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Smantellato tra León e Valladolid un vasto traffico illecito di reperti: migliaia di monete, aurei romani e oggetti rituali salvati dal mercato nero.

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https://storiearcheostorie.com/2025/12/30/corona-visigota-vi-secolo-recupero-leon/

Recuperata in Spagna una corona votiva visigota del VI secolo: grosso colpo al traffico illecito di reperti archeologici | LE FOTO E IL VIDEO

Elena Percivaldi

C’è anche una straordinaria corona votiva visigota d’oro, databile al VI secolo d.C., tra i beni recuperati dalla Policía Nacional spagnola nel corso di un’operazione che ha portato allo smantellamento di un gruppo criminale attivo nel saccheggio sistematico di siti archeologici tra León e Valladolid. Si tratta di un rinvenimento di eccezionale valore storico: le corone votive venivano generalmente sospese all’interno degli edifici sacri come dono a Cristo o ai santi, secondo una tradizione ben attestata tra VI e VII secolo.

I frammenti della corona votiva (foto: Policía Nacional)

Gli esempi più celebri appartengono ai tesori di Guarrazar e Torredonjimeno e sono considerati simboli della cultura materiale e religiosa del regno visigoto, che fiorì nella penisola iberica tra il V e l’VIII secolo.

Il tesoro di Guarrazar, esposto al Museo Archeologico Nazionale di Spagna (foto: Di Archivo Fotográfico del MAN (photo) – Museo archeologico nazionale di Spagna, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46161516)

Più di 6.000 monete e oltre 1.000 reperti: un bottino senza precedenti

Nel corso delle perquisizioni sono state recuperate circa 6.000 monete d’argento e 21 d’oro, molte delle quali di epoca romana, oltre a altri 1.000 reperti archeologici tra cui fibule, punte di lancia, anelli, ceramiche e frammenti metallici di epoche diverse.

Una delle tantissime monete recuperate (foto: Policía Nacional)

Particolarmente rilevante è la compresenza di materiali romani, tardoantichi e altomedievali, che testimoniano la lunga frequentazione dei siti saccheggiati e la complessità storica delle aree coinvolte.

Tecnologie avanzate per il saccheggio “mirato” dei siti

Le indagini hanno svelato nei dettagli come avvenivano le “imprese” dei cacciatori di tesori (noi li chiamiamo “tombaroli”). In primis, la banda criminale individuava i luoghi dove colpire, accuratamente scelti grazie alla conoscenza approfondita dei siti archeologici censiti dalla Junta de Castilla y León. Quindi si recavano sul luogo muovendosi in modo accorto per evitare controlli; una volta giunti sul posto, occultavano i veicoli e raggiungevano a piedi le aree prese di mira, così da non dare nell’occhio.

Le monete recuperate (foto: Policía Nacional)

Lo scavo clandestino avveniva impiegando metal detector multifrequenza ad altissima profondità, strumenti in grado di individuare manufatti anche diversi metri sotto il piano di campagna. Quindi i reperti venivano estratti con pale, picconi e leve, una procedura invasiva ed estremamente distruttiva in quanto comporta danni irreversibili ai contesti archeologici, precludendone lo studio scientifico.

Dal mercato nero ai musei pubblici

Dopo una prima pulitura e una sommaria catalogazione, i reperti venivano immessi nel mercato illecito attraverso piattaforme online, gruppi chiusi sui social network e persino vendite dirette presso il domicilio di uno degli indagati. Gli acquirenti provenivano da diverse regioni della Spagna.

Altri reperti recuperati (foto: Policía Nacional)

Secondo gli investigatori, il valore potenziale del traffico supera il milione di euro. Tutti i materiali recuperati saranno ora depositati, su disposizione dell’autorità giudiziaria, presso un museo designato dalla Junta de Castilla y León, dove verranno sottoposti a studio scientifico, analisi archeometriche e valutazione tecnico-archeologica.

