Le funzioni sociali di una lingua e l’alienazione del proprio idioma
di Antonio Zoppetti
Voglio ripartire dall’incipit del libro Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind, 2024):
La lingua è potere. Attraverso l’uso del linguaggio e la selezione delle parole è possibile controllare il destinatario, intimorirlo, porlo in uno stato di inferiorità psicologica e trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito.
In un proverbiale passo dei Promessi sposi, per esempio, Don Abbondio ricorreva appositamente al latinorum per occultare gli impedimenti al matrimonio, invece di spiegarli e di chiarirli come Renzo domandava. Per esercitare questo potere e questa forma di controllo, il parroco sfruttava la sua posizione superiore, per cultura e anche per il suo ruolo sociale di sacerdote, ostentando una lingua più elevata e solenne di quella di un semplice filatore di seta poco istruito. Il comunicatore che si pone in questa prospettiva “verticale” – in cui il mittente e il destinatario non sono sullo stesso piano e non ricorrono alla medesima lingua – gioca sporco, perché ha accesso a entrambi i sistemi di comunicazione, mentre il suo interlocutore è imprigionato nella sua lingua “bassa”; quando i due sistemi sono mescolati quest’ultimo non è in grado di intendere a pieno le cose: al massimo riesce a intuirle, ma non è capace di replicare. E per uscire da questa trappola Renzo non può far altro che rifiutare in blocco la lingua “alta” e incomprensibile: “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”.
Non tutti, però, hanno la forza di ribellarsi, davanti a simili meccanismi. Molto più spesso il destinatario è docile, si arrende alla propria “ignoranza”, si convince della propria incapacità e subalternità davanti al ruolo sociale – e alla lingua – di chi ricopre una posizione dominante. E il comunicatore che è allo stesso tempo il detentore del potere lo può controllare e manipolare.
L’esercizio del potere attraverso la lingua può avvenire con il ricorso ai registri più alti o ai paroloni difficili, attraverso l’esibizione dei gerghi settoriali che arrivano solo agli specialisti, oppure attraverso una selezione manipolatoria delle parole che non tutti sono in grado di cogliere in modo consapevole. La manipolazione delle parole è essenziale per costruire la realtà in modo funzionale alle proprie visioni e ai giochi di potere che si sposano, invece che rappresentarla. E così l’invasione russa dell’Ucraina che viola il diritto internazionale (con un aggressore e un aggredito) nel caso dell’invasione del Libano da parte di Israele si trasforma in uno sconfinamento o in una serie di blitz, come si sente spesso nei telegiornali. Oppure, passando a esempi più futili, le fastidiosissime interruzioni pubblicitarie si trasformano in un più suadente e ipocrita “consigli per gli acquisti”.
Se la lingua del potere si stacca dall’italiano
Le cose si complicano quando chi esercita il potere della lingua lo fa abbandonando l’italiano e ricorrendo a un altro sistema linguistico considerato più prestigioso del proprio idioma, come appunto il latino di Don Abbondio o l’inglesorum dei giorni nostri. In questo caso è la funzione sociale dell’italiano a essere messa in discussione.
La grande differenza tra il latino e l’inglese veicolari è che il primo non era la lingua madre di nessuno, era una lingua franca un po’ astratta e artificiale che si acquisiva con lo studio e poneva tutti gli interlocutori sullo stesso livello. Il globish, al contrario, è la lingua naturale dei popoli dominanti che mediamente non studiano altre lingue e vogliono rendere la propria qualcosa di universale. E gli interessi di potere – economici, culturali, politici – che si celano sotto questo disegno sono enormi.
Quando la lingua naturale di una parte del mondo diventa una lingua “franca” impiegata per la comunicazione internazionale, inevitabilmente il suo prestigio e il suo potere acquisiscono una nuova funzione sociale, e il rischio è quello dell’alienazione linguistica che si ripercuote sul piano interno di ogni idioma.
Ciò avviene quando le classi dirigenti dei Paesi non anglofoni finiscono per sottomettersi e sposare la supremazia dell’inglese anche sul piano interno (agendo da collaborazionisti). Se le pressioni esterne dell’inglese planetario che si espande attraverso la lingua delle multinazionali, delle merci, delle interfacce informatiche, delle categorie culturali d’oltreoceano… vengono sposate e fatte proprie anche dalla classe dirigente di un Paese che preferisce l’inglese e l’inglesorum all’italiano, queste spinte si sommano e ci portano tutte nella stessa direzione travolgendo il nostro idioma. E va a finire che un sistema linguistico alieno viene salutato come qualcosa che invece ci appartiene – anche se non è affatto così – perché lo si vuole imporre a tutti.
