Il Fatto Quotidiano: Morto il giornalista Roberto Arditti, aveva 60 anni: la carriera tra giornalismo, politica e comunicazione

Si è spento presso l’azienda ospedaliera San Camillo di Roma il giornalista Roberto Arditti, all’età di sessant’anni. Il decesso è stato confermato nel pomeriggio del 2 aprile dalla commissione medica della struttura, che ha accertato formalmente la morte cerebrale a seguito di un arresto cardiaco avvenuto il giorno precedente. I supporti vitali sono stati temporaneamente mantenuti per consentire il prelievo degli organi, nel rispetto della volontà di Arditti di donarli. Il primo di aprile era circolata prematuramente la notizia del decesso, poi smentita dall’ospedale, che aveva chiarito come il giornalista fosse ricoverato in terapia intensiva in condizioni critiche e con supporto vitale. L’indomani è arrivato l’accertamento formale della morte e la comunicazione ufficiale del decesso.
Nato a Lodi nel 1965, bocconiano, Arditti si è dedicato all’informazione, ma anche alla consulenza e a incarichi istituzionali. Tra il 1987 e il 1992 ha lavorato nel gabinetto di Giovanni Spadolini. Nel corso della sua attività ha diretto le news di RTL 102.5 e collaborato come autore a Porta a Porta. È stato direttore de Il Tempo, quotidiano per cui ha poi continuato a scrivere come editorialista. Dal 2018 era direttore editoriale della rivista Formiche. Ha inoltre svolto incarichi nella comunicazione pubblica, tra cui il ruolo di portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola e il coordinamento della comunicazione di Expo 2015. Ha fondato, insieme a Swg, la società di consulenza Kratesis, attiva su temi di politica internazionale e sicurezza. Era autore di saggi dedicati alle trasformazioni sociali e ai sistemi di potere, ed era apprezzato per uno stile sobrio e analitico.
L'articolo Morto il giornalista Roberto Arditti, aveva 60 anni: la carriera tra giornalismo, politica e comunicazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

The journalist Roberto Arditti has died, he was 60 years old: his career spanned journalism, politics, and communication.

The journalist Roberto Arditti died at the San Camillo Hospital in Rome at the age of sixty. The death was confirmed in the afternoon of April 2nd by the hospital’s medical commission, which formally ascertained brain death following a cardiac arrest that occurred the previous day. Life support was temporarily maintained to allow for organ retrieval, in accordance with Arditti’s wish to donate them. The news of his death had circulated prematurely on April 1st, then denied by the hospital, which had clarified that the journalist was hospitalized in intensive care in critical condition with life support. The formal ascertainment of death and the official announcement of the death arrived the following day.

Born in Lodi in 1965, a graduate of Bocconi University, Arditti dedicated himself to information, as well as consulting and institutional roles. Between 1987 and 1992 he worked in the office of Giovanni Spadolini. During his career he directed the news for RTL 102.5 and collaborated as an author on Porta a Porta. He was editor of Il Tempo, daily newspaper for which he continued to write as an editorialist. Since 2018 he was editorial director of the magazine Formiche. He also held positions in public communication, including the role of spokesperson for Interior Minister Claudio Scajola and the coordination of communication for Expo 2015. He founded, together with Swg, the consultancy firm Kratesis, active on issues of international politics and security. He was the author of essays dedicated to social transformations and power systems, and was appreciated for a sober and analytical style.

The article “The Journalist Roberto Arditti Dies, He Was 60 Years Old: His Career Between Journalism, Politics and Communication” was published in Il Fatto Quotidiano.

