Mattarella, l’intelligenza artificiale e l’inglese
Di Antonio Zoppetti
Giovedì scorso il presidente della Repubblica Mattarella ha evocato il rischio dell’impoverimento dell’italiano davanti all’intelligenza artificiale che rappresenterebbe un pericolo anche per il plurilinguismo in Europa. Lo ha fatto in un messaggio inviato al presidente della Comunità radiotelevisiva italofona, un’associazione per la valorizzazione della nostra lingua e cultura nata nel 1985 da un accordo della Rai con altre emittenti italofone in Svizzera, Vaticano, San Marino e Capodistria.
Il progetto – ha dichiarato – “è prezioso in questa stagione in cui la lingua spinta all’omologazione e all’impoverimento operato attraverso i processi di semplificazione dei media digitali, tende a ridurre la ricchezza del lessico. Le comunità italofone presenti nei diversi Paesi rappresentano vivai fecondi di moltiplicazione degli stimoli culturali della civiltà italica.”
Il discorso – finalmente – parla esplicitamente del nostro “patrimonio lessicale”, oltre che culturale, e della nostra “cifra identitaria che, in tempi di intensi scambi tra le persone e i popoli, agisce da strumento d’inclusione, di apertura, di offerta di sé al mondo intero.” La lingua, infatti, “è anche strumento di libertà e di emancipazione: l’esclusione nasce dalla povertà delle capacità di esprimersi, dei patrimoni lessicali. La sudditanza si alimenta della cancellazione delle parole e con la sostituzione di esse con quelle del dispotismo di turno”. Dunque, “va evitato il rischio, che si potrebbe fare ancora più alto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, di diminuire il pluralismo linguistico, con il conseguente depauperamento del patrimonio culturale che gli idiomi veicolano, a favore di neo linguaggi con vocazione esclusivamente funzionale alla mera operatività digitale”.
Siamo sudditi del dispotismo di chi?
Ma siamo sicuri che la “sudditanza” e il “dispotismo di turno” siano incarnati dagli algoritmi dell’IA? Mi pare che si confondano le cause con gli effetti, perché l’intelligenza artificiale applicata al linguaggio è solo lo specchio e la riproduzione dell’intelligenza – ma a volte della stupidità – naturale degli uomini. In altri termini, dietro le frasi-minestrone generate automaticamente c’è solo la ripetizione meccanica degli schemi utilizzati da miliardi di scriventi naturali e delle frequenze delle successioni delle parole, e come ha ricordato su la Repubblica Stefano Bartezzaghi “l’intelligenza artificiale generativa ha rinunciato definitivamente a capirci e ha deciso di considerarci prevedibili”.
I testi generati automaticamente, insomma, sono la reale espressione dell’uso impiegato dagli esseri umani sui giornali, in rete, nelle chat… e nei fantastiliardi di scritti presi come modello. Per l’IA l’uso è ricavato statisticamente da ciò che macina, indipendentemente dallo stile, dall’eleganza, dalla sensatezza e talvolta anche degli strafalcioni. E indipendentemente anche dal fatto che certe parole siano in inglese invece che in italiano. L’intelligenza artificiale opera secondo gli schemi dei linguisti descrittivisti che sostengono che “l’uso fa la lingua” e dichiarano “italiane” anche le parole inglesi – da chat a computer – solo sulla base delle frequenze, e non sulla base del fatto che siano parole strutturalmente italiane.
E allora la sudditanza, la cancellazione delle parole, l’impoverimento lessicale di cui parla Mattarella non nascono dal dispotismo di un algoritmo, ma dalla sudditanza verso un altro dispotismo naturale, e culturale, che riguarda i comunicatori. E questo dispotismo è rappresentato dalla dittatura dell’inglese a cui i comunicatori sono asserviti.
I comunicatori umani sono ben più anglomani dell’IA
Proviamo a fare qualche esempio di giornalismo e a esaminare qualche titolo del Corriere.it di questi giorni.
A Milano, subito dopo la Milano Marathon parte la Week Design che sta sostituendo il vecchio Salone del mobile in un tripudio di anglicismi. Intanto ci sono le polemiche per il Remigration Summit e le convention delle destre, e “remigrazione” appare in piccolo nel sottotitolo come sinonimia secondaria, mentre nei titoloni è tutto un urlare parole in inglese che si vogliono imporre e a cui ci vogliono educare.
Domenico Calabrese mi segnala la nascita di un progetto della Confindustria per il rilancio dell’agroalimentare del Salento che però si chiama in inglese: Salento Food Experience.
Purtroppo c’è poco da stupirsi di questo ossimoro che esprime in inglese le eccellenze italiane, perché l’uso di Experience è diventato una prassi “normale” dal sud al nord, basta vedere la “Lago Maggiore Summer Experience”.
