Poesie inedite di John Martone e di Francesco Paolo Intini, Una poesia intermittente, asistematica, in crisi di prossimità priva di soggettoalgia che si nutre in modo vampiresco di deviazioni, di shift, di zig zag semantici per andare chissà dove e chissà con quale motoveicolo, di Raffaele Ciccarone, corde luminescenti, acrilico, 2024

Poesie inedite di John Martone

Hai formato i miei reni (S 139)
secondo il sonogramma
ne ho due

~
Come sono snelli
i tuffatori di Paestum
un attimo sospesi
nel tra
le
preposizioni

~
sta per crollare
anche il mio balcone
pertanto mi piace

~
il paradosso:
l’etimologo
è l’esistenzialista

Leopardi
noialtri

portiamo
sulla schiena
il tumulo

~
sono solo mode trapassate
i suoi orologi — un grappolo
adesso non ne porta nessuno

~
imboscata
nel silenzio
la grammatica
attende il vento

~
ogni attimo
di incuria
oblio
negligenza
è stato
previsto

mi manca
un Eraclito

~
navigato
l’intero mondo
i Fenici
ci hanno lasciato
la loro
scomparsa

~
se solo fossi quell’ottantenne
di decenni fa — un Ulisse
nel suo fitto oliveto
di tronchi e rami
contorti dai secoli

se solo … magari:
mi lamento per il caldo

~

resti reperti
frantumi di orci
etimologie

~

questi frammenti
di una pietra incisa —

il tuo specchio
che non ti rispecchia

~
tempio

dal reame sotterraneo
di un passato remoto
i tuoi morti
le divinità morte
della morte tutta
l’ascendenza

una sorgente — sorseggiala
di acqua fresca

~
l’archegete
dio della stirpe

da solo
naturaliter

di sé stesso
il fantasma

Commento di Giorgio Linguaglossa

John Martone entra da subito in tackle sulle parole, ci entra in diagonale, ci parla di «Come sono snelli/ i tuffatori di Paestum/ un attimo sospesi/ nel tra/ le/ preposizioni», senza aggiungere altro. Nessuna glossa. Nessun commento. È una poesia non commentata, che inquadra da subito l’obiettivo e la Sache, la Cosa, le cose, quelle misteriose entità che sempre ci sfuggono perché sempre si presentano dis/locate, in/disposte, dif/fratte. È una poesia che non segue alcun cronoprogramma o crittogramma orfico, alcun abbecedario, che non ha alcun portolano come riferimento, oserei dire priva di direttrici, di longitudini e di latitudini e di adiacenze, ma con molti scalini tra una strofe e l’altra, molti dis/equilibri. Una poesia intermittente, asistematica, in crisi di prossimità priva di soggettoalgia che si nutre in modo vampiresco di deviazioni, di shift, di zig zag semantici per andare chissà dove e chissà con quale motoveicolo. Una poesia che ha con il verso libero un rapporto di sospettosità e di inimicizia, che ha contezza della sua inidoneità a contenere alcun contenuto che dir si voglia. Una poesia che vorrebbe essere un contenente privo di contenuto. E che forse ci riesce davvero.

Francesco Paolo Intini
ERMENEUTICA MILITARE 2

Invece della cucina trovai un resort al fosforo
Pochi detonatori ordinavano le cabine
Dove i bagnini caricavano il fuoco.

Un giocoliere lanciò il suo coltello nel tramonto uccidendo l’orizzonte
E al Sole appena sgozzato subentrò un condor col carico di munizioni ai pulcini

I kalashnikov ora avevano calzoncini corti e correvano per vincere la finale di Champions.
Ma noi aspettavamo il tradimento del goal!

La suprema arte dell’imboscata non si fece attendere e così svelò la faccia del solstizio di giugno.

Per ogni raggio che usciva dal reggiseno ci consegnarono una pasticca di Fentanyl.

Non poteva accadere che qualcosa andasse storto e per questo partimmo a Mach8 con l’olfatto dei falchi nei motori.

Fu allora che le larve s’impadronirono del formaggio per colpirle tutte assieme nel giorno stabilito.

Raccontano di terre senza Re dove le Regine collassano lasciando latte e miele in frigo
Ma qui si tratta di un’operazione di Valentiniano non da Valentino.

La lava in persona magnifica il piombo: -Vetrificare!
Fino a rendere trasparenti i cipressi sulla lingua-Sterilizzare!

Le olive piangono l’oleodotto saltato in aria
e i sogni sgorgano dalle tette.

Ci imbattemmo nello scacco della bestemmia
E in effetti dal napalm traemmo il nano della cortesia
Mentre la gravità garrotava l’equatore.

