Confronto tra due letture della antologia critica  di Paolo Ruffilli, “Incanto e disincanto (Voci della poesia italiana del Novecento)”, 2025, Il ramo e la foglia  pp. 224 € 19,  di Giorgio Linguaglossa e Marie Laure Colasson – Problema: Collasso o Continuità della tradizione poetica del novecento?

Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

 State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani”.

(Søren Kierkegaard, Stadi sul cammino della vita, 1845)

«La poesia è una forma particolare di comunicazione verbale in cui la lingua usata non è necessariamente diversa da quella della comunicazione quotidiana, eppure l’esito è completamente diverso. Perché le sue parole non sono rivolte a chiarire un concetto, ma a “incarnarlo”, a farlo cioè vivere con tutta la sostanza e la forza dei sentimenti ad esso legati e collegati: paura, amore, incanto e disincanto, odio, sdegno, distacco.» (Paolo Ruffilli)

Ecco l’elenco completo dei poeti inclusi nel repertorio critico di Paolo Ruffilli:

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Elio Filippo Accrocca, Alberto Arbasino, Raffaello Baldini, Nanni Balestrini, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, Giovanna Bemporad, Attilio Bertolucci, Carlo Betocchi, Alberto Bevilacqua, Piero Bigongiari, Ignazio Buttitta, Giorgio Caproni, Vincenzo Cardarelli, Bartolo Cattafi, Giovanni Comisso, Sergio Corazzini, Stefano D’Arrigo, Eduardo De Filippo, Libero De Libero, Luciano Erba, Franco Fortini, Alfonso Gatto, Virgilio Giotti, Giovanni Giudici, Alfredo Giuliani, Corrado Govoni, Guido Gozzano, Tonino Guerra, Margherita Guidacci, Francesco Leonetti, Franco Loi, Gian Pietro Lucini, Mario Luzi, Biagio Marin, Filippo Tommaso Marinetti, Eugenio Montale, Elsa Morante, Marino Moretti, Alberto Mario Moriconi, Giacomo Noventa, Ottiero Ottieri, Elio Pagliarani, Aldo Palazzeschi, Alessandro Parronchi, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Albino Pierro, Antonio Porta, Antonia Pozzi, Salvatore Quasimodo, Giovanni Raboni, Clemente Rebora, Amelia Rosselli, Roberto Roversi, Umberto Saba, Edoardo Sanguineti, Camillo Sbarbaro, Franco Scataglini, Rocco Scotellaro, Vittorio Sereni, Leonardo Sinisgalli, Ardengo Soffici, Maria Luisa Spaziani, Giovanni Testori, Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Giorgio Vigolo, Emilio Villa, Paolo Volponi, Andrea Zanzotto.

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In totale, Ruffilli include 73 poeti, coprendo l’arco che va dagli ultimi anni dell’Ottocento (Gozzano, Govoni) fino alla fine del Novecento (Raboni, Loi, Rosselli, Fortini, Zanzotto).

Già negli anni settanta Franco Fortini stigmatizzava che ormai in poesia le scelte editoriali le facevano gli «uffici stampa dei grandi editori» e che la critica di poesia era un arnese obsoleto che non aveva più alcuna influenza sulle scelte editoriali e sulla politica editoriale degli uffici stampa del comparto poesia. Oggi, a distanza di più di cinquanta anni, appare sempre più evidente il carattere obsoleto e inattendibile della critica di poesia, chi la fa, fa una critica di accompagnamento, un cerimoniale che nulla ha davvero in comune con un pensiero critico. Perché una critica ha senso se la si esercita come intermediario con un pubblico libero e intellettualmente preparato. Oggi, in assenza di un pubblico intellettualmente preparato della poesia, è del tutto fuorviante parlare di critica di poesia, io stesso che scrivo queste parole non sono un critico né aspiro ad esserlo, preferisco dipingermi molto più semplicemente come un contemporaneista che fa una critica di parte, non certo neutrale, ed io infatti non voglio essere neutrale ma, appunto, amo essere annoverato come uomo di parte non disposto a negoziare alcunché sui valori. Dunque, un critico di parte, con tutti i limiti e i pregi che una tale definizione comporta.
Il problema da mettere a fuoco è che in questi ultimi, diciamo, cinquantacinque anni, la poesia italiana è rimasta priva di un ceto di poeti intellettuali che sapessero andare oltre gli interessi di parte. Per ceto intellettuale intendo una gruppo di letterati (aspiranti poeti, diciamo così, perché “poeta” è una parola grossa che addossa sul malcapitato enormi responsabilità).

