Dalla Svizzera giunsero in Ossola numerosi fuoriusciti antifascisti
La lotta di liberazione in Ossola incominciò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la formazione delle prime bande partigiane composte da vecchi antifascisti e militari sbandati, che iniziarono a contrastare le unità tedesche di occupazione a cui, dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana il 26 dello stesso mese, si aggiunsero quelle fasciste. Dopo una iniziale fugace comparsa di alcune SS, giunsero in Ossola reparti tedeschi di presidio, prevalentemente della Zollgrenzschutz, ovvero guardie doganali di confine e unità della Wehrmacht, che installarono i comandi all’Albergo “Corona” di Domodossola e in una villa a Masera, mentre la RSI schierò la Milizia Confinaria con la II Legione alpina “Monte Rosa” e distaccamenti della 29a Legione della Guardia Nazionale Repubblicana.
Superata la fase iniziale delle prime bande partigiane come il “Gruppo del Lusentino” poi “Banda Libertà”, vennero progressivamente a costituirsi formazioni sempre più organizzate sia dal punto di vista militare che logistico e, tra quelle operanti in zona, si possono ricordare la “Valdossola”, la “Valtoce”, la “Piave”, la “Beltrami”, l’8a “Matteotti” e le “Garibaldi”.
Tra le vicende di spicco della storia partigiana dell’Ossola, è da citare l’insurrezione di Villadossola dell’8 novembre 1943, una delle prime sollevazioni popolari in Italia e duramente soffocata dai nazifascisti, a cui seguirono fucilazioni e le prime deportazioni nei lager nazisti. Alcuni mesi dopo, il 13 febbraio 1944, ebbe luogo a Megolo – località della bassa Ossola – la battaglia in cui cadde con altri partigiani della sua formazione anche il capitano Filippo Maria Beltrami, uno degli iniziatori della lotta nell’alto novarese, che nonostante l’inferiorità numerica accettò comunque lo scontro con le forze attaccanti tedesche e fasciste. A fine maggio del 1944 salirono in montagna numerosi giovani, provenienti anche dalla Lombardia, che non avevano risposto ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana, rafforzando numericamente le forze di liberazione facenti capo al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Contro le formazioni partigiane, sempre più attive in una zona strategica come quella dell’Ossola, prossima al confine svizzero ed attraversata dalla ferrovia internazionale del Sempione, con numerose dighe, centrali e industrie chimiche e siderurgiche, vennero lanciati attacchi e rastrellamenti anche imponenti, come quello denominato Operazione “Köeln” che dal 10 giugno 1944 interessò la Val Grande – area oggi divenuta Parco nazionale – con obiettivo principale l’eliminazione della Divisione “Valdossola”, una delle più attive in zona. Nonostante il colpo subito, la Resistenza ossolana ricominciò ben presto a premere contro il nemico e mentre i Garibaldini espugnarono in alcune vallate diversi presidi, nel fondovalle con una serie di operazioni condotte dalle formazioni autonome “Valdossola” e “Valtoce”, oltre a quelle della “Piave” fra Cannobio e la Valle Vigezzo, si arrivò il 9 settembre 1944 a liberare anche Domodossola, centro principale della zona.
Di rilievo il ruolo del clero nella liberazione di Domodossola, in quanto furono il parroco della Città don Luigi Pellanda e quello di Masera don Severino Baldone a promuove un incontro per una trattativa fra comandanti tedeschi e fascisti e i capi partigiani: questo per evitare inutili spargimenti di sangue e vittime civili in caso di attacco e conseguenti combattimenti nel centro abitato. Così tedeschi e fascisti lasciarono Domodossola ai partigiani senza combattere, a patto di poter abbandonare la città solo con alcune armi ed i familiari al seguito, una scelta non condivisa dai Garibaldini per i quali «con il nemico non si tratta ma si combatte». Dionigi Superti, comandante della “Valdossola”, che insieme con la “Valtoce” e la “Piave” avevano costretto alla resa il presidio trattandone le modalità, ordinò anche a nome delle altre formazioni la costituzione di una giunta di governo per l’amministrazione del territorio liberato, designandone pure i membri, stante l’assenza di un CLN locale, disperso a causa delle persecuzioni, cedendo di fatto l’amministrazione ai civili, a differenza di quanto verificatosi in altre coeve zone libere. La Giunta Provvisoria di Governo di quella che successivamente agli eventi venne definita come la “Repubblica dell’Ossola”, si mise subito all’opera affrontando una vasta mole di lavoro non limitata alla risoluzione dei problemi contingenti, ma diretta a toccare argomenti e settori di rilevanza nazionali, proiettati nel futuro dell’Italia liberata, poiché si trattò di una vera e propria esperienza di autogoverno e anticipazione della auspicata democrazia postbellica. Dalla vicina Confederazione Elvetica giunsero in Ossola numerosi fuoriusciti antifascisti italiani, alcuni dei quali divennero poi membri dell’Assemblea costituente, di Governi e Parlamenti della Repubblica Italiana, uno per tutti Umberto Terracini segretario della G.P.G. e poi Presidente della Costituente e, significativamente, Giorgio Bocca scrisse che «Quanto a rinnovamento democratico fece più quella piccola repubblica in quarantaquattro giorni che la grande nei decenni seguenti» <1.