ERMENEUTICA MILITARE 3

La gazza insegue il corvo
Ed è battaglia aperta sulle terrazze
Cadrà a pezzi
penna incandescente
E becco senza preda

La rondine va serena dietro a un B2
approderà su qualche pappagallo
gonfio di chiasso, verde distruttore

L’antenna è la gazzella
su cui s’avventa
La tribù di cani selvatici

E dunque ricapitolando
Uccelli e savana nel cucchiaio
Che mescola i Tg

Sulla parte non illuminata dell’occhio
Il libro mostra i geroglifici alle piramidi:
Il profilo di una portaerei più un milione di testate nucleari
E, quasi in un balletto sacro, razzi, missili, bocche di cannoni
La polka di boleti e funghi

Un susseguirsi di crateri registra leggi del firmamento
in termini di buchi neri
seimila a me cinque a te e sparsi tra Andromeda
e Alfacentauri qualche forellino all’insaputa.

-Nessuna violazione nel gioco del biliardo:
Colombi che fuggono di qua di là, passeri che si schiantano senza rumore
Fragore di padella che non supera il silenzio tra le stelle
sfere che si attraggono e, per amore universale
occhio per occhio
quadrato della distanza a divisore.

Commento della IA Copilot interpellata da Giorgio Linguaglossa su una poesia di Francesco Paolo Intini

Come appare evidente, nelle composizioni kitchen, distopiche e kitsch di Francesco Paolo Intini ogni elemento di senso e di significato sembra essersi dileguato dall’orizzonte dei significati. Intini impersona il ruolo di un anarcosindacalista che prende sul serio quello che nessuno dei suoi contemporanei oserebbe prendere sul serio: che il Reale appare nel suo deserto semantico, ovvero, che appare e riappare sempre di nuovo il deserto del Reale come ossessione, fobia, fantasma, spauracchio, revenant…
Le parole poetiche di Intini sono come attratte da un Grande Vuoto. C’è un Grande Attrattore che le attrae alla periferia del senso e del significato. Mi spiego: il Grande Altro si è convertito in un Grande Vuoto e in un Grande Attrattore. Un buco gigantesco che inghiotte tutte le cose e tutte le nostre parole, inostri sentimenti, le nostre identificazioni, le nostre proiezioni. Di conseguenza, gli oggetti non sono più al loro posto ma si presentano fuori-posto, fuori-luogo, dis/locate.
Intini si è accorto che il posto è vuoto veramente e questa scoperta è talmente intollerabile che il «vuoto» assorbe e consuma, letteralmente, ogni parola e ogni oggetto delle sue poesie. Una sorta di buco nero (blackhole) è in azione al Centro del nostro sistema Simbolico che fa collassare tutta la costruzione edilizia e manifatturiera del Reale. Il Buco del Reale liquefa letteralmente ogni oggetto e ogni parola. Il collasso dell’ordine Simbolico è l’ultimo epifenomeno di un Reale che ostinatamente si rifiuta di essere intellegibile e di consegnarsi alla ermeneutica del tempo terminale dell’Antropocene.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per la poesia con Progetto Cultura, Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE è in preparazione. È uno degli autori presenti nelle Antologie Poetry kitchen 2022, Poetry kitchen 2023 e nella Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022), nonché nel volume di saggi di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. È presente nella antologia kitchen Exodus e nel dialogo distopico a due voci con Giorgio Linguaglossa, Excalibur (2024). È membro della redazione della rivista on line lombradelleparole.wordpress.com.

John Martone è nato a Mineola (NY) 1952, figlio di un emigrato (da Frigento (AV). Laureato in letteratura comparata. Le sue pubblicazioni comprendono una ventina di libri di poesia in inglese, una traduzione di Pascoli (O Little One, 2019) ed una raccolta delle poesie di Frank Samperi (Spiritual Necessity, 2004). Fondatore e redattore delle ex riviste tel-let e otata. Di recente andato in pensione dal lavoro a badante in un laboratorio per i diversamente abili, si dedica allo studio del Meridione e del Francescanesimo. Nel 2023 ha preso la decisione — da allora in poi — di scrivere solo in Italiano.

#Copilot #FrancescoPaoloIntini #giorgioLinguaglossa #JohnMartone #PoesiaContemporanea #poesiaDistopica #poesiaKitchen #RaffaeleCiccarone

A proposito della teocrazia di cui parla Antonio Sagredo, lo sapevate che Trump ha istituito l’Ufficio della Fede della Casa Bianca, istituito all’inizio di febbraio e guidato da Paula White-Cain – la televangelista personale di Donald Trump, nota no-vax?
Establishment of The White House Faith Office

     By the authority vested in me as President by the Constitution and the laws of the United States of America, and to assist faith-based entities,

The White House

post di Laura Turini del 29 giugno 2025

Alyssa Appelman e Steve Bien-Aimé, docenti alla William Allen White School of Journalism & Mass Communications di Lawrence, Kansas, hanno messo a punto un esperimento nel corso del quale hanno fornito ai partecipanti lo stesso identico articolo sull’aspartame firmato però in modo diverso, come “redattore”, “redattore con utilizzo dell’intelligenza artificiale”, “redattore assistito dall’intelligenza artificiale”, “redattore in collaborazione con l’intelligenza artificiale” e “generato dall’intelligenza artificiale”.