#RobertoArditti #Arditti #BocconiUniversity #GiovanniSpadolini #PortaaPorta #IlTempo #Formiche #Interior #ClaudioScajola #TheJournalist #RobertoArdittiDies #IlFattoQuotidiano

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/02/morto-il-giornalista-roberto-arditti-aveva-60-anni-la-carriera-tra-giornalismo-politica-e-comunicazione/8344327/

Morto il giornalista Roberto Arditti, aveva 60 anni: la carriera tra giornalismo, politica e comunicazione

Il primo di aprile era circolata prematuramente la notizia del decesso, poi smentita dal San Camillo di Roma, che aveva chiarito come il paziente fosse ricoverato in condizioni critiche

Il Fatto Quotidiano

Corriere.it - Homepage: Il giornalista Roberto Arditti in condizioni gravissime all'ospedale San Camillo di Roma: ha avuto un infarto

Già direttore de Il Tempo, Roberto Arditti è stato colpito da un infarto nella notte. Ha iniziato il suo percorso professionale nelle istituzioni, lavorando al Senato accanto a Giovanni Spadolini

Journalist Roberto Arditti in critical condition in the San Camillo Hospital of Rome: he suffered a heart attack.

Former director of Il Tempo, Roberto Arditti, was struck by a heart attack in the night. He began his professional career in institutions, working at the Senate alongside Giovanni Spadolini.

#RobertoArditti #IlTempo #Senate #GiovanniSpadolini

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_01/il-giornalista-roberto-arditti-e-in-condizioni-gravissime-all-ospedale-san-camillo-di-roma-69669ed2-2100-4f4b-bfce-ca835a9bexlk.shtml

Il giornalista Roberto Arditti è in condizioni gravissime all'ospedale San Camillo di Roma: «Arresto cardiaco»

Già direttore de Il Tempo, Roberto Arditti è stato colpito da un infarto nella notte. Ha iniziato il suo percorso professionale nelle istituzioni, lavorando al Senato accanto a Giovanni Spadolini

Corriere della Sera

Il Tempo: Sigonella '85. Se i compagni ancora celebrano la pagina più discutibile di Craxi

Il caso-Sigonella ha sollecitato le rievocazioni del 1985, quando Bettino Craxi disse no agli Usa. E i comunisti, che pure lo detestavano, presero ad applaudirlo per la sua posizione contro Reagan. E i compagni lo fanno ancora, citando l'episodio dell'85 come una pagina di gloria nazionale. I caccia americani avevano intercettato e dirottato verso Sigonella l'aereo egiziano dove si trovavano i terroristi palestinesi che avevano preso possesso di una nave da crociera, uccidendo spietatamente e buttando a mare con tutta la carrozzella un uomo paralitico, l'ebreo americano Leon Klinghoffer.
Gli Usa volevano prelevare i terroristi e portarli negli Stati Uniti. Ma Craxi disse no, rivendicando il diritto dell'Italia a processarli qui. Seguirono ovazioni anche da sinistra. Risultato? I terroristi fuggirono, e l'Italia mostrò un volto assai meno glorioso: un opaco doppio binario, a parole con Usa e Israele ma nei fatti con silenzi e complicità a favore del terrorismo mediorientale. Ripensando alle posizioni di quei giorni, ebbe molta più ragione Giovanni Spadolini, che polemizzò con la scelta craxiana. Destino curioso, quello del leader socialista. Applaudito per una sua decisione discutibile, e invece detestato per le sue scelte più coraggiose.
Aveva ragione Craxi nel sostegno ai dissidenti oppressi dal regime sovietico, mentre quegli altri ancorasi abbracciavano con Breznev. Aveva ragione lui sul garantismo: mentre gli altri preferivano l'uso politico della giustizia. E aveva ragione lui su una linea economica più dinamica, mentre gli altri erano inchiodati alle battaglie di retroguardia della Cgil. Ma oggi quelli che lo hanno lapidato in vita e post mortem cantano inni per Sigonella.
Ps È un'ottima notizia che l'Ordine dei giornalisti abbia accolto il ricorso di Maurizio Molinari, che era stato punito per aver «osato» evocare in tv le sanzioni Usa contro Francesca Albanese. La libertà di parola ancora esiste, pur precaria. Difendiamola.

