#GoreVerbinski sforna un nuovo lavoro #cinematografico con Good Luck, Have Fun, Don't Die dopo anni di silenzio, portando sul grande schermo una specie di darkcomedy a tratti fantascientifica e a tratti grottesca, pensata per essere una sorta di psicanalisi collettiva della odierna società.

Il presupposto dell'intreccio: in una diner di Los Angeles, un uomo con le fattezze di un barbone ciarliero sostiene di venire dal futuro.
1/9

Irrompe tra i tavoli con un obiettivo preciso, ovvero trovare, tra gli avventori della serata, il gruppo giusto per salvare il mondo da un'intelligenza artificiale impazzita. E non è la prima volta che ci prova — è la centosettantasettesima. Il fatto è che tutte le precedenti volte sono andate male.

Il sguardo e l'approccio di Verbinski è fatalista fin dai primi istanti: ogni scena ha un'energia caotica, impulsiva, e non lascia mai
2/9

davvero a proprio agio. Il barbone protagonista è un ottimo #SamRockwell (che io adoro soprattutto per la sua migliore intepretazione nel #film #moon del 2009) che è il vero motore del film. Incarna un personaggio che oscilla tra il profeta e il folle, tra un messia e un disperato. È una di quelle performance che riempiono lo schermo in ogni fotogramma, ma che nel contesto di un film del genere posso anche logorarsi velocemente, e
3/9

infatti mentre all'inizio funziona in maniera eccellente, nel prosieguo risulta purtroppo sempre meno efficace.

L'IA nel film è rappresentata dal regista come un bambino psicopatico. E in fondo cuore tematico dell'opera è proprio quella di una visione dell'intelligenza artificiale radicalmente diversa dal solito, giocando sull'allegoria delle allucinazioni delle LLM.
4/9

Secondo Verbinski, infatti, l'IA è stata deliberatamente scritta come un bambino psicopatico emotivamente dipendente, piuttosto che come il villain freddo e calcolatore tipico del genere — una riflessione sul rischio che l'IA venga usata come sostituto della connessione umana reale e della creatività.
Se vogliamo è una visione un po' semplicistica e superficiale, ma che in fondo ci mostra la tesi analitica di fondo di tutto il film, in
5/9

un'idea di società ormai malata, soprattutto per le nuove generazioni, vittima dei social e della rete, e quasi ipnotizzata di fronte ai cellulari e i media, iconizzando i ragazzi a volte come un'orda di Zombie e a volte come esseri completamente manipolati da una specie di piffaraio magico/tecnologico.

E' qui forte anche il tema della disconnessione umana: il film è un commento sociale oscuro sulla cultura tecnologica contemporanea
6/9

dove gli adolescenti restano incollati ai loro telefoni, e le persone fuggono in mondi virtuali con la crescente presenza dell'IA nella vita quotidiana, cosa che purtroppo sta avvenendo in modo sempre più pervasivo anche nella realtà. E anche la struttura del loop temporale è una metafora: il fatto che il protagonista sia al suo 117º tentativo non è un dettaglio narrativo secondario ma è la rappresentazione di chi continua a gridare
7/9

allarmi sull'impatto dell'IA e della tecnologia in generale nella vita quotidiana, ma è ignorato ogni volta, costretto a ricominciare da capo in un mondo che non vuole sentire, e non vuole capire perché già vittima di se stesso, in una sfida tutta autoreferenziale.

Verbinski è indubbiamente un regista fuoriclasse e anche nelle grandi produzioni ha saputo sempre tirare fuori qualcosa di interessante: per esempio a me il suo remake di
8/9

#TheRing è sempre piaciuto molto, così come il primo #PiratideiCaraibi l'ho sempre ritenuto un ottimo prodotto da/per le major per il grande pubblico, ma fatto con mestiere e bravura non banali).

Alla fine rimane un film imperfetto, a tratti superficiale e caotico, ma cmq a tratti anche molto interessante e decisamente da non perdere.
9/9 [END]

#Cinema #review #mastodoncinema