Archeomafia, il maxi-blitz che svela anni di scavi clandestini tra Sicilia e Calabria. Recuperati 10mila reperti | IL VIDEO
Elena Percivaldi
All’alba di stamani, 12 dicembre 2025, il movimento coordinato di elicotteri, pattuglie e reparti specializzati ha attraversato simultaneamente la Sicilia, la Calabria e diverse città italiane. In poche ore, la vasta operazione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha portato all’esecuzione di 56 misure cautelari e a un’imponente serie di perquisizioni, smantellando due articolate organizzazioni dedite al saccheggio di siti archeologici e al traffico illecito di reperti.
Le indagini, nome in codice Scylletium e Ghenos, erano nate separatamente, una in Calabria e l’altra in Sicilia. Hanno però finito per incrociarsi, rivelando una realtà ben più complessa e inquietante: una rete di tombaroli, ricettatori, intermediari e trafficanti legata, in più punti, alle dinamiche della criminalità organizzata.
Un tessuto criminale con un unico obiettivo: depredare la storia
La scoperta del collegamento tra i due gruppi ha consentito agli investigatori di ricostruire il funzionamento di un sistema che agiva in modo metodico, quasi industriale. Ogni ruolo era preciso e definito: chi individuava i siti, chi scavava, chi movimentava la merce, chi garantiva l’uscita all’estero dei reperti. A rendere ancora più delicato il quadro sono stati gli indizi raccolti in Calabria, dove la squadra individuata operava con modalità tali da agevolare, secondo gli inquirenti, una cosca di ’ndrangheta attiva nel Crotonese.
Per la prima volta in modo così evidente, emerge la sovrapposizione tra archeomafia e criminalità organizzata tradizionale: un interesse non certo rivolto verso il valore culturale intrinseco dei reperti, ma verso la redditività di un mercato che, fuori dai circuiti legali, può generare montagne di soldi senza destare sospetti quanto il traffico di droga o di armi.
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Calabria: i parchi archeologici sotto assedio
L’indagine Scylletium, avviata nel 2022 dal Nucleo TPC di Cosenza, ha consentito di documentare una sequenza impressionante di scavi clandestini nei parchi archeologici nazionali di Scolacium, Kaulon e Capo Colonna. Per mesi, gli investigatori hanno registrato movimenti, dialoghi criptati, contatti e sopralluoghi di un gruppo che conosceva perfettamente il territorio e sapeva dove colpire.
Le intercettazioni rivelano un linguaggio in codice, usato per confondere eventuali controlli: i reperti diventavano “finocchi”, i metal detector “motoseghe”, gli scavi “caffè”. Una consuetudine che mostra quanto questo settore criminale abbia sviluppato un proprio vocabolario, di uso consolidato e ben compreso dagli affiliati.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i promotori dell’organizzazione erano cultori di archeologia privi di scrupoli, capaci di selezionare i punti più ricchi, organizzare spedizioni notturne e smistare il materiale verso canali di ricettazione già rodati. In più occasioni, i tombaroli riuscivano a eludere i controlli grazie alla conoscenza dei percorsi interni ai parchi e a un sistema di comunicazione basato su movimenti brevi, telefoni dedicati e indicazioni essenziali.
Le modalità d’azione mostrano un territorio in cui gruppi minori di criminalità culturale trovano spazio sotto la tolleranza, esplicita o implicita, di sistemi mafiosi radicati. Non è un fenomeno nuovo, ma l’indagine attuale lo delinea con una nitidezza raramente documentata.
Sicilia: scavi, ricettazione e una zecca clandestina
L’indagine Ghenos, coordinata dalla Procura distrettuale di Catania, ha aperto un altro capitolo della stessa storia, ma con dinamiche ancora più articolate. Avviata nel 2021 a seguito dei ripetuti scavi clandestini nell’area di Eraclea Minoa, ha portato alla luce un sistema strutturato su più livelli che operava in Sicilia orientale, Sicilia occidentale e, in almeno due occasioni, anche in Calabria.
La rete individuata contava diverse squadre specializzate, attive soprattutto nelle province di Catania e Siracusa, capaci di effettuare oltre settanta scavi non autorizzati in siti di straordinaria importanza. I reperti recuperati dalla prima fase dell’inchiesta – circa diecimila pezzi – offrono un quadro impressionante: migliaia di monete antiche, molte delle quali rare o uniche; ceramiche figurate, askos, fibule protostoriche, pesi e materiali litici. La provenienza spaziava da Selinunte a Katane, da Gela a Reggio, dalle città della cuspide settentrionale dell’isola fino a Morgantina e Iaitas.