Alla fine sono state poste ai lettori una serie di domande in merito alla credibilità del contenuto e a quale fosse secondo loro l’apporto dell’intelligenza artificiale.

La maggior parte dei partecipanti era convinta che l’intervento umano fosse predominante e che il supporto dell’AI fosse limitato alla fase iniziale di generazione della bozza, mentre quando veniva esplicitamente menzionato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, i lettori tendevano a valutare come meno affidabili sia l’autore sia la fonte dell’articolo.

Curiosamente, anche quando la firma riportava solo “redattore”, l’assenza di un nome specifico induceva a sospettare comunque che l’IA fosse stata massicciamente usata nel processo di scrittura.

In sostanza, indipendentemente dall’effettivo coinvolgimento dell’intelligenza artificiale, il semplice supporre il suo utilizzo indurrebbe i lettori a valutare le notizie come meno attendibili.

Nel corso dell’esperimento è stato anche chiesto ai partecipanti di indicare quale fosse, secondo loro, la percentuale di testo prodotta dall’AI ed è emerso che più alta era questa percentuale, più bassa era la fiducia nella notizia.

Bien-Aimé in un’intervista ha dichiarato: «Il punto cruciale non è la contrapposizione tra uomo e macchina, ma quanto lavoro si ritiene che abbia svolto un essere umano. Questo dimostra che dobbiamo essere più chiari».

(Laura Turini)

Mi chiedo, e vi chiedo:

Il romanzo e la poesia sopravviveranno alla Intelligenza Artificiale?

caro Francesco,

scrive Umberto Eco:

«I Poeti assumono come proprio compito la sostanziale ambiguità del linguaggio, e cercano di sfruttarla per farne uscire, più che un sovrappiù di essere, un sovrappiù di interpretazione. La sostanziale polivocità dell’essere ci impone di solito uno sforzo per dar forma all’informe. Il poeta emula l’essere riproponendone la vischiosità, cerca di ricostruire l’informe originario, per indurci a rifare i conti con l’essere».1

Commento di Giorgio Linguaglossa

Nel nuovo mondo di oggi dominato dalla tecnica, ovvero, nella sua guisa più evoluta della Intelligenza Artificiale, la filosofia tende a diventare un discorso antropologico e la poesia tende ad un discorso sulla propria storia privata e indecifrabile (indecidibile) un discorso sulla mutazione antropologica in chiave psicologica (mi si passi il termine).

La tecnica, ovvero, la IA, prodotto della interazione sociale, cessa di essere un problema filosofico perché è diventata un dato di natura, è essa stessa il problema principale perché modifica irrimediabilmente le strutture categoriali e antropologiche, così come i nessi tra le varie ontologie regionali. Questo per tre motivi principali, in primo luogo, perché il mondo in cui oggi viviamo è un mondo interamente tecnico, costituito da immagini, protesi, oggetti tecnici; in secondo luogo, perché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa ha radicalmente mutato la nostra esperienza percettiva del mondo trasfigurando il cosiddetto mondo reale in immagini già date, già elaborate dalle emittenti mediatiche e non; in terzo luogo, lo stesso concetto di «esperienza» subisce una radicale modificazione: se l’esperienza era un tempo il risultato intellettuale di una elaborazione di dati sensoriali, la tecnica  interviene modificando le strutture concettuali e psicologiche e i limiti, la qualificazione della nostra percezione sensibile: l’esperienza tende a diventare una abreazione di pressioni inconsce che pulsano alla coscienza e chiedono udienza, trattasi di una mera registrazione inconscia di un processo di abreazione inconscia. L’esperienza artistica tende così a diventare anch’essa inconscia, tende a sottrarsi alla coscienza e la poiesis tende a trasformarsi in (mi si passi il termine) antiprassi inconscia in rotta di collisione con le ragioni del conscio. Al mondo ridotto a mondo artificiale della tecnica corrisponde una poiesis diventata un manufatto artificiale interamente tecnico, che della tecnica ne impiega il lessico e l’orizzonte mondano. Il che equivale a dire che l’orizzonte della poiesis tende ad identificarsi con l’orizzonte della tecnica. La poiesis odierna dell’età della tecnica non può che oscillare tra metafisica e giornalismo senza poter mai trovare un abito proprio ed è così costretta ad indossare abiti e lessici presi in prestito dal vocabolario della tecnica e adottati per l’occasione, per le festività dell’occasione. La poiesis tende a diventare un interludio delle festività.

