La normalizzazione dell’inglese: italiano bye bye!
di Antonio Zoppetti
I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.
E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:
“Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.
Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.
Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…
Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hiking… e chi più ne ha più ne metta
In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.
Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).
Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?
Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.
Questa è la lingua veicolata dalla nostra nuova classe dirigente ed egemonia culturale, dal panorama linguistico cittadino, dai mezzi di informazione e in fin dei conti dai nuovi centri di irradiazione della lingua che ogni giorno riscrivono la realtà dal punto di vista dell’anglosfera con le parole mutuate dall’anglosfera.
Certo, non tutti questi anglicismi incomprensibili – alla faccia di inclusività e non discriminazione di cui ci si riempie la bocca – sono destinati ad attecchire. Ma il flusso anglicizzante si allarga giorno dopo giorno, ed è ormai uno tsunami che ci travolge: gli effetti sono incontenibili e se non si chiudono i rubinetti l’italiano è destinato a trasformarsi in una newlingua ibrida a base inglese di sapore un po’ coloniale.
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