Sigonella '85. If the companions still celebrate the most controversial page of Craxi.

The Sigonella case has prompted recollections of 1985, when Bettino Craxi refused the US. And the communists, who loathed him, applauded him for his position against Reagan. And his associates still do, citing the 1985 episode as a page of national glory. American jets intercepted and diverted the Egyptian plane where Palestinian terrorists were located who had seized a cruise ship, ruthlessly killing and throwing a paralyzed man, the American Jew Leon Klinghoffer, into the sea with all the wheelchair.

The US wanted to take the terrorists and bring them to the United States. But Craxi refused, claiming the right of Italy to try them here. Ovations followed even from the left. Result? The terrorists fled, and Italy showed a far less glorious face: an opaque dual track, in words with the US and Israel but in fact with silences and complicity in favor of Middle Eastern terrorism. Reflecting on the positions of those days, Giovanni Spadolini was right to argue with Craxi’s choice. Curious fate of the socialist leader. Applauded for a questionable decision, and instead hated for his most courageous choices.

He was right about supporting dissidents oppressed by the Soviet regime, while those others remained anchored with Brezhnev. He was right about garantism: while others preferred the political use of justice. And he was right about a more dynamic economic line, while others were stuck in the rear guard battles of the CGIL. But today those who condemned him in life and after death sing hymns for Sigonella.

P.S. It’s good news that the Order of Journalists has accepted Maurizio Molinari’s appeal, who had been punished for “daring” to evoke US sanctions against Francesca Albanese on television. Freedom of speech still exists, albeit precarious. Let’s defend it.

#Craxi #Sigonella #BettinoCraxi #Reagan #American #Egyptian #Palestinian #LeonKlinghoffer #theUnitedStates #Italy #Israel #MiddleEastern #GiovanniSpadolini #Soviet #Brezhnev #MaurizioMolinari’s #FrancescaAlbanese

https://www.iltempo.it/opinioni-e-commenti/2026/04/01/news/sigonella-85-se-i-compagni-ancora-celebrano-la-pagina-piu-discutibile-di-craxi-47079821/

Sigonella '85. Se i compagni ancora celebrano la pagina più discutibile di Craxi

Il caso-Sigonella ha sollecitato le rievocazioni del 1985, quando Bettino Craxi disse no agli Usa. E i comunisti, che pure lo detestavano, presero ad ...

