dice”, ma un luogo attraversato da voci, maschere, presenze.
    Il verso non spiega né comunica, ma si manifesta come un frammento di realtà linguistica.

    Nel testo di Linguaglossa leggiamo:

    «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia. […] “Il corvo è nero perché parla”, disse K.»

    Qui la poesia non costruisce un racconto, ma uno spazio teatrale dell’assenza.
    I personaggi (K., Azazello, Yeshua, Bezdomnij, il padre) sono figure di soglia, apparizioni.
    La scena è un montaggio onirico: gli oggetti (la sputacchiera, il divano rosso, lo Stradivari) brillano di un senso che non si rivela.
    Non c’è psicologia, ma fenomenologia del frammento.
    La poesia non è più lirica, ma post-lirica: non parla del mondo, è il mondo nel suo disfarsi e nel suo farsi Evento.

    4. L’evento del linguaggio

    «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

    Questa chiusura — come ha notato K. nel testo — è un gesto poetico e filosofico insieme.
    Chiudere le porte significa negare l’accesso alla rappresentazione, interrompere la catena comunicativa del senso.
    È la soglia dove il linguaggio cessa di “dire qualcosa” e diventa presenza dell’indicibile.

    In questo senso, la NOE rovescia la funzione tradizionale del linguaggio poetico:

    • da medium di senso a evento di essere;
    • da voce del soggetto a spazio della dissoluzione del soggetto;
    • da musica dell’emozione a rumore dell’esistenza.

    5. Due ontologie estetiche a confronto

    La tradizione lirica del novecento e del post-novecento versus la Nuova Ontologia Estetica che agisce nel vuoto ontologico e nella dimensione della dissoluzione del Soggetto. Dal versante del novecento vige il concetto di Unità, di esperienza, di interiorità; dall’altro vige il frammento, la maschera, il simulacro, il falso, il doppio, la riproducibilità digitale del testo, ergo: sparizione del Linguaggio, ontologia del vuoto;  dal versante della poesia del novecento vige il linguaggio intuitivo, epifanico, comunicazionale versus il linguaggio dislocato, modale, eventuale, opaco della NOE. Da una parte: Tempo Lineare, psicologico atemporale, stratificato, mondo rappresentabile; dall’altra il mondo non è più rappresentabile secondo la centralità di un soggetto plenipotenziario, e il testo diventa indecifrabile, enigmatico, dis/locato che si annuncia per frammenti; da un lato il Giudizio di gusto obbedisce al concetto di armonia, empatia, misura, epifania, pieno ontologico; dall’altro versante il Giudizio di gusto obbedisce al concetto di dissonanza, dis/locazione, dismetria, distassia, sospensione, vuoto ontologico.

    Il giudizio dell’editore, dunque, non è “sbagliato”: è semplicemente radicato in un’altra ontologia del linguaggio. Per lui, la poesia deve ancora essere la parola salvifica dell’uomo il che equivale a dire: poesia elegiaca e post-elegiaca; per la NOE, invece, essa è ciò che resta dell’uomo quando la parola lo ha abbandonato.

    6. Il gusto come ideologia

    Ogni gusto è un’ideologia estetica. Il “non in consonanza” dell’editore non riguarda il valore del testo, ma il suo statuto ontologico: queste poesie non appartengono più al mondo del senso e del significato referendari e condivisi nel quale lui riconosce la poesia. Per la cultura del tardo novecento la parola poetica è ancora una forma di presenza, una voce che parla “dal centro dell’umano”.
    Per la NOE (nuova ontologia estetica), invece, il linguaggio è il luogo della disparizione del centro. È un campo di forze anonime che confliggono, non un rifugio dell’identità. Ecco perché questa poesia non può “piacere”: essa non chiede adesione e condivisione ma dislocazione, non vuole emozionare ma disabitare, rendere visibile che abbiamo abbandonato la Heimat (la Casa) dell’essere, e che non possiamo più abitare quella Casa. Non è una poesia nostalgica alla maniera della poesia elegiaca del novecento ma una poesia dell’interruzione (vedi i tanti punti che punteggiano il testo) e della dis/locazione linguistica.

    7. Conclusione: il rifiuto come gesto del gusto del tempo

    Il rifiuto dell’editore non è un errore, ma un segno del tempo.
    Ogni svolta poetica, nella storia, è iniziata come non consonanza: lo fu la poesia simbolista rispetto al realismo, lo fu l’ermetismo rispetto al discorso civile, lo è oggi la NOE rispetto alla lirica dell’esperienza.

