Anglicizzazione dell’italiano: le ultime dall’accademia della Crusca
Di Antonio Zoppetti
Ero convinto che il Gruppo Incipit dell’accademia della Crusca si fosse definitivamente arenato, visto che l’ultimo comunicato (n° 23, gennaio 2024) risale a quasi due anni fa, ma nei giorni scorsi è arrivato un nuovo segnale di vita che mi ha tempestivamente segnalato l’accademica Maria Luisa Villa: il comunicato n° 24 punta il dito contro l’espressione “live-in” al posto di “convivente”.
La nascita del gruppo Incipit
Per riassumere l’operato e gli intenti di Incipit, a dieci anni dalla sua costituzione, bisogna risalire alla fortunatissima petizione di Annamaria Testa – “Dillo in italiano” – che aveva raccolto quasi 70.000 firme per protestare contro l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. L’esperta di comunicazione e pubblicità già da qualche tempo aveva preso delle posizione nette, dalle pagine del suo sito “Nuovo e utile” e con altri interventi culturali, denunciando l’abuso dell’inglese imperante e certe denominazioni istituzionali che prendevano piede con disinvoltura sempre più ampia (dal jobs act al sito istituzionale per promuovere l’italianità chiamato “Very bello”). Il successo della campagna, rivolta proprio alla Crusca, poneva esplicitamente sul tavolo la delicata questione di “un intervento per la lingua italiana”, un argomento tabù in un Paese rimasto (anacronisticamente) fermo alla guerra conto i barbarismi di epoca fascista, come se, davanti all’inglese globale, la questione dell’anglicizzazione della nostra lingua si potesse ridurre alla bonifica linguistica del ventennio che nasceva da ben altri presupposti.
E così un gruppo di accademici coordinati dall’allora presidente Claudio Marazzini ha recepito l’istanza della petizione e ha costituto il Gruppo Incipit con lo scopo di monitorare il fenomeno e suggerire agli operatori della comunicazione e ai politici delle alternative in italiano ai “neologismi” e “forestierismi” nascenti (ma la realtà è che dietro queste parole generiche ci sono sempre e solo anglicismi), per cercare di arginarli nella loro fase incipiente, prima che si radichino ed entrino nell’uso senza più possibilità di intervento.
Dieci anni di Incipit
L’attività di Incipit si è concentrata sugli anglicismi “istituzionali”, cioè non sulla lingua sempre più anglicizzata di giornali, comunicatori, tecnici e imprenditori, ma sulle scelte lessicali – e le loro ricadute sulla lingua di tutti – che ci arrivano delle leggi, dalla burocrazia, dalle circolari delle amministrazioni… per esempio una terminologia fatta di whistleblower, voluntary disclosure o hot spots invece di espressioni in italiano (e ben più trasparenti) come allertatore civico, collaborazione volontaria o centri di identificazione. E così il gruppo ha duramente criticato per esempio l’educazione all’inglese – più che all’italiano – che emerge dalla lingua istituzionale impiegata nel famigerato “Sillabo” del Miur (2018) in cui “per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day”.
Simili prese di posizione hanno un forte valore simbolico, ma costituiscono degli sprazzi che non sono il frutto di un’attività sistematica, visto che 24 comunicati in dieci anni sono poca cosa davanti allo “tsunami anglicus” – per citare Tullio De Mauro – che ci sta travolgendo. Sono molto importanti perché contribuiscono a far riflettere sul problema, ma va detto che non hanno prodotto alcun risultato, e non per l’inerzia della Crusca, ma perché la nostra intera classe dirigente anglomane se ne frega dei comunicati incipit – ammesso che li abbia letti – e ostenta l’inglese in modo compiaciuto facendo dell’itanglese uno stilema comunicativo più prestigioso e ricercato. Le prese di posizione dell’accademia – e ciò vale soprattutto per i giornalisti – vengono insomma esibite quando fa loro comodo e nascoste sotto al tappeto in altri casi.