Voglio dire che in un paese dove il ceto letterario del comparto poesia è inamovibile e insindacabile, dove i medesimi personaggi occupano da decenni i posti chiave delle grandi case editrici, il risultato più probabile è che in quel comparto non ci saranno, diciamo, novità, non si avranno rinnovamenti; gli addetti agli uffici stampa del comparto poesia alla lunga perderanno il contatto con la storicità, con il divenire, con le nuove tendenze poetiche e filosofiche, con le nuove tendenze politiche e geopolitiche del mondo. Infatti, il risultato attuale è che da circa cinquanta anni il comparto poesia nazionale è affetto da un sostanziale immobilismo e standardizzazione del «gusto» e delle politiche editoriali che, necessariamente, sono diventate in questi decenni sempre più clientelari e inattendibili.

E poi il fatto che nessuno dei poeti oggi attualmente ai vertici degli uffici stampa degli editori, come si dice, «a maggiore diffusione nazionale», sia anche un critico, un intellettuale a pieno titolo,  è un deficit che produce ripercussioni gravi sul comparto poesia, perché è inevitabile che ciascun poeta che occupa quegli uffici tenderà a crearsi una politica editoriale personale (anche in buona fede) che sia una prosecuzione della propria attività di letterato. E questo elemento di criticità alla lunga, nel corso dei decenni, ha introdotto delle storture sempre più vaste e profonde ed ha determinato una vera e propria cecità verso il «nuovo», che si presenta come «inspiegabile». Oggi chiunque apra un catalogo di Einaudi poesia o Mondadori poesia si troverà davanti a decine di nomi che non si capisce bene come abbiano fatto ad approdare in collane un tempo prestigiose, perché è chiaro nel leggere le loro opere che sono persone che scrivono in un linguaggio politicamente stereotipato e standardizzato nel migliore dei casi; si tratta di amatori del genere, non sono dei letterati e tanto meno degli intellettuali, sono persone che fanno poesia come hobby, interludio, svago domenicale. Il risultato finale è che è venuta meno anche la credibilità di un intero comparto culturale. Oggi, in effetti, è l’intero comparto culturale della poesia ad essere del tutto futile ed esornativo, decorativo e nulla più. Ad aggravare questa situazione è stata la sostituzione della critica del testo con i soliloqui degli opinionisti. L’oligarchia delle opinioni ha invaso il comparto poesia  in virtù soprattutto della capacità di questi opinionisti di spendere in tutti i comparti la moneta epistemica che con fatica si sono guadagnati. Così è avvenuto che oggi un manipolo di opinionisti occupa totalmente lo spazio del dibattito critico sulla poesia, cioè lo spazio di presenza proprio delle istituzioni culturali e dei social media.

In questo quadro indiziario il Repertorio critico di Paolo Ruffilli (1949) nasce come proposta di ripensamento del linguaggio poetico, rispetto alla palus putredinis che ha caratterizzato un lungo periodo di stagnazione della prassi poetica, fatta eccezione per le poche alternative sperimentali, che non sono andate mai al di là del loro riscatto formale. In questa situazione stagnazione linguistica è più che logico ridiscutere i vecchi parametri, proporre alternative, forgiare delle categorie ermeneutiche utili a capire che cosa è avvenuto oggi: l’allontanamento dalla tradizione del novecento che ha finito per influire sulle nuove generazioni che si sono avvicendate dagli anni settanta del novecento ad oggi.

Questa riflessione critica la si attendeva da tempo. Si è trattato di un fenomeno complesso, determinato da un cambiamento dei parametri ontologici del linguaggio. Ben vengano quindi volumi come questo di Ruffilli che consente di tornare alle origini dell’esaurimento del Novecento poetico e a individuare un nuovo tracciamento ermeneutico. Un lavoro che ci consente la possibilità di ritornare con il pensiero alle origini  della attuale stagnazione culturale e alla crisi della forma-poesia del novecento.

Resta  sempre valida la domanda posta da Alfonso Berardinelli sulla poesia del Novecento:

«La nostra poesia (con Montale, Luzi, Bertolucci, Caproni, Sereni, Penna, Zanzotto, Giudici, Amelia Rosselli) è stata fra le migliori in Europa; ma poi (salvo eccezioni) ha perso libertà e pubblico. […] Un’arte senza lettori deperisce o si trasforma in una specie di pratica ascetica, con tutto il suo seguito di comiche devozioni e perversioni […] Ma se la poesia italiana è stata fra le migliori d’Europa, come è accaduto che quest’arte ha perso pubblico e credito?».

Paolo Ruffilli

Ruffilli ci fornisce una ampia pista di pattinaggio per articolare una riflessione consapevole sui poeti inclusi nella rassegna critica e per un bilancio sull’esaurimento della ontologia poetica novecentesca che l’autore indica  negli ultimi poeti autenticamente novecenteschi: Edoardo Sanguineti, Pierpaolo Pasolini, Andrea Zanzotto e Franco Fortini. Dopo di loro c’è uno scalino in discesa. Si apre una pista di atterraggio morbido ad una forma-poesia che converte il distacco dalla tradizione e la sua minoritarietà in fattori di «rinnovamento» linguistico ad personam. Certo, ci sono state le antologie di Porta, Berardinelli e Cordelli, Mengaldo, Cucchi-Giovanardi e di migliaia di altri con relative schedine critiche di accompagnamento. Ruffilli fa una operazione intellettualmente coraggiosa: arresta il novecento a Fortini e Zanzotto. E ci sarà pure una ragione di fondo per questa scelta che un poeta preparato come Ruffilli non ha fatto certo a caso.