Un’analisi liberista del clima in cui si formò il governo Spadolini

Le ragioni dell’avvento della stagione spadoliniana non possono essere pienamente comprese senza analizzare fino in fondo quella che in Italia, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, si presentava come una crisi socioeconomica di vaste proporzioni. L’emergenza politico-istituzionale, infatti, non poteva essere ricondotta soltanto a cause interne allo stesso sistema politico e partitico. Essa constatava anche di uno profondo scollamento tra paese legale e reale e di un’emergenza economico-finanziaria, per i quali il sistema mancava degli strumenti adatti a farne fronte.
Gli anni Settanta, come già accennato, rappresentarono un periodo di grande difficoltà economica per l’Italia. La fine della Golden Age, durante la quale i paesi Occidentali avevano goduto di un forte sviluppo economico, volgeva al termine quando il primo, dei due, lo shock petrolifero del 1973, colpiva nel profondo i sistemi produttivi occidentali. Come mette in luce Piero Craveri, «i paesi occidentali si trovavano sotto una duplice spinta inflazionistica, interna, per la crescita salariale, ed esterna che il mercato ed il sistema monetario internazionale producevano.» <30 In Italia, in particolare, la spinta salariale guidata dai sindacati, di gran lunga più forte che altrove, produsse effetti laceranti sul sistema economico nazionale, che il «non governo» <31 della politica economica non riuscì ad evitare. Cambiarono le premesse economiche che la classe dirigente italiana, se non per pochi economisti e politici «illuminati», non seppe leggere a tempo debito. Fu Ugo La Malfa, in particolare, uno dei pochi a comprendere i rischi a cui il sistema economico nazionale andava incontro negli anni Settanta. Ministro del Tesoro dal 1973 al 1974, egli sarà il più convinto sostenitore di una politica dei redditi volta a porre freno alle incessanti spinte salariali dei sindacati.
Mancava alle forze politiche, in breve, quella volontà statuale e quella visione di lungo termine necessaria a indirizzare la concertazione sindacale verso obiettivi generali ed economicamente sostenibili. Si procedeva, così, alla fine degli anni Settanta, a picchi disastrosi dell’inflazione e ad una vertiginosa crescita del debito pubblico ed estero senza che venissero applicate delle politiche restrittive efficaci, atte a fermare la crisi dilagante.
La solidarietà nazionale, definita da molti una «success story» <32, riuscì tra i suoi obiettivi a diminuire le rivendicazioni sindacali e aumentare la pressione fiscale al fine di diminuire l’alto tasso inflazionistico. Tuttavia, non riuscì a risolvere definitivamente le criticità che attanagliavano il sistema economico nazionale. Non si modificò, infatti, quel governo dell’economia che aveva caratterizzato l’Italia negli anni precedenti: aumento della spesa pubblica, intervento dirigistico e massima dilatazione del welfare, i quali facevano riferimento a risorse scarse e alimentavano, peraltro, aspettative crescenti sulle possibilità del settore pubblico. Il secondo shock petrolifero del 1979, la nuova politica economica statunitense e l’introduzione di un pesante vincolo esterno alla politica monetaria derivante dall’ingresso nel Sistema Monetario Europeo, riportarono il sistema economico italiano in uno stato di profonda crisi.
Gli anni Ottanta si aprivano, dunque, segnati da una crisi istituzionale e morale che rendeva impraticabile, vista anche la vita breve dei governi costituitisi, ogni piano generale di politica economica. La recessione colpiva l’Italia che, rispetto agli altri Paesi industrializzati, non riusciva a percorrere una via coerente di risanamento e stabilizzazione. In un momento di rapida globalizzazione e di accesa competizione internazionale, l’unico vero sforzo di programmazione e di definizione prospettica delle scelte politiche fu quella di Filippo Pandolfi, ministro del Tesoro dal 1978 al 1980, che predispose un piano triennale che prevedeva tra le altre misure, «il blocco dei salari per tre anni, un’ampia restaurazione della mobilità del lavoro, sia all’interno dell’impresa, sia tra i diversi settori, una riduzione della spesa sociale (pensioni e sanità), un aumento dei trasferimenti a favore delle imprese ai fini dell’ammodernamento tecnologico» <33. Mancava