Sliding Doors #4
Nei paesi, un altro momento di effervescenza, tiepida ma palpabile, sopraggiunge verso l’ora di cena. Un viavai tranquillo, scandito dalle serrande che scendono con un rumore metallico familiare, dai bar che, pian piano, si svuotano dei loro ultimi avventori.
Le luci delle vetrine si spengono una ad una, come stelle che svaniscono all’alba. In quel fermento sommesso, quasi ipnotico, nessuno fa caso al bar all’angolo, le cui vetrine spente non destano il minimo sospetto: il lunedì è giorno di chiusura, da sempre, una routine tanto consolidata quanto il sorgere del sole.
Nemmeno Guido, l’uomo che macina la via centrale con un passo spedito almeno un centinaio di volte al giorno, si accorge di quelle luci spente. I suoi occhi, abituati a scorrere distrattamente sul panorama quotidiano, oggi notano però qualcosa di insolito: il gatto del bar, Simba, acciambellato sul davanzale come una sfinge silenziosa, che miagola con un’insistenza quasi inquietante, come se volesse comunicare qualcosa di importante.
“Ciao Simba! Ti hanno chiuso fuori?” chiede Guido con voce gentile, un’abitudine ormai consolidata, come se potesse davvero ricevere una risposta dal felino. Le parole escono spontanee, quasi automatiche, eco di centinaia di saluti simili scambiati nel corso degli anni.
Il gatto, che lo conosce bene come conosce tutti gli abitanti del quartiere, inizia a fare le fusa, un suono profondo e rassicurante. Struscia la testa contro la sua mano con insistenza, un gesto che a Guido sembra contenere un’implicita richiesta d’aiuto, un messaggio nascosto che non riesce a decifrare completamente.
Con crescente preoccupazione, Guido allunga lo sguardo, esplorando l’edificio adiacente al bar, la casa dei proprietari, ma non scorge anima viva. Nessuna luce accesa filtra dalle finestre serrate, nessun rumore familiare emerge dalle persiane chiuse, solo un silenzio innaturale e opprimente.
Sta calando la sera, una sera d’estate particolarmente afosa, mitigata solo da sporadiche folate di vento che offrono un effimero refrigerio dall’afa opprimente che incatena le estati di pianura. L’aria è densa, quasi palpabile, carica di umidità e di presagi indefiniti.
La gente circola ancora, in bicicletta o a piedi, cercando di approfittare di quei momenti in cui il calore si fa più sopportabile, alla ricerca di un respiro più agevole, di qualche grado in meno. Alcuni passanti si fermano agli angoli degli incroci fumando e chiacchierando sottovoce, come se temessero di disturbare la quiete della sera che avanza. Il tempo striscia lento, viscoso come melassa; cinque minuti dopo, il gatto è svanito nel nulla, ritirato chissà dove, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta e un vago senso di inquietudine.
I paesi, specialmente quelli rurali, rappresentano l’ultimo, delicato legame che unisce una comunità alle sue radici ancestrali, a uno stile di vita caratterizzato da semplicità e autenticità, dove il vero valore risiede nella condivisione e nel benessere collettivo.
Tuttavia, persino in questi luoghi, questi tratti distintivi stanno gradualmente sbiadendo: le vicende personali diventano sempre più riservate, più isolate dal tessuto sociale. Ogni comunità custodisce tante storie quanti sono i suoi abitanti, ma oggi queste narrazioni si intrecciano raramente, se non attraverso il filtro distorto dei social media.
Solo gli anziani mantengono ancora vivo quel senso di connessione autentica, quelle persone che ancora si preoccupano di avvisarti se, passando vicino a casa tua, percepiscono qualcosa di anomalo, permettendoti di intervenire tempestivamente.
Il giorno seguente si presentò con un sole estivo implacabile, che continuava a irradiare un calore intenso fino alle ore tarde del pomeriggio, illuminando e riscaldando ogni cosa nel suo raggio.
Anche Thomas, che si era avventurato fuori nelle prime ore del mattino, trovò nuovamente Simba appollaiato sul davanzale, come una sentinella fedele al suo posto. Due carezze affettuose furono sufficienti perché il gatto riprendesse a fare le fusa con vigore, ricambiando con dolci testate contro la mano tesa.
Con un balzo aggraziato, Simba scese dal suo punto di osservazione, alzando lo sguardo verso quell’uomo gentile dalla statura imponente. Poi, con movimenti fluidi e deliberati, iniziò a intrecciarsi tra le sue gambe, dirigendosi con determinazione inequivocabile verso il cortile. Un’anima sensibile non può rimanere indifferente a un messaggio così esplicito da parte di un felino, creatura notoriamente riservata. Thomas, seguendo quell’impulso istintivo, si ritrovò davanti a un cancello che, pur apparendo chiuso a prima vista, mostrava una sottile apertura inaspettata.
Simba, dimostrando una familiarità sorprendente con la situazione, si distese completamente e, utilizzando le zampe come leva, spinse contro una sezione specifica della ringhiera, come se fosse una routine ben collaudata.
“Cosa hai in mente di fare?” mormorò Thomas, osservando la scena con crescente curiosità. Quasi automaticamente, allungò la mano e, con sua grande meraviglia, il cancello si aprì con un leggero cigolio sotto una minima pressione.
Il felino si infilò all’interno con la rapidità di un lampo, seguito da Thomas, ormai completamente coinvolto in quella strana avventura, trasformato suo malgrado in un improbabile buon samaritano.