Anch’io con il mio lavoro, Critica Della Ragione Sufficiente del 2020, ho avuto modo di approfondire questo discorso affrontando criticamente i singoli autori di poesia del tardo novecento e dei due decenni che sono seguiti dal punto di vista di quella che Berardinelli definisce la «discesa culturale» della poesia post-zanzottiana.

Però, c’è un “però”: la nuova ontologia del linguaggio della nostra epoca ci rivela che (noi) che abitiamo il presente osserviamo il passato (loro) con gli occhi del nostro presente, del nostro mondo; ergo la nostra visione del passato è sempre una proiezione del nostro presente. Ma, c’è un “ma”: nel (nostro) presente si è verificato un fenomeno del tutto nuovo, l’ontologia del linguaggio si è rivelato un vuoto linguistico, un buco, una apertura che inghiotte tutte le parole, ed il poeta è costretto a cercare le sue parole non più in un passato ormai sepolto ma in un futuro che rimane ignoto. È questo il dilemma che la «nuova poesia» dovrà, obtorto collo e volente e nolente, affrontare. Il problema è che oggi siamo alle prese con l’impossibilità di trovare un linguaggio e la ridondanza enfisematica della prosa.

Non v’è dubbio che i poeti minori della fine del Novecento come Margherita Guidacci, Francesco Leonetti, Ottiero Ottieri, Diego Valeri, Giorgio Vigolo, Emilio Villa, Paolo Volponi, Piero Bigongiari, Carlo Betocchi, Giorgio Caproni, Eduardo De Filippo, Stefano D’Arrigo, Alfonso Gatto siano di livello nettamente superiore ai «poeti nuovi» del tardo Novecento come Giuseppe Conte, Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, Mario Benedetti, Milo De Angelis, Umberto Piersanti, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Valentino Zeichen, Franco Buffoni etc. I primi hanno ancora una idea di poesia, una idea di forma-poesia, una idea di tradizione coesa e comune; hanno ancora un linguaggio poetico comune; i secondi non si pongono più il problema della tradizione ma si guardano bene dall’esternare le ragioni storiche, di ontologia del linguaggio, sociali, politiche e geopolitiche che hanno determinato il quadro storico e ontologico entro il quale si situa  il proliferare delle poetiche ad personam dove ciascuno si fa una propria personale poesia tascabile. Questa poesia non pone più domande radicali ma si assesta e si adegua alla «discesa culturale» senza neanche la consapevolezza del pendio declinante cui li costringe la «discesa culturale». Il problema vero è che la «discesa culturale» e la minoritarietà dovranno pur finire un giorno o l’altro. Il problema è quando qualcuno si alzerà dalla sedia e pronuncerà il verdetto: “Il re è nudo!”. Il problema storico invece è assistere a questo estenuante e interminabile vento di libeccio di una «discesa culturale» che sembra non finire mai. Ecco, Paolo Ruffilli non lo scrive apertamente, ma tutto il suo lavoro implica un non-detto: che la poesia italiana finisce con Sanguineti, Fortini, Pasolini e Zanzotto, quattro poeti distantissimi tra loro ma che si trovano consapevolmente in un unico contesto storico e ontologico, di ontologia linguistica. Dopo di loro verrà il diluvio della «discesa culturale» e della minoritarietà. Ma questo è un altro capitolo del discorso.

Una poesia se è nuova richiede la costruzione di nuove categorie ermeneutiche. E forse è proprio da qui che la poesia del futuro dovrà ripartire: dalla costruzione di nuove categorie del pensiero.

Il fatto è che ormai in Italia la normologia è la regola militare di fondo che disciplina ogni attività del nostro Paese, a iniziare dalla politica fino all’etica dei costumi e alla libertà intellettuale. I cuochi di bordo hanno sostituito i comandanti della nave, loro sanno solo parlare della majonese o del grana padano che si mangerà oggi o domani.

Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato, di poesia: “Piccola colazione”, Garzanti, 1987, American Poetry Prize; “Diario di Normandia”, Amadeus, 1990; “Camera oscura”, Garzanti, 1992; “Nuvole”, con foto di F. Roiter, Vianello Libri, 1995; “La gioia e il lutto”, Marsilio, 2001, Prix Européen; “Le stanze del cielo”, Marsilio, 2008; “Affari di cuore”, Einaudi, 2011; “Natura morta”, Nino Aragno Editore, 2012, Poetry-Philosophy Award; “Variazioni sul tema”, Aragno, 2014, Premio Viareggio Giuria; “Le cose del mondo”, Mondadori, 2020; di narrativa: “Preparativi per la partenza”, Marsilio, 2003; “Un’altra vita”, Fazi, 2010; “L’isola e il sogno”, Fazi, 2011.
www.paoloruffilli.it

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Glossa critica di Marie Laure Colasson

L’operazione critica di Paolo Ruffilli, la continuità del discorso poetico del novecento

Con questo scritto interpreto la voce dell’Alter-Ego di Giorgio Linguaglossa, voglio introdurre il discorso da un diverso angolo visuale.

