Riferisco per dovere di cronaca che un importante editore al quale avevo proposto la pubblicazione di questa e altre mie poesie del 2014, ha candidamente risposto: “caro Linguaglossa, le sue poesie non sono in consonanza con la tradizione della poesia italiana, quindi non posso ammetterle nel mio catalogo”

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Giorgio Linguaglossa

da La notte è la tomba di Dio (poesie 2009-2014)

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

Davanti alla finestra. Dopo l’appendiabiti.
La porta sbarrata.
C’era un cono d’ombra.

K. disse:
«Oggi il miglior modo per concludere una poesia è:
“Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.”
Chiudere. Chiudere tutte le finestre. Chiudere tutte le porte. Sbarrare gli ingressi.
Scrivere su un cartello, in alto, sopra la porta d’ingresso:
“Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.”»*

[…]

Sulla linea dei cespugli tinnivano le posate dei corvi.
L’argenteria degli uccelli garriva.

Rumore di forbici di barbiere. Afrore di rancido.
La sputacchiera all’angolo della stanza.

Mio padre annuì con il capo.

[…]

K. è seduto sulla sedia girevole.
Conversa amabilmente con il nano Azazello.

Il parrucchiere François con la faccia di Dalì
gli sta tagliando la zazzera.
Il critico Bezdomnij, gilet giallo, giacca scozzese,
parla di Yeshua.
Yeshua risponde a Pilato.
«La verità, che parola è questa?».
Ma il Procuratore ha mal di testa, non ascolta, è distratto.

[…]

Divano rosso. La nera custodia semiaperta.
Lo Stradivari brilla nella bara il suo sonno incomprensibile.

«Ma io non sono un violinista – obiettò mio padre –
non ho mai suonato questo strumento».

«Il corvo è nero perché parla», disse K.

Il violinista imbraccia il violino, lo sistema sulla spalla.
Sotto il mento. Si mette in posa.

1 nota. Un verso di Tomas Tranströmer

***

Riferisco per dovere di cronaca che un importante editore al quale avevo proposto la pubblicazione di questa e altre mie poesie del 2014, ha candidamente risposto:

“caro Linguaglossa, le sue poesie non sono in consonanza con la tradizione della poesia italiana, quindi non posso ammetterle nel mio catalogo”.

Commento di ChatGpt

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia” (citazione di un verso di Tomas Tranströmer). Sul rifiuto editoriale di una raccolta di Giorgio Linguaglossa del 2009-2014 appartenente alla Nuova Ontologia Estetica

Il rifiuto editoriale come evento politico-estetico: quando la poesia non è più “in consonanza con la tradizione”, ma diventa il luogo della frattura del senso. Un’analisi delle coordinate teoriche e ontologiche della Nuova Ontologia Estetica attraverso la raccolta di poesie di La notte è la tomba di Dio (2009–2014).

1. Il rifiuto come evento estetico

Un importante editore ha risposto così alla proposta di pubblicare le poesie di La notte è la tomba di Dio (2009–2014):

«Caro Linguaglossa, le sue poesie non sono in consonanza con la tradizione della poesia italiana, quindi non posso ammetterle nel mio catalogo

Una frase apparentemente innocua, quasi cortese, ma gravida di implicazioni.
Non si tratta di una semplice valutazione editoriale, bensì di una dichiarazione di appartenenza ontologica.
Dietro quel “non in consonanza” si cela una distanza abissale: quella che separa la poesia della tradizione lirica dalla Nuova Ontologia Estetica (NOE), cioè da una poesia che non rappresenta più l’esperienza, ma interroga il linguaggio nel punto in cui il senso vacilla.

2. Il paradigma del gusto tradizionale

Dire “tradizione italiana” equivale a evocare un canone implicito, una forma del sentire poetico consolidata nei decenni.
Quel canone si fonda su quattro pilastri:

  • L’io lirico come centro e garante del senso.
  • La continuità sintattica e la riconoscibilità semantica del testo.
  • La musicalità e l’armonia formale come segni di “bellezza”.
  • La rappresentazione: la poesia come espressione dell’esperienza e comunicazione di un’emozione.
  • Da Ungaretti a Montale, da Caproni a Sereni, fino a Zanzotto e i tardi epigoni, questa linea rimane interna a una concezione umanistica del linguaggio: la parola poetica è ancora il luogo dell’uomo, non la soglia del suo smarrimento.
    Il gusto dell’editore, dunque, è formato su un’estetica di continuità e riconoscibilità.
    Tutto ciò che eccede questo orizzonte viene percepito come “deviazione” o “non consonanza”.