ancora, tuttavia, qualsivoglia impostazione di politica dei redditi, necessaria a gestire la difficile congiuntura. Particolarmente rilevante fu il drastico divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro, deciso dal ministro democristiano Mario Andreatta nel febbraio del 1981. Esso andava nella direzione di conferire maggiori poteri di manovra alla Banca d’Italia in termini di politica monetaria modificandone i presupposti. Per quanto necessaria nel principio, la decisione fu presa in solitaria, aprendo una discrasia istituzionale tra l’azione della Banca d’Italia e la politica economica del governo dovuta alla divergenza di indirizzi e la mancanza di coordinamento. Come sottolinea Craveri «lo scegliere come alternativa quella di modificare le modalità del finanziamento pubblico senza preoccuparsi nel contempo di incidere sui parametri della spesa pubblica era una decisione che implicava evitare scelte politiche di fondo pur necessarie» <34. Mancava, ancora una volta, quella visione univoca e d’insieme necessaria per affrontare i problemi strutturali e le contingenze che indebolivano il sistema economico nazionale.
Accanto alla grave emergenza economica, gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta videro l’esplosione dal traumatico fenomeno del terrorismo. Quella fase costituì un momento di grandi e traumatici mutamenti economici, sociali e culturali. Nel rapporto tra Stato e società, esso rappresentò, sottolinea Pietro Scoppola, «una incrinatura, nella nuova generazione, della fiducia nella democrazia come strumento di composizione dei conflitti e di sviluppo della società civile. È dentro questa incrinatura che trova spazio e consensi una rinascente cultura della violenza» <35. Un fenomeno di cui Nicola Tranfaglia rintraccia le origini nella ribellione del ’68 e più in generale nelle lotte studentesche, operaie e nella difficile situazione economica e finanziaria di quegli anni. Gli effetti di questa alta conflittualità sociale, data la debolezza dei governi e di una classe dirigente che reagì assai peggio che nel resto dell’Occidente, «tendono a prolungarsi nel tempo e a generare problemi di funzionamento delle istituzioni e delle organizzazioni centrali della società» <36. Due agenzie centrali come i partiti e i sindacati, in particolare, non seppero partire da quella crisi per modificare e innovare i propri meccanismi di aggregazione e di rapporto con la società, lasciando via libera, nel tempo e non senza commistioni di alcuni apparati dello Stato con centri di potere extra-istituzionali, all’esplosione drammatica dei movimenti eversivi. Nel dicembre 1969, la strage di piazza Fontana segnava l’inizio della strategia della tensione, di matrice neofascista, la quale si pose l’obiettivo di creare un «un clima che inducesse l’opinione pubblica a isolare la sinistra in quanto nemica della libertà e della civiltà onde poter giocare la carta di una fisiologica svolta a destra o forse, alternativamente, quella del colpo di Stato» <37. Una serie drammatica di azioni terroristiche, tra cui l’attentato di piazza della Loggia e quello del treno Italicus, segnarono l’inizio degli anni Settanta. Il culmine degli episodi di violenza fu raggiunto con il rapimento, e il successivo assassinio di Aldo Moro, tra il marzo e il maggio del 1978, da parte delle Brigate rosse. La linea della fermezza, adottata dal secondo governo di solidarietà nazionale nei confronti dei rapitori di Moro, ebbe il merito di rappresentare una decisa opposizione ad ogni compromesso dello Stato con il terrorismo rosso, che insieme alla reazione morale della società, contribuì in parte al progressivo isolamento delle Brigate rosse. Quella linea tuttavia, rivelò al contempo i grossi limiti politici e operativi della coalizione nella lotta contro un gruppo «non totalmente blindato ad un’operazione di intelligence» <38. Il primo scorcio degli anni Ottanta si aprirà con gli assassinii di Roberto Peci, dell’ingegner Giovanni Taliercio e il sequestro con massacro dell’autista dell’assessore regionale della Democrazia Cristiana Ciro Cirillo, segnando una ripresa del terrorismo <39.
