Devin Nunes's old House campaign is sitting on $14.6 million.
The FEC asked about its intended use.
Nunes's attorney said Nunes may run again.
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Le mie impressioni sul testo di teoria di organizzazione politica "Né orizzontale né verticale" di Rodrigo Nunes
https://giuliabrazzale.eu/2026/05/06/ne-orizzontale-ne-verticale-di-rodrigo-nunes/
#teoriapolitica #nunes #libri #lettura #politica #organizzazione
O filho do "rapaz" era o advogado Kevin de Carvalho #Marques, filho de Kassio #Nunes #Marques, do #STF -
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Via @reispy.bsky.social - #BOIsOMaster -
Aforismi per le lunghe notti senza energia elettrica
img generata da IA – dominio pubblico
di M. Kep
“Chi sa non parla,
chi parla non sa.”
Zhuang-zi, 13 – Tao Te Ching 56
Il passato non è mai stato misura del futuro. Solo il presente è misura di se stesso. La memoria si adatta al desiderio e produce una storia sopportabile e consolatoria.
La Natura è femminile in molte culture. Alla Natura viene attribuita una legge immutabile ma non c’è nulla di più mutevole della natura. Gli esseri viventi evolvono a partire da errori di replicazione e non sono mai uguali a sè stessi. L’ideale, impossibile da realizzare, è la conservazione ed è l’unica possibilità percepita di stabilità del presente. Nessuno vorrebbe invecchiare e poi morire. Tornare alla madre è il modo più antico di dare significato alla morte. Ma la natura fa a meno del significato.
Ecco l’assetato nel deserto offrire acqua a delle piantine essiccate. Lo chiami amorevole o idiota?
Se la Natura è femminile, dove è stato portato il maschile? In cielo. È stato posto come principio ordinatore più di tremila anni fa, ma non è materialmente presente. Detta la legge, ma permette che non venga rispettata. Un tempo puniva. Adesso, in ritardo, porta il pentimento ipocrita. Le paure per la conservazione della specie: sono solo la nostalgia per la comunità contadina legata alla terra, quando l’individuo non esisteva ancora. Il capitalismo ha soppiantato il patriarcato quasi ovunque. Di cosa avremo nostalgia nel futuro? Molti già sentono la nostalgia del capitalismo.
Se una parola viene usata con un significato distorto rispetto al suo uso storico, possiamo ancora dire che il suo significato è distorto? O dobbiamo ammettere che si è aggiunto un nuovo significato? È la potenza che dispiega il pensiero, quindi.
Una relazione che trasforma è una relazione che non soddisfa almeno uno degli elementi della relazione stessa. Chi vive relazioni soddisfacenti è conservativo. Chi appaga un desiderio lo uccide. Chi ha molti desideri può soddisfare quelli a cui tiene di meno. “Il fattore energetico che spinge verso la comunità non è l’ottimismo, bensì la frustrazione”(Mazzetti 1992).
La digitalizzazione permette di dimenticare più in fretta. Quando saremo senza memoria potremo compiere le azioni più turpi senza portarne la colpa. Questo è il destino di un popolo “eletto da dio”. La responsabilità è ormai altrove. Nella nuvola.
Non c’è nulla di meno individuale dei gusti personali. Semplicemente perché non siamo individui. Però siamo liberi di scegliere.
Quanti riescono veramente a sopportare la non-esistenza di dio? Quanti ancora hanno bisogno di entità spirituali esterne, considerate indipendenti dalla storia e che invece hanno, nella loro forma attuale, qualche decina d’anni? Gli ideali di “destra” e di “sinistra”, “religiosi” o “ecologisti” sono queste entità spirituali. Sappiamo definire come sono stati costruiti da esseri umani e come si sono diffusi?
Una vita piacevole inibisce la capacità di pensare? Sembrerebbe di si.
Scopriamo di essere tutti molto simili. Le differenze sfumano. Siamo ancora convinti di essere individui? E cosa è la libertà individuale se non la possibilità di conformarsi alla trasformazione sociale in atto?
Conservazione-trasformazione due tendenze di qualsiasi ecosistema. Una si muta nell’altra. Ogni cambiamento vuole rendersi permanente. Ogni struttura tende a essere superata. Tutto si muove. Panta rei. Questa è la dialettica.
