Era dai tempi della crisi di
#Sigonella che l’Italia non si trovava in una situazione di aperta contrapposizione con gli Stati Uniti. Ancora oggi, a 40 anni di distanza, ogni tanto torna a circolare l’immagine dell’aereo egiziano circondato dai tre cordoni, con quello dei militari americani in mezzo ai nostri carabinieri, e qualcuno rimpiange quella volta che l’Italia seppe resistere, seppur momentaneamente, al potere della superpotenza statunitense. Bettino Craxi era presidente del Consiglio, Andreotti ministro degli Esteri e Spadolini della Difesa, mentre al telefono dello Studio Ovale rispondeva Ronald Reagan. Alcuni degli attori di quel dramma erano comuni a quelli delle varie crisi contemporanee, così come l’area interessata: i dirottatori erano filosiriani, i palestinesi furono tra i mediatori, con Arafat, e gli israeliani aiutarono gli americani a intercettare il volo. In qualche modo, l’evento è diventato un motivo d’orgoglio nazionale, malgrado gli stessi Craxi e Andreotti non abbiano poi di certo finito la loro carriera tra gli allori.
I sondaggi di questi giorni mostrano un simile consenso verso la posizione presa da Giorgia Meloni nei confronti di Donald Trump, eppure non è detto che questo passaggio resti nella memoria del nostro Paese suscitando gli stessi sentimenti di amor patrio. La mossa è piaciuta, ma è tardiva, dettaglio che non sfugge a nessuno, nemmeno ai sostenitori di questo Governo, malgrado le partigianerie di facciata. Più che
#Craxi, ricorda
#Badoglio: «la guerra continua», insomma, ma si cambia fronte. Persino Salvini si sta riposizionando - ed è tutto dire - e l’effetto è involontariamente ridicolo.
La dissociazione è infatti curiosa: ma come, l’amico Donald non stava combattendo un’odiosa teocrazia, non si accusava la sinistra di non battersi abbastanza per le donne iraniane? Che fine hanno fatto? Non sarebbe un sovranissimo interesse nazionale aiutare gli alleati a stelle e strisce a garantire il passaggio delle petroliere, visto che ci si è sempre scagliati contro le odiose rinnovabili degli ecofanatici? E per aprire bocca, bisognava proprio aspettare che Trump mettesse in mezzo il Papa, non ne avevamo - con rispetto parlando - già viste abbastanza da ben prima?
Resta da capire se ci saranno conseguenze, e quali. Sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si usa dire che la nostra è una democrazia a sovranità condizionata, in cui insomma è possibile un certo margine di manovra, a patto però di non dispiacere agli americani. Starebbe a testimoniarlo mezzo secolo di governi democristiani, e anche nella Seconda Repubblica, in anni più recenti, alcuni tra gli infiniti documenti rivelati da
#WikiLeaks descrivono la lunga mano della Casa Bianca nell’indirizzare, se non proprio condizionare, la politica di casa nostra. Alcuni anni fa, in un talk serale durante uno di quei giorni di faticoso avvicendamento quirinalizio, commentando l’ennesima impasse e le varie e improbabili candidature in campo a capo dello Stato, Roberto D’Agostino aveva detto che in ogni caso gli italiani non avrebbero potuto avere un presidente della Repubblica che non piacesse agli Stati Uniti. E nessuno tra gli altri in studio aveva fatto una piega.
Non risulta che le istituzioni di Paesi nostri alleati nel G7 e più o meno considerati al nostro livello, come Canada, Giappone, Francia, Germania e Regno Unito soffrano della stessa impressione di condizionamento, e non è nemmeno detto che quello che preoccupa gli italiani sia reale, ma potrebbe succedere di scoprirlo a breve. Ovvero, può un Governo italiano sopravvivere a uno scontro aperto con l’amministrazione di Washington? Esistono davvero i poteri forti di cui spesso si parla - quello americano andrebbe certamente in quella categoria -, e se sì, quanto sono davvero forti? Fino a poter mettere in moto una specie di colpo di Stato in bianco? Oppure, e anche questo sarebbe molto interessante, la presidenza Trump ha talmente compromesso il ruolo degli Stati Uniti nel mondo da far sì che li si possa criticare senza pagare pegno? O ancora, come del resto è più probabile, la pagheremo cara nel senso più stretto del termine, con attacchi alla nostra economia, all’export, alla presenza delle nostre aziende nel mondo?
Probabilmente lo scopriremo a breve, ma una cosa è certa: chi si inorgoglisce per la presa di posizione di Meloni, ma anche chi commenta dicendo “meglio tardi che mai”, in realtà non coglie il punto della questione, perché invece era davvero “meglio prima”, era meglio non sbilanciarsi così tanto, se poi si è finiti a dover fare retromarcia. E occhio agli sviluppi, perché non è affatto detto che tutto quanto porti verso un’Italia più autorevole e indipendente: quando arriverà, il prossimo governo difficilmente sarebbe su sfegatate posizioni
#Maga come lo è stata Giorgia
#Meloni, ma al tempo stesso non avrebbe nemmeno la necessità di smarcarsene, potendo così scegliere un ben più confortevole quieto vivere.
Paolo Cosseddu