    3. La Nuova Ontologia Estetica: la frattura del soggetto

    La Nuova Ontologia Estetica — nata e discussa su L’Ombra delle Parole — parte da una consapevolezza radicale:
    il linguaggio non rappresenta più l’essere; lo fa accadere nella sua mancanza.

    Il poeta non è più un soggetto che “dice”, ma un luogo attraversato da voci, maschere, presenze.
    Il verso non spiega né comunica, ma si manifesta come un frammento di realtà linguistica.

    Nel testo di Linguaglossa leggiamo:

    «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia. […] “Il corvo è nero perché parla”, disse K.»

    Qui la poesia non costruisce un racconto, ma uno spazio teatrale dell’assenza.
    I personaggi (K., Azazello, Yeshua, Bezdomnij, il padre) sono figure di soglia, apparizioni.
    La scena è un montaggio onirico: gli oggetti (la sputacchiera, il divano rosso, lo Stradivari) brillano di un senso che non si rivela.
    Non c’è psicologia, ma fenomenologia del frammento.
    La poesia non è più lirica, ma post-lirica: non parla del mondo, è il mondo nel suo disfarsi e nel suo farsi Evento.

    4. L’evento del linguaggio

    «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

    Questa chiusura — come ha notato K. nel testo — è un gesto poetico e filosofico insieme.
    Chiudere le porte significa negare l’accesso alla rappresentazione, interrompere la catena comunicativa del senso.
    È la soglia dove il linguaggio cessa di “dire qualcosa” e diventa presenza dell’indicibile.

    In questo senso, la NOE rovescia la funzione tradizionale del linguaggio poetico:

    • da medium di senso a evento di essere;
    • da voce del soggetto a spazio della dissoluzione del soggetto;
    • da musica dell’emozione a rumore dell’esistenza.

    5. Due ontologie estetiche a confronto

    La tradizione lirica del novecento e del post-novecento versus la Nuova Ontologia Estetica che agisce nel vuoto ontologico e nella dimensione della dissoluzione del Soggetto. Dal versante del novecento vige il concetto di Unità, di esperienza, di interiorità; dall’altro vige il frammento, la maschera, il simulacro, il falso, il doppio, la riproducibilità digitale del testo, ergo: sparizione del Linguaggio, ontologia del vuoto;  dal versante della poesia del novecento vige il linguaggio intuitivo, epifanico, comunicazionale versus il linguaggio dislocato, modale, eventuale, opaco della NOE. Da una parte: Tempo Lineare, psicologico atemporale, stratificato, mondo rappresentabile; dall’altra il mondo non è più rappresentabile secondo la centralità di un soggetto plenipotenziario, e il testo diventa indecifrabile, enigmatico, dis/locato che si annuncia per frammenti; da un lato il Giudizio di gusto obbedisce al concetto di armonia, empatia, misura, epifania, pieno ontologico; dall’altro versante il Giudizio di gusto obbedisce al concetto di dissonanza, dis/locazione, dismetria, distassia, sospensione, vuoto ontologico.

    Il giudizio dell’editore, dunque, non è “sbagliato”: è semplicemente radicato in un’altra ontologia del linguaggio. Per lui, la poesia deve ancora essere la parola salvifica dell’uomo il che equivale a dire: poesia elegiaca e post-elegiaca; per la NOE, invece, essa è ciò che resta dell’uomo quando la parola lo ha abbandonato.