Il punto critico si raggiunge proprio quando la lingua veicolare – l’inglese – finisce per interferire con le lingue locali riversandosi, mescolandosi e sovrapponendosi a queste. E nel caso dell’italiano questo punto di non ritorno è stato superato da un pezzo. La supremazia dell’inglese porta a due conseguenze pericolosissime: l’abbandono dell’italiano come lingua di cultura, dell’università o della ricerca in favore dell’angloamericano (l‘anglificazione) e allo stesso tempo il ricorso a un lessico e a una terminologia che vengono importati e ripetuti direttamente in inglese, invece di tradurre, adattare o inventare nuove parole italiane, quando ci mancano (il che ci conduce a un sistema ibrido chiamato itanglese). Queste sono le due facce della stessa medaglia.
L’alienazione linguistica
Quando l’egemonia culturale dell’angloamericano, e la sua supremazia, viene riconosciuta e perseguita dai ceti sociali alti o dalle istituzioni – che si comportano come suprematisti dell’inglese – si determina una sorta di alienazione linguistica, un fenomeno che caratterizza il nostro Paese da ben prima della sua unità politica.
Come ho provato a ricostruire in K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), siamo un Paese in cui da sempre regna la diglossia, cioè la presenza di due (ma spesso anche più) sistemi linguistici che non godono dello stesso prestigio.
Nel Medioevo tutti parlavano solo nei propri volgari locali, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di metterli per iscritto, perché la lingua della scrittura e della cultura era il latino che possedeva la sua precisa grammatica. Quando finalmente è nata una letteratura in volgare, e nello Stivale le opere di Dante, Boccaccio e Petrarca hanno raggiunto il prestigio che prima di loro spettava solo ai poeti latini, i primi umanisti hanno cominciato a mettere in discussione questo prestigio, e nuovamente, chi voleva essere elegante e internazionale ha ricominciato a scrivere in latino, mentre il volgare veniva disprezzato e dismesso. Successivamente il volgare è stato recuperato dall’egemonia culturale del secondo umanesimo, per esempio da Lorenzo il Magnifico che con il suo “quant’è bella giovinezza” ritornava a promuovere il suo fiorentino, che rilanciava come lingua alta per promuovere la magnificenza di Firenze, il suo potere e la sua politica illuminata.
Il modello tosco-forentino in seguito è stato diventato il canone dell’italiano, che ha avuto la meglio sugli altri volgari regrediti a dialetti, lingue inferiori da purgare ed emendare nella scrittura. E l’orgogliosa alienazione del proprio idioma naturale per inseguire la lingua “pura” e perfetta dei toscani ha contraddistinto autori come il veneto Bembo che rinunciava alla propria lingua madre per perorare il prestigio della lingua superiore delle tre corone fiorentine che faceva diventare “grammatica”, o il milanese Manzoni che sceglieva di sciacquare i cenci in Arno per ripulire e correggere la sua milanesità.
Intanto, fuori dalla letteratura, le masse si esprimevano quasi solo nel proprio dialetto e l’italiano era una lingua oligarchica e poco accessibile: solo nel Novecento l’italofonia è divenuta un fenomeno sociale naturale. Ma nel frattempo la lingua alta è diventata l’inglese, che però non ha la semplice funzione di comunicare e scambiare informazioni sul piano internazionale, si riversa sul piano interno con una nuova funzione sociale, e viene usato dai ceti alti per costruire un senso di appartenenza a un sistema culturale transnazionale superiore. In questo nuovo contesto, la funzione sociale dell’italiano si riduce a una sorta di dialetto di un mondo elitario che pensa e parla in inglese.
Se la lingua è potere, per sopravvivere dobbiamo ribellarci e contestare lo strapotere dell’anglosfera, mettere in discussione la supremazia dell’angloamericano e recuperare il senso e la funzione sociale dell’italiano e anche di tutte le altre lingue. Il plurilinguismo è una ricchezza e non un ostacolo alla lingua unica delle multinazionali e dei mercati che, invece di riconoscere il valore sociale delle altre culture, hanno tutta la convenienza a creare un pubblico di consumatori globalizzato, omologato e intercambiabile.
Senza una rivoluzione culturale che metta in discussione allo stesso tempo il globish e l’inglesorum, il nostro destino è segnato, e finiremo con l’essere inglobati in un sistema di lingua e potere che non ci appartiene – checché ne dicano i suprematisti dell’inglese – e che ci schiaccerà.
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