Sliding Doors #1

Premetto che non ho velleità da scrittore, semplicemente ho deciso di intraprendere un viaggio esplorativo attraverso la scrittura, in quello che potrei definire un esperimento quasi terapeutico. Un percorso introspettivo per analizzare quella sottilissima linea che può separare due destini completamente diversi, come lo sono stati i miei, e per dare voce ai pensieri che da tempo occupano la mia mente.

È comprensibile come, nel mio caso specifico, sia stato sufficiente un solo millimetro a fare la differenza. Letteralmente un millimetro ha rappresentato la distanza tra una realtà completamente opposta a quella che sto vivendo attualmente. Un millimetro che ha cambiato il corso della mia esistenza, ridefinendo completamente il mio percorso di vita e trasformando radicalmente la mia prospettiva sul mondo.

Come la differenza che intercorre tra il giorno e la notte, tra il candido bianco e il profondo nero, tra l’esistenza e il suo opposto. Come nel celebre film “Sliding Doors”, mi ritrovo spesso a immaginare e riflettere su come sarebbe potuta andare la mia vita se quel singolo, cruciale millimetro non fosse mai esistito. Quante volte mi sono trovato a contemplare i “se” e i “ma”, a visualizzare scenari alternativi, a ripercorrere mentalmente quel momento decisivo.

Inizio

Diciassette luglio duemilaventitre, 3.30 di mattina, fa ancora caldo anche dopo un bagno rinfrescante. Ho da poco finito di lavorare; l’aria è pesante e appiccicosa, rendendo difficile trovare sollievo persino dopo una doccia fredda. Il caldo opprimente di questa notte d’estate sembra amplificare ogni sensazione.

“Penso che dovrei cercare di asciugar…”

Buio.

Un silenzio ovattato avvolge il borgo come una coperta soffice e impalpabile. Le prime luci dell’alba si fanno strada timidamente tra le case antiche, dipingendo delicatamente di rosa e arancione i tetti rossi consumati dal tempo. Un gallo canta, la sua voce forte e chiara squarcia l’aria immobile, rompendo l’incantesimo del silenzio mattutino. È come un allarme naturale che risveglia gradualmente il paese dal suo torpore notturno.

Le prime a rispondere a questo richiamo sono le finestre delle case, che si aprono con cigolii familiari, rivelando volti ancora assonnati che si affacciano per respirare l’aria fresca e pulita del mattino, un rituale quotidiano che segna l’inizio di una nuova giornata. In piazza, i gatti randagi si stiracchiano pigramente al sole nascente, protagonisti indisturbati di questi primi momenti del giorno.

Il panettiere non tarderà ad arrivare, preceduto dal rumore caratteristico dei suoi cesti di pane che sbattono ritmicamente contro il selciato e dal profumo irresistibile del pane appena sfornato che si diffonde per le vie strette, risvegliando i sensi degli abitanti. Poco dopo, compare l’anziano di sempre, fedele alla sua routine, con il giornale stretto sotto il braccio, che si dirige verso la sua panchina di legno preferita, attendendo pazientemente l’apertura dell’edicola.

Le voci squillanti e allegre dei bambini che si dirigono a scuola iniziano a riempire le stradine acciottolate, accompagnate dalle raccomandazioni preoccupate delle mamme che li esortano a non fare tardi. Un’ape ronza dolcemente, posandosi con grazia su un fiore appena sbocciato – questa è la visione poetica; la realtà include già le prime mosche e zanzare fastidiose che tormentano i coraggiosi avventori mattutini.

La vita scorre con un ritmo lento e regolare, scandita da abitudini consolidate e tradizioni radicate nel tempo. È come un microcosmo che si risveglia gradualmente, preparandosi ad affrontare una nuova giornata con la sua routine familiare. Questo piccolo mondo sembra esistere in una bolla di vetro protettiva: possono accadere eventi straordinari nel mondo esterno, vicino o lontano che sia, ma gli abitanti sono troppo immersi nelle loro occupazioni quotidiane per prestare attenzione. La vita nel paese continua a seguire i suoi ritmi immutabili, come se fosse impermeabile ai cambiamenti esterni, quasi esistesse in una dimensione parallela rispetto al resto del mondo.

Le conversazioni quotidiane si intrecciano nelle vie: c’è chi si dirige in farmacia con urgenza, “sai, mio marito ha terminato le aspirine e con il mal di testa non può proprio stare”, chi fa la sua visita dal macellaio di fiducia, “ho finito le bistecche, ma già che ci sono prendo anche un pezzo di formaggio stagionato, quello che piace tanto ai bambini”, e chi semplicemente esce per socializzare, “perché in casa non so che fare e almeno qui incontro qualcuno”. Ogni scambio, ogni incontro contribuisce a tessere il ricco arazzo della vita comunitaria.