Un colpo decisivo contro l’archeomafia

L’operazione, che ha portato all’arresto di sette persone, rappresenta un caso emblematico della lotta al saccheggio archeologico e al commercio illegale di beni culturali, una delle principali minacce alla ricostruzione storica del passato europeo. In Italia, ad occuparsi della repressione di questi reati sono i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, che il 12 dicembre scorso hanno messo inferto un grosso colpo all’archeomafia smantellando due articolate organizzazioni di tombaroli attive tra Calabria e Sicilia, in un’operazione conclusa con 56 misure cautelari e il sequestro di oltre 10mila reperti.

Per approfondire

https://storiearcheostorie.com/2025/12/12/archeomafia-maxi-blitz-sicilia-calabria/

Il recupero della corona visigota restituisce senza dubbio alla Spagna un oggetto di straordinaria importanza e bellezza, ma riafferma anche il valore del contesto archeologico come fonte primaria di conoscenza storica.

Guarda il video dell’operazione

https://youtu.be/fosJeIZnwFo

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Archeomafia, il maxi-blitz che svela anni di scavi clandestini tra Sicilia e Calabria. Recuperati 10mila reperti | IL VIDEO

Elena Percivaldi

All’alba di stamani, 12 dicembre 2025, il movimento coordinato di elicotteri, pattuglie e reparti specializzati ha attraversato simultaneamente la Sicilia, la Calabria e diverse città italiane. In poche ore, la vasta operazione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha portato all’esecuzione di 56 misure cautelari e a un’imponente serie di perquisizioni, smantellando due articolate organizzazioni dedite al saccheggio di siti archeologici e al traffico illecito di reperti.

Le indagini, nome in codice Scylletium e Ghenos, erano nate separatamente, una in Calabria e l’altra in Sicilia. Hanno però finito per incrociarsi, rivelando una realtà ben più complessa e inquietante: una rete di tombaroli, ricettatori, intermediari e trafficanti legata, in più punti, alle dinamiche della criminalità organizzata.

Un tessuto criminale con un unico obiettivo: depredare la storia

La scoperta del collegamento tra i due gruppi ha consentito agli investigatori di ricostruire il funzionamento di un sistema che agiva in modo metodico, quasi industriale. Ogni ruolo era preciso e definito: chi individuava i siti, chi scavava, chi movimentava la merce, chi garantiva l’uscita all’estero dei reperti. A rendere ancora più delicato il quadro sono stati gli indizi raccolti in Calabria, dove la squadra individuata operava con modalità tali da agevolare, secondo gli inquirenti, una cosca di ’ndrangheta attiva nel Crotonese.
Per la prima volta in modo così evidente, emerge la sovrapposizione tra archeomafia e criminalità organizzata tradizionale: un interesse non certo rivolto verso il valore culturale intrinseco dei reperti, ma verso la redditività di un mercato che, fuori dai circuiti legali, può generare montagne di soldi senza destare sospetti quanto il traffico di droga o di armi.

Guarda il video

Calabria: i parchi archeologici sotto assedio

L’indagine Scylletium, avviata nel 2022 dal Nucleo TPC di Cosenza, ha consentito di documentare una sequenza impressionante di scavi clandestini nei parchi archeologici nazionali di Scolacium, Kaulon e Capo Colonna. Per mesi, gli investigatori hanno registrato movimenti, dialoghi criptati, contatti e sopralluoghi di un gruppo che conosceva perfettamente il territorio e sapeva dove colpire.
Le intercettazioni rivelano un linguaggio in codice, usato per confondere eventuali controlli: i reperti diventavano “finocchi”, i metal detector “motoseghe”, gli scavi “caffè”. Una consuetudine che mostra quanto questo settore criminale abbia sviluppato un proprio vocabolario, di uso consolidato e ben compreso dagli affiliati.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i promotori dell’organizzazione erano cultori di archeologia privi di scrupoli, capaci di selezionare i punti più ricchi, organizzare spedizioni notturne e smistare il materiale verso canali di ricettazione già rodati. In più occasioni, i tombaroli riuscivano a eludere i controlli grazie alla conoscenza dei percorsi interni ai parchi e a un sistema di comunicazione basato su movimenti brevi, telefoni dedicati e indicazioni essenziali.
Le modalità d’azione mostrano un territorio in cui gruppi minori di criminalità culturale trovano spazio sotto la tolleranza, esplicita o implicita, di sistemi mafiosi radicati. Non è un fenomeno nuovo, ma l’indagine attuale lo delinea con una nitidezza raramente documentata.