Un silenzio inquietante, quasi tangibile, avvolgeva il retro del locale. Thomas era sul punto di abbandonare quell’esplorazione improvvisata, quando accadde. Come un’onda impercettibile, un effluvio denso, caldo e nauseabondo gli sfiorò le narici per un istante fugace, talmente breve da lasciare dietro di sé solo una sensazione di profondo disagio, un ricordo sgradevole che si impresse nella sua memoria come un marchio indelebile. L’aria stessa sembrava carica di presagi oscuri, come se quel breve momento contenesse il seme di qualcosa di più grande e inquietante che stava per manifestarsi.
“Thomas, senti anche tu questa puzza?” chiese Andreas, socio e collega di lunga data, mentre si avvicinava per chiudere l’agenzia di assicurazioni adiacente al bar. I due amici, che si conoscevano fin dall’infanzia e ora condividevano anche la vita professionale, erano profondamente radicati in quella zona del paese, tanto da conoscerne ogni minimo dettaglio e abitudine, non solo del loro quartiere ma dell’intero borgo.
“C’è un odore terribile, come di un animale morto nel cortile!” esclamò Thomas, sollevandosi sulle punte dei piedi per cercare di vedere oltre il cancello, il collo teso nello sforzo di individuare la fonte di quell’odore nauseabondo.
“Non riesco a vedere nulla da qui,” aggiunse dopo qualche istante, appoggiandosi leggermente al cancello.
Con cautela, i due entrarono nel cortile e iniziarono a ispezionare l’area circostante. Tutto sembrava essere al suo posto, in un ordine quasi inquietante: l’automobile di Jerome parcheggiata nel suo solito spazio, i bidoni della spazzatura del bar vuoti come ci si aspetterebbe nel giorno di chiusura, i vasi di erbe aromatiche ben curati interrati nel piccolo orto, e gli scatoloni ordinatamente impilati sotto la finestra del retro.
“Secondo me l’odore viene dalla casa,” osservò Thomas con crescente preoccupazione, notando che il fetore diventava più intenso man mano che si avvicinavano all’edificio. “Potrebbe essere un freezer che si è guastato, tutto il contenuto è andato a male.”
“Ho un’idea,” propose Andreas, già estraendo il cellulare dalla tasca dei pantaloni, “Possiamo chiamare Jerome e avvertirlo della situazione!”
Mentre componeva il numero, un suono inaspettato catturò la loro attenzione: il telefono di Jerome squillava attraverso la finestra aperta del bagno al piano superiore. Il suono continuò insistentemente fino a quando la chiamata non si interruppe automaticamente.
Andreas, sempre più preoccupato, ritentò un paio di volte, ma ottenne lo stesso risultato: solo lo squillo prolungato proveniente dall’interno della casa, seguito dal silenzio.
“Pensi che possa averlo dimenticato qui?” domandò Thomas, la voce tradiva una crescente inquietudine mentre scambiava uno sguardo preoccupato con l’amico.
Decisero di fare un giro completo dell’edificio, scrutando attentamente attraverso ogni finestra accessibile, esplorando il giardino e controllando persino dietro le tende abbassate del bar. Ma non c’era traccia di vita umana, solo quel persistente odore nauseabondo che sembrava intensificarsi con il passare dei minuti.
“Facciamo un ultimo tentativo,” disse Andreas, la voce tradiva una certa stanchezza e frustrazione. “Poi devo proprio andare a casa, sto morendo di fame.” Estrasse nuovamente il cellulare e iniziò a cercare tra i contatti.
“Chiamerò Anna,” annunciò con decisione. “Lei avrà sicuramente le chiavi di riserva e potrà entrare per controllare cosa sta succedendo!” Con queste parole, salutò l’amico con un rapido cenno della mano e si diresse verso la sua auto.
Driiiiinnnnn! Driiiiiiinnnnn!
Il suono penetrante del telefono risuonò nella stanza buia, facendo emergere Anna dal suo sonno profondo. Strizzò gli occhi confusa, mentre una serie di pensieri confusi si affollavano nella sua mente ancora annebbiata: [Per quanto tempo ho dormito? Ho esagerato con il dosaggio delle gocce questa volta? Che ore saranno? È davvero il telefono che sta suonando? Potrebbe essere lui? No, è impossibile…]
La sua mente vagava tra questi pensieri disconnessi mentre cercava di orientarsi nella penombra della stanza, ancora intorpidita da quel sonno innaturalmente profondo.
Vide il numero di Andreas sul display, illuminato nella penombra della stanza. Una cascata di pensieri agitati le attraversò la mente come un torrente in piena – ricordi confusi, domande senza risposta, ipotesi sempre più inquietanti. Ma una sola domanda continuava a martellarle nella testa, insistente e ossessiva: [Perché cazzo mi avrà chiamato proprio ora?] Con le dita ancora intorpidite dal sonno, premette il tasto di richiamata e attese, il cuore che accelerava ad ogni squillo.
“Ciao Andreas, sono Anna,” disse cercando di mantenere la voce ferma. “Mi hai cercato?”
“Sì, ascolta,” la voce di Andreas tradiva una certa urgenza. “C’è una puzza terribile che viene dal cortile, un odore nauseabondo, quasi di decomposizione. Temo che si sia guastato un freezer e che tutto il contenuto sia andato a male. Ho provato a chiamare Jerome più volte ma non risponde. La cosa strana è che ho sentito il suo cellulare suonare dentro casa mentre ero nel cortile, ma nessuno ha risposto. Tu per caso sai dove potrebbe essere? Potresti dare un’occhiata?”
Anna si sentì improvvisamente attraversare da un brivido gelido. Ogni traccia di sonnolenza svanì in un istante, sostituita da un’ondata di adrenalina che le fece accelerare ancora di più i battiti del cuore. Chiuse la chiamata bruscamente, senza nemmeno salutare Andreas, e si mise seduta di scatto sul letto. Il cuore le martellava nel petto come impazzito mentre la sua mente cercava disperatamente di processare quelle informazioni allarmanti.
…
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