Quasi tutti si fermano al bar dell’angolo per il loro rituale mattutino: chi per un caffè fumante, chi per un succo rinfrescante, chi per una bibita fresca. È un momento sacro nella routine quotidiana, una pausa che nessuno osa saltare, un’occasione per scambiare quattro chiacchiere e iniziare la giornata con il piede giusto. Sono le 9:30, e gli sguardi sempre più insistenti verso la piazza tradiscono una crescente inquietudine: qualcosa non va nel solito ordine delle cose.

“Non hanno ancora aperto” osserva un uomo sulla sua bicicletta, indicando con un cenno del mento il bar mentre si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto a quadretti. “Ah ecco cosa manca! Il solito viavai al bar non c’è!” esclama qualcuno tra la folla che inizia a radunarsi. “Avranno fatto tardi ieri sera” suggerisce una signora con un sacchetto di pane ancora caldo tra le mani, il profumo invitante che si diffonde nell’aria mattutina. “Ho sentito dire che ieri hanno litigato di brutto e lei se n’è andata via furiosa a metà serata, lasciandolo solo.” I pettegolezzi, come sempre, non tardano a emergere. “Quindi dovrebbe aprire lui da solo?” chiede ironicamente un giovane, grattandosi la testa perplesso, prima di esprimere ad alta voce la preoccupazione che tutti condividono: “E noi dove andremo a bere il caffè?”.

Il movimento nel paese continua secondo il suo ritmo caratteristico: momenti di calma piatta si alternano a improvvisi picchi di attività, come un respiro naturale e costante. Le strade si animano e si svuotano seguendo una cadenza familiare, tipica della vita di provincia, dove il tempo sembra scorrere secondo regole tutte sue.

Un distinto signore in completo grigio, impeccabile nell’aspetto con una cartella di pelle sotto il braccio, si ferma davanti all’ingresso del bar ancora chiuso. Estrae il cellulare dalla tasca, compone un numero e attende pazientemente, scrutando l’ambiente circostante con un’aria professionale che mal cela una crescente impazienza.

“Ehi, Bistèk! Come te la passi?” lo interpella una donna dai capelli corti e biondi, il cui abbigliamento trasandato crea un contrasto netto con l’eleganza dell’uomo. “Non c’è male, e tu? Sempre a svuotare cantine?” risponde lui con un sorriso cordiale ma stanco, che tradisce una notte insonne.

“Sì, ma il lavoro scarseggia, le cantine da ripulire sono sempre meno!” replica sconsolata la donna, prima di aggiungere con genuina curiosità, scrutando l’uomo fermo davanti alla serranda abbassata: “cosa ci fai qui impalato come un palo della luce?”.

“È il mio giro settimanale per raccogliere ordini, ma oggi qui non concludo proprio niente,” risponde il rappresentante con un sospiro pesante, controllando nervosamente l’orologio mentre osserva il bar chiuso con crescente frustrazione. La sua figura elegante sembra fuori posto in questa mattinata di incertezza, la cartella di pelle stretta tra le mani come un’ancora di professionalità in un mare di dubbi.

“Di solito aprono sempre in tarda mattinata, anche se fanno tardi la sera prima. O almeno lasciano un avviso sulla porta. Dovresti saperlo ormai, dopo tutti questi anni di visite,” commenta la donna, studiando la serranda abbassata con lo sguardo di chi conosce bene le abitudini del posto. Il suo tono è quello di chi ha visto molte mattine come questa, ma qualcosa nella sua voce tradisce una nota di preoccupazione insolita.

“Devo andare, ho un altro appuntamento che mi aspetta,” conclude l’uomo con rassegnazione, avviandosi verso la sua berlina aziendale parcheggiata poco distante. La donna lo saluta con un cenno distratto della mano e riprende il suo cammino, trascinando una borsa logora piena di oggetti recuperati, persa nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni silenziose.

Dall’altra parte del paese, una casa riposa nel silenzio più totale: finestre serrate, persiane chiuse, nessun segno di vita all’esterno. È una scena sempre più comune nelle piccole realtà di provincia negli ultimi tempi, dove l’esodo verso la città lascia dietro di sé un crescente numero di abitazioni vuote e silenziose, come gusci abbandonati di vite passate.

Ma quella casa particolare, dall’altra parte del paese, non è realmente vuota. È la sua casa. La casa di lei, con cui la sera precedente avevo avuto quella terribile discussione, prima che se ne andasse via, lasciandomi solo con i miei rimpianti. Mentre il paese si sveglia e i pettegolezzi sul bar chiuso si rincorrono per le strade, lei è ancora lì, immersa nel sonno, ignara del fermento che agita la comunità.

Il suo mondo scorre lento nel silenzio del riposo, mentre il mio è precipitato in un abisso di oscurità. E continuo a pensare a quel millimetro, quella minuscola distanza che ci ha separato dopo il litigio. Il millimetro che l’ha portata a rifugiarsi nella sua casa, mentre io mi ritrovo a vivere in una realtà parallela. Due universi separati da una linea invisibile che, per ora, solo io posso vedere e comprendere.

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