Sicilia: scavi, ricettazione e una zecca clandestina

L’indagine Ghenos, coordinata dalla Procura distrettuale di Catania, ha aperto un altro capitolo della stessa storia, ma con dinamiche ancora più articolate. Avviata nel 2021 a seguito dei ripetuti scavi clandestini nell’area di Eraclea Minoa, ha portato alla luce un sistema strutturato su più livelli che operava in Sicilia orientale, Sicilia occidentale e, in almeno due occasioni, anche in Calabria.
La rete individuata contava diverse squadre specializzate, attive soprattutto nelle province di Catania e Siracusa, capaci di effettuare oltre settanta scavi non autorizzati in siti di straordinaria importanza. I reperti recuperati dalla prima fase dell’inchiesta – circa diecimila pezzi – offrono un quadro impressionante: migliaia di monete antiche, molte delle quali rare o uniche; ceramiche figurate, askos, fibule protostoriche, pesi e materiali litici. La provenienza spaziava da Selinunte a Katane, da Gela a Reggio, dalle città della cuspide settentrionale dell’isola fino a Morgantina e Iaitas.
Uno degli elementi più sorprendenti è il rinvenimento di una zecca clandestina, attiva nella provincia etnea, dove gli inquirenti hanno individuato stampi, conii, bilancini e rame grezzo pronti per la produzione di monete contraffatte. Il laboratorio era in grado non solo di falsificare monete per truffare collezionisti inconsapevoli, ma anche di “ripulire” vere monete antiche alterandone la patina, così da mascherarne la provenienza illecita.

Dallo scavo al mercato internazionale: la filiera dell’archeomafia

Le due indagini mostrano la stessa struttura criminale distribuita su livelli progressivi. Alla base ci sono i tombaroli, spesso conoscitori autodidatti del territorio, talvolta dotati di strumenti sofisticati. Lo scavo clandestino, per sua natura, distrugge stratigrafie e contesti, cancellando informazioni archeologiche per sempre.
Poco più in alto operano i ricettatori locali, figure chiave capaci di muovere rapidamente il materiale e trovare l’acquirente giusto. Oltre questi, si collocano i trafficanti internazionali che gestiscono esportazioni verso Germania, Regno Unito e altre piazze europee. In alcuni casi, i reperti venivano intercettati già pronti per imbarcarsi verso aste estere, scavalcando ogni normativa italiana ed europea.
Il danno non è solo economico o culturale, ma identitario. A sparire non sono semplici oggetti, ma frammenti di un racconto collettivo. Ogni scavo clandestino spezza una sequenza storica, priva i territori di testimonianze, impoverisce la ricerca. Il mercato illecito, dal canto suo, trasforma queste testimonianze in merce, cancellandone origine e significato.

La complessità del fenomeno: gli intrecci tra archeologia e criminalità

Uno degli aspetti più significativi emersi dalle due inchieste è la capacità delle organizzazioni di operare in maniera coordinata e con un livello sorprendente di specializzazione. L’immagine stereotipata del tombarolo improvvisato lascia il posto a gruppi dotati di strumenti tecnici, conoscenze topografiche e rapporti consolidati con intermediari stranieri.
Gli investigatori parlano di una vera e propria “archeomafia”, un sistema che richiede competenze specifiche, disponibilità economiche e contatti internazionali. Nel caso calabrese, inoltre, la relazione tra gli scavatori clandestini e la criminalità organizzata aggiunge un elemento ulteriore: la consapevolezza che il traffico di reperti può diventare, per alcune cosche, un ramo redditizio e a basso rischio rispetto ad altre attività illegali.