Quando si è più giovani si ha spesso la presunzione di aver capito molte cose. Man mano che si invecchia ci si rende conto di sapere molto poco. Meno le persone conoscono, più sono sicure delle proprie certezze. Potrebbe essere un metodo di verifica: se sei assolutamente sicuro di qualcosa, di certo è illusoria. La vera conoscenza è sempre circostanziata e solo parzialmente verificabile. Il consenso non è un criterio affidabile.
L’uguaglianza è una relazione matematica contraddittoria. Anche nella sua più semplice e astratta formulazione A=A dice qualcosa di più di uno solo dei suoi termini, A.
Applicare l’uguaglianza alle persone significa trasformarle in unità identiche: 1=1=1… una pura astrazione provocatoria. È il principio delle elezioni “democratiche”. Vince chi ha più seguaci. Chi ottiene più “like”, più visualizzazioni…
La possibilità di decidere è inutile senza la conoscenza e l’intelligenza. Come si coniuga l’intelligenza con il numero di sostenitori? Con la capacità di procurarseli? No. Non solo. Sarebbe come dire che i ricchi sono più intelligenti perché sono stati in grado di procurarsi la ricchezza. Il mantra neoliberale della meritocrazia suggerisce questo. Ma sappiamo bene che ci sono tanti ricchi stupidi e tanti intelligenti non ricchi. Così come persone intelligenti con poco seguito e stupidi con tanti seguaci. Platone affermava che fosse una regola, visto che Socrate venne mandato a morte democraticamente dai suoi concittadini ateniesi. Si dice che anche Barabba fu preferito a Gesù, democraticamente, a Gerusalemme.
A favore della democrazia rappresentativa c’è l’argomento per cui un piccolo gruppo che si fa interprete della volontà popolare è troppo pericoloso. La situazione rivoluzionaria sfocia facilmente nella dittatura, la quale si mette subito al servizio dei potenti oppure li stermina. C’è chi sostiene che anche la dittatura abbia i suoi pregi, specie se comunista ma, personalmente, non mi trova concorde.
Pensare come impedire la fine del mondo è un ottimo modo per non pensare alla fine della propria vita, e per non lavare i piatti.
Chi si occupa della politica se chi lavora non ha tempo di occuparsene? Chi lo fa per lavoro, chi ci si dedica nel tempo libero o chi non lavora. Nel primo caso c’è bisogno di soldi per pagare gli stipendi e i soldi, come si dice in politica, si prendono dove stanno, ovvero dai ricchi. La forma è ormai quella del partito azienda che ha soppiantato il partito burocratico novecentesco. Negli altri due casi serve organizzazione per coordinare l’impegno limitato e spesso inadeguato di non professionisti, abbastanza benestanti da avere tempo libero. È in quel campo che la politica si fa rizomatica, come insieme di relazioni non strutturate, di proposte contraddittorie, idee confuse, suggestioni più varie e frammentate, tribù in conflitto, linguaggi autoreferenziali, settarismo esoterico. È qui, sull’orlo del caos, che possono emergere nuclei di aggregazione innovativi che devono però strutturarsi in una organizzazione efficace. È nella ricombinazione delle linee disorganizzate che si scolpisce una nuova architettura neurale.
Qual’è quel dispositivo che raccoglie il senso da relazioni molteplici non organiche? Cos’è che porta a sintesi i conflitti e le ipotesi contraddittorie?
Se “il comunismo è quel movimento che abolisce lo stato di cose presenti….” lo stiamo già abitando.
Fare quello che ci piace è il migliore modo per accogliere la morte. Quando ci farà visita avremo molte cose da offrirgli.
Il tempo libero è l’unica ricchezza ( Marx , Grundrisse ). Se lo dedichiamo solo a noi siamo egoisti. Se lo dedichiamo agli altri siamo socialisti. Se lo dedichiamo a noi e agli altri insieme, siamo ego-socialisti.
Potrebbe esistere un ordine monastico dedito all’estinzione. Gli adepti abbandonerebbero qualsiasi proprietà privata impegnandosi a non avere figli. Vivrebbero in proprietà abbandonate, occupandole e rigenerandole per la comunità. Praticherebbero la sessualità omofila, lo studio, il lavoro sociale, le arti e la meditazione.
La convenienza aiuta a credere alle proprie illusioni. D’altronde vivere nella ipocrisia dell’incoerenza sarebbe insopportabile.