Scrive Manlio Sgalambro:

«Oggi il filosofare non ha più la possibilità di seguire una linea dritta, perfetta, precisa, perché altrimenti diventa geometria – e non ci sono filosofie geometriche, adesso. Questa parte iniziale del Duemila non ha filosofie, o ha filosofie meramente accademiche. E quindi non resta che accentuare il capriccio, accentuare la variazione. E richiamarsi all’epifania joyciana. Ho fatto una specie di piccolo duello con questo altro tipo di filosofare, privilegiando il non-senso, il non-significato. E’ come se a un tratto il cavallo si fosse sbrigliato, avesse perso le redini – ma volontariamente – e se ne andasse al galoppo cercando di entrare e di uscire, qua, là… Un pensiero “sbrigliato”»2

Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966)

«La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

Commenta Erminia Passananti

Nei saggi sparsi poi raccolti in Verifica dei Poteri appare chiara la visione critico-dialettica che Franco Fortini aveva della poesia. Per Fortini la forma-poesia deve stabilire un rapporto marxisticamente dialettico con il lettore, spingerlo ad assumere una posizione di critica del testo (e del reale), sollecitarlo a prendere una posizione di opposizione alla forma-poesia del genere lirico. L’«opposizione» che Fortini richiede al lettore è di tipo transitivo, dialettico, svolge una funzione insostituibile perché soltanto nell’esercizio continuo del mestiere dell’«opposizione» marxisticamente orientata si può affinare il senso estetico-politico di critica dei prodotti culturali e della poesia nelle condizioni avverse delle società di massa. C’è in Fortini l’idea marxista propria del suo tempo secondo cui la poesia deve essere capace di esercitare un ruolo di guida e di educazione dialettica dei lettori di poesia verso i prodotti di poesia nella prospettiva escatologica della lotta di classe (del conflitto finale) e del rivolgimento totale dei rapporti di produzione esistenti tra forze produttive antagonistiche. Quel «conflitto» ben attivo e rinvenibile anche all’interno della forma-poesia. Di qui il rifiuto della poesia elegiaca (che prevede il ruolo passivo del lettore e dell’autore).
Quindi, si tratta di un compito marxisticamente inteso come educazione attiva del lettore, dei lettori, della «massa». In attesa della modificazione delle condizioni esterne alla forma-poesia, si tratta di far convergere nella forma-interna della poesia quelle tensioni e quelle stratificazioni stilistiche antagonistiche che conferiscono al genere lirico quella sua inconfondibile forma di «resistenza dei materiali poetici» alla fruizione acritica e passiva del testo poetico (in opposizione alla letteratura come snobismo al servizio del privilegio borghese «che perpetua la ricostituzione di un’ideologia per dirigenti», «aroma spirituale», «vino di servi»).

1 Eco U., Kant e l’ornitorinco (1997), Milano, La nave di Teseo, 2016, p. 51.
2 Da un’intervista di Maurizio Assalto tratta dal sito del filosofo Manlio Sgalambro: http://sgalambro.altervista.org/

Manlio Sgalambro

Sito ufficiale del filosofo

Manlio Sgalambro

caro Giorgio,

Franco Fortini viveva ancora in un capitalismo della sorveglianza teorizzato da Foucault. Fortini, da marxista ortodosso, aveva un concetto del Capitalismo come di un dinosauro erbivoro: la borghesia di là e il proletariato di qua. Ma oggi siamo oltre il capitalismo della sorveglianza, siamo arrivati ad un Capitalismo Carnivoro che allestisce i propri banchetti anche mediante il cannibalismo. La diffusione di monete digitali è la conseguenza di questo nuovo Capitalismo cannibalico. Oggi il nuovo Capitalismo non ha più bisogno di una Banca Centrale, lui può sopravvivere sopra i resti del pranzo di gala del capitalismo erbivoro ormai defunto: oggi chi controlla l’infrastruttura digitale controlla anche quella reale. Non si tratta più di vendere pubblicità e informazioni, ma di indirizzare la società. È un cambiamento irreversibile, che richiede nuovi strumenti politici, giuridici, e estetici (mi si consenta). E anche gli scrittori di cose scritte devono aggiornare la propria scrittura, non si tratta di fare dei romanzi ben scritti alla Maria Rosa Cutrufelli o, come nel premoderno, alla Mulino del Po di Bacchelli. Il cambiamento digitale è un fatto gigantesco, un fatto che ha trasmutato la società liquida di Bauman in comunità gassose. Oggi sono gli operai che votano per Musk, Trump, Meloni, Afd e votano la Brexit, il mondo si è rovesciato.

Capisco quindi che un autore attento come John Martone si concentri su una poesia che abbia dei significati assoluti, fissasti con dei chiodi sul muro bianco della comunità gassose. Ecco i tentativi di Martone di inchiodare i significati su un muro:

se solo fossi quell’ottantenne
di decenni fa — un Ulisse
nel suo fitto oliveto
di tronchi e rami
contorti dai secoli

*

Come sono snelli
i tuffatori di Paestum
un attimo sospesi
nel tra
le
preposizioni

*
sta per crollare
anche il mio balcone
pertanto mi piace

*

navigato
l’intero mondo
i Fenici
ci hanno lasciato
la loro
scomparsa

(Marie Laure Colasson)

L’Unione Europea di Ursula von der Leyn per un nuovo progetto di capitalismo neo-liberista e democratico: il CPTPP.

