Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano

di Antonio Zoppetti

Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.

Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.

Coolcation

E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.

Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).

Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.

Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.

Cooling poverty

Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.

Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!

Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).

La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi

La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).

Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).

Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.

Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.

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📰 Malen: “A Roma è tutto magnifico, ho fatto la scelta giusta. Ora vogliamo vincere un trofeo”

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La normalizzazione dell’inglese: italiano bye bye!

di Antonio Zoppetti

I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.

E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:

Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.

Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.

Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…

Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hikinge chi più ne ha più ne metta

In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.

Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).

Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?

Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.

Questa è la lingua veicolata dalla nostra nuova classe dirigente ed egemonia culturale, dal panorama linguistico cittadino, dai mezzi di informazione e in fin dei conti dai nuovi centri di irradiazione della lingua che ogni giorno riscrivono la realtà dal punto di vista dell’anglosfera con le parole mutuate dall’anglosfera.

Certo, non tutti questi anglicismi incomprensibili – alla faccia di inclusività e non discriminazione di cui ci si riempie la bocca – sono destinati ad attecchire. Ma il flusso anglicizzante si allarga giorno dopo giorno, ed è ormai uno tsunami che ci travolge: gli effetti sono incontenibili e se non si chiudono i rubinetti l’italiano è destinato a trasformarsi in una newlingua ibrida a base inglese di sapore un po’ coloniale.

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L’opificio degli anglicismi e il lessico del nuovismo delle classi alte

Di Antonio Zoppetti

I mezzi di informazione, attualmente, sono il perno di un cambio di paradigma culturale (e dunque linguistico) che introduce di continuo nuove parole che non sono quelle della gente, tutto il contrario. Questo lessico del nuovismo non ha niente di democratico e non segue affatto la lingua delle masse, come qualche linguista ci vorrebbe far credere.

Quando si introducono parole come resilienza o proattivo – italianizzazioni di concetti angloamericani che in un primo tempo si affermano nei linguaggi settoriali ma poi vengono riproposte alle masse – occorre inizialmente spiegare cosa significano. Attraverso i consueti “picchi di stereotipia lessicale” che caratterizzano la lingua dei giornali, il bombardamento martellante finisce con il produrre i suoi effetti in men che non si dica: educare tutti alla lingua delle classi alte e radicarla.

In questa fase, i comunicatori devono per prima cosa giustificare il neologismo con qualche motivazione “non-è-propristica”: la resilienza non sarebbe proprio come la resistenza, che implicherebbe qualcosa di rigido come il cemento che resiste ai colpi, sarebbe qualcosa di più “elastico” che richiede un concetto nuovo. Poco importa che un tessuto resistente, da sempre, è in grado di assorbire i colpi senza deformarsi, l’importante è confondere le acque e giustificare la parola nuova con un concetto nuovo, invece di mantenere quelle che già abbiamo e di arricchirle di nuovi significati. Dunque, essere proattivi non è proprio come essere preventivi o previdenti

A furia di indottrinare le masse con queste panzane finisce che il nostro lessico si rinnova dall’alto, e l’opificio lessicale delle classi dominanti diventa un modello che per forza di cose viene imitato dalle masse. Il lessico del nuovismo dei comunicatori-predicatori si estende in questo modo. Il loro scopo – forse non sempre consapevole – è proprio quello di far prevalere la loro lingua su quella del popolino. E allora, le razze non esistono (e chi pensa il contrario è ignorante), e questa parola va bandita (poco importa che la nostra Costituzione sancisca “senza distinzione di razza”). Per non essere sessisti bisogna dire “avvocata” anche se le donne avvocato si presentano al maschile nella stragrande maggioranza dei casi. E guai a dire “cieco”, per non discriminare si deve dire non vedente, alla faccia dell’Unione Italiana Ciechi che non si pongono questo tipo di problema.