Mentre la maggior parte dei linguisti è rimasta ferma ai singoli anglicismi, quello che sta succedendo è qualcosa di ben più profondo. L’itanglese è uno stile ricercato, travalica completamente il concetto di “prestito linguistico” e si nutre di espressioni in inglese sempre più vaste, che ormai comportano le ibridazioni con inversione lessicale: Salento Experience e non per esempio “vivere il Salento”, la Milano Marathon e la Design Week, e non la maratona di Milano e il Salone del mobile.
Daniele Imperi mi segnala la comunicazione di Aquila Basket, dove tra Inside Aquila, pregame, gameday, manager, weekend… l’inglese ha il sopravvento: il loro “modello d’innovazione sostenibile che va oltre lo sport” stravolge la nostra lingua e non è affatto sostenibile.
E allora che ne è del giornalismo e della comunicazione che nelle parole di Mattarella dovrebbero essere “virtuosi”? Dov’è il rispetto per il nostro “patrimonio lessicale”? Chi è suddito del dispotismo e opera la cancellazione delle parole? Sono i comunicatori umani e la stupidità naturale, più che l’intelligenza artificiale. I primi sono responsabili – e colpevoli – delle loro scelte. Gli algoritmi sono il riflesso di queste strategie.
Certo, la diffusione dell’IA che segue gli stessi modelli rischia di essere un moltiplicatore di questo linguaggio. Da qualche mese, tra le entrate dei visitatori di questo sito fino a poco tempo fa dominate da Google, si stanno moltiplicando le entrate che arrivano da Chatgpt e da altri programmi di intelligenza artificiale. Ma se il sistema di statistiche li chiama “referrer”, non è per colpa dell’intelligenza artificiale, è bensì la conseguenza delle strategie comunicative dei terminologi colonizzati che preferiscono introdurre l’inglese invece di tradurre in italiano.
Intanto Google ha introdotto Gemini, che spesso dà una prima riposta alle parole di ricerca che in precedenza vedeva privilegiare le voci di Wikipedia da sbattere al primo posto. Dunque simili testi generati atomicamente diventano la fonte primaria di informazione, per il navigatore frettoloso o con pochi strumenti critici a disposizione. È questo il pericolo maggiore della “cultura” artificiale.
L’IA è solo il potentissimo strumento di espansione della stessa strategia messa in atto dai comunicatori umani.
Proprio oggi, sul Corriere, Aldo Grasso spende un pensierino sul fatto che i giornalisti parlano ormai il “tiktokese” e per ringiovanirsi anche i politici utilizzano la lingua dei “social”. Ma questa lingua è soprattutto il frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi che impongono a tutti anche il loro lessico, insieme ai concetti che esportano. Il “nemico” non è l’IA – che come tutti gli strumenti si può usare bene o male – ma la nostra sudditanza culturale davanti al globish. L’impoverimento del lessico e il venir meno del plurilinguismo è frutto della nostra stupidità umana e troppo umana, non dell’intelligenza artificiale.
Cinque anni fa, nel 2020, avevo provato a lanciare un appello a Mattarella per denunciare queste cose attraverso una petizione che è stata firmata da oltre 4.000 cittadini. E la tutela del nostro patrimonio lessicale che chiedevamo era nei confronti dell’anglicizzazione, non dell’IA. Dopo aver denunciato la moltiplicazione degli anglicismi e i rischi dell’attuale sudditanza, la lettera si concludeva con queste parole:
“Ci rivolgiamo a Lei nella speranza che con la Sua autorevolezza voglia esercitare un richiamo almeno nei confronti della politica e delle istituzioni, perché si usi la nostra lingua, che consideriamo un bene che andrebbe promosso e tutelato come avviene all’estero e come facciamo con tutte le altre nostre eccellenze, dall’arte alla gastronomia.
La preghiamo, infine, di incoraggiare una campagna mediatica per difendere e favorire l’italiano che denunci l’abuso dell’inglese, come si è fatto con successo in Spagna o in Francia, e come da noi è avvenuto per sensibilizzare tutti sui temi sociali più importanti, dalla violenza contro le donne al bullismo. Ci piacerebbe vedere un’analoga iniziativa anche contro la discriminazione lessicale delle nostre parole.”
Mi fa piacere che lo spirito di quella petizione sia oggi condiviso dal nostro presidente. Dispiace, invece, che la nostra petizione non abbia mai avuto una risposta, e che oggi l’impoverimento lessicale paventato sia messo in relazione con il diffondersi dell’IA invece che con il nostro atteggiamento culturale suicida. Perché è su questo che la politica dovrebbe agire.
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