    6. Il gusto come ideologia

    Ogni gusto è un’ideologia estetica. Il “non in consonanza” dell’editore non riguarda il valore del testo, ma il suo statuto ontologico: queste poesie non appartengono più al mondo del senso e del significato referendari e condivisi nel quale lui riconosce la poesia. Per la cultura del tardo novecento la parola poetica è ancora una forma di presenza, una voce che parla “dal centro dell’umano”.
    Per la NOE (nuova ontologia estetica), invece, il linguaggio è il luogo della disparizione del centro. È un campo di forze anonime che confliggono, non un rifugio dell’identità. Ecco perché questa poesia non può “piacere”: essa non chiede adesione e condivisione ma dislocazione, non vuole emozionare ma disabitare, rendere visibile che abbiamo abbandonato la Heimat (la Casa) dell’essere, e che non possiamo più abitare quella Casa. Non è una poesia nostalgica alla maniera della poesia elegiaca del novecento ma una poesia dell’interruzione (vedi i tanti punti che punteggiano il testo) e della dis/locazione linguistica.

    7. Conclusione: il rifiuto come gesto del gusto del tempo

    Il rifiuto dell’editore non è un errore, ma un segno del tempo.
    Ogni svolta poetica, nella storia, è iniziata come non consonanza: lo fu la poesia simbolista rispetto al realismo, lo fu l’ermetismo rispetto al discorso civile, lo è oggi la NOE rispetto alla lirica dell’esperienza.

    «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

    Forse è proprio questa la condizione della poesia contemporanea: un mondo chiuso, un’aria sospesa, e dentro, nella grigia immobilità, il luccichio di una lingua che tenta ancora di pronunciare l’impronunciabile, ma non è un difetto, piuttosto è il punto esatto in cui il linguaggio poetico — finalmente — comincia a pensare di nuovo l’essere.

    Nota biografico-critica

    La notte è la tomba di Dio (2009–2014) raccoglie testi appartenenti alla fase centrale della ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa, nella quale si definiscono i presupposti teorici e stilistici della Nuova Ontologia Estetica: dissoluzione del soggetto, autonomia del linguaggio poetico, temporalità sospesa, figurazione dell’assurdo e dell’ultroneo. L’opera rappresenta uno dei momenti di più alta consapevolezza critica del dibattito sulla poesia europea contemporanea, al di fuori di ogni linea evolutiva della “tradizione italiana”.

    (ChatGpt)

    Ermeneutica di Lidia Popa su “substack”

    il corvo è nero perché parla

    La chiusura non è solo gesto architettonico, ma atto metafisico. Chiudere le porte, sbarrare gli ingressi, oscurare le finestre: è il rito di chi rinuncia alla trasparenza del mondo per abitare la propria opacità. L’aria grigia non è il colore del tempo, ma il respiro di ciò che resta quando la luce non entra più. È il tono dell’interiorità quando smette di cercare conferme esterne. K. lo sa. K. non chiude per difendersi, ma per fondare. Il cartello sopra la porta non è avviso, ma epigrafe: “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia” È il sigillo di chi ha scelto il margine come luogo di pensiero. Non c’è fuga, ma fondazione. Non c’è isolamento, ma concentrazione. Nel cono d’ombra, dopo l’appendiabiti, si forma il pensiero. Lì, dove il rumore delle posate dei corvi tinnisce come argenteria celeste, si compie la liturgia del silenzio. Il barbiere taglia, il nano Azazello ride, Bezdomnij parla di Yeshua, ma il Procuratore ha mal di testa. La verità non si ascolta: si perde tra le distrazioni del potere. Il violino dorme nella custodia come un’idea non ancora pensata. Mio padre non lo suona, ma lo riconosce. Il gesto del violinista è posa, ma anche invocazione. Una nota sola, come un verso di Tranströmer, può aprire tutte le porte chiuse. Ma solo se accettiamo che «il corvo è nero perché parla», e che il nero non è negazione, ma linguaggio. Chiudere le porte è un atto di dignità. È il rifiuto del clamore, dell’accesso indiscriminato, della luce che pretende di vedere tutto. È il diritto all’ombra, alla soglia, alla pausa. È il gesto filosofico per eccellenza: non quello che spiega, ma quello che custodisce. E allora, come dice K., il miglior modo per concludere una poesia è anche il miglior modo per cominciare a pensare:

