Mentre questa è Gaza, o meglio ciò che ne resta dopo 2 anni di bombardamenti israeliani
https://www.lapresse.it/video/2025/12/24/skyline-di-gaza-devastato-le-immagini-mostrano-distruzione-nella-striscia/

ecco come la vorrebbe ricostruire quell'orrendo essere arancione e suoi scagnozzi ecco come vorrebbero farci business:
«resort di lusso sul mare, treni ad alta velocità, reti digitali ottimizzate con l'IA, tutto (o quasi) in nome del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È quanto prevede, secondo il Wall Street Journal, "Project Sunrise"»
https://tg24.sky.it/mondo/2025/12/20/gaza-trump-project-sunrise

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Skyline di Gaza devastato, le immagini mostrano distruzione nella Striscia - LaPresse

(LaPresse) Le immagini mostrano lo skyline di Gaza segnato dalla distruzione, mentre la piccola comunità cristiana si prepara a celebrare la vigilia di

LaPresse

El presidente de Turquía, Recep Tayyip Erdogan, denunció que el genocidio en Gaza ha severamente socavado los valores humanitarios universales. A pesar de esfuerzos internacionales, atrocidades continúan en la Franja de Gaza y las tierras ocupadas...

#NBES #GazaGenocidio #DerechosHumanosVulnerados #PresidenteTurco

Más info: https://nbes.blog/ultimo-minuto/

Gli aiuti della Flotilla continuano via terra: “Vietati miele e biscotti a Gaza”

Sono partiti da Genova 12 container con 240 tonnellate di aiuti alimentari, per un valore di circa 700mila euro, raccolti in una mobilitazione straordinaria ad agosto dalla Ong Music for peace, diretti in Giordania e da lì nella Striscia di Gaza. Ma il carico è a rischio anche per le nuove regole israeliane di registrazione delle organizzazioni e i divieti di importare cibo calorico, ma anche sapone e felpe per bambini. Nonostante il "cessate il fuoco"

Altreconomia

LA SEDIA DEL CARNEFICE
Alfredo Facchini

Venti civili palestinesi, bendati e legati. Un soldato in posa.

Un terrorista israeliano siede su una sedia pieghevole. Davanti a lui, una ventina di uomini palestinesi in tuta bianca, bendati, con le mani legate dietro la schiena, inginocchiati sulla sabbia di Khan Younis. Gaza. L'immagine, pubblicata dallo stesso militare sui social, non è stata rubata, non è frutto di infiltrazioni giornalistiche. È stata condivisa. Rivendicata. Come un trofeo.

Questa fotografia non è solo la documentazione di un crimine. È la sua celebrazione. È l'istantanea di un'occupazione che ha smesso persino di nascondersi, che non teme più il giudizio del mondo perché sa che il mondo, troppo spesso, distoglie lo sguardo. Quando non è totalmente complice.

Venti civili palestinesi. Rapiti, umiliati.
Non prigionieri di guerra, non combattenti: civili. Uomini strappati alle loro case, alle loro famiglie, in attesa di chissà quale destino. E mentre loro sono lì, impotenti nella polvere, il soldato terrorista immortala la scena.

C'è qualcosa di atroce nella coreografia di questa foto. La sedia da campeggio, l'atteggiamento rilassato, la luce del tramonto che tinge tutto di un arancione quasi idilliaco. Come se quella fosse una scena qualunque, un momento di pausa durante una giornata di lavoro. E in effetti, forse per quel soldato terrorista lo è. L'occupazione, quando diventa routine, trasforma ogni atrocità in gesto quotidiano.

Ma quella normalizzazione è il segno più evidente della degenerazione. Quando i carnefici non sentono più il bisogno di nascondere i loro crimini, quando anzi li esibiscono, significa che il tessuto morale di una società si è lacerato fino all'irriconoscibilità. Significa che la disumanizzazione dell'altro è completa.

Quei venti uomini hanno nomi, famiglie, storie. Forse uno è padre, un altro insegnante, un altro commerciante. Ma nella logica dell'occupazione sono solo corpi da controllare, vite da cancellare. Foto da esibire. La benda sugli occhi non serve solo a impedire loro di vedere: serve a impedire a noi di guardarli negli occhi, di riconoscere in loro la nostra stessa umanità.

E mentre questa immagine circola sui social, mentre viene condivisa, commentata, archiviata, il mondo continua le sue partite diplomatiche, le sue dichiarazioni di circostanza, i suoi appelli al "dialogo" e alla "moderazione". Come se ci fosse ancora spazio per il dialogo quando una delle parti è inginocchiata, bendata e legata.

La storia non dimentica queste immagini. Non ha dimenticato i prigionieri di Abu Ghraib, non dimenticherà i civili di Khan Younis. Ma la storia, da sola, non basta. Serve che chi guarda oggi abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Oppressione. Brutalità. Crimine. Genocidio.