Curiosamente, la retorica di non discriminare e di essere “inclusivi” non riguarda né la lingua italiana né gli italiani intesi come le masse, che sono tagliati fuori, esclusi e spesso discriminati da questo processo di innovazione lessicale elitario e poco trasparente. Dunque non resta che includere tutti a forza, con le buone o con le cattive. In questo tipo di inclusione che ricorda quella del Grande fratello orwellano, è l’inglese a fare la parte del leone. Ma se proattivo o resiliente possono piacere o non piacere, sono pur sempre adattamenti e parole strutturalmente italiane, al contrario degli altri anglicismi che sono riproposti quasi sempre in modo crudo. E in questo secondo caso le conseguenze di questa strategia sono devastanti per il nostro sistema linguistico.

Il lessico del nuovismo anglicizzato

Il caso di Garlasco che da tempo sta monopolizzando il circo mediatico si sta portando con sé l’ufficializzazione dell’ennesimo anglicismo: la “discovery”. Negli analoghi clamorosi precedenti – dal delitto di Cogne a quello di Avetrana, da quello di Yara Gambirasio a quello di Giulia Cecchettin – questa parola non circolava affatto. Non è un termine giuridico del nostro ordinamento, in questo caso nasce dallo scimmiottare — senza alcuna motivazione plausibile — il sistema anglosassone per indicare il deposito degli atti, cioè la conclusione delle indagini preliminari e, dunque, la caduta del segreto istruttorio. E passando dall’omicidio (e dal femminicidio) al linguicidio, stiamo assistendo al solito meccanismo di distruzione dell’italiano.

L’anglicizzazione del nostro idioma deriva dalla somma di simili, infinite, scelte lessicali anglomani, che giorno dopo giorno si fanno strada nella lingua comune.

L’esempio più emblematico ed eclatante di questo processo l’abbiamo visto con il “lockdown”, una parola sconosciuta a tutti sino al 17 marzo 2020 quando il branco dei giornalisti l’ha introdotta da un giorno all’altro, e da quel momento in poi è divenuta la parola unica, tecnica, “internazionale” (poco importa che in Francia e Spagna si parli di “confinamento”) che ha fatto piazza pulita della lingua usata sino al giorno prima (fatta di quarantene, zone rosse, blocchi, provvedimenti restrittivi e via dicendo).

Gli episodi del genere che hanno diffuso parole come “fake news”, “cashback”, “mobbing”, “caregiver” e via anglicizzando non si contano ormai più. Non dipendono da un “complotto” dei poteri forti deciso in qualche stanza dei bottoni (a scanso di equivoci), sono la conseguenza di uno spontaneo atteggiamento servile e un po’ coloniale, che fa ormai parte della forma mentis della nostra intera classe dirigente. Le testate, e i giornalisti, fanno branco e in branco cambiano il nostro lessico da un giorno all’altro. E nel loro operare fanno dell’inglese un modello da introdurre e perseguire in modo sistematico, il che ha delle conseguenze devastanti che travalicano le singole scelte lessicali e si trasformano in un sistema anglicizzante.

Se il presidente del consiglio diventa premier, poi si parla di premiership e c’è chi vorrebbe introdurre il premierato… e va a finire che un anglicismo istituzionale (e coloniale) come il question time viene oggi riformulato come premier time.

L’anglicizzazione selvaggia deriva dal fatto che le nuove classi colte padroneggiano sempre meno l’italiano, perché si formano in inglese e pescano solo dall’anglosfera nella convinzione che sia questo il solo modo per essere “internazionali”, anche se il mondo è qualcosa di ben più ampio e complesso.

E così l’italiano è sempre più trascurato perché è l’inglese a essere considerato portante. I due fenomeni sono strettamente legati: quando un giornalista televisivo parla di “narrativa” (che sarebbe un genere letterario) al posto di “narrazione” significa che ha in mente solo l’inglese narrative invece dell’italiano.

Queste sono le conseguenze di una nuova classe dirigente, di un’egemonia culturale, di un clima sociale – chiamatelo come volete – che si forma in inglese e lo interiorizza come la lingua in cui pensare. E così, invece di parlare come le masse e inseguire la trasparenza, i suprematisti dell’inglese impongono a tutti il proprio lessico, il proprio stile e la propria lingua di classe.