Chi pensa che oggi il mondo sia “sbagliato”, “ingiusto”, “oppressivo”, ritiene che saprebbe gestire la complessità per ottenere risultati migliori. Di solito il soluzionismo ha due aspetti, uno di destra che vuole punire i cattivi, che impediscono che le cose vadano bene, cioè come andavano prima. L’altro, di sinistra, che confida nei buoni i quali, se lasciati liberi di intervenire, senza costringere nessuno, troveranno la soluzione pacifica a tutti i problemi. Entrambi presuppongono una teleologia, ovvero che ci sia un destino “giusto” che tende ad attuarsi per “senso comune” universale, impedito da umane deviazioni colpevoli.
La decrescita dovrebbe essere principalmente demografica. Ma quale popolazione può tendere spontaneamente ad estinguersi per lasciare sopravvivere le altre? Questo sì, è innaturale e perciò del tutto “umano”.
L’aristocrazia ha bisogno di ignoranza. In questo modo giustifica il privilegio come necessario.
L’intelligenza è fattore per metà genetico e per metà ambientale. Quanto siano grandi le due metá è variabile.
Se una classe aristocratica passa ai suoi figli tutta la sua ricchezza sta andando incontro alla rovina.
Quella che chiamiamo post-verità è soltanto la verità dopo che abbiamo capito come funziona. Pensa che milioni ancora credono ai miracoli.
Gran parte della cultura pop è una esaltazione della individualità ribelle venduta attraverso molteplici supporti mediatici. Se facciamo una lista dei dieci personaggi che maggiormente apprezziamo nella musica, nel cinema, nella letteratura, quanti di questi non sono inglesi o statunitensi?
La verità scientifica non è più vera di qualsiasi altra. Anzi la verità scientifica è valida solo fra scienziati in grado di valutarla e metterla alla prova. Per tutti gli altri miliardi di persone c’è solo il principio di autorità indicato dal potere.
Ciò che non sappiamo della materia è molto di più di ciò che pensiamo di sapere.
A che scopo insegnare alle persone molte cose se l’unico effetto immediato è che vorrebbero essere pagate di più?
Nel momento in cui si configura il dominio di una aristocrazia, chi vi si dovrebbe opporre, gli aristocratici o i servi? Ma i servi non chiedono altro che un padrone da servire a tempo indeterminato… lavoro dignitoso, lo chiamano.
Ma cos’è la ricchezza? È il denaro? No. E allora perché si misura in unità di denaro? Per poterla quantificare e paragonare. Ma se la misura non è adeguata forma dei pregiudizi difficili da superare.
Se una persona ha 10 miliardi di ricchezza personale, gode davvero di questa ricchezza? O è solo la misura di una potenza ipotetica, della fiducia che raccoglie nella società? Al di sopra di una certa cifra, il patrimonio diventa quindi solo una misura di potere.
Il post-capitalismo ci svela il valore esistenziale della nostra vita. Il tempo è limitato ed è una ricchezza perché siamo mortali. Nel momento in cui non siamo più utili alla valorizzazione del capitale, dobbiamo trovarci un altro motivo di esistenza e quindi un’altra modalità di vita. Chiedere di ritornare al lavoro capitalista è la risposta più scontata. Bisognerà fare la guerra per regredire fino a quel punto.
#ateismo #comunità #democrazia #individuo #LaoTse #mazzetti #nunes #Pavese #Platone #religione #spiritualità #storia #veritàAforismi per le lunghe notti senza energia elettrica
https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/kep-aforismi-per-lunghe-notti-senza-energia-elettrica/
Una vita piacevole inibisce la capacità di pensare? Sembrerebbe di si.
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Riconciliare la sinistra
https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/sommella-riconciliare-sinistra/
Se accettiamo la lezione di Rodrigo Nunes sulla melanconia e quella dell'ex presidente Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra antifascista, nasce dalla sua funzione. Quan
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Oltre la melanconia di sinistra
Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025
di M. Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.
La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute
Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.
Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo
Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.
Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa
Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.
“Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo
Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.
Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”
Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:
Uno sguardo dalla nostra parte del mondo
Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace
Il merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.
Fonti e sitografia essenziale
R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, http://www.jstor.org/stable/303736.
J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330.
Oltre la melanconia di sinistra
https://rizomatica.noblogs.org/2025/12/sommella-oltre-melanconia-di-sinistra/
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il
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La forza prevale sulla forma
https://rizomatica.noblogs.org/2025/12/minetti-forza-prevale-sulla-forma/
Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.
di M. Minetti
Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verti
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