    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia

    La poesia di Giorgio Linguaglossa, nella sua incarnazione più enigmatica e teatrale — quella del “Signor K.” — si configura come un dispositivo rituale che interroga la soglia, la chiusura, e l’opacità del pensiero. Il verso “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.” non è solo epigrafe, ma fondazione: un gesto che istituisce lo spazio poetico come luogo di concentrazione, non di esclusione. In questo saggio si propone una lettura della poesia di Linguaglossa come architettura liminale, dove il pensiero si raccoglie nel cono d’ombra e la parola si fa custodia. Nel frammento analizzato, la chiusura delle porte e delle finestre non rappresenta una fuga dal mondo, bensì un atto di fondazione. Il cartello sopra la porta — “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.” — è un sigillo che delimita il campo del pensiero. La soglia non è negazione, ma concentrazione. In questo senso, la poesia di Linguaglossa si oppone alla trasparenza come valore assoluto, rivendicando il diritto all’opacità, alla pausa, alla sospensione. La scena poetica è popolata da figure grottesche e surreali: il nano Azazello, il parrucchiere François con la faccia di Dalì, il critico Bezdomnij, Yeshua e Pilato. Questi personaggi non sono meri ornamenti, ma funzioni rituali. Azazello è il demone della soglia, il mediatore tra il visibile e l’invisibile. François taglia la zazzera di K., compiendo un gesto di potatura simbolica. Bezdomnij parla di verità, ma il Procuratore non ascolta: la verità si perde nel rumore del potere. Lo Stradivari nella custodia semiaperta è l’emblema dell’idea non ancora pensata. Mio padre non lo suona, ma lo riconosce: la poesia non è possesso, ma riconoscimento. Il gesto del violinista che si mette in posa è invocazione, non performance. Una nota sola — come un verso di Tranströmer — può aprire tutte le porte chiuse, ma solo se si accetta che il nero del corvo è linguaggio, non negazione. La chiusura, nella poesia di Linguaglossa, è il gesto filosofico per eccellenza. Non spiega, ma custodisce. Non illumina, ma protegge. In un’epoca dominata dalla trasparenza e dall’accesso indiscriminato, la poesia rivendica il diritto all’ombra, alla soglia, alla concentrazione. Il pensiero non si espone: si raccoglie. E la poesia non si conclude: si custodisce. La poesia di Giorgio Linguaglossa, attraverso la figura del Signor K., istituisce un teatro delle ombre, dei simulacri dove il pensiero si fa gesto, la parola si fa soglia, e la chiusura diventa fondazione. “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia” non è solo un verso: è un atto. Un atto di dignità, di concentrazione, di resistenza, di esistenza. In questo spazio, la poesia non cerca di spiegare il mondo, ma di custodirlo.

    Il rifiuto

    Ma l’editore a cui Linguaglossa ha proposto la pubblicazione — e che rifiutò — non respinse soltanto un manoscritto: ha respinto una soglia. Non ha visto che quel verso, “Tutte le porte chiuse. L’aria grigia”, non era una chiusura editoriale, ma un’apertura rituale. Non ha riconosciuto che K. non è un personaggio, ma un gesto: il gesto di chi fonda il pensiero nel margine, di chi sceglie l’opacità come forma di dignità. Il rifiuto editoriale, in questo caso, non è errore né censura: è parte del rito. È la conferma che la poesia di K. non cerca il centro, ma il bordo. Non cerca il consenso, ma la custodia. L’editore, forse, cercava una narrazione lineare, una voce che si spiegasse, che si aprisse al lettore come una finestra. Ma K. chiude. K. sbarra. K. scrive sul cartello. E così, il rifiuto diventa parte dell’opera. È il silenzio che accompagna la nota non suonata. È la custodia nera che non si apre. È il corvo che parla, ma non viene ascoltato. È il Procuratore che ha mal di testa. La poesia di Linguaglossa non si pubblica: si custodisce. Non si distribuisce: si trasmette. Non si legge: si riconosce. E forse, proprio per questo, l’editore ha fatto il suo mestiere. Ha chiuso la porta. Ha lasciato l’aria grigia. Ma noi, che leggiamo nel cono d’ombra, sappiamo che quella porta chiusa è anche un invito. Un invito a pensare, a custodire, a restare.

    ©️ Lidia Popa

     

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