Con Incanto e disincanto. Voci della poesia italiana del Novecento (Il ramo e la foglia, 2025), Paolo Ruffilli realizza un gesto editoriale e intellettuale di equilibrio che si colloca a metà strada tra il repertorio e il bilancio, tra il manuale d’autore e la riflessione poetologica. Non si tratta di una semplice rassegna di nomi o un’antologia critica divulgativa, il libro si presenta come un percorso critico della poesia italiana del novecento, un secolo che – secondo lo stesso Ruffilli – “ha tradotto in elaborazione letteraria la crisi di identità dell’uomo contemporaneo”.

Questa premessa non è neutra, è un manifesto poetico. L’autore, poeta egli stesso, esprime la sua idea della poesia come luogo di incarnazione del senso, non di pura astrazione concettuale. La sua “critica” si fonda su un principio umanistico tipicamente novecentesco: la parola poetica come esperienza dell’io.

Di fronte a una critica odierna ridotta, come ha notato Giorgio Linguaglossa, a “cerimoniale di accompagnamento”, Ruffilli adotta una postura diversa: non quella del teorico o del polemista, ma quella dell’artigiano del linguaggio poetico che torna a perlustrare i materiali vivi della poesia. Incanto e disincanto è infatti un repertorio che, pur evitando la terminologia filosofica o la categoria “ontologica” cara a certa critica militante, persegue l’obiettivo di restituire un orizzonte di senso alla poesia, ridefinirne la funzione.

Dove Linguaglossa vede l’esaurimento di un ciclo  (la dissoluzione della forma-poesia dopo Fortini e Zanzotto), Ruffilli preferisce vedere una continuità, una linea vitale che attraversa il secolo tra rotture e permanenze. Se il primo denuncia la “discesa culturale” e la minoritari età della poesia di oggi, il secondo cerca nella poesia le energie carsiche della sopravvivenza nella continuità.

L’ introduzione di Ruffilli parte da un assunto estetico e antropologico: la poesia come linguaggio che, pur condividendo la materia con la lingua quotidiana, “incarna” sentimenti e visioni, trasformandoli in esperienza collettiva. L’incanto e il disincanto diventano così le due polarità di un medesimo processo: la ricerca del senso e le ragioni della sua perdita. Ruffilli costruisce una coralità ordinata e appassionata di autori (da Ungaretti a Zanzotto, da Montale a Rosselli, da Caproni a Loi) dove la pluralità delle voci è ricondotta a una funzione comune: quella di rappresentare, con mezzi diversi, la frantumazione dell’io e la ricerca di una nuova modalità di abitare il linguaggio poetico.

È vero, come osserva Linguaglossa, che Ruffilli si ferma laddove Linguaglossa vorrebbe che continuasse. Arrestarsi dopo Fortini e Zanzotto significa comunque interrompere il novecento anzitempo, prima del suo decesso cronologico. Ruffilli evita così di entrare nel terreno filosofico del dopo, evita di impantanarsi nel territorio incerto della poesia post-novecentesca, lascia il problema in sospeso. Ma questa sospensione è una scelta consapevole. Incanto e disincanto si arresta appena prima che il secolo finisce, non per nostalgia o conservatorismo, ma per definire il perimetro di una civiltà poetica che ha avuto un inizio e una fine. È un libro che parla del novecento da dentro, non dal dopo.

Il tono è da critico cronista, non da storico della poesia. Ruffilli è un narratore della poesia che si affida al racconto, più che al giudizio, la sua funzione è ordinare, laddove vige il disordine; laddove la critica accademica disseziona, Ruffilli cerca la continuità, l’evoluzione di una ontologia linguistica. Laddove l’estetica militante  sentenzia l’esaurimento della forma-poesia del novecento, lui preferisce delimitare il campo dei suoi protagonisti e della sua ermeneutica. Questa operazione ha una doppia valenza: è una guida, un atto di fede nel discorso poetico del novecento, che implica la speranza e l’augurio che quel discorso poetico abbia ancora un futuro.

Ruffilli, in definitiva, non cerca un nuovo sistema ermeneutico, ma un nuovo modo di guardare alla tradizione, non come a un cimitero di glorie, ma come a un corpo ancora pulsante. Laddove il critico militante (Linguaglossa) diagnostica la malattia terminale del discorso poetico, la crisi irreversibile della ontologia linguistica del novecento, Ruffilli tenta una terapia della memoria.