In stretto legame con l’emergenza terroristica tornava centrale il tema della questione morale. La collusione della politica italiana e l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, fra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, raggiunse livelli mai toccati in precedenza. Si assisteva ad un fenomeno di lottizzazione politica endemica e ben radicata sul territorio. Questo «feudalesimo di ritorno» <40 vedeva come protagonista principale il partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana. Come sottolinea Francesco Malgeri «lentamente, nel corso di questi anni, stava perdendo la sua originaria vocazione sino a diventare partito-apparato e partito-Stato, le cui correnti, dalle amministrazioni locali sino ai vertici del potere, gestivano la vita pubblica attraverso compromissioni con imprese, enti, aziende, pur di ricavare un utile, pur di gestire somme enormi, quasi sotto la tutela di un’immunità garantita a una casta di privilegiati» <41. L’aspetto più preoccupante dell’involuzione del sistema politico e partitico fu la crescita, parallelamente al potere legale, di quella che Giacomo Ascheri definisce una «nuova statualità» <42. I continui scandali che investirono gli anni Settanta e Ottanta, misero in luce la presenza di un vasto sistema di centri di potere alternativi allo Stato democratico, che non potevano non avere un’incidenza sulla natura effettiva dello Stato di diritto, sul funzionamento della pubblica amministrazione e sullo svolgimento degli affari economici. Tra gli scandali principali si ricordano quelli relativi alla figura del banchiere Sindona e il successivo attacco della magistratura romana contro la stretta vigilanza della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano, e soprattutto, ai fini della trattazione, lo scandalo della Loggia massonica Propaganda 2, scoppiato nel 1981. Entrambe le vicende mettevano in luce la presenza di un «complesso affaristico politico e giudiziario» <43 atto a difendere, anche in contrapposizione allo Stato e alla legalità, i propri interessi particolari.
[NOTE]
30 P. Craveri, L’arte del non governo, Marsilio, Venezia, 2016, p. 282.
31 Ivi, p. 286.
32 Ivi, p. 316.
33 Ivi, p. 379.
34 Ivi, p. 382.
35 P. Scoppola, «Una crisi politica e istituzionale», in G. De Rosa, G. Monina (a cura di), L’Italia Repubblicana nella crisi degli anni Settanta. Sistema politico e istituzioni, Rubbettino, Soverìa Mannelli, 2003, p. 18.
36 N. Tranfaglia, «Parlamento, partiti e società civile nella crisi repubblicana degli anni Settanta», in G. De Rosa, G. Monina (a cura di), L’Italia Repubblicana nella crisi degli anni Settanta. Sistema politico e istituzioni, Rubbettino, Soverìa Mannelli, 2003, pp. 317-318.
37 F. M. Biscione, «I poteri occulti, la strategia della tensione e la loggia P2», in G. De Rosa, G. Monina (a cura di), L’Italia Repubblicana nella crisi degli anni Settanta. Partiti e organizzazioni di massa, Rubbettino, Soverìa Mannelli, 2003, p. 237.
38 A. Giovagnoli, La Repubblica degli italiani (1946-2016), Editori Laterza, Bari-Roma, 2016, p. 97.
39 G. Ascheri, Giovanni Spadolini. Prima Presidenza Laica, Editalia, Roma, 1988, p. 151.
40 G. Negri, Il quindicennio cruciale (1972-1987), Luna Editrice, Milano-Trento, 1999, p. 50.
41 F. Malgeri, «La Democrazia Cristiana», in G. De Rosa, G. Monina (a cura di), L’Italia Repubblicana nella crisi degli anni Settanta. Partiti e organizzazioni di massa, Rubbettino, Soverìa Mannelli, 2003, p. 54.
42 G. Ascheri, La sfida istituzionale nei governi Spadolini (1981-1982). Chi ha paura della Costituzione?, Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze, 1983, p. 5.
43 P. Craveri, L’arte del non governo, Marsilio, Venezia, 2016, p. 336.
Mattia Gatti, Una rilettura dei governi Spadolini nel quadro della crisi del sistema politico italiano, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2018-2019

#BR #crisi #debito #GiovanniSpadolini #governi #inflazione #MattiaGatti #neofascisti #politica #pubblico #redditi #scandali #terrorismo

IPZS – 5 euro argento Giovanni Spadolini - 100 anni dalla nascita | Ultime notizie dagli €urositi

Sorgente: IPZS => Giornalista, storico e politico di rilievo internazionale. Nel centenario della nascita, un tributo speciale a Giovanni Spadolini, per

Ultime notizie dagli €urositi
Il pene della Repubblica, il sequestro Dozier e altre storie 

Ancora un articolo di Pino Narducci (il precedente lo potete leggere qui), magistrato e ricercatore, sull’impiego della tortura nell’azione di contrasto ai gruppi armati dell’estr…

Insorgenze