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ISRAELE CERCA REDENZIONE TRA LE ROVINE DI GAZA

Durante la guerra di Gaza, Israele ha dibattuto su come chiamarla. L'esercito parla di "Guerra del 7 Ottobre", mentre Netanyahu vuole "Guerra di Redenzione". Ciò che è chiaro è che Israele crede che il suo attuale ciclo di crisi possa essere affrontato solo attraverso la Violenza Genocida.

Di Abdaljawd Omar - 27 ottobre 2025

Fin dallo scoppio della Guerra Genocida israeliana, nel dibattito politico israeliano si è manifestata una curiosa preoccupazione: trovare il nome giusto per essa. Ogni campagna, a quanto pare, deve essere battezzata con un appellativo che le conferisca coerenza narrativa. Il nome scelto all'inizio, "Spade di Ferro", era intriso del linguaggio della forza e scintillante della metallurgia simbolica dello Stato e della difesa. Alludeva anche a un passato sia mitico che ideologico: il "Muro di Ferro" che ha a lungo sostenuto la Dottrina Sionista e la fantasia di una sicurezza indistruttibile attraverso un dominio permanente.

Eppure la proliferazione del ferro nel discorso è, paradossalmente, un segno della sua corrosione. Cosa rivela di uno Stato che, dopo 75 anni di esistenza, insiste ancora nel sostenere di lottare per la propria indipendenza? O deve ancora ricordare a se stesso il ferro che importa dagli Stati Uniti e lo usa sui corpi palestinesi?

I nomi sono strumenti di significato e, in Israele, sono diventati campi di battaglia interpretativi. La lotta su come chiamare questa guerra rivela una lotta più profonda sul suo scopo. Il Primo Ministro Netanyahu ha recentemente proposto di rinominarla "Guerra di Redenzione", un gesto al tempo stesso disperato e teologico, che cerca di trasfigurare la brutalità politica in necessità divina.

Ciò che attrae Netanyahu verso il linguaggio della redenzione è la convinzione che Israele, e per estensione, lui stesso, sia messo alla prova per sempre. La redenzione non è una questione di pentimento o trascendenza, ma di perseveranza. La familiare coreografia di crisi e ripresa offre a Netanyahu una sorta di alibi morale, che gli permette di trasformare il disastro in destino.

Qui, il linguaggio della redenzione diventa uno specchio della sua mitologia politica: il leader come salvatore e sopravvissuto, lo Stato come vittima e vincitore. Nel delineare il suo ruolo nella storia di Israele, Netanyahu si presenta come colui che ha presieduto al disastro e allo stesso tempo ha redento la nazione da esso.

L'esercito israeliano preferisce chiamarla "Guerra del 7 Ottobre", una scelta che forse allude alla responsabilità, o più probabilmente, alla familiare psicologia del vittimismo perpetuo. Il nome fissa la guerra a una data traumatica, come per ancorare la posizione morale della nazione al momento della sua stessa sofferenza.

PERMANENZA ATTRAVERSO LA CRISI

Se ogni nome allude a una fine, al momento in cui la storia può essere raccontata al passato, allora l'attuale guerra di Israele è, per sua stessa logica, impossibile da vincere. Non può finire perché non può essere risolta narrativamente. I suoi obiettivi cambiano a ogni conferenza stampa, le sue giustificazioni mutano a ogni immagine di distruzione che filtra tra le macerie. La "vittoria" viene dichiarata e ritrattata nello stesso respiro, perché cosa significherebbe la vittoria in una guerra combattuta non per il territorio ma per il significato stesso? La violenza non può concludersi perché il senso di sé dello Stato dipende dalla sua continuazione.

Questo è il paradosso della permanenza attraverso la crisi. Smettere di combattere significherebbe scoprire che la guerra non è mai stata un passaggio verso la salvezza, ma la condizione dell'essere politico di Israele. La conclusione significherebbe fare i conti con ciò che la guerra ha distrutto: non solo Gaza, ma la stessa coerenza morale e storica che lo Stato afferma di difendere.

La conclusione narrativa richiede un orizzonte morale, un punto in cui l'azione può essere intesa come giustificata, completata o redenta. Eppure la Logica Genocida dell'attuale campagna elettorale preclude tale possibilità. Ogni bomba approfondisce l'abisso morale che pretende di colmare.

E questa prestazione si svolge davanti a un pubblico non più prigioniero delle sue illusioni. Il mondo ora vede Israele per quello che è. Il velo si è assottigliato, forse irreparabilmente. Le immagini in diretta video da Gaza hanno reso impossibile l'astrazione. Coloro che un tempo trovavano rifugio nelle vecchie finzioni di sicurezza e autodifesa ora esitano a ripeterle.

