Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

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Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

Forse questo nostro presente caratterizzato da un realismo giornalistico e cinematografico esasperante, da effetti speciali che non danno tregua ai sensi, e ora da una pervasiva Intelligenza Artificiale che sta confondendo le acque mentali di un’umanità già allo sbando e in bilico tra realtà e “presunzione di realtà”, ha bisogno di tanto in tanto di un ritorno ancestrale a epoche “vergini”, così come all’uomo tecnologico non dovrebbe mai mancare il contatto con la natura incontaminata. Ma il cinema è un prodotto tecnologico; allora a quale primordialità ci riferiamo quando parliamo di “cinema in bianco e nero”? L’assenza di colori, riconducendo il tutto a una realtà dipinta per mezzo di una “scala di grigi”, è in grado di resettare l’invadente presunzione realistica del colore appunto; senza la colorazione è come se si affidasse alle sole forme la responsabilità del racconto, la rappresentazione della realtà che resta tuttavia una “realtà di fiction”, un vero che è pur sempre frutto della narrazione del regista e degli sceneggiatori. Molti sono stati i registi contemporanei che, affascinati dal “potere democratico” del bianco e nero, hanno voluto raccontare le loro storie eliminando il colore; così come alcuni laboratori per la restaurazione di vecchie pellicole hanno voluto dare colore a riprese originariamente nate in bianco e nero, per testare un effetto alternativo, per avvicinare fatti storici, che nell’immaginario collettivo sono da sempre in bianco e nero, alla nostra sensibilità “colorata”; per assecondare la nostra assuefazione a un realismo ormai solo ed esclusivamente colorato.

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero, e in particolar modo di quelli di stampo nazional-popolare? È necessario parlare di bisogno perché la moda dei tempi ci condurrebbe istintivamente a seguire i prodotti più diffusi, quelli più efficienti ed efficaci da un punto di vista tecnologico e di risposta emotiva calibrata in base a parametri che nulla hanno a che vedere con “antiche” tendenze culturali e sociali. Quindi il bisogno nasce da richieste più intime, private, appartenenti alla propria storia personale e familiare, a un vissuto che risale a nostre stratificazioni genealogiche condivise con persone di cui abbiamo sentito solo parlare ma che per motivi anagrafici non abbiamo mai conosciuto: persone che, proprio a causa del fatto di non averle mai neanche sfiorate nella vita reale, sono diventate personaggi, e grazie ai racconti di familiari che invece hanno avuto l’occasione di frequentarli. Ed è così che epoche a noi cronologicamente anche piuttosto vicine assumono addirittura un carattere mitico.

Se per gli spettatori dell’epoca quei film rappresentavano loro stessi nel loro presente e quindi non potevano considerarli già come prodotti mitizzanti, per noi successori sono fonte, forse illusoria, di una verginità che in realtà non esiste o perlomeno non può esistere nel nostro tempo ma resiste in un angolo di mondo ideale. Quindi il film in bianco e nero non è che una “macchina del tempo” a uso e consumo di chi ha bisogno di ritrovare una dimensione embrionale della società in cui vive e della cultura complessa con cui si confronta quotidianamente. Una macchina del tempo che contribuisce all’idealizzazione di certi periodi storici considerati, per il tipo di argomenti trattati e il lieto fine quasi sempre assicurato, non più riproponibili se confrontati con la complessa e corrotta situazione sociale del presente. Ma in realtà quelli che noi consideriamo difetti caratteristici solo della nostra epoca contemporanea sono, nei contenuti, una costante storica camuffata nella forma dalla leggerezza della commedia cinematografica; da qui la nostalgia per tempi che alla radice contengono le stesse potenzialità edificanti o distruttive di qualsiasi periodo. Da qui, forse, una “nostalgia per epoche non vissute”, una anemoia di origine familiare: attraverso film e canzoni ci caliamo nell’atmosfera di un periodo storico vissuto da persone a noi care e ormai estinte; le immaginiamo giovani al momento della proiezione di quel film al cinema, sorridenti, spensierate, probabilmente in compagnia di chi avrebbe in seguito condiviso un importante tragitto esistenziale fino a giungere a noi, figli di questa contemporaneità a volte orfana di punti di riferimento valoriale e di senso. È un po’ come se volessimo partecipare al loro vissuto e acquisire così un frammento della loro forza e della loro fede nella vita.

