Svezia, il “mistero” del cane nel lago: le ossa riemerse dalla torbiera svelano un rito di 5.000 anni fa

Elena Percivaldi

Oggi Logsjömossen è una distesa di torba scura e compatta. Cinquemila anni fa, invece, era un lago pieno d’acqua, molto frequentato, spesso attraversato e intensamente sfruttato per la pesca. È in questo ambiente, tutt’altro che marginale, che prende forma una delle scoperte forse più sorprendenti degli ultimi anni per l’archeologia del nord Europa: la deposizione intenzionale di un cane, conservata quasi integralmente nei sedimenti umidi del fondale.

Le operazioni di scavo della torbiera (©Arkeologerna)

Il ritrovamento è avvenuto nei pressi di Järna, a una cinquantina di chilometri a sud-ovest di Stoccolma (Svezia), durante le indagini preventive effettuate dagli archeologi di Arkeologerna in vista della realizzazione della nuova linea ferroviaria Ostlänken. Ma il valore della scoperta va ben oltre perché getta un po’ di luce su antichissimi riti in gran parte ancora misteriosi.

Un cane e un pugnale in osso: le tracce di un antico rito?

La torbiera di Logsjömossen era, nel Neolitico, un luogo densamente frequentato, soprattutto per la pesca. Dragandone i fondali, gli archeologi di Arkeologerna hanno ritrovato ampie tracce di pali, forse resti di un pontile o di una diga; si è conservata anche una rete da pesca intrecciata, lunga circa due metri, e addirittura orme e tracce di calpestio, impresse sulle superfici fangose.

Bastoni e pali verticali, probabilmente ciò che resta di un pontile o di una diga per la pesca risalente a circa 5.000 anni fa. (©Arkeologerna)I resti della rete da pesca, realizzata La trappola da pesca con vimini intrecciati. (©Arkeologerna)

Lo scheletro del cane rinvenuto durante lo scavo appartiene a un esemplare maschio adulto, robusto e alto circa 52 centimetri al garrese, morto in un’età compresa tra i 3 e i 6 anni. Nulla dalle analisi delle ossa fa pensare che abbia avuto malattie, sia morto di stenti o sia stato abbandonato; anzi, al contrario ci dicono che l’animale era ben nutrito e abituato al movimento. In altre parole, era parte integrante della vita della famiglia che lo possedeva e della comunità cui apparteneva.

Le ossa sono state rinvenute sul fondo fangoso dell’antico lago (©Arkeologerna)

La posizione del cane, che giaceva a oltre un metro e mezzo di profondità, non è secondo gli archeologi casuale. Il corpo era stato calato deliberatamente nel lago, forse avvolto in un involucro organico poi appesantito con delle pietre per evitare che riaffiorasse. Accanto alle zampe anteriori dell’animale c’era un pugnale in osso di alce o cervo, lungo 25 centimetri e accuratamente levigato. Un oggetto scelto apposta, insomma, anche la ragione ancora ci sfugge.

Il pugnale in osso trovato vicino ai resti del cane (©Arkeologerna)Le ossa del cane erano solo in parte in connessione anatomica. In primo piano si distinguono le vertebre (©Arkeologerna)Parti del cranio del cane (©Arkeologerna).

Sacrifici all’ombra delle paludi: l’Uomo di Tollund e gli altri

La cura con cui il cane fu deposto nel lago fa pensare a una scelta connessa a un rituale forse legato alla fertilità o al mondo dei defunti. Nell’antichità, nell’Europa settentrionale, laghi e torbiere non rappresentavano soltanto una risorsa per la sussistenza: erano anche luoghi di passaggio e di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Le fonti antiche, a cominciare da Cesare e Tacito, riportano ad esempio che le popolazioni celto-germaniche avevano l’usanza di praticare sacrifici umani per propiziare le divinità e lasciano intendere che ciò avvenisse in particolari occasioni come guerre o carestie, oppure in momenti ritualmente e astronomicamente significativi legati alle ricorrenze agresti.

Le torbiere hanno restituito, finora, circa 700 corpi umani – i cosiddetti “bog bodies” -, ritenuti, nella stragrande maggioranza dei casi, vittime di uccisioni deliberate effettuate in seno alla comunità come forma di rituale allo scopo di placare o propiziare una divinità oppure gli spiriti che si riteneva dimorassero nella palude. Il caso più celebre è, forse, l’Uomo di Tollund, i cui resti, risalenti a 2.500 anni fa, in piena età del Ferro, furono ritrovati l’11 maggio 1950 in una torbiera a Bjældskovdal, una decina di chilometri a ovest della città danese di Silkeborg. Il meticoloso studio condotto sui resti, ottimamente conservati, ha consentito non solo di stabilire la causa del decesso – frattura all’osso ioide, compatibile con la morte per strangolamento o impiccagione – ma anche di ricostruire il suo ultimo pasto, con ogni probabilità proprio di carattere rituale: un porridge di cereali e pesce a dire la verità piuttosto male assortito e indigesto. Il che ha spinto gli studiosi del Museo danese di Silkeborg, autori della ricerca pubblicata su Antiquity, a ipotizzare che si trattasse di un pasto rituale e simbolico.