Colpisce, per esempio, che la Crusca sia considerata una fonte autorevole quando prende posizione sulla femminilizzazione delle cariche professionali – e allora la si cita e la si segue – ma davanti all’anglicizzazione tutto tace. Un’espressione pseudoinglese come smart working, per esempio, – condannata da Incipit nel 2016 sin dal suo apparire in favore di lavoro agile (ma in fin dei conti si potrebbe benissimo parlare di lavoro da remoto, da casa o di telelavoro) – con l’esplosione del covid si è diffusa e radicata al punto di diventare inarginabile, trasformandosi da parola incipiente a parola istituzionale, con buona pace dell’italiano e dell’accademia.
La Crusca, insomma, può incidere sulla realtà solo se viene posta al centro di un ben più ampio processo culturale (sociale e politico) che la trascende, ma che in Italia manca, almeno nel caso dell’anglicizzazione. Eppure, anche se poco ascoltata, la voce di Incipit è vitale per il solo fatto di esistere, in una società dove domina la dittatura dell’inglese e i suprematisti anglomani hanno la meglio sul piano non soltanto lessicale.
L’assistente “live-in” introdotto in Svizzera
La novità del comunicato 24 che punta il dito sulla trasformazione di convivente in live-in è che non nasce da una scelta delle istituzioni italiane, ma da quelle svizzere che da qualche tempo hanno introdotto una nuova figura professionale denominata assistente live-in o badante live-in. Poiché prevenire è meglio che curare, nel documento si auspica perciò “preventivamente, che la legislazione italiana mantenga l’uso delle risorse comprensibili e chiare della lingua italiana per la figura professionale dell’assistente convivente.”
A dire il vero in italiano – grazie al linguaggio istituzionale – l’assistente familiare è chiamato caregiver, un’altra sorta di pseudanglicismo, visto che in inglese la parola ha un significato generico e non tecnico. E quando questa parola è comparsa, è stata (invano) deprecata non solo da Incipit, ma persino da un giornalista come Mentana, visto che si tratta di un ricorso all’inglese scriteriato, inutile e fuori da ogni buon senso.
Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti, ma va detto che almeno in Svizzera si ricorre ancora ad “assistente” o “badante” (e la speranza e che si cominci a farlo anche da noi), e va detto che mentre in Italia non è stata emanata alcuna raccomandazione da parte delle istituzioni sull’evitare l’inglese – le raccomandazioni linguistiche istituzionali si occupano solo del linguaggio inclusivo, di genere o politicamente corretto – la Federazione elvetica ha invece emanato delle linee guida per evitare gli anglicismi in nome della trasparenza che si trovano proprio a fianco di quelle che riguardano la questione femminile (non ci sono due pesi e due misure come da noi). Ma si sa che le raccomandazioni non sempre sono seguite, e nel caso di “live-in” il rischio è che presto potrebbe essere impiegato anche da noi, affiancato a caregiver e magari adottato (invece che adattato) con l’inversione sintattica, dunque live-in caregiver, invece che assistente convivente.
L’incerto futuro dell’italiano nel tema del mese della Crusca
Mentre Incipit si è risvegliato, c’è un altro segnale che arriva dalla Crusca a proposito della regressione della nostra lingua davanti all’inglese. L’ultimo tema del mese dell’accademia ripropone un pezzo di Vittorio Coletti incentrato sul “Passato, presente e futuro dei dialetti e dell’italiano” che appare piuttosto pessimista sul destino della nostra lingua davanti alla glottofagia dell’inglese.
Lo studioso, nel ripercorrere la storia dell’italiano nei suoi rapporti con i dialetti, ci ricorda che questi ultimi, se non sono morti, di sicuro non prosperano, e che l’italiano diventato patrimonio di tutti solo nel secondo dopoguerra li ha ridotti a lingue marginali in grado di esprimere la quotidianità, le emozioni, i “colori della strada”, ma queste lingue non sono in grado di esprimere tutte le ben più ampie esigenze comunicative di una società, come ai tempi di Manzoni quando in dialetto era possibile ancora parlare di filosofia o di cultura. Davanti all’inglese globale che guadagna terreno come la lingua della conoscenza, della scienza, dell’università, del lavoro o della tecnica, l’italiano sembra avviato sulla stessa strada della dialettizzazione, e rischia appunto di perdere il suo ruolo come lingua di cultura per scivolare a lingua della quotidianità, adatta forse alla poesia e all’emozione ma incapace di esprimere i pensieri più complessi, attuali e importanti, perché “la conoscenza scientifica, l’insegnamento accademico si diranno solo in un inglese globish!”.