Il sentimento amoroso rappresentato in queste pellicole è basilare, archetipico, elementare, nonostante il tentativo da parte di alcune trame di complicarne la realizzazione, ma è solo un espediente narrativo per fornire complessità e profondità a una conclusione che fin dall’inizio si annuncia ottimistica. E ci piace pensare che quella stessa ottimistica ingenuità sia stata adottata nella vita reale anche da quei cari estinti a cui si faceva riferimento e che ha rappresentato la base di partenza della nostra esistenza qui e ora. Senza quel loro crederci semplice e spontaneo – simile a quello dei protagonisti di certi film – forse molte cose non sarebbero state realizzate; e anche noi allora vorremmo recuperare quella loro fede ingenua, quel loro gettarsi nella vita fidandosi della tradizione, della gerarchia familiare, dei valori tramandati, della Storia. Tutte le epoche per gli osservatori coevi risultano complesse, ma basterà spostarsi in avanti nel tempo di una generazione e quella complessità diventerà arretratezza, schema semplice da decifrare, approccio esistenziale da aggiornare in base alle nuove scoperte e ai nuovi comportamenti assemblati nel corso degli anni. Quella stessa semplicità sottovalutata dall’evoluzione diventerà merce rara ricercata da chi guardando indietro avrà la necessità di fermarsi a recuperare l’essenza del vivere: non si tratta di disadattamento alla propria epoca bensì di una richiesta di integrazione al presente con elementi resi “primordiali” dalla distanza cronologica. Il tempo permette all’osservatore di allontanarsi per meglio vedere il quadro nel suo insieme: la profondità nasce dall’allineamento dell’oggi su paesaggi divenuti storici.

I film in bianco e nero, al netto dell’effetto malinconico-nostalgico che possono avere sullo spettatore medio, posseggono un potenziale antidepressivo da non sottovalutare perché sono in grado di ripristinare un certo “candore” esistenziale e una fiducia nella vita con cui affrontare e sopportare il peso dell’oggi: non si tratta del solito insegnamento derivante dal confronto con la Storia; lo spettatore ha bisogno di abbeverarsi a una fonte sì storica ma relativamente recente: una fonte lontana quanto basta per osservarsi con gli occhi della generazione precedente, ma non troppo lontana da non riconoscersi già in essa. Però non sarebbe corretto interpretare il bisogno di questi film come un “rifugio” dal presente per vigliacchi, disadattati, per quelle persone che vivono con disagio il proprio tempo. I personaggi delle storie in bianco e nero sembrano avere una vita più facile della nostra ma si tratta di un miraggio cinematografico creato ad arte: attribuiamo loro una certa abilità nel saper vivere perché in fondo noi conosciamo come va a finire la loro vicenda, noi siamo il loro futuro e sappiamo che dopo quell’epoca “felice” (felice per noi che la osserviamo da qui!) è giunto il nostro tempo, più complesso e “cattivo”, con il suo carico di guai nuovi di zecca. Quelli che invece “vivono” nei film in bianco e nero sanno benissimo cosa fare, o almeno così ci sembra, perché inconsciamente sappiamo che la loro vicenda è già Storia, è già stato tutto risolto e si sono tolti il pensiero di come vivere e risolvere i problemi. E quindi dal confronto tra la nostra e la loro epoca deriva l’idealizzazione del loro tempo. Ma si tratta di un’opera di autoconvincimento di cui abbiamo bisogno per alleggerire, attraverso il loro vissuto, il nostro; un processo mentale autoassolutorio e palesemente illusorio. In cambio di questo nostro periodico riesumarli, guardando le pellicole che mantengono in vita anche attori ormai scomparsi da decenni, chiediamo un tributo in leggerezza, in semplicità che rasenta l’ingenuità; chiediamo una chiave di lettura che disinneschi la complessità del presente. Ma quella che per noi è complessità sarà lo spasso e il divertente passatempo degli spettatori del futuro quando guarderanno film che descriveranno la vita di oggi. È un processo ciclico.