Niente di nuovo sotto il sole: l’italiano non è una lingua nata dal basso. Non è mai stato la lingua parlata dalle masse, che si esprimevano nei propri dialetti; l’italiano nasce dalla varietà tosco-fiorentina che si è imposta rendendo le altre parlate dei dialetti e delle lingue inferiori; si è imposto storicamente come una lingua elitaria e un po’ artificiale in uso tra gli scrittori, i letterati e i ceti alti.

Solo nel Novecento l’italofonia è diventata un fenomeno di massa e spontaneo, grazie alla scuola ma anche ai giornali che lo hanno fatto arrivare a tutti. Tramontata l’epoca dell’italiano letterario, sono i mezzi di informazione che si sono imposti come i nuovi centri di irradiazione della lingua. In un primo tempo hanno cominciato ad accogliere sempre più elementi nuovi e anche popolari, che hanno portato a un nuovo italiano definito dell’uso medio (Sabatini) o “neostandard” (Berruto). Rispetto all’italiano “standard” che insegnava nelle scuole, il nuovo italiano novecentesco accoglieva elementi popolari che precedentemente erano considerati “errori”, come il doppio imperfetto al posto del congiuntivo (“se lo sapevo non venivo”), l’uso di “lui” come soggetto, in un abbandono delle forme come “egli” o “esso” in via di scomparsa, e via dicendo. Ma questo breve sprazzo di popolarità e democrazia si sta nuovamente dissolvendo. Il fatto nuovo è che la lingua di classe che sta prendendo piede non è più definibile “dell’uso medio”, andrebbe etichettata semmai come newstandard visto che strutturalmente esce dall’italiano storico e che non rappresenta affatto la lingua delle masse.
La crescita delle parole inglesi – spesso incomprensibili ai più – è impazzita e sfugge ormai a ogni controllo: nel Devoto Oli del 1990 erano circa 1.600, ma oggi superano abbondantemente le 4.000. Il problema è che l’italiano newstandard è fatto di ibridazioni che portano a vocaboli che non sono più strutturalmente né italiani né inglesi (chattare, baby-pensionato, cybersicurezza, matematica day, over60), mentre le suffissazioni inglesi hanno a meglio sulle nostre (blogger o rapper invece di blogghista o rappatore) e le radici inglesi vengono ricombinate in modo maccheronico e producono pseudoanglicismi come smart working, mentre i box, da scatole si trasformano in posti macchina e i fattorini diventano rider che in inglese sono solo (moto)ciclisti o cavalieri.

Tutto ciò esce dalla normale evoluzione di una lingua che per sopravvivere deve creare nuove parole che esprimano i cambiamenti storici, sociali o tecnologici, ma lo deve fare con le proprie risorse. Se tutto ciò che è nuovo si ancora all’inglese, l’italiano si sfalda e diventa una lingua creola. Il problema non è il cambiamento, ma il modo in cui l’italiano sta cambiando: non si sta trasformando in una lingua moderna che si evolve, ma in un’altra lingua, l’itanglese.

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Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano

Di Antonio Zoppetti

Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.

Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.

Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello

L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.

Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:

“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”

E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”

Puttanieri e giornalisti

Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”

Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.

Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.

Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.

E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.

La newlingua dei padroni

Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.

Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.

Riporto il passo di Zancan:

“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea ha un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).

Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.

Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.

La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.

PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.

E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.