Ecco dunque il messaggio del lavoro di Ruffilli: un atto di fede nella tradizione, la fiducia, forse anacronistica ma necessaria, nella possibilità che la poesia, anche nell’epoca del Collasso del Simbolico, resti un modo di conoscenza. È il suo incanto e il suo disincanto. La consapevolezza che senza lettori e senza critica, quella conoscenza rischierebbe di rimanere muta. Questa sì che è, per Ruffilli, il pericolo più grande: il Collasso della poesia della tradizione del novecento.

(Marie Laure Colasson)

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Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

È noto che la poesia italiana ed europea durante gli anni settanta ha subito l’invasione della vita privata e del quotidiano nella forma-poesia.. Si è trattato di una vera e propria ideologia-fiume che ha finito per inquinare tutte le arti del mondo occidentale. In Italia questa moda prende inizio con il libro di Patrizia CavalliLe mie poesie non cambieranno il mondo (1975) e, successivamente, con il libro di Valerio MagrelliOra serrata retinae (1980) e una innumerevole schiera di epigoni che giunge fino ai giorni nostri. La versione storiografica accademica però trascura che negli anni novanta ci sono stati poeti che hanno seguito una via del tutto diversa: Giorgia Stecher (1936-1996) con Altre foto per Album (1996), Maria Rosaria Madonna con Stige (1992), Helle Busacca (1915-1996) con I quanti del suicidio (1973), Niente poesia da Babele (1980), Anonimo Romano con Adversus il Console Craxi (opera pubblicata dalla rvista “Il Mangiaparole” nel 2023) Anna Ventura (1936-2018) e Mario Lunetta (1934-2017), quest’ultimo con una fluviale produzione poetica, narrativa e saggistica che lo segnerà come l’alfiere della opposizione permanente alla deriva miroritaria e minimalista della poesia italiana post-novecento.

In questi ultimi anni è diventato sempre più palese che quelle tematiche private e privatistiche si sono esaurite. È un dato storico sotto i nostri occhi. Rimane presso i continuatori di quella impostazione privatistica della poesia un intendimento situazionista e privatistico, sono rimaste per un po’ in vigore le tematiche moraleggianti sub specie di riformismo orfico, e un descrittivismo psicologico di matrice neo-verista… ma, insomma, tutto sommato, una linea minoritaria di un tipo di poesia già minoritaria ai suoi albori.

In questi ultimi cinque sei decenni la poesia italiana (ed europea) è diventata un microlinguaggio dichiarativo, si è ritirata in una nicchia, al riparo dei fortissimi e impetuosi venti che spirano in pianura e sulle montagne del mondo globalizzato.
Nel frattempo, si è avverato il monito di Adorno: «Tutta la cultura dopo Auschwitz è spazzatura», dinanzi al quale anche la critica alla poesia e alla cultura italiane di Mario Lunetta è andata a sbattere contro un muro di gomma.
Quella critica della cultura era, ed è tanto più oggi, già allora fuori contesto, era la critica di un intellettuale isolato. E quindi la risposta della cultura ufficiale è stata quella che il padrone mette al suo cane: la museruola del silenzio assordante, così da impedirgli di abbaiare, o comunque, di impedire una audience più alta alle sue accuse culturali.

In questi ultimi anni, dicevo, è diventata sempre più palese una forte reazione a quella visione privatistica del privato e a quel minimalismo ingenuo. La nuova ontologia estetica è la più drastica e convinta reazione a un indirizzo e a un versante della recente poesia italiana che ha ormai esaurito (semmai ce l’ha avuto) l’iniziale effetto propulsivo. Quell’indirizzo di poesia privatistica è andata a sbattere sul muro dell’«impenetrabile tediosità del quotidiano» (per usare la dizione di Agamben), oltre di esso non era possibile andare. Quel tipo di autobiografismo introspettivo e auto ironico è finito nella rigatteria delle istituzioni stilistiche, questo mi sembra lampante per chi abbia occhi e orecchie per intendere e per osservare. Quell’autobiografismo è finito nella «nuda vita», nella vita vegetativa delle nuove post-masse che si nutrono di ipoverità. Quell’autobiografismo (nella poesia come nel romanzo nel cinema e nelle arti figurative) è finito nella ipoverità e nella insignificanza, nell’apologetica del tempo che fu e nell’apologia del corpo. Di tutta quella paccottiglia culturale oggi è rimasto un grande mercato di narrazioni agiografiche e ipoveritative.

Un autore che vuole restare anonimo mi ha inviato questa, diciamo, composizione kitchen:

…giustamente, uno può farci tante cose con un Tomahawk e con un libro di poesia, meglio se corposo e con la costa rilegata, tipo Meridiani Mondadori.