La guerra dei dazi lanciata da Donald Trump contro il resto del mondo può trasformarsi in un’occasione per l’Unione europea per sostenere la propria economia, diventando il polo di attrazione globale del libero commercio? Nel momento in cui gli Stati Uniti hanno deciso di abdicare al loro ruolo di leader del libero scambio, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è intenzionata a lanciarsi in un nuovo progetto che potrebbe permettere all’Ue di approfittare della nuova era di protezionismo americano. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, l’ha definita un “mini WTO”, una versione ridotta dell’Organizzazione mondiale del commercio, che vive una profonda crisi e non solo per gli Stati Uniti. Il nucleo sono l’Ue e il gruppo di paesi dell’Asia e dell’America, che hanno aderito alla Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. Segnatevi questo acronimo: CPTPP.

L’Organizzazione mondiale del commercio, l’istituzione con base a Ginevra che ha governato la globalizzazione degli scambi negli ultimi 30 anni (è nata nel 1995 sulle ceneri dell’Accordo generale su tariffe e commercio GATT), è in profonda crisi. Dal 2019 gli Stati Uniti rifiutano di nominare i membri del suo organismo di appello, che ha il compito di risolvere le dispute tra i suoi membri. Ma quella decisione, presa durante il primo mandato di Donald Trump, non è l’unica ragione della crisi del WTO. L’ingresso della Cina, ammessa nell’organizzazione nel 2001, è stato destabilizzante. Invece di adeguarsi alle regole del libero commercio internazionale, la Cina ha approfittato dell’appartenenza al WTO per accelerare la sua trasformazione economica, mantenendo pratiche anti mercato e anti concorrenziali. Ursula von der Leyen ha spiegato che l’obiettivo della sua iniziativa sul mini-WTO è di “non ripetere gli errori del passato” e “dimostrare che il libero commercio con un ampio numero di paesi è possibile sulla base di regole”.

Il CPTPP è la Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio a cui aderiscono paesi dell’Asia e dell’America del Nord e del Sud. Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam: sono gli orfani della Trans-Pacific Partnership (TPP), un accordo commerciale promosso da Barack Obama per contenere la Cina, che era fallito a causa del ritiro degli Stati Uniti deciso da Donald Trump nel suo primo mandato. 

Dino Villatico

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227 anni fa nasceva Giacomo Leopardi. Uno specchio dentro il quale gli italiani non vogliono vedersi. Cercano mille modi per non fargli dire ciò che dice. Luigi Russo trova perfino che ha del mistico religioso, che non è vero che non crede in Dio, nell’infinito. Peccato, però, che Russo dimentichi, o voglia far dimenticare, che per il materialista Leopardi l’infinito è il nulla. Ecco perché si “spaura”. Ma rileggiamoci qualche osservazione leopardiana, di quelle che irritavano e irritano ancora gli italiani. Questa, per esempio: “Non è vero che gli italiani odiano la verità: odiano chi la dice”.

Così scrive nella “Descrizione del costume attuale degli italiani”. E altrove, nello stesso testo, precisa: “Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. (…) Per tutto si ride, e questa è la principale occupazione delle conversazioni, ma gli altri popoli altrettanto e più filosofi di noi, ma con più vita, e d’altronde con più società, ridono piuttosto delle cose che degli uomini, piuttosto degli assenti che dei presenti, perché una società stretta non può durare tra uomini continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri, e darsi continui segni di scambievole disprezzo. In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie il persifflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente”. Come volete dunque che gli italiani non cerchino di addomesticarlo, strappargli le cesoie dalle mani, ricondurlo ai propri costumi, che è esattamente la cosa dalla quale rifuggiva? Gli italiani non amano guardarsi allo specchio, e Leopardi invece glielo mette sempre davanti agli occhi.

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Da “Paradiso” di Giorgio Linguaglossa (Ed. Libreria Croce, 2000)

IL RE MIDA

Poteva svoltare a destra o a manca, andare dritto,
diventare assassino, imperatore o pervertito.
Invece divenne re Mida, ciò che toccava
si mutava in oro splendente.

Come l’uomo che venne in groppa ad un asino
a cui fu predetto un regno
re Mida cercava ma non trovava
e tutto si mutava in oro: vasi di coccio,
pareti di terra, piramidi, tende di nomadi, cammelli,
cavalli, cavalieri in armi e schiavi in catene.

Ciò che aveva vita si dissipava e si tramutava in oro.
Il povero non era più povero, sontuosamente drappeggiato d’oro
si congedava da re Mida al tocco del suo dito.

L’impossibile divenne possibile e ciò che era grande divenne piccolo.
Il re Mida toccava gli alberi, gli uccelli
e tutto precipitava morto in oro e gli uccelli cadevano
e gli alberi morivano.

E l’oro portò desolazione e Morte.
“Attimo, fermati sei bello!” mormorava re Mida
e l’attimo si arrestava e tutto si mutava in oro.
Il Tempo correva e, dietro, una scia di oro rovinoso.

Accorsero eserciti dai quattro angoli del mondo
e si diedero guerra per conquistare re Mida.
Ed egli, ingenuo, cercava e non trovava.
La legge venne infranta e il fratello uccideva il fratello.
E re Mida nella sua follia toccava
il cielo, la terra, il mare.