Il ruolo centrale delle istituzioni culturali

Nonostante il quadro allarmante, uno spunto positivo c’è: le indagini mostrano la forza della collaborazione tra forze dell’ordine, procure e istituzioni culturali. I parchi archeologici coinvolti, così come le soprintendenze e le direzioni museali, hanno fornito supporto tecnico, cartografie, dati e consulenze indispensabili per ricostruire la natura e il valore dei reperti sequestrati.
Ed è proprio grazie a questa cooperazione che è stato possibile ricondurre migliaia di oggetti ai loro contesti originari, stabilire l’autenticità delle monete, valutare la rarità delle emissioni e confrontare i manufatti con i dati delle campagne ufficiali di scavo.

Un segnale forte (ma purtroppo questa non sarà l’ultima volta)

L’operazione congiunta di oggi rappresenta di certo una delle risposte più forti e perentorie mai messe in campo contro il traffico illecito di beni culturali in Italia. Tuttavia, la vastità del fenomeno lascia intuire che non sarà l’ultima.
Il patrimonio archeologico italiano, per estensione e ricchezza, continua ad attirare un mercato nero internazionale difficile da estinguere. Ma la portata dell’intervento, l’ampiezza geografica delle misure cautelari e il valore dei reperti recuperati indicano un cambio di passo nel contrasto alle archeomafie.
La storia di questa indagine dimostra che la tutela passa tanto dai sistemi investigativi quanto dalla consapevolezza collettiva. Ogni reperto salvato è un frammento di memoria restituito a tutti. E ogni rete di tombaroli smantellata contribuisce a proteggere, almeno in parte, quel patrimonio eccezionale e vastissimo, che il mondo intero ci riconosce come unico. E che in parte si nasconde ancora nel sottosuolo, in attesa di essere (legalmente) riscoperto.

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🏺 𝗖𝗼𝗹𝗽𝗼 𝗱𝘂𝗿𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝗼𝗺𝗮𝗳𝗶𝗮: 𝘀𝗴𝗼𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 "𝗯𝗮𝗻𝗱𝗮" 𝗱𝗲𝗶 𝘁𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗼𝗹𝗶

All’alba di stamani, i Carabinieri TPC hanno smantellato due reti criminali attive tra Sicilia e Calabria: 56 misure cautelari, sequestrati migliaia di reperti, scoperta una zecca clandestina e scavi illegali in decine di siti archeologici.

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👉 Storia e video nell’articolo: https://wp.me/p7tSpZ-bsG

https://storiearcheostorie.com/2025/12/12/archeomafia-maxi-blitz-sicilia-calabria/

Trafic d'art, recherche : un article de Marino Ficco, paru dans les "Nouvelles de l'archéologie" de 2023, détaille les pratiques de "l'archéomafia", liée au crime organisé mais aussi aux tentatives d'instrumentalisation politique ou à la recherche de profis.

"La plupart de nos sociétés accordent une valeur économique et/ou symbolique aux vestiges historiques. Souvent les groupes criminels et les élites économiques essayent de se les approprier ou de les instrumentaliser pour faire du chantage, imposer un message politique ou bien cumuler des profits. Cela donne lieu à des pillages de monuments et sites archéologiques. Beaucoup d’objets ont rejoint les vitrines d’un musée ou d’une collection particulière à travers l’action des trafiquants et des mafias, ce qui a amené des chercheurs à créer l’expression « archeomafia ». L’objectif de cet article, issu de ma thèse de doctorat, est d’analyser la notion d’archéomafia et de proposer quelques pistes de réflexion sur l’implication du crime organisé dans le trafic illicite de vestiges archéologiques."

https://journals.openedition.org/nda/14707
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Archéomafias : le crime organisé contre le patrimoine

En 2017, le département d’histoire de l’EHESS nous confiait une bourse doctorale de trois ans pour la rédaction d’une thèse consacrée à l’impact des organisations criminelles sur le patrimoine et s...