    «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

    Forse è proprio questa la condizione della poesia contemporanea: un mondo chiuso, un’aria sospesa, e dentro, nella grigia immobilità, il luccichio di una lingua che tenta ancora di pronunciare l’impronunciabile, ma non è un difetto, piuttosto è il punto esatto in cui il linguaggio poetico — finalmente — comincia a pensare di nuovo l’essere.

    Nota biografico-critica

    La notte è la tomba di Dio (2009–2014) raccoglie testi appartenenti alla fase centrale della ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa, nella quale si definiscono i presupposti teorici e stilistici della Nuova Ontologia Estetica: dissoluzione del soggetto, autonomia del linguaggio poetico, temporalità sospesa, figurazione dell’assurdo e dell’ultroneo. L’opera rappresenta uno dei momenti di più alta consapevolezza critica del dibattito sulla poesia europea contemporanea, al di fuori di ogni linea evolutiva della “tradizione italiana”.

    (ChatGpt)

    Ermeneutica di Lidia Popa su “substack”

    il corvo è nero perché parla

    La chiusura non è solo gesto architettonico, ma atto metafisico. Chiudere le porte, sbarrare gli ingressi, oscurare le finestre: è il rito di chi rinuncia alla trasparenza del mondo per abitare la propria opacità. L’aria grigia non è il colore del tempo, ma il respiro di ciò che resta quando la luce non entra più. È il tono dell’interiorità quando smette di cercare conferme esterne. K. lo sa. K. non chiude per difendersi, ma per fondare. Il cartello sopra la porta non è avviso, ma epigrafe: “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia” È il sigillo di chi ha scelto il margine come luogo di pensiero. Non c’è fuga, ma fondazione. Non c’è isolamento, ma concentrazione. Nel cono d’ombra, dopo l’appendiabiti, si forma il pensiero. Lì, dove il rumore delle posate dei corvi tinnisce come argenteria celeste, si compie la liturgia del silenzio. Il barbiere taglia, il nano Azazello ride, Bezdomnij parla di Yeshua, ma il Procuratore ha mal di testa. La verità non si ascolta: si perde tra le distrazioni del potere. Il violino dorme nella custodia come un’idea non ancora pensata. Mio padre non lo suona, ma lo riconosce. Il gesto del violinista è posa, ma anche invocazione. Una nota sola, come un verso di Tranströmer, può aprire tutte le porte chiuse. Ma solo se accettiamo che «il corvo è nero perché parla», e che il nero non è negazione, ma linguaggio. Chiudere le porte è un atto di dignità. È il rifiuto del clamore, dell’accesso indiscriminato, della luce che pretende di vedere tutto. È il diritto all’ombra, alla soglia, alla pausa. È il gesto filosofico per eccellenza: non quello che spiega, ma quello che custodisce. E allora, come dice K., il miglior modo per concludere una poesia è anche il miglior modo per cominciare a pensare:

    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

    La poesia di Giorgio Linguaglossa, nella sua incarnazione più enigmatica e teatrale — quella del “Signor K.” — si configura come un dispositivo rituale che interroga la soglia, la chiusura, e l’opacità del pensiero. Il verso “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.” non è solo epigrafe, ma fondazione: un gesto che istituisce lo spazio poetico come luogo di concentrazione, non di esclusione. In questo saggio si propone una lettura della poesia di Linguaglossa come architettura liminale, dove il pensiero si raccoglie nel cono d’ombra e la parola si fa custodia. Nel frammento analizzato, la chiusura delle porte e delle finestre non rappresenta una fuga dal mondo, bensì un atto di fondazione. Il cartello sopra la porta — “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.” — è un sigillo che delimita il campo del pensiero. La soglia non è negazione, ma concentrazione. In questo senso, la poesia di Linguaglossa si oppone alla trasparenza come valore assoluto, rivendicando il diritto all’opacità, alla pausa, alla sospensione. La scena poetica è popolata da figure grottesche e surreali: il nano Azazello, il parrucchiere François con la faccia di Dalì, il critico Bezdomnij, Yeshua e Pilato. Questi personaggi non sono meri ornamenti, ma funzioni rituali. Azazello è il demone della soglia, il mediatore tra il visibile e l’invisibile. François taglia la zazzera di K., compiendo un gesto di potatura simbolica. Bezdomnij parla di verità, ma il Procuratore non ascolta: la verità si perde nel rumore del potere. Lo Stradivari nella custodia semiaperta è l’emblema dell’idea non ancora pensata. Mio padre non lo suona, ma lo riconosce: la poesia non è possesso, ma riconoscimento. Il gesto del violinista che si mette in posa è invocazione, non performance. Una nota sola — come un verso di Tranströmer — può aprire tutte le porte chiuse, ma solo se si accetta che il nero del corvo è linguaggio, non negazione. La chiusura, nella poesia di Linguaglossa, è il gesto filosofico per eccellenza. Non spiega, ma custodisce. Non illumina, ma protegge. In un’epoca dominata dalla trasparenza e dall’accesso indiscriminato, la poesia rivendica il diritto all’ombra, alla soglia, alla concentrazione. Il pensiero non si espone: si raccoglie. E la poesia non si conclude: si custodisce. La poesia di Giorgio Linguaglossa, attraverso la figura del Signor K., istituisce un teatro delle ombre, dei simulacri dove il pensiero si fa gesto, la parola si fa soglia, e la chiusura diventa fondazione. “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia” non è solo un verso: è un atto. Un atto di dignità, di concentrazione, di resistenza, di esistenza. In questo spazio, la poesia non cerca di spiegare il mondo, ma di custodirlo.