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l recente conflitto con Israele non cancella il dato di fondo: l’Iran è un Paese ricco di risorse ma povero di opportunità.

Secondo al mondo per riserve di gas e quarto per riserve petrolifere, crocevia strategico tra Asia e Medio Oriente, eppure zavorrato da un’economia in profonda sofferenza.

Il quadro che emerge dai più recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dalle statistiche ufficiali interne restituisce l’immagine di un sistema in stallo, fiaccato da sanzioni prolungate, squilibri strutturali e crisi sociali crescenti.

E i segnali che arrivano dal 2025 parlano di un ulteriore deterioramento. Un fallimento totale per il regime dittatoriale islamico guidato dal 1989 da Ali Khamenei.L’economia devastata

Le cifre parlano chiaro: secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), quest’anno il PIL iraniano crescerà appena dello 0,3 per cento, dopo il +3,5 per cento registrato nel 2024. Una frenata brusca, non imputabile a un singolo shock esogeno, ma alla combinazione di fattori endogeni e internazionali che da anni strangolano l’economia del Paese.

In primo luogo, le sanzioni economiche reintrodotte dagli Stati Uniti nel 2018 con la decisione del presidente americano Donald Trump – allora al suo primo mandato – di uscire unilateralmente dall’accordo sul nucleare voluto da Barack Obama, il JCPOA.

Un ritorno all’isolamento che ha bloccato investimenti esteri, limitato l’export petrolifero e paralizzato le relazioni bancarie con l’estero.

I danni più visibili si misurano sulla moneta nazionale, il rial, che ha subito svalutazioni ripetute e devastanti.

Nel 2018, il governo islamico aveva fissato un tasso ufficiale di cambio a 42.000 rial per dollaro. Oggi, secondo le rilevazioni di metà giugno 2025, un dollaro viene scambiato a 970.000 rial sul mercato nero. Una perdita di valore che sfiora il 95 per cento in sette anni.

La svalutazione ha alimentato una spirale inflazionistica che sembra fuori controllo: dal 2021 al 2023 l’inflazione ha costantemente superato il 40 per cento. Nel 2024 è scesa (si fa per dire) al 32,6 per cento, ma il FMI prevede un nuovo peggioramento nel 2025 con un tasso al 43,3 per cento.La società in crisi

L’inflazione ha impattato con forza sul potere d’acquisto della popolazione. Gli effetti sono visibili su più piani.

L’accesso a beni di prima necessità è diventato problematico, con effetti depressivi sui consumi interni. Secondo stime della Banca Mondiale, nel biennio 2024-25 circa 18 milioni di iraniani (il 19 per cento della popolazione) vivono oggi sotto la soglia di povertà dei Paesi a reddito medio (6,85 dollari al giorno in termini di parità di potere d’acquisto 2017), mentre il 3,1 per cento si colloca sotto la soglia più bassa di 3,65 dollari.

Altre stime indipendenti parlano di una realtà ancora più dura, soprattutto nelle periferie urbane e nelle aree rurali.

Si tratta di dati migliori rispetto al picco registrato durante la pandemia ma molto problematici.

Anche la classe media, un tempo colta e relativamente benestante, ha visto erodere i propri risparmi e ha perso l’accesso ai beni importati, ormai fuori portata per la maggior parte dei cittadini.

A pesare sul futuro del Paese è anche la condizione di una gioventù numerosa ma priva di prospettive. Con oltre il 50 per cento della popolazione al di sotto dei 35 anni, l’Iran presenterebbe enormi potenzialità, anche economiche.

Ma la disoccupazione tra i giovani sfiora il 20 per cento e la fuga di cervelli – ingegneri, medici, ricercatori – ha assunto il carattere di un’emorragia strutturale.

La formazione non aiuta a trovare sbocchi nell’economia interna, e il malcontento è tangibile anche nelle file di quella generazione cresciuta dopo la rivoluzione del 1979, che non si riconosce più nei codici politici e religiosi imposti dall’alto.

Secondo la recente valutazione della Banca Mondiale, nonostante una crescita dell’occupazione, la creazione di posti di lavoro resta assolutamente insufficiente per una popolazione in aumento.

L’inadeguata creazione di posti di lavoro ha ridotto la forza lavoro attiva dell’1,3 per cento rispetto a prima della pandemia, nonostante la popolazione in età lavorativa sia cresciuta del 6 per cento.

La partecipazione al mercato del lavoro rimane bassa (41 per cento) e lo è in modo assolutamente sproporzionato per le donne, che partecipano solo al 14,1 per cento.

da Appunti di Stefano Feltri

Ecco una poesia alla maniera di Francesco Paolo Intini

Prima che le bistecche si svegliassero, i carrarmati dormivano tranquilli

E i missili russavano nei citofoni. Nell’oblast di Zaporizhzhja i cardellini suonavano la grancassa e i ciclamini ruttavano borossigeno Pagni.

A Budapest, nell’oblast di Orban, le scimmie cacomorfe esibivano i genitali agghindati con cartucciere e AR-15, dicevano le cameriste dell’Hotel Intercontinental che erano sexy.