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Le fratture sociali causate dall’inglese e dagli anglicismi

Di Antonio Zoppetti

Fermiamoci un momento ad analizzare l’attuale situazione storica.
Il mio antivirus lancia l’allarme per il Ghostpairing e, contemporaneamente, la mia banca mi mette in guardia contro lo Smishing e il Vishing. Dal suo Dataroom, la Gabanelli ci spiega attraverso il concetto di Fake come i volti noti vengono usati per le truffe. Il servizio nazionale di allarme pubblico italiano per l’informazione diretta alla popolazione si chiama IT-alert. L’Inps si rivolge ai cittadini parlando del Data breach — come fosse la cosa più naturale del mondo – al posto di violazione dei dati

L’elenco di questo genere di anglicismi è infinito. Lo stillicidio è quotidiano e inarginabile. Il flusso anglicizzante calato dall’alto che fa piazza pulita dell’italiano è uno tsunami. Davanti a questi modelli di comunicazione che arrivano dalle istituzioni, dai giornali, dalla tecnologia… l’impressione è di vivere in una colonia anglofona, come se fossimo una provincia angloamericana in cui, giorno dopo giorno, attraverso la sostituzione linguistica si fa regredire l’italiano a lingua bassa del popolino per favorire quella dei popoli dominanti.

L’imposizione dell’inglese – spesso incomprensibile ai più – ha la meglio non solo sull’italiano, ma anche sulla trasparenza, persino quando dovrebbe proteggere i cittadini e la chiarezza dovrebbe essere prioritaria. In questo modo, il pericolo delle intrusioni nei sistemi di messaggistica è il Ghostpairing – che forse in molti non sanno nemmeno pronunciare – mentre al posto di sensibilizzarci sui rischi di messaggini e telefonate ingannevoli ci propinano parole che non evocano altro che suoni astrusi che non possono che generare confusione e smarrimento, come lo Smishing e il Vishing.

Fino all’Ottocento, le parole straniere che arrivavano dalla scienza e dalla tecnologia si coniavano, e quando arrivavano da altre lingue si traducevano, o perlomeno si adattavano. Leopardi avrebbe addirittura voluto raccogliere in un dizionario quelli che chiamava gli “europeismi”, cioè le voci comuni a tutte le lingue, adattate in ogni idioma a partire da una stessa radice comune (per esempio genio, sentimentale, analisi, dispotismo…). E così le voci straniere “si dissolvevano, fondevano, assimilavano per virtù del calore organico del nostro linguaggio” per citare le parole di inizio Novecento del grammatico Alfredo Panzini alle prese con la compilazione di un Dizionario moderno (1905).

Oggi stiamo andando nella direzione opposta: è l’italiano a dissolversi davanti al calore organico dell’inglese: e così sui giornali si parla di remigration (direttamente in inglese) invece di remigrazione, nel mondo del lavoro si ricorre a mission, vision e competitor, al posto di missione, visione e competitore, un luogo o un posto sono location, e analizzando le frequenze di certi anglicismi è significativo che la parola runner abbia da poco superato quella dell’italiano corridore (affermata almeno a partire dal Quattrocento). Certo, se la comparazione includesse anche il plurale “corridori” (visto che runner è invariabile) l’italiano sarebbe ancora al primo posto, ma comunque questo “sorpasso” è piuttosto significativo per riflettere su dove stiamo “correndo”.

Come sapeva bene anche Panzini, le scelte dei giornalisti pesano moltissimo nel contribuire a questa regressione dell’italiano: “Molte volte, anzi, ho pensato quale enorme forza di penetrazione abbia una parola straniera, posta ad esempio per titolo di uno scritto, stampata a migliaia di copie, letta da più migliaia di nostri lettori!” E davanti all’accettazione di certi forestierismi l’autore riconosceva che è spesso “inutile opporsi all’accettazione tanto dei così detti barbarismi e gallicismi come delle nude voci straniere, giacchè la loro forza è maggiore” rispetto alle parole italiane dal “senso plebeo”.

“Ma qui, come italiano – precisava – non posso nascondere che ciò porge la brutta immagine di una servitù, ricercata e volontaria” e che i tecnici “nei loro scritti si direbbe che dimentichino come esista un dovere, oltre che verso la scienza, anche verso il patrio idioma”. E davanti all’accumularsi di simili voci chiosava: “«Ma – domanderà alcuno – accogliendo e barbarismi e anche le voci prettamente straniere, entro quali limiti ci comporteremo?». Questo io non so, nè mi sembra che alcun areopago di grammatici possa ciò stabilire.”