Con l’Operazione “Avanti” i nazifascisti scatenarono una massiccia offensiva, che vide la difesa partigiana su due fronti, ovvero la Bassa Ossola e la Valle Cannobina, ma la preponderanza delle forze dell’attaccante e l’assenza di aiuti da parte degli Alleati che avevano definito nel contesto bellico una “capocchia di spillo” la zona libera, portò nella seconda metà di ottobre del 1944 alla rioccupazione dell’Ossola, costringendo la Giunta quasi al completo, numerosi partigiani e molti civili a riparare oltre il confine svizzero, spesso inseguiti fino all’ultimo dagli avversari. Sabato 14 ottobre 1944 Domodossola fu rioccupata, gli attaccanti entrarono in una città deserta perché circa un terzo della popolazione, da 25 a 30 mila civili, aveva abbandonato l’Ossola per riparare in Svizzera, nel timore di rappresaglie che però fortunatamente non furono attuate. In Ossola si insediarono con compiti di presidio reparti del 15° Reggimento SS Polizei, la Brigata Nera Speciale di Formazione “Meattini” detta “Ministeriale” <2 con anche compiti di ricerca e recupero delle salme dei militi uccisi, sciolta a fine febbraio 1945, oltre alla Legione “Monte Bianco” della Milizia Confinaria. Successivamente l’Ossola vide l’arrivo di un’altra unità della Repubblica Sociale Italiana, che era stata costituita a Faenza nell’autunno 1943 come IV Brigata Nera Mobile “Achille Corrao”, inserita nel Battaglione “Ettore Muti” di Ravenna, già macchiatasi fin dall’inizio di crimini, violenze ed estorsioni e che con l’avanzare degli Alleati ripiegò verso Nord, prima in provincia di Verona a Nogara e poi a Orgiano nel vicentino, rimanendovi fino a gennaio 1945. La IV Brigata Nera Mobile “Achille Corrao”, Battaglione “Ettore Muti” Ravenna, a cui vennero poi aggregate due compagnie della B.N. “Ministeriale” rimaste in zona, giunse in Ossola il 21 febbraio 1945, installando presidi in Valle Anzasca, a Pieve Vergonte, a Vogogna, a Premosello, a Migiandone e a Ornavasso e pochi giorni dopo il suo arrivo si verificò l’uccisione di don Giuseppe Rossi, il 26 febbraio 1945.
La definitiva liberazione dell’Ossola, nel corso della quale venne pure salvato da sicura distruzione il tunnel del Sempione bruciando l’esplosivo immagazzinato a Varzo, ebbe luogo il 24 aprile del 1945, ad opera delle unità partigiane rimaste in zona dopo la rioccupazione dell’autunno precedente o rientrate dalla Svizzera ed il contestuale ritiro verso sud dei reparti tedeschi e della RSI, tra questi la Brigata Nera “Ravenna” in zona fino al 22 aprile 1945, che si portò prima ad Intra e poi traghettando il lago raggiunse Laveno e di qui a Turbigo nel milanese, dove i componenti si arresero ai partigiani. Diversi militi della “Ravenna” catturati dai partigiani furono giustiziati subito dopo la Liberazione a metà maggio e a guerra già finita, quattordici a Jerago nel varesotto ed altri undici che erano stati condotti a Unchio nel Verbano, mentre Raffaele Raffaeli comandante della Brigata Nera, il fratello Riccardo e il padre Natale riuscirono invece a raggiungere Novara con parte della colonna Stamm, consegnandosi agli Alleati <3.
[NOTE]
1 G. BOCCA, Una repubblica partigiana. La storia della Resistenza in Val d’Ossola nel settembre-ottobre 1944, Milano, Mondadori, 1972.
2 La Brigata Nera annoverava tra i suoi ufficiali anche Giorgio Almirante, futuro leader del Movimento Sociale Italiano.
3 “Fascisti, partigiani, repubblichini nel Castanese”, Fondazione “Primo Candiani” n. 54 di “Contrade Nostre” 2012. La pubblicazione riporta anche un elenco di 159 appartenenti alla B.N. arresisi ai partigiani, in cui compare tra altri
un Gramigna Domenico fu Giusto, nato a Riolo il 02/06/1922 di professione falegname, senza documenti: nel libro di don Angelo L. Stoppa “Il parroco Giuseppe Rossi eroe della carità”, alle pagg. 150 e 151 l’Autore cita tra i probabili esecutori del delitto un “… terribile milite, piccolotto di statura, detto ‘Gramigna’…”, che entrò in una casa “… prossima al sentiero dei Colombetti, per lavarsi le mani lorde di sangue”. Non è da escludere che il presunto soprannome fosse invece il cognome del milite. Il Gramigna venne arrestato nel giugno 1945 e processato l’anno successivo per reati commessi nel ravennate con condanna a 4 anni e 6 mesi e risarcimento danni, ma l’amnistia del gennaio 1947 gli eviterà il carcere, mentre nessuna imputazione risulta per eventuali crimini della B.N. in Ossola, dei quali era però competente da Corte d’Assise di Novara. Nell’elenco è poi citato anche Badiali Rodolfo di Domenico, nato a Faenza il 29/01/1910, di professione impiegato, senza documenti: si trattava del comandante del presidio di Castiglione della B.N. e che dopo la guerra fu processato, condannato ed incarcerato per i crimini commessi, compresa l’uccisione di don Rossi.
Pier Antonio Ragozza, L’Ossola dall’armistizio alla Liberazione, Atti del convegno diocesano “Don Giuseppe Rossi. Icona di un parroco martire”, Diocesi di Novara, Domodossola 27 aprile 2024