    Il rifiuto

    Ma l’editore a cui Linguaglossa ha proposto la pubblicazione — e che rifiutò — non respinse soltanto un manoscritto: ha respinto una soglia. Non ha visto che quel verso, “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia”, non era una chiusura editoriale, ma un’apertura rituale. Non ha riconosciuto che K. non è un personaggio, ma un gesto: il gesto di chi fonda il pensiero nel margine, di chi sceglie l’opacità come forma di dignità. Il rifiuto editoriale, in questo caso, non è errore né censura: è parte del rito. È la conferma che la poesia di K. non cerca il centro, ma il bordo. Non cerca il consenso, ma la custodia. L’editore, forse, cercava una narrazione lineare, una voce che si spiegasse, che si aprisse al lettore come una finestra. Ma K. chiude. K. sbarra. K. scrive sul cartello. E così, il rifiuto diventa parte dell’opera. È il silenzio che accompagna la nota non suonata. È la custodia nera che non si apre. È il corvo che parla, ma non viene ascoltato. È il Procuratore che ha mal di testa. La poesia di Linguaglossa non si pubblica: si custodisce. Non si distribuisce: si trasmette. Non si legge: si riconosce. E forse, proprio per questo, l’editore ha fatto il suo mestiere. Ha chiuso la porta. Ha lasciato l’aria grigia. Ma noi, che leggiamo nel cono d’ombra, sappiamo che quella porta chiusa è anche un invito. Un invito a pensare, a custodire, a restare.

    ©️ Lidia Popa

     

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    Poesia di Lidia Popa, ‘Cruelia contro la Temeraria Rivale’ ci troviamo in questa nuova epoca che è stata brillantemente definita «feudalesimo tecnologico», caratterizzata dalla sostituzione etnica delle parole, dove i linguaggi divenuti dis/funzionali diventano impropri e inadeguati a com/prendere il mondo.

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    Glossa di Giorgio Linguaglossa

    Un linguaggio poetico deve essere incoglibile per essere significativo e significante, altrimenti ricade nella accessibilità tipica del linguaggio informazionale. È che ci troviamo in questa nuova epoca che è stata brillantemente definita «feudalesimo tecnologico», caratterizzata dalla sostituzione etnica delle parole, dove i linguaggi divenuti dis/funzionali diventano impropri e inadeguati a com/prendere il mondo. Si falsificano i linguaggi. Si falsifica la realtà. Si falsifica la Fantasia. Si falsificano le «voci», come hanno fatto di recente dei truffatori che hanno falsificato la «voce» del ministro Crosetto per estorcere denaro ad alcuni ricchissimi imprenditori. Le «voci» oggi sono state dis/funzionalizzate e mistificate. Le «voci» della poesia di accademia hanno perduto la loro «origine». Le «voci» hanno perduto la loro «origine». E allora ecco la necessità di una poesia anch’essa dialetticamente dis/funzionale perché basata sul Fattore Fantasy come questa di Lidia Popa, dove la «voce» viene destrutturata nella sua origine e ritorna nominante, nomina il mondo della fantasia, nomina il nulla di cui siamo circondati. Scrive Lidia Popa: «Per mantenere la mia coerenza in un mondo del dubbio e delle maschere ho scritto questo poema è mi concedo perché non mi piace stare ferma su un argomento. Con fede nella poesia contemporanea».

    Scrive Lacan

    «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
    È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
    Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
    Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
    Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
    Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.

    Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]

    1] J. Lacan Ecrits, 1966,Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293

    Lidia Popa

    Cruelia contro la Temeraria Rivale

    I
    Il duello all’ultima stoccata tra Cruelia e la temeraria Rivale,
    un confronto tra ingegno e audacia, un gioco di arte marziale.
    L’una con l’eleganza della crudeltà, l’altra con il fuoco dell’ardire,
    tra loro un destino incerto, difficile a definire.

    Cruelia, con il suo sguardo gelido, come ghiaccio in un inverno profondo,
    protegge il suo regno oscuro, il potere di un mondo.
    La sua voce è un sussurro, un bisbiglio d’ombra e terrore,
    capace di far tremare anche il più impavido cuore.

    Rivale, con occhi di fiamma, brillante di spirito e passione,
    non teme il buio, affronta ogni lotta con determinazione.
    Nel suo cuore arde la fiamma della giustizia e dell’onore,
    una forza che risplende come il sole nel suo splendore.

    Il campo di battaglia è teso, ogni respiro è una promessa di scontro,
    la tensione si intensifica, è palpabile come un vento controvento.
    Le spade si incrociano, scintille volano nell’aria,
    ogni colpo una danza, una sinfonia di forza straordinaria.

    Il duello continua, nessuna delle due cede il passo,
    Cruelia con il suo gelo, Rivale con il suo impeto grasso.
    Ogni mossa è un enigma, un mistero da risolvere,
    chi trionferà in questa lotta, il destino saprà rispondere.

    E così la lotta imperversa, tra l’oscurità e la luce,
    un’epica sfida che il tempo stesso conduce.
    E mentre il mondo assiste, con il fiato sospeso e il cuore in festa,
    si scrive una nuova leggenda, la lotta testa a testa.

    II
    Le ore scorrono lente, sotto il cielo d’un blu profondo,
    le guerriere si muovono con precisione, uniche nel loro mondo.
    Ogni colpo è un racconto, un’epica narrazione,
    la lotta si fa più intensa, una danza d’ispirazione.

    Cruelia, con occhi scintillanti come stelle oscure,
    maneggia la sua lama con movenze sicure.
    Rivale risponde con grinta, il cuore che batte forte,
    non c’è paura, solo il destino a guidare le loro sorti.

    Il clangore delle spade, come musica di guerra,
    riempie l’aria, un’eco tra terra e terra.
    Nessuna si arrende, nessuna vuole cedere,
    nel loro scontro epico, il coraggio a prevalere.

    Un attimo di esitazione, una pausa nel conflitto,
    occhi che si incontrano, un rispetto non detto.
    Perché in questa lotta, tra gelo e fiamma ardente,
    c’è una bellezza unica, un legame latente.

    Ma il tempo è tiranno, e il duello deve riprendere,
    ognuna con la propria forza, il proprio volere.
    Cruelia e Rivale, due facce della stessa moneta,
    continuano a combattere, una danza senza meta.

    E mentre il mondo osserva, in un silenzio sovrano,
    la storia si scrive, mano nella mano.
    La lotta continua, tra ombre e luce fiammante,
    un’epica sfida che resterà nel cuore di ogni amante.

    III
    La notte cala lentamente, avvolgendo il campo di battaglia
    in un manto di stelle lucenti, un tappeto che assomiglia
    a un sogno senza fine, un palco per questo dramma,
    dove le eroine si affrontano, ognuna con la propria fiamma.

    Cruelia, maestra dell’ombra, oscura come una notte senza luna,
    la sua presenza un enigma, un rompicapo senza fortuna.
    Con movimenti eleganti, sfiora l’aria con grazia,
    una regina del mistero, una figura che non si scaccia.

    Rivale, ardente come il sole al mattino,
    la sua energia contagiosa, un faro di destino.
    Combattendo con passione, ogni colpo un inno all’onore,
    lei è il fuoco che risplende, una forza che non conosce timore.

    Il duello si prolunga, in un crescendo di emozioni,
    le spettatrici guardano con fervore, in attesa di soluzioni.
    Ogni ferita e ogni colpo, un capitolo di questa saga,
    ogni passo un verso, un poema che mai s’appaga.

    Il terreno è intriso di sudore, il respiro si fa corto,
    ma né Cruelia né Rivale danno segno di sconforto.
    Con cuore impavido, continuano a lottare,
    in questa danza epica, nessuna si può fermare.

    E così, la lotta testa a testa si fa eterna,
    un ciclo di forza e passione, un fuoco che mai si spegne.
    L’una con il gelo della notte, l’altra con la luce del giorno,
    le loro storie intrecciate, un destino che ormai hanno fatto proprio.