Finita l’epoca del francese come stilema di modernizzazione del nostro idioma, è oggi l’inglese a trainare questo processo di “svecchiamento”, ma se paragoniamo la secolare interferenza della lingua di Molière all’attuale esplosiva e incontenibile interferenza dell’inglese non c’è paragone. Qualunque limite di buon senso è ormai stato di gran lunga superato da un pezzo.

Fratture sociali e barriere generazionali

Le fasce alte e la nuova egemonia culturale se ne infischiano dell’italiano, e le riflessioni di Panzini sono più che mai attuali anche oggi: “Si direbbe che il poter giungere al buon uso di una parola non italiana rappresenti una conquista di intellettualità! Vi sono poi alcuni che in questa predilezione del suono straniero sono di una spietata sincerità: non si nascondono, ma credono anzi di operare a fine di bene e di affrettare per tale mezzo l’avvento di un linguaggio unico, universale”.

È esattamente quello che avviene oggi con il globish: i suprematisti dell’inglese che confondono l’essere internazionali con la nostra americanizzazione – invece di difendere il valore del plurilinguismo – non si nascondono; promuovono l’angloamercano come una lingua unica e universale, ma è solo la lingua di classe dei popoli dominanti fatta nostra da una classe dirigente provinciale e servile. Come aveva ben compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus”, la principale differenza con la moda del francese – a parte i numeri – stava nel fatto che i francesismi facevano presa tra le élite, mentre gli anglicismi sono un fenomeno di massa e di ben altra portata.

E così la dittatura dell’inglese che diviene la lingua delle università e della ricerca a scapito delle lingue locali, sul piano lessicale si declina in una lingua ibridata ad alto tasso di anglicizzazione, un itanglese elevato a stilema comunicativo superiore, che crea fratture sociali e porta a barriere generazionali, mandando in frantumi l’italiano unitario che si è affermato come fenomeno compiuto solo nel Novecento.

Il punto non è quello di volere ingessare l’italiano storico in un modello “puro” e “immutabile” come nell’ottica dei puristi del passato. Tutto il contrario: se l’italiano non si sa rinnovare e creare i suoi neologismi in grado di esprimere la realtà che cambia – visto che tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese – la nostra lingua ne risulta mutilata, incapace di evolversi e di aprirsi alla modernità. E questo fenomeno non si può liquidare come una questione puramente linguistica, è un fenomeno sociale da affrontare con punti di vista e prospettive più ampie di quelle dei tecnicismi linguistici, che appaiono spesso piuttosto miopi.

Nella nostra attuale società i centri di irradiazione della lingua hanno scelto l’inglese. E questo non è più un fatto solo culturale, ma una politica culturale in via di istituzionalizzazione.

I suprematisti dell’inglese anglicizzano e diffondono gli anglicismi agendo da collaborazionisti della dittatura dell’inglese. Costoro costituiscono la fascia alta della nostra egemonia culturale, quella che ha nelle mani il destino di una lingua e che la forgia. I tecnologi, i manager, gli esperti di marketing, gli informatici, gli scienziati, i rettori universitari, i pubblicitari, i giornalisti… considerano il ricorso all’anglicismo un segno di prestigio e di internazionalismo e ne fanno un tratto sociodistintivo che però non viene esibito come gergo degli addetti ai lavori, confinato in quegli ambiti tecnici. Questo gergo diventa la lingua con cui rivolgersi a tutti, il modello da esibire e affermare su un italiano di cui fondamentalmente ci si vergogna. Sotto questi stilemi c’è l’idea di fondo di fare dell’inglese qualcosa di “universale”, il che è una scelta estetica e politica che si vuole realizzare e perseguire, non certo una realtà, visto che dalle statistiche risulta che è conosciuto da una minoranza dell’umanità, degli europei e degli italiani.