Avvenne poi che l’ipotalamo ebbe un alterco con l’ipofisi e tutto finì con un sushi e frutti di bosco.

Certo, il testosterone ebbe la meglio sul deltacortene allorché un fisiatra iniettò del fentanil alle leziose clarisse che passeggiavano nel presbiterio leggendo il rosario all’ombra dei sicomori.

Esplosero i suffissi e le apocope. Ci fu l’allarme delle sirene e un liberi tutti, i passerotti volarono via inseguiti dai droni kamikaze. Fu così che decisi di misurarmi la pressione sanguigna e redigere testamento.

John Martone

07:12 (2 ore fa)

Caro Giorgio,

La ringrazio vivamente per la sua introduzione, le sue parole che vanno al cuore del soggetto. Apprezzo molto e sono d’accordo con la sua analisi dell’incubo. Devo aggiungere che Fortini sia un mio poeta preferito.Apro il suo libro e leggo per caso (una specie della sorte virgiliana): 

Il verbo al presente porta tutto il mondo.
Mi chiedo dove sono i popoli scomparsi.
Il fattorino vestito di grigio in cortile mi dice
che alcuni stanno nascosti sotto il primo sottoscala.

Ho portato con me sotto il primo sottoscala
le cenere di Alessandro, il pianto di Rachele.
Il verbo al presente mi permette di scomparire
Il fattorino non vede più dove sono scomparso.

Nadez da Rossinskaya è coraggiosa. Paga e pagherà per il verbo, per quel gesto di amore, e temo che  scomparirà senza traccia come molti coraggiosi della nostra buia età.

“Il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore.” Esatto. Forse conosce il saggio di Cesare Viviani,  La poesia è finita — è stupendo.

Ecco un esempio tipico di poesia elegiaca

Roberto Carifi (1948-2018)

Grazie per la parola
che ancora accendi nel mio cuore,
per quel raggio che dal bene
hai ricevuto in dono
e che nel mio abbandono
lasci che nasca
come fosse grano in un deserto,
per quella tua bellezza,
per l’orma divina del tuo sguardo,
per quella tua dolcezza che vorrei baciare
come si bacia l’innocenza,
inginocchiato davanti alla tua anima
quando una lieve ombra
la lascia affiorare sulla carne,
per quello che chiami il tuo peccato,
per il tremore che turba la tua voce
quando mi dici l’indicibile
e lasci l’impronta dell’amore
in questo cuore arato.

Ecco un’altra poesia tutta vergata e vissuta lungo le linee elegiache delle tonalità. Innanzitutto, la positura del poeta che ringrazia: «Grazie per la parola», dando per scontato ciò che scontato non è, cioè che la «parola» sia realmente avvenuta; e poi il tono da salmodia, di preghiera, con quel tanto di sottofondo di compiacimento dell’autore per essere stato visitato dalla Musa. Si tratta di una narrazione della visita che la Musa ha concesso al «poeta»: per una «parola» ricevuta per grazia et amore dei, per il candore dell’anima del «poeta», il piano fonosimbolico è quello del salterio, della preghiera più vicina alla liturgia religiosa che alla forma-poesia del novecento. Infine, tutto quel parlare a vanvera e in astratto tanto per colpire il lettore con parole altolocate e misteriosofiche: «bellezza», «anima», «peccato», «indicibile», «dolcezza», «innocenza», «abbandono», «baciare», «bene», «dono», «amore»… Tutto un repertorio di stereotipi del poeta buono e bianco che ha avuto in «dono», lui solo, la «parola» dalla Musa. Una teosofia raccapricciante.

È chiaro che qui siamo davanti ad una vera e propria “Annunciazione” della Musa che si presenta dinanzi all’ego spropositato del «poeta» , il quale visitato dalla Musa deborda dagli argini dell’io «inginocchiato davanti alla tua anima» e invade il mondo con il proprio « cuore arato». Insomma, il solito dolorificio permanente dell’elegia che ci confeziona un quadridimensionalismo teosofico che sconfina con il pauperismo e il banalismo, con un populismo travestito di bianco dell’anima nobile e nubile che attende il mistero della Annunciazione.

Uno spettacolo davvero indecente.

inedito di Mimmo Pugliese

NESSUNO NE PARLERA’

Quando ricapiterà che busserai alle stelle per un caffè?
non basterà contare le nevi
nemmeno pagare cento riscatti al Lucumone
conoscere il nome di tutti i fenici

Ti troverai a due passi dal fuoco di Atena
ti chiederai quante buste della spesa hai conferito l’anno scorso
guarderai i cani scegliere una nuova auto
tutto in un milionesimo di secondo appeso al sottoscala

Porterai stretta al braccio la bava della Gioconda
farai a pezzi un sole di sale
non ti tornerà indietro il profilo di una bomba
perché ha già scoperchiato i mulini a vento

Avrai incroci di pellirosse sul lago di Garda
muri di baionette immersi in gelato al cioccolato
tanto lontano da essere vicino Gengis Khan sugli sci
passerà all’unanimità il bagno a mezzanotte

Alle nozze sventolerai una pochette di alloro
sorprenderai le aquile tuffarsi in piscina
potrai bere Dom Perignon al party dei pitoni in veranda
tranne l’emittente del Sand Creek non ne parlerà nessuno

Gli alligatori presero possesso del letto di Procuste e si disposero in fila indiana dicendo: «Questo winchester a te e questo kalashnikov a me, una bomba ciascuno toglie l’uomo di torno», e altre oìconsimili meraviglie.