Puoi usarli come carica esplosiva su un quadricottero o su un esacottero, come schiaccianoci, come fermacarte, come dispenser di Coca Cola, per trainare striscioni pubblicitari, come anti-stress, per grigliare salsicce ecc…

Ecco, pensa se gli ucraini utilizzassero i Tomahawk e i Meridiani Mondadori per lanciarli contro la Russia. Trump ci rimarrebbe male?

da Fb:

Dino Villatico

“Ad aggravare questa situazione è stata la sostituzione della critica del testo con i soliloqui degli opinionisti”. Come è accaduto? Perchè nelle stesse acque naviga la musica, il cinema, tutta l’attuale (in)cultura italiana. Il poeta, il musicista non possono inventarsi ciò che nella realtà sociale del proprio tempo non c’è. L’Italia sta attraversando un periodo di assenza, nel senso che non c’è: non c’è nella politica, nella società, nella cultura. Ogni campo della vita collettiva è sostituito dal marketing. Più che inventare una lingua nuova, non compromessa, il poeta di oggi in Italia deve inventarsi una società, un pubblico, qualcuno, sia pure un gruppo di pochi intimi, a cui rivolgersi. Ma come fa se ogni tassello comune di comunicazione è inquinato? È proprio il “comune”, il “sociale”, che non c’è più. Erano l’ossigeno della poesia, anche dei poeti solitari, che so, come un Lucrezio. Qual è la lingua di una comunità che non esiste più o non esiste ancora?

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Glossa sul duplice scarto generazionale e culturale delle nuove generazioni di oggi

L’Italia, insieme al resto del mondo occidentale, ha vissuto la sua fase di maggior spinta alla crescita demografica ed economica (favorita dal passaggio dall’economia agricola a quella industriale e dall’abbondante presenza di giovani) nei primi decenni del secondo dopoguerra. Una fase di arricchimento della base materiale e della base del simbolico che ha creato una società con accesso aperto al benessere di massa. In Italia, in questi ultimi trenta quaranta anni, la transizione demografica si è trasformata, come sappiamo, in crisi demografica e crisi culturale. In ultima analisi, la crisi demografica si è trasformata in crisi della società civile, in crisi democratica e in crisi della produzione culturale, come appare evidente in questi anni del governo del Destra-centro di Meloni.

Se spostiamo la nostra attenzione al comparto-poesia, notiamo che tra i settantacinquenni e oltre come me e Ruffilli e gli attuali giovani, diciamo i trenta e i quarantenni di oggi, notiamo che quella «discesa culturale» di cui parlava Berardinelli, quella «minoritarietà» culturale di cui accennavo nel post odierno, si sono aggravate; si è aggravato il differenziale generazionale tra coloro che sono nati attorno al 1950 e coloro che sono nati trenta o quaranta anni fa.

Questo fenomeno demografico, economico e sociale ha avuto una ripercussione sullo scarto differenziale, su quell’ulteriore «scalino» in discesa, di cui ho parlato nel post odierno, tra le generazioni. Per cui un giovane letterato di oggi fa fatica a comprendere un ragionamento come quello che abbiamo fatto nel post odierno, di più, non lo capisce affatto in quanto si sono sommati due scalini differenziali e generazionali che rendono problematica la circolazione del sapere. Con il risultato che una poesia scritta da un giovane trentenne o quarantenne di oggi porta in sé un dislivello culturale duplice.

vedo che il mio ultimo commento è caduto nel vuoto. E allora, Che fare?

Comportarsi come il filosofo ucraino Ihor Kozlovskyi.

Ho registrato la testimonianza dello scienziato e filosofo ucraino Ihor Kozlovskyi dopo 700 giorni di prigionia nelle prigioni russe. Prima di lui avevo intervistato più di cento sopravvissuti, che mi avevano raccontato come erano stati picchiati, torturati, rinchiusi in casse di legno, mutilati, con le ginocchia frantumate, la corrente passata nei genitali, costretti a scrivere con il proprio sangue. Pensavo di aver già sentito tutto. Ma Ihor ha ricordato un dettaglio apparentemente insignificante, e quello mi ha colpito.

Descriveva le sue giornate nella cella d’isolamento. Un seminterrato in cui, ai tempi sovietici, si tenevano i condannati a morte. Niente finestre, nessuna luce del sole, aria irrespirabile. Sul pavimento lurido scorreva la fogna. Da quell’apertura uscivano i topi. E questo scienziato celebre in tutto il Paese mi raccontava di come tenesse lezioni di filosofia a quei topi, pur di sentire la voce umana.

Ihor Kozlovskyi era una vittima, in senso legale: è stato rapito, tenuto in condizioni disumane, torturato fino a dover imparare di nuovo a camminare. Ma nemmeno questo lo ha spinto a vedersi o a vivere come una vittima. Perché il fondamento del nostro essere è la dignità, non la vittimizzazione. E la dignità è azione.

Non si tratta solo di sentirsi responsabili per ciò che accade, ma anche di agire per cambiarlo. La dignità dà la forza di combattere anche nelle circostanze più insopportabili. Il metro della dignità deve diventare il nostro punto centrale. E allora non ci sarà nessuna vittima.