Sotto la lingua minoritaria delle élite, spacciata come il nuovo “italiano” modernizzato, c’è quella ben più ampia delle masse, che include le fasce medie, gli anziani, e il popolino. Poco importa che tra queste fasce l’inglese sia percepito con un certo fastidio e che il più delle volte risulti incomprensibile o impronunciabile. Anche se qualcuno ci vorrebbe far credere che la lingua si evolverebbe dal basso, il popolo è da sempre carne da macello, e i suprematisti dell’inglese, invece che puntare a raggiungerlo, puntano a educarlo, ad anglicizzarlo e in fin dei conti a imporre a tutti la propria lingua sradicando quella delle masse “ignoranti”, in un nuovo paradigma dove tutto ciò che non è inglese è fuori dalla cultura alta.

Questa visione non è solo un vezzo deprecabile come ai tempi di Panzini, è diventata un progetto politico con cui si formano le nuove generazioni. Se un tempo era fondamentale conoscere una seconda lingua, oggi c’è solo l’inglese, che è diventato un obbligo – invece che una scelta – a partire dalle elementari, e il disegno politico di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese ha come conseguenza il far tabula rasa del plurilinguismo e anche dell’italiano. Se fino a qualche decennio fa, l’esibizione dell’italiano e la sua padronanza erano qualcosa di prestigioso che si otteneva con lo studio, oggi il nostro idioma ha perso la sua centralità a partire dalla scuola, dove sembra più importante sapere l’inglese. E l’italiano – come un dialetto – si riduce a una lingua istintiva che si apprende sin dalla nascita, un sistema di comunicazione naturale che si pratica a orecchio, invece che studiarlo sui libri. In questo contesto ha poco senso scandalizzarsi per il nuovo italiano “substandard” e l’avvento di una “lingua selvaggia come fanno certi linguisti. Queste sono le conseguenze della nostra politica culturale e dell’americanizzazione della scuola che porta inevitabilmente ad abbassare il nostro livello culturale, come appunto negli Usa.

E così anche il linguaggio giovanile – finita l’epoca dei “matusa”, del “cioè, cazzo”, dei “paninari” e dell’italiano – si rinnova attraverso parole come “chill” e “cringe”, e i ragazzi che “dissano” e “ghostano” sui “social” non le percepiscono come qualcosa di “straniero”. Sono l’unico modo che conoscono per esprimere la modernità perché sono nati, cresciuti e formati a questo modo, come se esprimersi in inglese o italiano avesse poca importanza.

Più che stupirci di queste cose, dovremmo prendere atto che non sono solo la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano, dei film dai titoli intradotti, dei videogames, delle piattaforme informatiche… ma anche delle politiche linguistiche dell’Europa e dell’Italia. I giovani sono figli del progetto Erasmus, nato per favorire lo scambio linguistico tra le lingue europee ma diventato un cavallo di Troia per imporre l’inglese e solo quello.
Il loro gradimento per l’inglese è altissimo e inconsapevole, e non c’è differenza tra parole come chat e computer e le altre parole italiane. I gerghi giovanili sono da sempre caratterizzati dal fatto di essere passeggeri. Le nuove generazioni forgiano un lessico nuovo anche per distinguersi dal mondo degli “adulti”, e molto spesso le parole che caratterizzano una generazione sono abbandonate dalle generazioni successive, che ne inventano di nuove proprio per distaccarsi dalle vecchie.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il ricorso all’inglese è ormai il nuovo stilema che accomuna tutte le generazioni. Poco importa se i giovani del futuro dismetteranno parole come “chill” o “cringe”, perché a rimpiazzarle non ci saranno parole italiane ma altre parole inglesi. E quando la lingua anglicizzata delle nuove generazioni si salda con quella altrettanto anglicizzata delle egemonie culturali, per l’italiano non c’è futuro. Roba da vecchi e da boomer, che dal nuovo “italiano” sono esclusi.

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