Sì, è vero, c’erano Gengis Khan sugli sci che scendeva dal monte Bianco e delle signorine cinesi che prendevano la tintarella di luna.

“Gli indifferenti”, romanzo d’esordio di Alberto Moravia, l’ignavia e l’inautenticità della borghesia e il conformismo sono i temi centrali della sua narrativa. E oggi?, c’è un Moravia tra i giovani?

GIORGIO LINGUAGLOSSA

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Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia. (Gli indifferenti)

È paradossale che l’aforisma più citato de Gli indifferenti e forse in generale di Moravia, riguarda proprio il cambiamento, il fulcro del romanzo, che in origine avrebbe dovuto chiamarsi La palude, ruota intorno al tema centrale della impossibilità di un cambiamento.

Tutti gli elementi narrativi ruotano attorno all’immobilismo: dei personaggi e degli interni. Come in un dramma tutte le scene si svolgono nelle stanze chiuse e asfittiche della famiglia Ardengo, così anche la psicologia dei personaggi, le cui menti orbitano intorno agli stessi pensieri ossessivi.

L’atmosfera de Gli indifferenti è soffocante, tutte le scene sono in luoghi chiusi: dagli abitacoli delle automobili fino al salotto, spazio d’elezione della vita borghese; il tempo della storia è volutamente concentrato in soli due giorni per rendere ogni minuto eterno; i cinque protagonisti sono reclusi nei loro ruoli sociali, e ogni via di fuga sembra preclusa.

È il dramma familiare della famiglia Ardengo, formata dalla madre Mariagrazia, interessata solo al proprio declino fisico e alla sua perduta giovinezza, e i suoi due figli, completamente indifferenti alla realtà borghese che li circonda: Carla e Michele.

Già fortemente indebitati dall’inizio del romanzo, gli Ardengo finiscono per cedere alla presenza sempre più soffocante di Leo Merumeci, ex-amante della madre, deciso ad approfittarsi della debolezza morale e finanziaria della famiglia per appropriarsi sia della villa di famiglia sia di Carla, una ventiquattrenne apatica che vorrebbe spezzare l’equilibrio ipocrita e la noia che sorreggono la sua vita e quella della madre, da cui vorrebbe distanzarsi. E invece Carla alla fine soccombe, sposando Leo.

Al tracollo finanziario degli Ardengo, seguirà lo sfacelo morale che, tuttavia, sembra non accadere se non nella mente infervorata di Michele. Ogni azione, ogni progetto sembrano votati al nulla e al vuoto. La loro esistenza è talmente inconsistente da far sprofondare l’intera tragedia in una farsa triste.

Francesco Varano

ven 4 lug, 13:49

Caro Giorgio 

Concordo con la domanda finale, se esista un Moravia oggi anche in poesia, che tratti

dell indifferenza e del conformismo, che tu dici giustamente esistono anche oggi. Penso che prima bisognerebbe dire che quel periodo del fascismo è stato un periodo che si stia ripetendo, adesso. Quindi quei temi sulla borghesia sono spunti  per scaricare la critica di classe, che dicono, che sia in crisi, mi pare che essa sia più viva di prima con la sua indifferenza verso le classi subalterne, riorganizzando le  leggi repressive, abolendo lentamente lo stato sociale, e i diritti dei lavoratori, nel totale conformismo. E ci siamo, ora viene, la svalutazione della democrazia e a urlare contro una scrittura lirica, elegiaca a favore di una kitchen, determinando dei processi, vivi di un linguaggio, che possa essere autentico e anticonformista. Certamente io sono d’ accordo, dal punto di vista teorico, ma non riesco se non a scrivere con un linguaggio simile a un lirismo civile o a una elegia civile o una geopoesia. Fammi passare questo termine. Perciò anche in me , mentre scrivo così mi viene la nostalgia di questa scrittura nel senso che vorrei diventasse come dici distopica , e asoggettiva. . Quindi c è un  conformismo in me e in altri , di cui è difficile liberarsi. Ti do ragione su quello che dici della Poesia elegiaca, che commenti, nel senso che pure in me ci sono parole come anima, io, eterno, infinito, ecc. . Quindi mi ritrovo in un mondo poetico antico, novecentesco , in cui non so se in modo autentico, dato che organizzo queste parole tra la cronaca, storia individuale e sociale.

 Un caro saluto, a presto 

Giorgio linguaglossa | Substack

Scrittore di cose poco utili: poesia e ermeneutica di poesia