Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano
di Antonio Zoppetti
Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.
Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.
Coolcation
E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.
Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).
Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.
Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.
Cooling poverty
Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.
Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!
Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).
La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi
La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).
Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).
Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.
Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.
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