Oggi alcuni temi e alcune scene di certi film in bianco e nero farebbero gridare al “patriarcato” e sarebbero oggetto di accesa discussione da parte dei sostenitori del politically correct e della cancel culture: il maschio prepotente e tossico, la moglie troppo paziente e dipendente dal marito, la figlia presa a schiaffi dal padre autoritario, e altri residui di una cultura sociale e familiare, sarebbero giustamente portati alla sbarra per essere processati in un “tribunale woke. Il pregio di queste pellicole è proprio quello di fotografare e conservare nel tempo la cultura di un’epoca, nel bene e nel male. Proporre una censura revisionistica di questi film (come ipotizzato recentemente per certe pellicole famose in altri paesi) sarebbe inutile e culturalmente fuorviante.

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immagini, in ordine di apparizione, tratte dai film:

“Lazzarella” (1957)

“Tuppe tuppe, Marescià!” (1958)

“Un americano a Roma” (1954)

“Totò, Peppino e la… malafemmina” (1956)

“Siamo tutti inquilini” (1953)

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Oltre la melanconia di sinistra

Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025

di M. Sommella

In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.

Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

“Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

  • Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
  • Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
  • Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

Il merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

Fonti e sitografia essenziale

R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, http://www.jstor.org/stable/303736.
J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330.

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Oltre la melanconia di sinistra

https://rizomatica.noblogs.org/2025/12/sommella-oltre-melanconia-di-sinistra/

In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il

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“Bella,
che ci importa del mondo ?”
🎶 Ivano Fossati

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Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di How I Met Your Mother, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di Friends, che ha sempre trovato irritante The Big Bang Theory e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre Happy Days. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

Come è risaputo e come è suggerito già dal titolo, la serie racconta le vicissitudini sentimentali e sociali che hanno portato il protagonista, Ted Mosby, ad incontrare la madre dei suoi figli. Alternandosi tra commedia e dramma grazie ad una scrittura brillante ed intelligente, capace di riprendere a distanza di anni situazioni citate o accadute in passato, How I Met Your Mother è uno show di quelli indimenticabili, in cui i rapporti si evolvono con il passare del tempo, dove un gruppo di trentenni che fatica ad uscire da un’eterna adolescenza è costretto inevitabilmente a fare i conti con l’arrivo dell’età adulta, con le sue responsabilità, i suoi impegni, le sue delusioni.

Impossibile guardare la serie senza trovare riferimenti con le nostre vite: la malinconia degli amori perduti, i racconti al bar del dongiovanni del gruppo, le ragazzate, gli addii, le sbronze, le situazioni imbarazzanti, i viaggi in macchina, le risate, le serate sempre insieme, il lavoro, il tempo che passa senza accorgersene, l’allontanamento, i grandi momenti in cui ci si ritrova… Ed è così che la serie scivola via attraverso nove stagioni in cui il tono, seppur in calo dopo le prime straordinarie annate, resta sempre ricco di spunti di interesse, di piccole-grandi lezioni di vita, accompagnato spesso da canzoni memorabili (da Jersey Girl cantata da Springsteen a Inside of Love dei Nada Surf, fino a 500 Miles dei Proclaimers, una delle canzoni più iconiche della serie). Dopo il sorprendente finale resta così la malinconia per ciò che è successo in nove anni, in cui un affiatatissimo gruppo di amici è costretto dalla vita a vedersi sempre meno, in cui l’amore non sempre è sinonimo di lieto fine, in cui i sogni e i desideri devono sempre fare i conti, inevitabilmente, con la realtà. Da oggi, in questa piovosa giornata, incontrare un ombrello giallo per strada non sarà più la stessa cosa.

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La malinconia non è una malattia, è un lusso.
Vuol dire che non ti sei ancora anestetizzato del tutto.
Che il cervello funziona, anche quando fa male.

Link nei commenti.

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La malinconia non è una malattia, è un lusso.
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Melancholy is not a disease, it’s a luxury.
It means you’re not fully anesthetized yet.
That your brain still works, even when it hurts.

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Ventinove giugno 2023 Non riesco a pensare al fatto che non ci sei più e ogni giorno è un rinnovarsi del dolore, questa sensazione di aver perso una metà, questa sensazione di sentirmi calato in una vita che non riconosco, cui dovrò abituarmi. #malinconia
Quando abbiamo smesso di gioire

di Sandro Moiso Barbara Ehrenreich, Una storia della gioia collettiva, eléuthera editrice, Milano 2023, pp. [...]

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