Persino Donald Trump, un uomo difficilmente gravato da riflessioni morali, ha ammesso che Netanyahu ha perso il mondo. Non si può ottenere legittimità bombardando, e non si può combattere il mondo e vincere.

Eppure la politica di Netanyahu dipende proprio da questa illusione. Il suo potere richiede un nemico abbastanza vasto da sostenere il suo mito: prima l'Iran, poi Hamas e ora, inevitabilmente, il mondo stesso.

Nella sua immaginazione, Israele è solo perché deve esserlo: il suo isolamento è la prova della sua rettitudine, la sua brutalità il prezzo della sua resistenza.

Ma poiché la retorica della redenzione si è condensata in spettacolo, ciò che rimane non è l'immagine di una nazione che si difende, ma di uno Stato così affascinato dalla storia della propria sopravvivenza da non riuscire più a immaginare come vivere tra gli altri.

La cosiddetta "Guerra di Redenzione" non può redimere, perché la redenzione implica la trasformazione, e la trasformazione richiede la capacità di immaginare un mondo al di là del dominio, al di là dello stallo permanente della lotta per la Palestina.

Questo Genocidio ha trasformato l'immagine di Israele, ma non ha risolto nulla. Ha rivelato la piena portata della capacità di distruzione di Israele, sostenuta dall'indulgenza dei suoi alleati e amplificata fino a un eccesso grottesco, ma ne ha anche chiarito i limiti. Nonostante la sua portata distruttiva, Israele rimane condannato a fare i conti con il popolo che cerca di Cancellare. Nel dimostrare la sua forza, Israele ha solo messo in luce la sua dipendenza: dall'approvazione occidentale, dai sussidi militari e, soprattutto, dalla situazione di stallo in cui si trova.

Abdaljawad Omar è scrittore e professore associato presso l'Università di Birzeit, in Palestina.

Israele cerca la redenzione tra le rovine di Gaza – Mondoweiss https://mondoweiss.net/2025/10/israel-seeks-redemption-in-the-gaza-ruins/

#israele
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Israel seeks redemption in the Gaza ruins

Throughout the Gaza war, Israel has debated what to call it. The military says “October 7 War,” while Netanyahu wants “War of Redemption.” What’s clear is that Israel thinks it can only resolve its ongoing cycle of crisis through genocidal violence.

Mondoweiss

Perché continuano a boicottarci? Perché abbiamo commesso un genocidio | di The Palestine Project | Ott, 2025 | Medium https://thepalestineproject.medium.com/why-do-they-keep-boycotting-us-because-we-committed-genocide-bd2a4d48bb82

#gazagenocidio

@attualita
@attualit-OpenGiornale

Why do they keep boycotting us? Because we committed genocide

Right after Trump imposed a ceasefire, Israelis were confident that everything was returning to normal in entertainment, in sports, in…

Medium
Ora si parla di healthocide (genocidio sanitario) a Gaza, la testimonianza del dottor Lorenzo Bresciani

Non si ferma la catastrofe umanitaria a Gaza: il sistema sanitario è al collasso e 1 milione di persone sono senza acqua. Le parole del dottor Lorenzo Bresciani

Wired Italia
Denok kalera! ¡Todas a la calle! Hoy a las 18:30 en la Plaza de Merindades de #Pamplona #Iruñea #GazaFlotilla #gazagenocidio #IsraelWarCrimes

Niños de Gaza

La viñeta de Luiso García

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Lorenzo Tosa

L’uomo nella foto si chiama Fabio Marcelli, è uno stimato giurista internazionale e dirigente di ricerca dell’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR.

Poche ore fa ha annunciato che denuncerà alla Corte Penale Internazionale il governo e le imprese italiane per “complicità nel genocidio a Gaza”.

In particolare, la denuncia di Marcelli riguarda la Presidente del Consiglio Meloni, il ministro degli Esteri Tajani, il ministro della Difesa Crosetto e l’amministratore delegato di Leonardo Cingolani.

“La guerra mondiale che si avvicina a grandi passi riempie di gioia e di speranza i rappresentanti della florida industria degli armamenti” ha spiegato Marcelli sul “Fatto”.
“Costoro sono responsabili in prima persona di guerre e genocidi in atto.”

Un atto e una presa di posizione fortissimi, proprio nel momento in cui il criminale di guerra Benjamin Netanyahu ha lanciato la soluzione finale di occupazione di Gaza City, con armi anche italiane e nel solito silenzio assordante del nostro governo.

Non basta più raccontare favole agli italiani narcotizzati da Telemeloni.

Ora Meloni e i suoi ministri dovranno spiegare per filo e per segno il loro operato, quello che hanno fatto e soprattutto quello che non hanno fatto, quello che hanno detto e i loro silenzi, davanti al massimo organo di diritto internazionale.

È il minimo in uno Stato di diritto.

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