Uno degli elementi più sorprendenti è il rinvenimento di una zecca clandestina, attiva nella provincia etnea, dove gli inquirenti hanno individuato stampi, conii, bilancini e rame grezzo pronti per la produzione di monete contraffatte. Il laboratorio era in grado non solo di falsificare monete per truffare collezionisti inconsapevoli, ma anche di “ripulire” vere monete antiche alterandone la patina, così da mascherarne la provenienza illecita.
Dallo scavo al mercato internazionale: la filiera dell’archeomafia
Le due indagini mostrano la stessa struttura criminale distribuita su livelli progressivi. Alla base ci sono i tombaroli, spesso conoscitori autodidatti del territorio, talvolta dotati di strumenti sofisticati. Lo scavo clandestino, per sua natura, distrugge stratigrafie e contesti, cancellando informazioni archeologiche per sempre.
Poco più in alto operano i ricettatori locali, figure chiave capaci di muovere rapidamente il materiale e trovare l’acquirente giusto. Oltre questi, si collocano i trafficanti internazionali che gestiscono esportazioni verso Germania, Regno Unito e altre piazze europee. In alcuni casi, i reperti venivano intercettati già pronti per imbarcarsi verso aste estere, scavalcando ogni normativa italiana ed europea.
Il danno non è solo economico o culturale, ma identitario. A sparire non sono semplici oggetti, ma frammenti di un racconto collettivo. Ogni scavo clandestino spezza una sequenza storica, priva i territori di testimonianze, impoverisce la ricerca. Il mercato illecito, dal canto suo, trasforma queste testimonianze in merce, cancellandone origine e significato.
La complessità del fenomeno: gli intrecci tra archeologia e criminalità
Uno degli aspetti più significativi emersi dalle due inchieste è la capacità delle organizzazioni di operare in maniera coordinata e con un livello sorprendente di specializzazione. L’immagine stereotipata del tombarolo improvvisato lascia il posto a gruppi dotati di strumenti tecnici, conoscenze topografiche e rapporti consolidati con intermediari stranieri.
Gli investigatori parlano di una vera e propria “archeomafia”, un sistema che richiede competenze specifiche, disponibilità economiche e contatti internazionali. Nel caso calabrese, inoltre, la relazione tra gli scavatori clandestini e la criminalità organizzata aggiunge un elemento ulteriore: la consapevolezza che il traffico di reperti può diventare, per alcune cosche, un ramo redditizio e a basso rischio rispetto ad altre attività illegali.
Il ruolo centrale delle istituzioni culturali
Nonostante il quadro allarmante, uno spunto positivo c’è: le indagini mostrano la forza della collaborazione tra forze dell’ordine, procure e istituzioni culturali. I parchi archeologici coinvolti, così come le soprintendenze e le direzioni museali, hanno fornito supporto tecnico, cartografie, dati e consulenze indispensabili per ricostruire la natura e il valore dei reperti sequestrati.
Ed è proprio grazie a questa cooperazione che è stato possibile ricondurre migliaia di oggetti ai loro contesti originari, stabilire l’autenticità delle monete, valutare la rarità delle emissioni e confrontare i manufatti con i dati delle campagne ufficiali di scavo.
Un segnale forte (ma purtroppo questa non sarà l’ultima volta)
L’operazione congiunta di oggi rappresenta di certo una delle risposte più forti e perentorie mai messe in campo contro il traffico illecito di beni culturali in Italia. Tuttavia, la vastità del fenomeno lascia intuire che non sarà l’ultima.
Il patrimonio archeologico italiano, per estensione e ricchezza, continua ad attirare un mercato nero internazionale difficile da estinguere. Ma la portata dell’intervento, l’ampiezza geografica delle misure cautelari e il valore dei reperti recuperati indicano un cambio di passo nel contrasto alle archeomafie.
La storia di questa indagine dimostra che la tutela passa tanto dai sistemi investigativi quanto dalla consapevolezza collettiva. Ogni reperto salvato è un frammento di memoria restituito a tutti. E ogni rete di tombaroli smantellata contribuisce a proteggere, almeno in parte, quel patrimonio eccezionale e vastissimo, che il mondo intero ci riconosce come unico. E che in parte si nasconde ancora nel sottosuolo, in attesa di essere (legalmente) riscoperto.
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