L’Uomo di Tollund (Di Sven Rosborn – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4330462)

Altri casi molto noti di bog bodies sono il cosiddetto “Uomo di Oldcroghan” e l’Uomo di Vittrup. Il primo, di cui resta solo la parte superiore del corpo, fu ritrovato nel giugno 2003 in una torbiera di Croghan Hill, nella contea irlandese di Offaly. Si tratta di un uomo di circa 20 anni morto di morte violenta tra il 362 e il 175 a.C.: dopo essere stato nutrito abbondantemente con grano e latticello, fu pugnalato al torace, decapitato e infine sezionato a metà prima di essere gettato nella torbiera. L’altezza considerevole – tra i 182 e i 198 cm, secondo una stima ricavata dalle proporzioni del braccio – e le unghie curate fanno pensare che si trattasse di un personaggio di alto rango sociale, forse addirittura un “rí”, uno dei “sovrani tribali” che si dividevano il potere sul territorio dell’isola durante l’età del Ferro. Il suo sacrificio avrebbe avuto un significato rituale, legato alla carestia che attanagliava l’Irlanda in quel periodo. A sostegno dell’ipotesi ci sarebbero le due profonde ferite rinvenute sotto i capezzoli, inflitte – si pensa – per evidenziarne in maniera simbolica, prima di procedere alla sua deposizione e uccisione, l’incapacità di “nutrire” il popolo. Non a caso la torbiera in cui il corpo fu gettato si trova ai piedi di una collina sede di antichissimi e complessi cerimoniali legati alla regalità.

Quanto all’Uomo di Vittrup, i resti riemersi nel 1915 dall’omonima torbiera sita nel nord-ovest della Danimarca appartengono a un individuo di sesso maschile morto tra il 3300 e il 3100 a.C. all’età di circa 30-40 anni. Nel suo caso, ad attirare l’attenzione degli archeologi è stato in particolare il cranio, che all’atto del ritrovamento si presentava in frantumi, come se fosse stato “schiacciato” con forza inaudita. Un recente (2024) studio pubblicato sulla rivista scientifica Plos One ha svelato i dettagli della sua morte violenta, causata da otto fendenti inferti con una mazza in legno d’acero, anch’essa ritrovata nella palude insieme ai resti. Anche nel caso dell’Uomo di Vittrup, di origine straniera come ci dicono gli isotopi, si trattò di un’esecuzione rituale con molta probabilità avvenuta in occasione di un evento traumatico, forse una guerra, una carestia o un’epidemia.

Le paludi, uno “scrigno” che ferma il tempo

Le condizioni di conservazione spesso eccezionali dei corpi ritrovati nelle torbiere – a volte impropriamente definiti “mummie” – sono dovute alle peculiari caratteristiche di tali ambienti paludosi, comuni in Scandinavia, nel nord Europa e nelle Isole britanniche. L’acido presente nella torba, sciogliendo il carbonato di calcio demineralizza le ossa e ne accelera il dissolvimento; tuttavia la mancanza di ossigeno che si riscontra sotto la superficie, combinata al grado di acidità dell’acqua, alle temperature rigide e alla presenza di specifici microrganismi, consente in certi casi anche alla pelle dei cadaveri di preservarsi perfettamente – per quanto inscurita dai processi chimici – insieme ai capelli e agli organi interni. In tal modo, i “bog bodies” o “corpi di palude” possono offrire una straordinaria messe di informazioni sullo stile di vita, i riti, l’alimentazione, la salute e persino l’abbigliamento e l’aspetto fisico delle popolazioni che vissero migliaia di anni fa.

Animali nella torbiera: un caso raro

Se i “casi umani” sono dunque ben noti, non altrettanto si può dire degli animali. Il ritrovamento del corpo di un cane pressoché intero, e per giunta associato a un’arma, è dunque un evento più unico che raro.

Resta da stabilire il significato esatto di questa deposizione così particolare. Sappiamo che il cane nell’antichità aveva grande importanza e non solo come animale d’affezione. Indispensabile durante la caccia, utilizzato con compiti di guardia, era ritenuto il simbolo stesso della fedeltà. Al cane era associato anche il ruolo di psicopompo: gli si attribuiva cioè la capacità di accompagnare le anime dei defunti nell’oltretomba. La sua sepoltura nella torbiera potrebbe ricollegarsi a questo orizzonte simbolico, la cui complessità è solo in parte decifrabile.

Le analisi in corso, dal radiocarbonio al DNA antico, potranno ricostruire come era stato alimentato l’esemplare di Logsjömossen e dirci magari qualcosa di più sul suo rapporto con la comunità che abitava intorno al lago. Lo studio dei resti potrà anche rivelare maggiori dettagli sul ruolo dei cani nel Neolitico, sul processo di domesticazione – i cui inizi risalgono alla Preistoria – e sui riti che, cinquemila anni fa, venivano praticati nel nord Europa.

📘 Fonti

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🇸🇪 𝗦𝗩𝗘𝗭𝗜𝗔 | Un 𝗹𝗮𝗴𝗼 🌊 che oggi non esiste più. Un 𝗰𝗮𝗻𝗲 🐕 deposto con cura, accompagnato da un 𝗽𝘂𝗴𝗻𝗮𝗹𝗲 in osso. 🦴 Il suo 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗹𝗲𝘁𝗿𝗼, riemerso da una torbiera, rivela nuovi dettagli sui 𝗿𝗶𝘁𝗶 celebrati nel nord Europa 5.000 anni fa

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foto: © @arkeologerna

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https://storiearcheostorie.com/2025/12/16/cane-sepolto-lago-neolitico-svezia/

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