Tradotto da Oleksandra Matviichuk

I giovani poeti che abbiamo pubblicato in questi ultimi dieci anni (e sono tanti) sono il prodotto di quel duplice scalino in diminuendo di cui ha parlato Linguaglossa.

Non sanno nulla di «forma-poesia», che interpretano semplicemente come tradizionale struttura metrica o melodica, non sospettano minimamente della esistenza di un vero e proprio spazio espressivo allargato — lo “spazio espressivo integrale” — nel quale il linguaggio poetico si libera dai vincoli della lirica lineare. In questo spazio (o campo) la parola si apre verso pluralità lessicali, stili differenti, tempi e prospettive multiple.

Questo «spazio» implica che la poesia non sia più solo «melodia» o «ritmo», ma un evento espressivo in cui il linguaggio stesso assume uno spessore più complesso: le immagini non si susseguono in modo lineare, bensì si articolano in modo che ciascuna ne chiami un’altra, si intersechino visioni spaziali e temporali diverse, e si generi una struttura aperta che accoglie il molteplice.

In questa visione, la «forma-poesia» diventa la manifestazione di questo spazio integrale: è l’atto di costruzione poetica che non si limita alla mera eufonia o all’eco del verso tradizionale, ma esplora un linguaggio ricco, stratificato, plurale. Il poeta lavora su «tempo», «spazio», «prospettiva», polittico, entanglement, serendipità e non solo su «verso» e «metrica».

I giovani (persone da sessanta anni in giù) fanno una poesia ancora legata alla tradizione melodica o univoca: in quel caso lo “spazio espressivo” rimane ristretto — fondato sulla identità dell’io monogamo e p celibe, e assonanze, sintassi melodica lineare. Al contrario, lo “spazio espressivo integrale” rompe quell’orizzonte e apre ad una dimensione di scrittura poetica che include frammentazione, salto prospettico, intersecazione di linguaggi.

La “forma-poesia” in questo senso non è più un’ornamentazione del linguaggio, quanto il luogo in cui accade un evento che parla attraverso il linguaggio stesso, e che si svolge nell’«integralità» dello spazio poetico — inteso come spazio temporale, spaziale, linguistico.

Poesia kitchen o distopica?

Un naso fu visto che indossava una divisa da generale e passeggiava per tutta Pietroburgo, ma il bello fu che nessuno ebbe niente da ridire.

Le cose si sono a tal punto mal messe che una mitragliatrice vale quanto una messa a Parigi e un fenicottero viene scambiato con un quadricottero FPV.

“Mi è difficile abbandonare la vista delle margherite, qui da Prokovsk non si vede altro che blindo abbandonati e carcasse di carrarmati”.

“Se continui ad agitarti come una scimmia e a strillare come un’aquila, finirai per farti impallinare come un fagiano”, disse Tex Willer a Kit Carson nel n. 73 del noto fumetto pubblicato da Bonelli editore e disegnato da Galep mentre gli indiani coyotes li bersagliavano di frecce.

“It’s a mess in so many ways that there isn’t a single thread to pull on”, commentò il corvo rivolgendosi a Totò sul set di “Uccellacci e uccellini”, al che Pasolini scoppiò su tutte le furie cacciando il corvo eslege dal set reo di non aver seguito le istruzioni del regista.

Abstract

Il presente saggio propone un’analisi critica della poesia “Poesia kitchen o distopica?” di Giorgio Linguaglossa, ponendola nel contesto della poetica cosiddetta kitchen e del panorama letterario contemporaneo. Attraverso un confronto con autori quali Carlo Emilio Gadda, Edoardo Sanguineti, Pier Paolo Pasolini e l’Anonimo romano, il contributo mette in luce come la scrittura di Linguaglossa rappresenti una radicale riflessione sulla crisi del linguaggio e sulla condizione post-catastrofica della poesia nell’epoca dell’entropia comunicativa. La poesia kitchen si configura come un gesto estetico e antropologico insieme: un tentativo di riorganizzare, attraverso il frammento e la citazione, un mondo che ha perso ogni principio d’ordine simbolico.  

Il titolo come soglia metapoetica

Già nel titolo, “Poesia kitchen o distopica? o poesia da post-catastrofe?”, Linguaglossa inscrive l’interrogativo all’interno della propria materia poetica. La domanda non è retorica: essa indica la consapevolezza che la poesia non può più descrivere il mondo, ma soltanto interrogare il proprio statuto di possibilità. La triplice definizione oscillante delinea un campo semantico della crisi.

L’apertura del testo, con il “naso in divisa da generale che passeggiava per tutta Pietroburgo”, è un omaggio deformato a Il naso di Gogol’. Linguaglossa utilizza il riferimento per rappresentare il processo di de-soggettivazione del soggetto moderno: la parte prende il posto del tutto. L’orrore non sta più nell’assurdo, ma nella normalizzazione dell’assurdo.