L’amara chiusa è che se “tra qualche centinaio di anni, l’italiano, uscito dagli usi cόlti e ufficiali della nazione, si salverà almeno in letteratura, teatro e musica come hanno fatto i dialetti, mi sa che potremmo metterci la firma.”
Personalmente sono ancora più pessimista, e come denuncio dalle pagine di questo sito – oltre che da quelle dei miei libri – sono convinto che questo pericolo sia ben più imminente e potrebbe realizzarsi non fra qualche secolo, ma nel giro di due o tre generazioni, se qualcosa non cambia. Questa stessa prospettiva poco rosea è al centro delle riflessioni di altri accademici, per esempio l’immunologa Maria Luisa Villa che teme che nel giro di qualche decennio la nostra lingua potrebbe rivelarsi inadeguata a esprimere e divulgare la scienza; oppure Marco Biffi, di cui avevo segnalato a suo tempo un pezzo che definiva l’italiano la “lingua di Marinella”, destinata “come tutte le più belle cose” a sopravvivere “come le rose” ancora per poco, visto che attualmente l’inglese si sta configurando come la lingua “alta” della cultura e l’italiano sta scivolando verso la varietà “bassa”: “Politiche riconducibili a tutto l’arco costituzionale stanno da anni spingendo in questa direzione, all’inseguimento di un internazionalismo vuoto e miope che non ha rispetto del valore identitario di un bene culturale prezioso come la lingua.”
Davanti a questo scenario rimane il solito problema: che fare?
Una cospicua schiera di linguisti “descrittivisti” – compresi gli allarmati – sembra convinta che sulla lingua non sia possibile intervenire, perché è un fiume ingovernabile che va dove vuole. Questa prospettiva è però una precisa posizione politica, visto che la pianificazione e l’ingegneria linguistica – cioè, che piaccia o meno, l’intervento consapevole per orientare la lingua – fuori dall’Italia sono prassi normali in moltissimi Paesi, oggi come in passato, e talvolta funzionano (del resto anche i fiumi sono incanalati nelle città tra argini e ponti che li governano). Ma anche da noi le prescrizioni che arrivano dall’alto per cambiare l’uso esistono e spesso attecchiscono, fuori dalla questione dell’inglese. Basta pensare al politicamente corretto, al linguaggio inclusivo, alla femminilizzazione delle cariche, al tentativo di mettere al bando parole come “razza”… La verità è che le fortissime pressioni per cambiare il nostro modo di parlare non contemplano la messa al bando dell’inglese, che è invece parte integrante di un revisionismo linguistico di matrice angloamericana che – non a caso – stigmatizza il body shaming invece della derisione fisica, il greenwashing invece dell’ecologismo di facciata o il climate change invece del cambiamento climatico e via dicendo. E così l’approccio descrittivista che ha rinunciato a essere normativo si trasforma nello stare a guardare senza fare nulla lo sfaldamento dell’italiano sostituito dall’inglese, mentre su altre questioni non ci si fa alcuno scrupolo a prescrivere.
Meno male che il gruppo Incipit c’è, dunque. Purtroppo la sua opera andrebbe posta al centro di un processo politico e istituzionale (oltre che culturale) più ampio per fare in modo che sia ascoltata e seguita. Senza questo cambiamento politico l’attività della Crusca finisce per svolgere il ruolo di un grillo parlante che ci mette in guardia sui pericoli a cui andiamo incontro e dispensa consigli saggi ma destinati a essere inascoltati, non certo per colpa sua.
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