    IV
    L’alba inizia a tingere il cielo di un tenue arancio dorato,
    il mondo si risveglia, ma il duello non ha ancora trovato
    la sua risoluzione, un esito definitivo,
    tra Cruelia e Rivale, il conflitto resta incisivo.

    Le forze cominciano a calare, il respiro si fa pesante,
    ma le guerriere perseverano, ognuna fiera e incessante.
    Un’ultima serie di colpi, un’esplosione di determinazione,
    un confronto finale, una sinfonia di passione.

    Cruelia, l’incarnazione del gelo, l’eterna regina della notte,
    con un’ultima mossa, prova a prevalere, gioca la sua carta forte.
    Rivale, il fuoco indomito, una stella che non si estingue mai,
    con un grido di vittoria, si erge, luminosa e senza freni.

    Il mondo trattiene il fiato, nell’istante del climax,
    e poi, in un attimo di silenzio, si svela il fato.
    Un sorriso di complicità tra le due, un rispetto guadagnato,
    la loro lotta, una leggenda, un legame ormai indissolubile e consacrato.

    Non ci sono vincitori né vinti, solo la forza dell’onore,
    una storia di coraggio, un poema che palpita ancora nel cuore.
    Cruelia e Rivale, due anime legate dal destino,
    un’epica battaglia che il tempo racconta come un antico vino.

    E così si conclude la loro lotta, ma non la loro storia,
    perché in ogni cuore che ascolta, resta viva la loro gloria.
    Due eroine indimenticabili, una danza di luce e ombra,
    un duello che risplende, come un sole che tramonta.
    ©️ Lidia Popa

    (Roma, 7 febbraio 2025)

    *

    Nata in Romania nel comune di Piatra Șoimului, nella contea di Neamț, il 16 aprile 1964, Lidia Popa ha terminato gli studi con un diploma di maturità e altri corsi amministrativi a Piatra Neamț, dove ha lavorato fino a quando ha deciso di emigrare in Italia. Vive e lavora da 21 anni a Roma dove è arrivata sull’ondata di emigrazione intellettuale dopo la caduta del muro di Berlino. Ha scritto la sua prima poesia all’età di 7 anni. È poetessa, saggista, narratrice, riconosciuta in Italia e all’estero per la sua attività letteraria. Collabora con associazioni culturali, cenacoli letterari, riviste e pubblicazioni cartacee e online di letteratura romena, italiana e internazionale. Scrive in ​​romeno e italiano e anche in altre lingue come esercizio di conoscenza.
    Ha pubblicato le sue poesie in cinque libri: in Italia, Punto differente (essere), 2016; Nell’antro dei miei pensieri (Dacia), ed. bilingue romeno-italiana, 2016; Anfora di cielo, ed. bilingue romeno-italiana, Edizioni Divinafollia, 2017; in Romania, Sufletul cuvintelor/ Shpirti i fjalëve (L’anima delle parole), ed. bilingue romeno-albanese, Amanda Edit Verlag, 2021, Sintagme cu dor de trifoi (Sintagmi con desiderio di trifoglio), ed. romena, Editura Minela, 2021, e in 40 antologie letterarie e riviste letterarie online dal 2014 ad oggi in Italia, Romania, Spagna, Canada, Serbia, Bangladesh, Regno Unito, Libano, ecc. Le sue poesie sono tradotte in italiano, francese, inglese, spagnolo, arabo, tedesco, bengali, portoghese, serbo. I suoi scritti sono pubblicati regolarmente su riviste in Romania, Italia e all’estero. È promotrice della letteratura romena, italiana e internazionale, e fa parte delle giurie di alcuni concorsi. Traduce da autori classici o contemporanei, che si distinguono per la raffinatezza e la qualità dei loro versi, in italiano, romeno, inglese, spagnolo, francese, tedesco, affermando che «è solo un esercizio di scrittura per imparare ed evolvere come persona con amore per l’umanità, per l’arte, la poesia e la letteratura».
    È stata premiata in importanti concorsi internazionali con diplomi di riconoscimento, targhe, trofei e medaglie*. Lidia Popa è membro della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), membro onorario della Società Letteraria Internazionale Casa Poética Magia y Plumas, Repubblica di Colombia, membro dell’Unione Ispanomondiale degli Scrittori (Unión Hispanomundial de Escritores) (UHE) e vicepresidente UHE Romania, consigliera per l’Italia della Suryodaya Literary Foundation Odisha India, membro Motivational Strips – Oman e di numerosi altri gruppi letterari a livello internazionale. È stata invitata al Congresso Mondiale dei Poeti organizzato da World Academy of Arts and Culture che si è tenuta a Budapest in Ungheria dal 20 al 27 settembre 2021.

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