Le cose si sono a tal punto mal messe che una mitragliatrice vale quanto una messa a Parigi”.

 Linguaglossa opera qui una radicale de-gerarchizzazione dei simboli: sacro e profano, tecnologia e natura diventano intercambiabili. È un mondo dove le metafore si sono fatte letterali: il drone ha sostituito l’uccello. La poesia lirica viene respinta al mittente in quanto rea di dis-valore e di linguaggio fraudolento

 “Mi è difficile abbandonare la vista delle margherite…” Qui la nostalgia lirica è subito negata dal paesaggio bellico. È la scena della post-catastrofe: un paesaggio dove la natura sopravvive solo come fantasma.

Il dialogo tra Tex Willer e Kit Carson introduce la intertestualità e la cultura di massa dentro il tessuto poetico. La voce epica del fumetto, simbolo dell’Italia ingenua, viene trapiantata nel contesto di un campo di battaglia. È il procedimento kitchen per eccellenza: mescolare linguaggi alti e bassi:

Se continui ad agitarti come una scimmia e a strillare come un’aquila, finirai per farti impallinare come un fagiano”, disse Tex Willer a Kit Carson nel n. 73 del noto fumetto pubblicato da Bonelli editore e disegnato da Galep mentre gli indiani coyotes li bersagliavano di frecce”.

Il corvo pasoliniano e la fine del discorso critico. Gadda, Sanguineti, Pasolini, Anonimo Romano

La citazione da Uccellacci e uccellini il famoso film di Pasolini è cruciale. Il corvo, simbolo della coscienza critica, pronuncia: “It’s a mess in so many ways that there isn’t a single thread to pull on”. Linguaglossa trasforma la scena in un’allegoria della poesia stessa: il poeta espelle la coscienza che non riesce più a controllare, o che è diventata un inutile e futile orpello. È la fine del discorso critico che qui si enuncia.

Da Gadda, celebre narratore del caos linguistico come forma, Linguaglossa eredita l’idea della realtà come garbuglio, caos ma senza alcuna razionalità sottostante se non quella del capitalismo cognitivo che toglie ai poveri (con il consenso dei poveri) per dare ai ricchi (con il plauso dei ricchi). Da Sanguineti l’autore kitchen eredita il plurilinguismo che nella attuale fase di civilizzazione non è più un gesto politico, ma una invariante, un condizione antropologica. Da Pasolini Linguaglossa accredita il concetto secondo cui la mutazione non è solo antropologica, ma è diventata linguistica. Dall’Anonimo Romano, il poeta cronista del disfacimento dell’Italia craxiana e democristiana degli anni ottanta, eredita il testimone della decadenza ininterrotta quale prodotto della civilizzazione ininterrotta, quale invariante della storia dell’Italia della seconda e terza repubblica.

La poetica kitchen e distopica è una prassi del linguaggio postumo. La poesia kitchen si fonda su tre principi: entropia linguistica, intertestualità orizzontale, ironia derisoria e auto derisoria. È la risposta alla domanda su cosa resta della poesia dopo la catastrofe del senso e del significato della nostra attuale fase di civilizzazione. Il poeta è ormai diventato un archivista dell’entropia dei segni e dei disvalori.

Con l’interrogativo ironicamente posto dal titolo: “Poesia kitchen o distopica?”, Linguaglossa si pone come cronista di un’epoca che ha perduto l’impiego del linguaggio. La sua poesia non cerca redenzione estetica, ma si limita a descrivere  l’avvento del collasso del Simbolico. La poesia kitchen non canta come la poesia innica o elegiaca di continiana memoria, non narra la toponomastica come fanno i quotidianisti, ma si limita a prendere atto degli eventi, annota, trascrive, non interpreta: cataloga gli eventi nell’archivio della post-catastrofe della non-memoria. Non intende salvare neanche se stessa, figuriamoci il mondo, e non intende neanche testimoniare alcunché, ci sono già abbastanza testimoni di geova in giro per il mondo. Bibliografia essenziale

·         G. Linguaglossa, La poesia kitchen. Manifesto e antologia, Roma, Progetto Cultura, 2022.

·         C.E. Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Garzanti, 1957.

·         E. Sanguineti, Laborintus, Milano, Feltrinelli, 1956.

·         P.P. Pasolini, Uccellacci e uccellini, sceneggiatura, 1966; Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1975.

·         Anonimo romano, Cronicon urbis Romae, a cura di A. Frugoni, Torino, Einaudi, 1960.

·         G. Linguaglossa, Il tedio di Dio, Progetto Cultura, 2018.

·         G. Linguaglossa, Chi ha vinto la guerra di Troia non ricordo, Antologia, Roma, Progetto Cultura, 2016.

·         R. Barthes, Le plaisir du texte, Paris, Seuil, 1973.

·         J. Baudrillard, La société de consommation, Paris, Gallimard, 1970.